Settembre 11, 2026
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“Da soli non ce la facciamo”: la famiglia di Pietralata e la solitudine di chi si prende cura

La morte di un padre, di una madre, della loro bambina con disabilità e del cane di famiglia ci obbliga a porci una domanda: chi sostiene, davvero, chi trascorre la propria vita a sostenere un’altra persona?

A Pietralata, nella periferia est di Roma, un padre, una madre, la loro bambina di cinque anni con una grave disabilità e il cane di famiglia sono stati trovati morti nella loro abitazione.

Tutti presentavano ferite provocate da un’arma da fuoco. Nella casa sono stati rinvenuti una pistola regolarmente detenuta e alcuni scritti nei quali, secondo quanto emerso dalle prime ricostruzioni giornalistiche, i genitori avrebbero raccontato il proprio isolamento e la difficoltà di continuare a occuparsi della figlia: «Da soli non ce la facciamo». [1–3]

Spetterà alla Procura e ai carabinieri accertare con precisione la dinamica, le responsabilità e chi abbia materialmente sparato. Al momento della stesura di questo articolo, l’ipotesi investigativa è quella di un duplice omicidio seguito dal suicidio, ma gli accertamenti sono ancora in corso. [1–3]

È importante utilizzare parole precise. Non possiamo parlare semplicemente di “suicidio collettivo” o dire che “si sono uccisi tutti”. Una bambina di cinque anni non può scegliere di morire. È stata uccisa. Anche il cane è stato ucciso.

Questa precisazione non cancella la disperazione che sembra emergere dalla vicenda, ma impedisce che il dolore degli adulti faccia scomparire la soggettività e il diritto alla vita della persona più vulnerabile.

Una famiglia conosciuta dai servizi

Secondo quanto dichiarato dal presidente del IV Municipio di Roma, la famiglia era conosciuta dai servizi sociali e riceveva anche un sostegno economico. Non sarebbe quindi corretto sostenere, prima di conoscere tutti gli elementi, che nessuno sapesse o che nessun aiuto fosse mai arrivato. [2–3]

Il punto, forse ancora più doloroso, è un altro: essere formalmente “presi in carico” non significa necessariamente sentirsi accompagnati ogni giorno.

Un contributo economico può essere indispensabile, ma non sempre garantisce un aiuto concreto dentro casa. Non assicura automaticamente la presenza di un operatore, qualche ora di riposo, un servizio di sollievo durante la notte, un sostegno psicologico continuativo o una persona da chiamare quando la fatica diventa insostenibile.

Una famiglia può essere presente negli archivi dei servizi e, nello stesso tempo, sentirsi drammaticamente sola.

Milioni di famiglie sostengono una parte del Paese

Questa vicenda non può essere utilizzata per descrivere la disabilità come una tragedia o una condanna. La vita di una persona con disabilità conserva pienamente dignità, valore, relazioni e possibilità.

A diventare insostenibili possono essere l’isolamento, la mancanza di servizi, la precarietà economica e l’assenza di un sostegno adeguato per la persona e per chi se ne prende cura.

Secondo l’Istat, in Italia vivono circa 2,9 milioni di persone con gravi limitazioni nelle attività abituali. Una precedente rilevazione stimava in circa 2,3 milioni le famiglie nelle quali vive almeno una persona con limitazioni gravi. [4–5]

Le definizioni statistiche non comprendono nello stesso modo tutte le forme di disabilità e non coincidono automaticamente con la necessità di assistenza continuativa. I dati, tuttavia, permettono di comprendere quanto sia vasta la parte del Paese coinvolta.

Nel 2026 l’Istat ha contato più di 12 milioni di persone adulte che prestano gratuitamente qualche forma di aiuto a familiari, parenti, amici o conoscenti. Fra queste, circa 4,4 milioni sono caregiver familiari conviventi. Le attività considerate comprendono forme differenti di sostegno, dalla compagnia e dall’accompagnamento fino all’assistenza personale, sanitaria, domestica e burocratica. [6]

Dietro questi numeri ci sono genitori di bambini e adulti con disabilità, mariti e mogli che assistono il proprio coniuge, figli che si prendono cura di genitori anziani o affetti da Alzheimer, Parkinson, demenze e altre malattie croniche o degenerative.

Sono persone che somministrano farmaci, organizzano terapie, frequentano ospedali e ambulatori, affrontano notti senza sonno, compilano domande, aspettano risposte e cercano servizi. Molte riducono l’orario di lavoro o rinunciano completamente alla propria occupazione. Altre non possono più partire, uscire liberamente o ammalarsi.

Spesso tutto questo viene considerato una naturale manifestazione dell’amore familiare. Ma l’amore non può diventare la giustificazione per lasciare una persona sola ad affrontare un compito che richiederebbe una rete intera.

I caregiver non hanno bisogno di essere chiamati eroi. Hanno bisogno di non essere abbandonati.

La povertà non è soltanto economica

Il peso economico dell’assistenza è reale. Secondo l’Istat, circa la metà delle famiglie nelle quali vive una persona con disabilità riceve trasferimenti economici. Senza questi interventi, il rischio di povertà per tali nuclei salirebbe dal 20 al 32,8 per cento. [7]

Esiste però anche una povertà di tempo, di relazioni, di ascolto e di vicinanza.

Quando in una famiglia arriva una malattia grave o si manifesta una condizione che richiede assistenza continua, anche la rete sociale può progressivamente restringersi. Gli amici talvolta si allontanano perché non sanno che cosa dire, perché hanno paura della sofferenza o perché gli inviti vengono rifiutati troppe volte.

Le giornate della famiglia, intanto, vengono scandite dalle terapie, dalle visite mediche, dalle crisi, dalle pratiche amministrative e dagli imprevisti. Poco alla volta diminuiscono le telefonate, gli incontri e persino le domande più semplici: “Come stai tu?”, non soltanto “Come sta la persona che assisti?”.

Eppure quelle sono le persone di sempre.

Non sono diventate soltanto “la madre della bambina con disabilità”, “il marito della donna con Alzheimer” o “la figlia del malato di Parkinson”. Conservano desideri, paure, capacità, intelligenza e bisogno di amicizia. È cambiato il carico che portano, non la loro identità.

Accorciare questa distanza non richiede sempre competenze straordinarie. Può significare continuare a telefonare, portare una cena, occuparsi di una commissione, accompagnare qualcuno a una visita o trascorrere un po’ di tempo accanto alla persona assistita, quando è possibile, perché il caregiver possa riposare o uscire.

Soprattutto significa non sparire.

Quando l’aiuto esiste soprattutto sulla carta

Molte famiglie devono orientarsi in un sistema frammentato: sanità da una parte, servizi sociali dall’altra, poi scuola, Comune, Regione, previdenza e associazioni. Ogni realtà ha procedure, competenze, criteri, bilanci e tempi differenti.

Il sostegno può dipendere dal luogo di residenza, dal reddito, dalla gravità riconosciuta, dalla disponibilità dei fondi e dalla posizione raggiunta in una graduatoria.

Nel 2022 i Comuni italiani hanno destinato circa 2,4 miliardi di euro alla disabilità. Le risorse impiegate per i servizi rivolti alle persone con disabilità fino a 64 anni continuavano però a presentare forti differenze territoriali: circa 2.740 euro pro capite nel Nord-est, contro 1.070 euro nel Sud. [4]

Il luogo in cui una famiglia vive può quindi influire sulla quantità e sulla qualità dell’aiuto ricevuto.

Una graduatoria, inoltre, non può misurare fino in fondo la stanchezza di chi non dorme da mesi. Un contributo economico non sostituisce necessariamente un operatore domiciliare. Una telefonata periodica non equivale a un servizio di sollievo. Una presa in carico amministrativa non garantisce che qualcuno riesca ad accorgersi, in tempo, che una famiglia sta precipitando.

Il riconoscimento incompiuto dei caregiver

In Italia il riconoscimento nazionale del caregiver familiare è ancora un percorso incompleto.

Nel febbraio 2026 è stato presentato alla Camera un disegno di legge governativo per il riconoscimento e la tutela delle persone che assistono i propri cari. Al momento considerato, il provvedimento risulta ancora in esame parlamentare. [8]

La legge di Bilancio 2026 ha inoltre previsto un fondo di 1,15 milioni di euro per il 2026 e di 207 milioni di euro annui a partire dal 2027, destinato a finanziare futuri interventi legislativi di sostegno e riconoscimento del caregiver familiare. [9]

Esistono anche fondi, servizi e discipline regionali, ma rimangono differenze significative tra i territori. Il bisogno fondamentale è arrivare a una tutela nazionale effettiva e uniforme, capace di riconoscere non soltanto il valore sociale della cura, ma anche il diritto del caregiver alla salute, al riposo, al lavoro e a una vita personale.

Anche la medicina deve saper vedere

Medici di famiglia, pediatri, specialisti, infermieri e personale ospedaliero incontrano quotidianamente persone che si occupano di un familiare non autosufficiente.

Non possono risolvere da soli problemi sociali e assistenziali. Anche i professionisti della sanità lavorano spesso sotto una pressione enorme, con un numero crescente di pazienti e poco tempo a disposizione. Ogni persona incontrata porta con sé una storia difficile.

Eppure una domanda può aprire una porta: “Lei come sta? Riesce ancora a reggere? Chi le dà il cambio?”.

Il caregiver non dovrebbe essere considerato soltanto una risorsa gratuita sulla quale il sistema può fare affidamento. È una persona esposta al rischio di esaurimento, depressione, isolamento e malattia.

Quando emergono segnali di grave sovraccarico, il medico dovrebbe poter attivare rapidamente una rete composta da servizi sociali, assistenza domiciliare, sostegno psicologico e valutazione multidisciplinare. L’Istituto superiore di sanità ha evidenziato anche il ruolo che il medico di medicina generale può svolgere nell’individuazione e nella tutela della salute dei caregiver. [10]

Dire “non è di mia competenza” può essere formalmente corretto. Umanamente, qualche volta, può diventare l’ultima porta chiusa.

Comprendere non significa giustificare

Negli anni abbiamo conosciuto altre vicende nelle quali una persona ha ucciso il coniuge malato, un genitore anziano o un figlio con disabilità e poi ha tentato di togliersi la vita.

Ogni caso presenta circostanze diverse e deve essere valutato separatamente. Non possiamo spiegare automaticamente un omicidio attraverso il peso dell’assistenza. Non possiamo neppure trasformare la disperazione in un’assoluzione.

La sofferenza di chi assiste deve essere riconosciuta, ma non rende meno grave l’uccisione della persona assistita. La malattia e la disabilità non diminuiscono il valore di una vita.

Dobbiamo evitare due errori opposti: condannare senza provare a comprendere il contesto oppure utilizzare quel contesto per giustificare la violenza.

Comprendere serve a prevenire, non ad assolvere.

Significa imparare a riconoscere i segnali prima che la stanchezza diventi disperazione e prima che la disperazione si trasformi in un pericolo per sé stessi o per gli altri.

Che cosa dovrebbe cambiare

Non basta moltiplicare le dichiarazioni di dolore dopo ogni tragedia. Servono interventi concreti e continuativi:

  • un referente unico che coordini sanità e servizi sociali;
  • assistenza domiciliare proporzionata al bisogno reale;
  • servizi di sollievo programmati e disponibili anche nelle emergenze;
  • sostegno psicologico gratuito per caregiver e familiari;
  • verifiche periodiche sul benessere dell’intero nucleo familiare;
  • procedure più semplici e tempi certi;
  • una tutela nazionale uniforme del caregiver;
  • strumenti per conciliare lavoro e attività di cura;
  • protocolli che consentano ai professionisti di segnalare rapidamente le situazioni di grave sovraccarico;
  • reti territoriali capaci di mantenere vive le relazioni;
  • un punto di accesso immediato per le famiglie che dichiarano di non riuscire più a sostenere il carico.

La presa in carico non dovrebbe limitarsi a verificare se una famiglia abbia ricevuto un contributo. Dovrebbe domandarsi se quella famiglia dorme, se riesce a lavorare, se dispone di qualcuno da chiamare e se esiste una persona in grado di sostituire il caregiver almeno per qualche ora.

Il fallimento che ci riguarda, perché nessuno si salva da solo..

La nascita viene celebrata. La malattia, la perdita dell’autonomia e la morte vengono invece spesso allontanate, come se appartenessero sempre alla vita di qualcun altro.

Eppure quel “qualcun altro” può abitare sul nostro pianerottolo, lavorare accanto a noi, essere un nostro amico o sedersi nella sala d’attesa dello stesso ambulatorio.

A Pietralata quattro vite sono finite dentro una casa chiusa. Non conosciamo ancora tutta la verità giudiziaria e dobbiamo rispettare il lavoro degli inquirenti. Sappiamo però che, negli scritti attribuiti ai genitori, emerge un sentimento di solitudine e di incapacità di continuare.

Oggi piangiamo una bambina, sua madre, suo padre e anche il loro cane.

Ma il lutto non basta.

Se una famiglia arriva a percepire la morte come l’unica via d’uscita, significa che qualcosa si è spezzato molto prima. Il fallimento non consiste soltanto nel non aver compiuto un miracolo all’ultimo momento. Consiste nel tollerare che la cura diventi una prova privata, continua e invisibile.

Consiste nel chiamare amore ciò che, senza servizi e sostegni adeguati, rischia di diventare abbandono. Consiste nel ricordarci dei caregiver soltanto dopo una tragedia.

La domanda da porre, da oggi, non è soltanto: “Come è potuto accadere?”.

La domanda è: quale famiglia, proprio in questo momento, sta dicendo senza essere ascoltata: da soli non ce la facciamo?

 

Fonti

  1. ANSA, “Da soli non ce la facciamo”, sparano alla figlia e si uccidono, 31 agosto 2026.
  2. RaiNews, Roma, trovati i corpi di madre, padre e figlia di 5 anni: morti in casa con ferite di arma da fuoco, 31 agosto 2026.
  3. Sky TG24, Roma, strage familiare a Pietralata: padre, madre e figlia di 5 anni trovati morti, 31 agosto 2026.
  4. Istat, Giornata internazionale delle persone con disabilità – Infografica 2025, dati riferiti al 2023 e alla spesa sociale comunale del 2022.
  5. Istat, Conoscere il mondo della disabilità: persone, relazioni e istituzioni, 2019.
  6. Istat, Le reti di solidarietà e l’attività gratuita di cura in Italia, dati diffusi nel luglio 2026.
  7. Istat, Rapporto annuale 2022 – La situazione del Paese.
  8. Camera dei deputati, Disegno di legge n. 2789, Riconoscimento e tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri cari, presentato il 6 febbraio 2026.
  9. Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, Legge di Bilancio 2026: le principali misure per lavoratori, imprese e famiglie.
  10. Istituto superiore di sanità, Differenze di genere e salute nei caregiver familiari, aggiornamento 2025.

Autore

  • Katiuscia Vella è professionista nel settore della ricerca clinica e della gestione sanitaria. Clinical Research Coordinator presso l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena – Istituto Dermatologico San Gallicano e Direttore Scientifico ANAMEL, si occupa di ricerca, prevenzione, formazione e divulgazione scientifica. È autrice di articoli e del libro L’altra parte della storia.


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1 ha pensato a “Caregiver troppo soli in questo paese

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