Fare squadra rende squadra!

Da sempre amo la Politica, quella con la P maiuscola, quella del confronto delle idee per trovare la soluzione migliore, quella dove la somma delle persone e dei contenuti, anche i più diversi, è molto di più della semplice somma aritmetica.

Allo stesso modo, non sono mai stato particolarmente interessato a tutto ciò che si ricomprende in urla, insulti, antagonismo, polemica e critiche fine a se stesse, volte a screditare o distruggere.

Non penso di avere titolo per criticare una persona, chi mi conosce sa che non si tratta di modestia o falsa modestia, mi permetto invece di criticare esclusivamente, talvolta anche in modo molto deciso, le azioni compiute.

Ho le mie idee, mi ritengo liberale e moderato; moderato, giusto per fare chiarezza, non significa “mollo”, ricordando una divertente quanto famosa conferenza stampa di un allenatore di calcio.

Quello che abbiamo letto, visto e sentito in questi giorni però non si può proprio leggere, vedere e sentire.

A Tarragona, in Spagna, si sono disputati i Giochi del Mediterraneo, in pratica una mini Olimpiade per i paesi che si affacciano sull’omonimo mare.

L’Italia, la rappresentativa Italiana, si è presentata con 502 atleti che si sono battuti in 31 discipline sportive e si è classificata al primo posto del medagliere con 56 medaglie d’oro e 156 totali.

Vi dirò di più, da quando esistono i Giochi del Mediterraneo, l’Italia è la nazione più vincente con ben 875 medaglie d’oro e più di 2.300 totali.

In questi giorni è apparsa da tutte le parti la foto delle ragazze che hanno vinto la 4x400mt di atletica e si è parlato del colore della loro pelle, con tanto di varie strumentalizzazioni e contro strumentalizzazioni, ma più che il colore della pelle, a mio modo di vedere, era opportuno guardare quello, azzurro Italia, della loro maglia; la stessa maglia che dovrebbero mettere tutti i politici perché chi fa politica rappresenta o si candida a rappresentare tutti noi, proprio come ogni volta che scende in campo la Nazionale.

Dallo Sport, la politica ha tanto, ma tanto, da imparare.

A cominciare dalla capacità di fare squadra; a Tarragona non pensiate che sia stata una gita, ci saranno stati sicuramente dei momenti di sconforto, delusione, difficoltà, fallimento e tensione ma io non ho visto atleti rilasciare dichiarazioni pubbliche incolpando, -magari anche a ragione- l’allenatore, l’organizzazione, gli arbitri o chicchessia.

Se è successo che abbiano esternato le loro motivazioni, l’avranno fatto ai diretti interessati.

Questo non perché non volessero vincere o mettersi al collo una medaglia in più, ci mancherebbe!

Un atleta compete sempre per vincere ma in questo caso c’era una vittoria che andava al di sopra di quella personale e hanno scelto, semplicemente, di contribuire al successo della rappresentativa.

Anche nel calcio, lo sport più conosciuto nella nostra penisola, dove tutti si sentono un po’ allenatori della nazionale, le critiche “pubbliche”, nella stragrande maggioranza dei casi, non sono fatte dai diretti interessati ma, giustamente, dai commentatori.

Altro tema è quello dell’integrazione, sbandierato ovunque perché evidentemente fa ascolti e vendite, dove la politica preferisce la polemica alle soluzioni invece lo Sport l’ha già fatta e non con numeri e quote; le famose ragazze della 4×400 erano li, non per il colore della pelle o perché si sono integrate bene, ma perché scelte in base ad un criterio molto semplice: erano le più veloci per quella gara!

Cosi come chi ha fatto la staffette maschili o quelle nel nuoto, sono stati scelti sempre con lo stesso criterio. Magari qualcuno dei tanti esclusi, in cuor suo, si sentiva in grado di fare meglio, ma anche questo non l’ho letto sui giornali. Sono anche sicuro che se questo atleta avesse ragione lo leggeremo presto sui giornali, ma per i suoi successi.

Cari amici Politici, se mi permettete un consiglio, non fate i politicanti, quando c’è lo Sport, ascoltate, guardate e leggete, invece che rilasciare interviste o scrivere comunicati e post, prendete spunto e fate anche voi squadra, siate la nostra Rappresentativa Nazionale e, ve lo auguro di tutto cuore, fate come i ragazzi di Tarragona, andate a vincere le sfide che aspettano il nostro Paese, internamente, in Europa e nel Mondo!

 




L’autogol.

Nello splendido pezzo de gli autogol, intitolato “inno dei non mondiali” la voce, (imitata) di Bruno Pizzul, storico commentatore delle partite della nazionale dice “…mondiali 2018 l’Italia scenderà in campo a a a… Formentera!” giusto giusto per ricordarci che in Russia noi non ci siamo.

La canzone poi prosegue con “Quattro anni ad aspettare, che arrivasse il mondiale…” ed è proprio questa la frase che deve farci riflettere.

Più che esultare per l’esclusione della Germania alla fase a gironi credo che sia opportuno iniziare a pensare alla competizione del 2022.

Qualcosa si è mosso: il tanto criticato commissario tecnico Giampiero Ventura è stato esonerato ed al suo posto c’è Roberto Mancini.

Non credo di avere le capacità per giudicare dal punto di vista tecnico ma, sicuramente, un segnale di discontinuità era necessario.

Stessa cosa è successa per i vertici federali che il 6 agosto vedranno il nuovo Presidente della FIGC dopo un commissariamento che il CONI ha voluto prendersi in carico con grande decisione e responsabilità, mettendo Roberto Fabbricini (già Segretario Generale CONI) alla FIGC e con Giovanni Malagò in persona per la lega di Serie A.

Quest’ultima ha già iniziato un nuovo percorso eleggendo Gaetano Miccichè al vertice e assegnato i diritti TV, non senza qualche piccolo giallo, in modo particolarmente innovativo.

Tornando al calcio giocato, l’Italia che è scesa in campo per le amichevoli estive, ha dimostrato un buon gioco e discreti risultati, lasciando ben sperare per il futuro.

I media invece sono stati molto più interessati alla convocazione di Balotelli, sicuramente un ottimo giocatore, con un passato burrascoso fuori dal campo, che ha fatto bene in queste prime uscite, ma pur sempre un giocatore, una parte del grande movimento calcistico italiano. Un giocatore che, peraltro, non siamo certi possa essere uno dei leader della nazionale ai prossimi mondiali.

interessanti anche le suggestioni di una sua possibile fascia da capitano, che addirittura hanno scomodato il Ministro dell’Interno il quale, molto elegantemente e in modo assolutamente condivisibile, ha suggerito di pensare al calcio giocato: “Spero che l’allenatore non scelga per motivi sociologici, filosofici e antropologici.”

Si, perché in qualsiasi squadra ognuno deve fare la parte che gli compete ed in questo caso i giocatori dovranno mettere in campo le loro migliori performance cosi come dirigenti e staff tecnico faranno del loro meglio, ma ognuno nel proprio campo.

A partire dal quell’Europeo Under 21 che si giocherà in Italia e San Marino il prossimo anno. Gia li potremo vedere se l’Italia sarà cresciuta come movimento, lo vedremo dal campo e dal tifo negli stadi, lo vedremo ancora di più dall’atmosfera che si creerà. Abbiamo un’ottima occasione per ripartire alla grande e non possiamo lasciarcela sfuggire, dobbiamo sfruttare fin dal primo minuto i “quattro anni ad aspettare” il prossimo mondiale.

La riforma del calcio, quella grande riforma necessaria per il movimento italiano, non può concretizzarsi nel cambiare braccio alla fascia di capitano, deve invece continuare sulla linea tracciata da Fabbricini e Malagò di un cambiamento strutturale e forse, oggi più che mai, l’Italia ha bisogno dei propri tifosi, meno “CT da bar” e più “supporter” nel difficile momento del rinnovamento, quello che ci porterà ad essere per la quinta volta “Campioni del Mondo”.

 




Giochi Olimpici: Nobel per la Pace.

Mi perdonerà Vasco Rossi se prendo in prestito le parole di due delle sue canzoni per esprimere un concetto che sono sicuro ci troverebbe d’accordo … con l’unica differenza che quando si parla di accordi (musicali) lui è sicuramente migliore di me:

Sarà colpa del whisky? non credo, indubbie sono le rigide temperature invernali nei paesi del Nord Europa ma da lì a ubriacarsi ce ne passa … e non poco;

o sarà colpa del caffè? nemmeno! quest’ultimo è noto per tenere svegli e qui stiamo parlando di una dormita di più di cento anni.

ma non mi ricordo più di te… eh sì, sembra proprio che nessuno si ricordi più di Pierre de Coubertin, dei Giochi Olimpici e del Comitato Olimpico Internazionale, quando si parla di Nobel per la pace!

e, ancora, abbiamo perso un’altra occasione buona!

Forse .. è colpa d’Alfredo, o meglio di Alfred Nobel, che con i suoi discorsio premi, seri e inopportuni fa sciupare tutte le occasioni… Non credo, anzi mi piace fantasticare che, proprio nel suo ultimo anno di vita, Nobel abbia potuto seguire in qualche modo i primi giochi olimpici dell’era moderna e magari conoscere Pierre de Coubertin, chissà …

padre dei giochi olimpici
Pierre De Coubertin

Ovviamente mai mi permetterei di sostenere che i premi Nobel siano inopportuni, magari qualche assegnazione, o non assegnazione in questo caso, lascia perplessi.

Tra le assegnazioni sicuramente c’è quella all’ex Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama verso la cui azione politica non voglio esprimere giudizi, non spetta a me farlo, ma ai cittadini americani e alla storia.

Naturalmente se, in una delle sue prossime visite in Italia, volesse accettare un mio invito per giocare 18 buche su uno degli splendidi percorsi di golf Italiani sarebbe per me un onore poterne parlare con lui.

Ciò detto, il 44esimo Presidente degli USA ha ricevuto il premio nel 2009 e l’ironia della sorte ha voluto che giusto un anno dopo il giornalista d’inchiesta Bob Woodward, già premio Pulitzer, decidesse di pubblicare un libro dal titolo Obama’s War e due anni dopo lo stesso Presidente portò gli Stati Uniti ad essere parte, come tanti altri Paesi, dell’azione bellica per destituire il leader libico Mu’ammar Gheddafi. 

I Giochi Olimpici, invece, le guerre le fermano.

Giochi Olimpici: Nobel per la Pace. Nell’Antica Grecia, in occasione dei giochi, ogni ostilità si sospendeva e per tutto il loro svolgimento vigeva la “tregua olimpica” un periodo nel quale il confronto si trasferiva esclusivamente nella competizione sportiva.

Giochi Olimpici: Nobel per la Pace.
Giochi Olimpici: Nobel per la Pace.

Anche in occasione  dei Giochi Olimpici dell’era moderna, quelli voluti dal Barone De Coubertin, si è sempre cercato di riportare in vigore questa tradizione, divenuta un impegno concreto per i Paesi partecipanti ai Giochi.

Il CIO ha voluto fare anche di più quando, a partire dal 1992 si è adoperato raggiungere quanto inserito nella dichiarazione del millennio delle Nazioni Unite nella quale più di 150 Paesi, arrivati a 192 per Londra 2012, in tutto il mondo hanno sottoscritto tra le varie cose, il riconoscimento della tregua olimpica; nessuna guerra, stop alle ostilità, in occasione dei Giochi Olimpici.

Chiunque abbia aperto un giornale negli ultimi giorni può leggere che persino la tensione, che per molti sembrava in uno stallo granitico, tra Pyongyang e Seul sembra essere allentata in occasione dei giochi Olimpici Invernali che si disputeranno proprio nella Corea del Sud, a Pyeongchang, tra pochi giorni.

Già nel 1953 e nel 1955 arrivarono delle nominations per il Comitato Olimpico Internazionale, così come ne aveva ricevute cinque Pierre de Coubertin nel 1936, ma in tutti questi casi non si è mai arrivati alla assegnazione del premio.

La scelta di Vasco Rossi per raccontare questa storia non è casuale perché si intreccia con quella di Alfred Nobel.

Proprio in Italia, a Sanremo, quella splendida cittadina che con il suo festival musicale di grande successo non è stata particolarmente lungimirante nei confronti del rocker emiliano, è stato ospite Alfred Nobel negli ultimi giorni della sua vita.

“Sanremo è Sanremo” come dice lo slogan, ma Vasco Rossi è stato recentemente capace di fare (Modena Park, 1° luglio 2017) il concerto con più pubblico pagante al mondo, cosi come i Giochi Olimpici sono l’evento sportivo più importante del pianeta.

Qui si aggiunge Obama, che non nasconde il suo amore per l’Italia e, proprio tra gli innegabili successi del già Presidente degli Stati Uniti c’è quel motto “yes, we can!” divenuto famoso in tutto il mondo per indicare che ciò che si vuole è possibile e forse, in questo caso, possiamo davvero farlo.

Giochi Olimpici: Nobel per la Pace. Il sogno di vedere riconosciuto il Nobel per la Pace all’organizzazione che nella storia è sempre stata in grado di fermare davvero le guerre, anche se a volte solo per le settimane di competizione Olimpica, deve diventare realtà con l’aiuto di tutti quelli che come me amano lo sport; siamo sportivi, amiamo la competizione e ci piace vincere!

#OLYMPICPEACE

#OLYMPICNOBEL

#SPORTNOWAR

http://betapress.it/index.php/2017/12/31/il-tempo-dello-sport/

 




Il tempo dello sport

Un concetto estremamente affascinante nel mondo dello sport è quello di “tempo”: contiene sfumature diverse a seconda dei contesti, fino ad assumere significati diametralmente opposti.

E’ molto di più che una semplice unità di misura.

Innanzitutto fa rima (ed è legato in modo indissolubile) con storia: crea memorie straordinarie che, con il passare del tempo appunto, trasformano i ricordi sbiaditi in leggenda, ma è anche inesorabile, quasi beffardo, quando determina la fine della carriera per quei personaggi che la storia la stanno scrivendo sui campi di gioco.

Scandisce periodi ed epoche, a colpi di attrezzatura, abbigliamento, metodologie di allenamento e tecnologia; ma è anche arbitro, giudice della continua sfida con te stesso.

È proprio lui, il tempo, unitamente ai “record e ai primati”, che permette di misurarsi “senza tempo”, con la storia.

Dopo qualche suggestiva divagazione filosofeggiante, entriamo dunque nel vivo dell’argomento di oggi: il connubio tra il concetto di tempo e quello di record.

Unendo le parole tempo e record, il primo pensiero va sicuramente all’atletica leggera, a quella continua possibilità di battere primati che appassiona tutti gli sportivi, ogni quattro anni, durante i Giochi Olimpici e, forse, ancor di più alla gara “regina” dell’atletica: i 100 metri.

Il fascino innegabile dell’uomo più veloce del mondo che al momento spetta a Usain Bolt capace di coprirli in 9.58 (16 agosto 2009).

Ma c’è di più: quel record non rimarrà solo per chi ha corso accanto a Bolt, in quella occasione.

Gli atleti di oggi si potranno misurare con quel primato, ma lo possono fare anche quelli del passato e, soprattutto, quelli del futuro.

Ecco che il tempo e i suoi record permettono di misurarci con la storia e tuffarci in quell’insieme di fascino e magia che fa sognare ad occhi aperti chi ama lo sport.

Se parliamo di golf Tiger Woods, l’atleta che nei primi anni duemila non aveva oggettivamente rivali, li ha trovati nei record di Nicklaus e Snead sulle pagine della storia del golf; Michael Phelps che in acqua ha sempre, o quasi, fatto in tempo a togliere occhialini e cuffia prima di vedere chi era arrivato secondo, ha vinto la sua sfida: essere l’atleta con più medaglie nella storia dei Giochi Olimpici.

Nessuno è rimasto sul tetto del tennis mondiale più dello svizzero Roger Federer e così via.

Tutte le discipline hanno record a volte battibili altre no, come il caso del 10 di Nadia Comaneci, il primo nella storia della ginnastica.

Ci sono quelli che sono arrivati quasi per caso e quelli ripetuti più volte, come nel salto con l’asta femminile, quelli di Yelena Isimbayeva, sfide estremamente avvincenti come quella di questi anni, a suon di prestazioni straordinarie, per il numero di palloni d’oro nel calcio tra l’argentino Lionel Messi e il portoghese Cristiano Ronaldo (rispettivamente 4 e 5) e quelli ottenuti sotto gli occhi del mondo come il 99 su 100 di Jessica Rossi dalla fossa olimpica del tiro a volo, nella finale ai Giochi Olimpici di Londra 2012.

Ogni disciplina ha i suoi record, poi ci sono sport dove in competizione si può vincere, pareggiare o perdere; un esempio? Il calcio.

Sport in cui puoi vincere o perdere come il tennis,  e in cui puoi solo vincere, come il golf o lo sci; ma in tutti c’è sempre una sfida, un record, che può essere in qualche modo battuto, superato, migliorato e fa si che nello sport anche dopo innumerevoli vittorie non si abbia mai vinto tutto, campioni a cui, anche se hanno vinto tantissimo, mancherà sempre qualcosa: la prossima vittoria, il record successivo… o forse, come diceva il Barone de Coubertin*, vincono tutti quando scendono in campo e si battono con tutte le proprie capacità.

Interrogativo, con una buona dose di suggestione al quale risposta non c’è se non quella personale che si da ognuno di noi!

*< Pierre de Coubertin “Le plus important aux Jeux Olympique n’est pas de gagner mais de participer, car l’important dans la vie ce n’est point le triomphe mais le combat; l’essentiel, ce n’est pas d’avoir vaincu mais de s’être bien battu” >




Tiger Woods

“Probabilmente il giro di golf disputato a dicembre che ha avuto più anticipazioni da sempre, la persona che ha avuto più attenzioni nella storia di questo sport e forse quella che ne ha necessitate di più, dopo 301 giorni Tiger Woods ritorna al golf competitivo.”

Queste le parole del commentatore con le quali è iniziato il primo giro del Hero Target Word Challenge, normalmente una gara di fine stagione; solo 18 giocatori, tutti invitati, un posto paradisiaco come Albany alle Bahamas, nulla di golfisticamente rilevante se non fosse per le tre righe sopra: è tornato sul percorso Tiger Woods, non solo per qualche iniziativa commerciale, ma in gara.

Sul campo Woods ha giocato quattro buoni giri, ha sofferto un po’ nel terzo, forse anche a causa del vento, ma ha dimostrato una discreta continuità.

Ora non resta che aspettare il 2018 e vedere se queste 72 buche sono state uno dei tanti ritorni senza essere competitivi o, finalmente, “Tiger is back!”

Tornando alle prime tre righe, “la persona che ha avuto più attenzioni nella storia di questo sport” potrebbe sembrare esagerato, ma non è cosi!

Senza alcuna intenzione di scrivere una biografia, non ne sarei in grado, vorrei soffermarmi su un dato: nel 1997, quando l’italiano Costantino Rocca percorreva Magnolia Lane per arrivare all’Augusta National Golf Club dove, poco dopo, sarebbe sceso in campo proprio con Tiger Woods (che poi avrebbe vinto) nel gruppo finale del Masters Tournament, sapeva che in caso di vittoria lo avrebbe aspettato un cospicuo assegno di $ 486.000.

Vent’anni dopo, pochi mesi fa, lo stesso assegno andato allo spagnolo Sergio Garcia ed è stato di ben $ 1.838.115

Questi circa 1.400.000 in più hanno un nome e cognome: Heldrick (Tiger) Woods. Il campione che ha rivoluzionato il golf facendolo diventare uno sport vero e proprio.

Può sembrare un’affermazione pesante anche questa, ma la preparazione fisica, prima di lui, non era ritenuta un aspetto fondamentale, nemmeno nel caso di atleti di altissimo livello. Con lui la pallina ha iniziato a cadere decisamente più lontano, rendendo il golf ben più spettacolare e appetibile per sponsor e diritti televisivi, schizzati subito alle stelle.

Per non parlare dello spirito di emulazione concretizzato nei tigrotti di peluche che sono comparsi sulla sacca di decine, se non centinaia, di migliaia di giovani in tutto il mondo.

Anche se, in realtà, solo uno aveva la scritta in tailandese “la mamma ti vuole bene”, cucita a mano dalla signora Kultida Woods.

Giovane, prestante fisicamente, fortissimo, con due genitori modello, una bellissima moglie, due figli stupendi e quell’aurea di imbattibilità tale da suggestionare.

Spesso, quando non riusciva a vincere, erano gli altri a farsi da parte, in una sorta di timore reverenziale che nei primi anni duemila era insormontabile per i più.

Poi il tonfo: la morte del padre, lo scandalo delle amanti, la separazione dalla moglie e i continui problemi alla schiena hanno fermato quella che sembrava una cavalcata inarrestabile.

I Libri della storia sportiva che già ne tessevano le lodi e ne dipingevano le gesta, cadono nell’ombra.

Ma ora, il ritorno: la sfida tra generazioni con Sam Snead per passare le 82 vittorie sul tour, quella con Jack Nicklaus per i 18 Major e quella con la storia per diventare il primo sportivo ad aver superato il miliardo di dollari guadagnati sono ancora li, in attesa di una conclusione ma, soprattutto, con ancora tante emozioni da regalare a tutti gli appassionati di sport nel mondo!

Come andrà a finire non lo si può sapere ma, sicuramente, di Woods rimarranno in luce più le vittorie che i momenti bui e, soprattutto, i tantissimi “eredi” che hanno iniziato a giocare ispirandosi a lui!

Per i più bravi e fortunati, che sono riusciti, o riusciranno, ad arrivare tra i primi del mondo, ci saranno anche un sacco di soldi! Per noi italiani che amiamo questo sport così come amiamo sognare, forse anche qualcosa di più…

la speranza che magari possa giocare la sua ultima Ryder Cup nel 2022 in Italia … nello sport i campioni regalano emozioni e speranze a volte impareggiabili!




Giovani campioni ma sempre con i piedi per terra.

Parlare di giovani e sport è sempre una pratica estremamente complessa e rischiosa.

Per iniziare prendo spunto da una recente visita che ho fatto, con la guida eccezionale del consigliere nazionale della Federscherma Alberto Ancarani, alla prima tappa del Circuito Nazionale Giovani di scherma.

Appuntamento che ha visto più di mille ragazzi presentarsi al Pala de Andre’ di Ravenna.

E’ indubbio che siano proprio i giovani il motore di gran parte delle discipline, che gli atleti di successo comincino la loro pratica agonistica in tenera età e che proprio questi ultimi siano l’ispirazione per molti altri a cimentarsi con lo sport nella ricerca di emulazione.

Fino qui tutto perfetto, un circolo virtuoso che avrebbe notevoli aspetti positivi: è naturale che lo sport, soprattutto per i ragazzi, aiuti a crescere come persona, a sviluppare l’indipendenza, la determinazione, la capacità di problem solving e tanto altro, senza parlare di uno stile di vita sano che ha risvolti positivi sull’intera società, a partire dalla salute.

Bisognerebbe fermarsi qui, in questo sogno ad occhi aperti. Purtroppo però ci sono anche tante problematiche che riassumerei in due filoni: quelli che “atleti di successo” non lo diventano e il rapporto con chi ti sta attorno.

Partiamo dal primo, che spesso è confuso solo con mancanze tecniche ed invece comprende tutte le variabili imprevedibili che la vita ci mette davanti. è necessario, dal mio punto di vista, muoversi in due direzioni: la prima è quella, sicuramente controcorrente, di alzare l’età nella quale si diventa “semi-professionisti”; ovvero seppur atleti formalmente dilettanti ci si dedica interamente all’attività agonistica.

La seconda invece è che le Federazioni e le D.S.A. si prodighino per la creazione di way out che possano consentire agli atleti di uscire dal periodo di agonismo trovando uno sbocco lavorativo.

Ammirabile in questa direzione è il progetto “La Nuova Stagione” del Coni, ma immaginate se ogni federazione ne avesse uno proprio anche in virtù della differente fascia d’età nella quale si esce dall’attività agonistica.

Il secondo punto invece è molto più difficile perché si entra in rapporti personali: quali quelli con i genitori e con i tecnici.

Non credo che il “proibizionismo”, il non consentire la presenza in e attorno al campo sia una soluzione ma credo molto di più nell’informazione, un processo senza dubbio lungo ma che può dare risultati definitivi.

Lungi da me dire che bisogna smorzare l’entusiasmo di genitori, tecnici etc. per le prestazioni di livello dei giovani atleti ma serve solo più consapevolezza in materia.

Secondariamente credo che si possa prendere un po spunto dai giovani della scherma.

Tra il fioretto femminile e la spada maschile mi hanno spiegato la grande facilità di accesso a manifestazioni nazionali; in questo modo le possibilità di mettersi in mostra anche per l’ultimo arrivato aumentano in modo esponenziale e si genera cosi un buon ricambio ai vertici giovanili.

Naturalmente chi è destinato a primeggiare continuerà a farlo, e l’Italia nella scherma lo fa nel mondo, ma un maggiore dinamismo potrebbe far ragionare di più che anche un baby campioncino non farebbe male a considerare di darsi altre possibilità e dopo tante stoccate metta a segno anche quella più importante di realizzarsi nella vita.




Il Tennis è Cool

A Milano vanno in scena i migliori 8 under21 del circuito; in realtà sono 7 più 1, ovvero la wild card concessa alla nazione ospitante: Gianluigi Quinzi, 21anni, ha dimostrato di meritarsela, non solo con le qualifiche, ma anche per l’ottima prestazione del giovedì pomeriggio contro il sudcoreano Chung.

“The future is now” è lo slogan presente nel padiglione che ospita l’evento e, sicuramente, di futuro li dentro ce n’è: a partire dai dai giocatori, che nei prossimi anni, con tutta probabilità, si giocheranno master 1000 e saranno protagonisti nei tornei dello Slam, fino al format della competizione, totalmente innovativo.

Ci saranno spunti interessanti.

Chi conosce il tennis è abituato a set che finiscono al sesto gioco vinto, settimo in caso di tie break; invece qui vince chi arriva a 4, punto.

Le partite però, si giocano 3 set su 5 come a Flashing Meadows o a Wimbledon, e non 2 su 3 come nella maggior parte dei Tornei.

Se la palla colpisce la rete in battuta, non si ripete proprio nulla. Meglio che cada nel settore giusto dall’altra parte della rete!

D’altronde anche il caso, o meglio la fortuna, vuole la sua parte.

Scompaiono anche i vantaggi; quando si è pari è colui che batte a scegliere la direzione ma, la vittoria o la sconfitta nel game, si giocano sul singolo punto.

Addio dubbi o punti contestati, “l’occhio di falco” segue ogni dritto e ogni rovescio, non si perde nulla e, su uno schermo, proietta inesorabile tutti i “close call”, i punti dove la palla si avvicina pericolosamente alla linea.

La possibilità di interagire con il coach, il tempo tra un punto e l’altro, quello per il riscaldamento e tanti altri aspetti, rendono il gioco veloce, ricco di colpi di scena e particolarmente avvincente.

La location, con tanto di DJ che movimenta il pubblico, la scarica elettrica in occasione di Break Point, la presentazione della partita e dei giocatori proiettano gli spettatori in campo, a sentirsi parte dello spettacolo che sta andando in scena.

Ritornando al motto “the future is now”, è indubbio che il formato è molto congeniale a chi non gioca a tennis, e magari non è in grado di apprezzare il gesto tecnico; ma allo stesso modo con dei cambi così repentini di risultato, richiede al giocatore in campo, per vincere, di dover uscire al meglio da molte più situazioni “on the edge”; questo genera colpi spettacolari, stimolando ancora di più il rischio.

Non penso che il numero di games giocati nella media sia particolarmente diverso da una partita 2 su 3 arrivando a 6 ma, sicuramente, le possibilità di vincerla o perderla aumentano di molto. Invece, quanto sia un vantaggio poter scegliere dove battere, rispetto al rischiare di perdere un punto senza perdere il game, bisognerebbe chiederlo a quelli che battono a 200km/h e non tanto a quelli, come chi vi scrive, che arrivano a malapena di là dalla rete.

Il cronometro tra un punto e l’altro, e nel riscaldamento, sicuramente aiuta a tenere alto il ritmo, generando spettacolo. Spettacolo è la parola chiave.

Al contrario, poter parlare con il coach, a mio modesto parere, è un’opzione più affine agli sport di squadra e, in questo caso, lascia un po’ il tempo che trova.

Esperimento riuscito dunque, portare a Milano il grande tennis.

Un’ottima opportunità colta dall’amministrazione regionale, che tanto sta facendo per lo sport.

L’esperimento per quanto riguarda le regole sta facendo discutere quindi, indipendentemente dalle applicazioni future, ha vinto la sua piccola sfida.

Certo non riseco a vedere il nuovo format sui prati di Wimbledon ma a Milano tutti hanno visto che il tennis è “cool”.

 




Nazionale Italiana: ripartiamo che forse è meglio…

ITALIA -SVEZIA: CADERE PER RIPARTIRE!

 

Un giorno che entra di diritto nella storia del calcio e lo fa per il peggior risultato della nazionale italiana a livello mondiale, dal 1958.

Era da sessant’anni infatti, dalla selezione guidata da Alfredo Foni, che l’Italia non mancava la qualificazione alla fase finale dei Campionati del Mondo e questa giornata dell’autunno milanese ha pareggiato questo triste record.

La Russia nel 2018 ospiterà la fase finale dei Campionati del Mondo di Calcio, ma senza l’Italia, senza quell’azzurro che fa sognare gli italiani.

Si usa spesso dire che in Italia ci siano sessanta milioni di allenatori ma il Commissario Tecnico che deve scegliere i convocati e i titolari è uno solo, solo in tutti i sensi, con tanta pressione sulle spalle data da quelle quattro stelle e da tutta la concorrenza. Alla fine si può fare bene o sbagliare, vincere, perdere o soprattutto pareggiare come contro la Svezia a San Siro.

Un pareggio che sancisce la fine del percorso mondiale e lascia tanta amarezza.

Con tutta sincerità non credo di avere le competenze tecniche per commentare le scelte di Gian Piero Ventura, troppo facile criticarlo ora.

Criticare i giocatori? Nemmeno!

Se sono stati convocati evidentemente erano e sono tra i migliori italiani a giocare a calcio, in molti non avrebbero saputo fare meglio.

Leggo anche dei commenti critici nei confronti del presidente Tavecchio e della FIGC, fanno sorridere.

La situazione del calcio è sotto gli occhi di tutti, da tempo, stadi mezzi vuoti, disaffezione e disinteresse, squadre che soffrono il confronto all’estero con capitali impareggiabili.

Le inglesi, le spagnole e alcune tedesche che la fanno da padrone in Europa e nel mondo.

Molte società hanno stadi non più funzionali e in alcuni casi inagibili mentre all’estero sorgono nuovi impianti innovativi e spettacolari.

La nazionale ha rispecchiato tutto questo nei suoi risultati.

All’inizio vinceva e non convinceva, quasi come se fossero le stelle sul petto a farci vincere più che il gioco sul campo, poi la palla ha deciso di non entrare più; tre goal nelle ultime cinque partite e lo 0-0 finale.

Non da Italia, quell’Italia che tutti vorrebbero vedere, quell’Italia che tutti sognano e che tutti vogliono nuovamente sul tetto del mondo.

Può sembrare un’impresa impossibile e sicuramente sarà difficile ma dopo il ’58 sono arrivati l’82 ed il 2006.

Vinceremo ancora il mondiale, ne sono sicuro, anche perché chi era allo stadio, ha visto uno spettacolo straordinario, non tanto in campo quanto sugli spalti, 73000 persone.

Lo stadio pieno, una rarità nell’ultimo periodo, una coreografia da brividi, l’inno italiano urlato da tutti, una squadra che è stata spinta verso la porta avversaria dal primo al 95esimo minuto.

Quando, dalle poltroncine della tribuna d’onore vedi che tutto attorno a te non si smette di cantare ed incitare allora capisci che, forse troppo tardi per i Mondiali in Russia, qualcosa è nuovamente cambiato.

Questa partita può essere davvero il punto di ripartenza per il calcio italiano.

Non lasciamo svanire il buono perché per tornare a vincere e convincere ci vogliono tutti: l’allenatore, i giocatori, i dirigenti ma anche i tifosi e con un tifo così si può davvero tornare grandi, è solo questione di tempo.

Forza Azzurri! Forza Italia!

 




Chi Ama lo sport può ancora sognare. 

Chi Ama lo sport può ancora sognare. 

Lo sport è allenamento, sacrifici, fatica e tanto altro per chi lo pratica.

Tutto questo genera spettacolo, uno spettacolo meraviglioso, per chi lo guarda.

Basti pensare alle decine di migliaia di persone che popolano gli stadi tutte le domeniche per guardare la performance di una ventina di atleti o a quelle che seguono le gare di Formula 1 così come il Motomondiale, disseminati lungo i chilometri di pista.

Anche il Golf, nel mondo, muove milioni di persone per vedere in prima persona, da vicino, il centinaio di atleti in campo nel corso dei quattro giorni di gara.

Quest’anno anche in Italia il risultato del pubblico è stato positivo con circa 70.000 spettatori che hanno varcato i cancelli del parco della Villa Reale di Monza, per assistere al torneo più importante che disputi sul territorio italiano.

Ogni disciplina ha una sua tipologia di tifoso-spettatore, gli estremismi di alcune partite di calcio li conosciamo tutti, con tanto di relative problematiche per l’ordine pubblico.

Sempre nel calcio, ultimamente è triste però vedere la disaffezione che si tramuta in stadi mezzi vuoti. Con grande piacere ho visto una eccezione per la Nazionale all’Olimpico di Torino qualche settimana fa.

Ma la piacevole sorpresa da “innamorato dello sport”, per quanto mi riguarda, non è arrivata dal calcio bensì dalla pallavolo femminile: Novara, 1° novembre, finale di Supercoppa italiana.

Il match vedeva contrapposta la squadra di casa Igor Gorgonzola Novara alla Imoco Conegliano.

In campo la partita ha regalato uno spettacolo straordinario, iniziato con la festa per l’800esima partita con le squadre di club di Francesca Piccinini, e seguito con un match giocato punto su punto con le giocatrici di casa subito in svantaggio di qualche punto ma capaci di recuperare e vincere il primo set; Conegliano ha poi conquistato i due set successivi, anche questi giocati fino all’ultimo tocco.

Quando nel quarto set sembrava che Conegliano potesse espugnare Novara, un lieve cedimento ha portato al tie-break. Il finale di gara è stato degno del miglior finale di un film: una battaglia sportiva fino all’ultimo punto, con match-point dall’una e dall’altra parte.

A vincere è stato il Novara, che fa seguire la vittoria della Supercoppa a quella dello Scudetto.

Molto bello l’atteggiamento delle giocatrici sempre positivo e sorridente, mai un rimprovero alla compagna che magari sbaglia un muro o azzarda troppo nel cercare le dita del muro avversario in attacco.

Spettacolo in campo, dunque, ma ancora di più lo spettacolo era sugli spalti, un palazzetto stracolmo di appassionati e tifosi che hanno supportato, senza mai smettere di cantare ed incitare le proprie giocatrici, per quasi tre ore di gioco e, ancor di più, senza mai tifare contro o sbeffeggiare la squadra o la tifoseria avversaria.

Spesso si sente parlare di fair play e le parole che vengono utilizzate suonano quasi sempre come parole al vento; in questo caso, abbiamo la prova che, anche se a volte può sembrare difficile, vedere partite senza scontri è un obbiettivo realizzabile basta sedersi sugli spalti di un palazzetto e guardare una partita di pallavolo femminile.

 




La “Ministra” Riscaldata

Il giallo sul titolo di studio della neo ministra Valeria Fedeli è durato poco, Lei stessa ammette candidamente, una svista, un copia incolla fatto male… e va beh, certamente in un governo come questo, ennesimo calderone di gaffe e di sberleffi agli Italiani, cosa conta un titolo di studio.

In effetti concordiamo con la ministra, il titolo di studio non conta, conta l’esperienza e le capacità che la persona che svolge il ruolo di ministro può portare nella gestione del suo mandato.

Noi non pensiamo che se una persona non è laureata sia un incompetente o un delinquente o peggio un incapace totale indegno di qualsiasi ruolo, noi siamo convinti che la capacità e l’esperienza possano davvero fare molto, sicuramente più di un  titolo di studio, che se non collegato ad esperienza e capacità, veramente non ha valore.

Noi riteniamo che un Ministro dell’istruzione debba essere un profondo conoscitore del mondo della scuola, debba avere esperienza diretta del ruolo di insegnante, debba conoscere le tematiche legate al mondo della didattica sia nazionale che internazionale, debba essere conoscitore del lavoro delle scuole non solo in relazione agli alunni ma anche alla complessità amministrativa che si cela dietro una scuola, debba avere chiaro dell’attuale stato di abbandono della scuola italiana e soprattutto del grandissimo disagio sia dei docenti che dei Dirigenti Scolastici, ma anche del personale di segreteria tutto, collaboratori scolastici compresi.

Queste cose nemmeno un laureato ad Harvard le saprebbe, e quindi chissene frega del titolo di studio del ministro, viva invece la sua esperienza.

Un’esperienza pluriennale nel mondo della scuola, ove ha ricoperto più ruoli, durante la quale ha potuto vivere direttamente e sentire quasi come un profumo tutte le componenti chimiche della scuola, comprendendone a fondo le meccaniche.

Per fare tutto questo occorre quindi avere l’esperienza della ministra, tre anni alla scuola materna, poi dal 1979 al 2012 come delegata sindacale per la CGIL, in vari ruoli legati al mondo del settore tessile, dal 2013 ad oggi senatore della repubblica per il PD…

“il mio punto di forza è l’ascolto…” ci dice la ministra, forse, ma non certo l’esperienza…

Ma quindi perché invece che scagliarsi contro i suoi titoli di studio non è stata valutata l’esperienza nella materia?

Forse perchè se andiamo a vedere l’esperienza di tutti i ministri allora ci mettiamo le mani nei capelli??? 

Forse perchè ancora una volta agli Italiani viene messo davanti un fatto compiuto?

Una volta ci dicevano o mangi la minestra o salti dalla finestra! 

Ebbene forse è ora davvero di saltare dalla finestra, probabilmente ci facciamo meno male che mangiando questa ministra riscaldata…