Trasformare la Russia nel demonio è il suicidio politico dell’Europa
Bruxelles cerca un nemico e trova la propria stupidità geopolitica
C’è qualcosa di profondamente grottesco nell’Europa contemporanea.
Una civiltà che ha partorito Tucidide, Machiavelli, Metternich, Churchill e De Gaulle oggi sembra governata da esperti di slogan, consulenti d’immagine e strateghi da talk show.
Il continente che per secoli ha costruito la geopolitica mondiale oggi ragiona come un condominio litigioso che confonde la diplomazia con gli hashtag.
E così la Russia, piaccia o non piaccia, è stata trasformata nel “nemico assoluto” dell’Europa. Non un avversario geopolitico con cui confrontarsi, non una potenza storicamente concorrente, non un interlocutore duro e spesso aggressivo, ma il male metafisico, il Mordor del XXI secolo.
Una caricatura utile a semplificare il mondo per cittadini ormai abituati a consumare la politica come si consuma una serie televisiva.
Il problema è che la storia, quella vera, non funziona così.
La Russia non è Marte. Non è una civiltà aliena piovuta dallo spazio. È parte integrante della storia europea. Nel bene e nel male. Nella gloria e negli orrori. Tolstoj, Dostoevskij, Čajkovskij, Puškin, Solženicyn, Kandinskij non appartengono a un altro pianeta.
Appartengono alla cultura europea quanto Dante, Goethe o Victor Hugo.
Ed è qui che emerge la schizofrenia di certa politica continentale. Gli stessi governi che parlano ossessivamente di inclusione, dialogo e multiculturalismo improvvisamente scoprono la logica della demonizzazione totale quando si tratta della Russia.
Persino i gatti russi sono diventati sospetti. Mancava solo il sequestro preventivo delle matrioske e il divieto di suonare il pianoforte in tonalità minore perché troppo slava.
La realtà è infinitamente più complessa di come viene raccontata nei salotti televisivi.
La Russia rappresenta certamente una potenza che tutela brutalmente i propri interessi strategici. Lo ha fatto ieri, lo fa oggi e lo farà domani.
Ma qualcuno dovrebbe avere il coraggio di spiegare ai cittadini europei che tutte le grandi potenze fanno esattamente questo. Gli Stati Uniti lo fanno. La Cina lo fa. La Turchia lo fa. Israele lo fa.
La Francia lo fa in Africa da decenni. Perfino la Germania, con modalità economiche invece che militari, lo fa da sempre.
Solo l’Europa sembra convinta di poter vivere fuori dalla storia, come una specie di gigantesco liceo pedagogico dove le guerre si risolvono con un webinar sulla resilienza emotiva.
La verità che nessuno osa dire è che Europa e Russia sono condannate geograficamente a parlarsi. La geografia è la più spietata delle discipline politiche perché non vota, non cambia idea e non si lascia intimidire dalla propaganda.
La Russia resterà accanto all’Europa anche quando gli attuali leader saranno diventati note a piè di pagina nei manuali universitari.
Per oltre due secoli l’equilibrio europeo si è retto proprio sul rapporto tra Europa occidentale e Russia. Perfino nei momenti più duri della Guerra Fredda esistevano canali diplomatici, linguaggi condivisi, consapevolezze strategiche.
Oggi invece sembra dominare l’infantilismo geopolitico. O sei totalmente allineato o sei automaticamente un traditore, un agente, un nostalgico dell’URSS o qualche altra etichetta da social network.
La cosa più ironica è che molti dei governi europei che parlano continuamente di pace stanno contribuendo culturalmente a rendere impossibile qualsiasi pace futura.
Perché quando trasformi un popolo intero in un nemico ontologico, quando cancelli cultura, dialogo, memoria comune e relazioni storiche, non stai costruendo sicurezza. Stai preparando decenni di rancore.
E qui emerge il grande paradosso europeo.
L’Europa nasce storicamente come spazio di equilibrio, mediazione e diplomazia. Oggi invece sembra aver rinunciato a qualunque autonomia strategica. Si muove spesso come una periferia politica di interessi altrui, incapace di elaborare una propria visione continentale.
Eppure l’interesse naturale europeo sarebbe esattamente il contrario della guerra permanente.
Sarebbe costruire stabilità, sicurezza energetica, cooperazione economica e deterrenza reciproca senza isterie ideologiche.
Ma per fare questo servirebbero statisti.
Invece abbiamo una classe dirigente che comunica come influencer in campagna elettorale permanente. Leader che parlano di conflitti nucleari con la leggerezza con cui si commenta una partita di calcio. Ministri che sembrano convinti che la geopolitica sia un videogioco strategico dove basta cliccare “invio armi” per ottenere automaticamente “pace e democrazia”.
La storia europea dovrebbe insegnare prudenza.
Ogni volta che il continente ha smesso di considerare la Russia parte dell’equilibrio europeo, il risultato è stato catastrofico.
Napoleone lo imparò sulla neve.
Hitler lo imparò tra le rovine.
E ogni volta l’Europa ha pagato un prezzo immenso.
Questo non significa giustificare guerre, invasioni o autoritarismi.
Significa semplicemente ragionare da adulti e non da tifoserie. La diplomazia nasce proprio per trattare con chi non ci piace.
Se si dialogasse solo con gli amici, basterebbe organizzare una cena.
La Russia non può essere trattata come un nemico assoluto dell’Europa perché storicamente, culturalmente e strategicamente è una componente inevitabile dello spazio europeo.
Ignorarlo significa non capire la storia. Peggio ancora, significa prepararsi a ripeterla.
E la storia europea, quando si ripete, raramente lo fa in modo gentile.
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