Trump is still alive. Ma la polizia sapeva del cecchino…

Alziamo il braccio come Trump

Una giornata storica segnata dalla fortuna quella appena vissuta in Pennsylvania.

Per chi, come il Presidente Trump, crede nell’Onnipotente, segnata dalla volontà Divina.

Una giornata che ha permesso al mondo tutto di comprendere la forza di un uomo che non si piega mai.

Una giornata segnata dall’immagine di un uomo a cui era stato sparato in testa da pochi secondi e che si è rialzato con il braccio alzato in segno di vittoria per dare forza al suo popolo scevro del pericolo che lo aveva appena colpito più che sfiorato.

Una immagine che entrerà nei libri di storia e segnerà in modo indelebile il futuro degli Stati Uniti e del mondo intero.

Con l’attentato al Presidente Donald Trump il mondo, non solo gli Stati Uniti, è entrato in una nuova era.

In quel preciso momento la speranza di chi non crede che alla base dei rapporti fra le persone, i singoli Stati, vi debba essere il valore del rispetto delle tradizioni culturali a favore di un appiattimento su una unica visione della vita indistinta e senza radici, chi crede nella cultura della menzogna politica e della inversione fra bugia e verità a favore della propria parte, chi crede nell’uso del sistema giudiziario come ricatto o clava contro il “nemico”, chi crede di poter gestire i popoli attraverso la propaganda mediatica, chi parla di “libertà di pensiero” ma annichilisce il diritto di pensare, chi propugna e crede in questi non valori sa di avere davanti un leader che non ha paura di loro ed un popolo che, ancor più da oggi, sa di potersi affidare a lui le proprie sorti.

Quel braccio alzato è già entrato nella storia dell’umanità.

Intorno a quel braccio alzato si sono compattati valori e popoli che urlano da tempo il desiderio di non essere sfruttati, usati, strumentalizzati, presi in giro, impoveriti, usati come cavie, spremuti come limoni per favorire una green economy che di “green” non ha niente ma che vuota le tasche dei semplici a favore di pochi.

Questi esseri umani, persone che chiedono che le proprie tradizioni e la propria cultura venga rispettata, cittadini onesti, padri e madri, lavoratori con sogni semplici desiderosi solo di poter dare un futuro migliore ai propri figli, sanno che possono tornare a sognare.

Sognare un mondo con leaders che pensano ai propri popoli prima che a se stessi.

Donald Trump, per molti “il vero Presidente”, ha pensato al suo popolo prima che alla propria vita.

Non è scappato, ha dato forza a coloro che hanno temuto di aver perso un punto di riferimento.

Così facendo è diventato, ancor più credibile, ancor più punto di riferimento.

Al momento dello sparo mancavano 114 giorni alle elezioni presidenziali americane.

Per molti mancavano 114 giorni all’alba di un nuovo sogno di pace e di prosperità.

Chi ha idee diverse da queste ne ha diritto, ma farà bene a iniziare a rispettare chi è portatore di valori diversi e ponga termine allo strumento del denigrare per mettere fuori gioco all’avversario prima culturale e, solo dopo, politico.

“God and Country” è lo slogan dei sovranisti.

Uno slogan antico che permette di sognare moderno.

Intorno ad un braccio alzato che nulla ha ne di destra né di sinistra….. è solo un segno di forza nelle proprie convinzioni

Ignoto Uno

NdR dalle prima testimonianze raccolte dall’FBI di spettatori presenti la polizia era stata informata della presenza del cecchino ma non si è mossa!!!

 

https://tg24.sky.it/mondo/2024/07/14/attentato-trump-pennsylvania




Dove va la chiesa?

Che strada prenderà la “Chiesa sinodale”

voluta da Papa Francesco?

 

Oggi nel mondo “progressista” l’imperativo culturale è di essere nell’ordine: ”inclusivi”, “resilienti”, “sostenibili”, “green”, “accoglienti”, “politically correct”, ovviamente “antifascisti” e – se vogliamo essere al top del progressismo – anche “democratici” con tanto di tessera. Un tocco di cultura “woke”, giusto per utilizzare un termine esterofilo, non guasterebbe, ma da noi in Italia è ancora poco conosciuta, anche se c’è da ritenere che arriverà presto.

Con una simile carta d’identità si può stare certi che si finisce sulle pagine dei principali quotidiani di sinistra, come pure nei dibattiti delle variegate reti televisive presenti sul mercato. Infatti, nel nostro incompiuto bipolarismo odierno abbiamo: da una parte coloro che si ritengono “progressisti”, cioè i depositari del futuro luminoso già intravvisto da Marx, Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot e da tutti gli epigoni delle svariate e sanguinarie rivoluzioni comuniste. Dall’altra i più modesti e moderati “conservatori”, alcuni dei quali non sempre sinceri, con le loro sfaccettature di centro, centro-destra e destra fino alle ali più estreme, ali che esistono del resto anche a sinistra.

Perché tutta questa premessa su destra-sinistra in un articolo che dovrebbe parlare del Papa? Perché legittimamente sempre più cattolici italiani, ma anche di tutto il mondo, si stanno interrogando se il pontefice attuale, Francesco, al secolo Jorge Maria Bergoglio, sia un po’ troppo “progressista” e se abbia intenzione di cambiare dall’interno, in maniera radicale, la Chiesa a lui affidata come successore dell’apostolo Pietro.

Non vorremmo essere irriverenti verso questo pontefice venuto “da molto lontano”, che nei fatti, sin dai primi giorni, si è dimostrato “rivoluzionario” se non addirittura eversore della tradizione apostolica cui eravamo abituati a conoscere con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI. Infatti ha concesso interviste al direttore di Repubblica, Scalfari, che non registrava ma mandava a memoria le sue risposte e poi le proponeva “molto liberamente” in lunghissime interviste non smentite dall’autore. Forse per questo sono iniziate a fare capolino affermazioni deflagranti che ci hanno stupito.

Saltando il “chi sono io per giudicare”, riferito a un gay “che cerca Dio”, Francesco non ha aggiunto che per evitare il peccato mortale e il rischio di “finire all’Inferno” sia opportuno che lo stesso gay smetta di compiere atti di amore omosessuale. Sembra del resto, non avere ricordato ai fedeli che la “castità” è un valore che si riferisce a tutti, eterosessuali e omosessuali, donne e uomini, sposati e single, consacrati o semplici credenti. Per lo più, il Papa evita di richiamarlo apertamente, così che sembra che la castità sia scomparsa dal “radar” ecclesiale. Ebbene, muovendo verso l’oggi dopo la follia della adorazione in Vaticano della Pachamama, una sorta di divinità delle tribù amazzoniche, davanti alla quale scandalosamente si sono inchinati preti e vescovi, prelati e semplici chierici. Nessuno si è dimenticato della “apertura” alle coppie irregolari, dove in pratica la situazione di evidente e aperto adulterio viene accettata e giustificata visto che possono prendere la comunione. Come anche la “benedizione delle coppie omosessuali” fatta di nascosto, senza ufficialità ma comunque fatta da un prete, una specie di preludio alla accettazione futura del matrimonio omosessuale perché “Dio accetta tutti tutti tutti, così come sono”,

Queste le parole spesso usate dal Numero uno in Vaticano verso gli LGBTQ+ …

E che dire della benedizione delle politiche green, come pure dei vaccini per il Covid definiti da Francesco un “atto d’amore”? Oppure del sostegno aperto alle tesi del World Economic Forum con le politiche antiumanistiche sul “grande reset”? E, andando avanti con le stranezze verso le quali Francesco ci ha abituato, come valutare le scelte accomodanti con la Cina tramite l’accordo bilaterale col quale, di fatto, il governo cinese mette becco sulla scelta di vescovi potendo imporre quelli “amici” del regime?

La novità più recente, e forse più importante, è quella odierna che riguarda la terza fase del Sinodo dei vescovi che si terrà in ottobre.

Orbene, anche qui la novità grossa è che Francesco sta imponendo una “agenda” ecclesiale basata sul concetto che la mentalità “sinodale” dovrebbe essere quella che regge e orienta la Chiesa del futuro, secondo la quale, il ruolo della gerarchia “Papa, Cardinali, Vescovi, Parroci ecc.” viene ridotto quasi a, e dove a imperare in una sorta di nuovo “parlamento ecclesiale” è appunto l’assemblea sinodale all’interno della quale tutti possono dire la loro. Curiosamente, quasi si arriva a utilizzare il principio grillino dell’ “uno vale uno”, nel senso che l’ultimo dei fedeli potrebbe essere portatore di una visione di valori e di istanze reputate equivalenti o superiori a quelli espressi dalla stessa gerarchia, la gestione dei fedeli potrebbe essere affidata a una sorta di assemblea di base all’insegna di un inedito “politically correct” ecclesiale.

Perché ci soffermiamo su questi aspetti? Perché la visione di Francesco, almeno ciò che si lascia intuire, è quella di spostare l’asse culturale e gerarchico della Chiesa cattolica verso una sorta di “progressismo inclusivo e resiliente”, dove si prefigurano senza dirlo apertamente, una nuova struttura ecclesiale in stile protestante, con il Papa non più apertamente considerato Vicario di Cristo in terra e coi pieni poteri a lui conferiti “Ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”, ma una sorta di primus inter pares, che dialoga con luterani, ortodossi, evangelici e similari quasi alla pari, rinunciando nei fatti all’autorità conferita a Pietro e ai suoi successori un paio di migliaia di anni fa da Gesù in persona.

Sarà giusta questa interpretazione progressista della Chiesa di Francesco? Oppure la sua “Chiesa sinodale” è una forzatura riduttiva e snaturante della Chiesa tradizionale che abbiamo sin qui conosciuto? Lo “strumento di lavoro” del Sinodo varato nei giorni scorsi lascia aperte molte domande su questioni quali ruolo della gerarchia, assemblee sinodali, ruolo delle donne, accoglienza e integrazione dei gay e di tutte le minoranze possibili e immaginabili. Nel frattempo con i riottosi che cercano di resistere alle sue novità, definite “processi”, Francesco ci va giù pesante e con chi non “si allinea”, è forse un esempio mons. Viganò e diversi istituti religiosi maschili e femminili “tradizionalisti”, arrivano scomuniche, espulsioni dallo stato religioso, confisca dei beni dei monasteri, riduzione sul lastrico di interi gruppi di suore o religiosi colpevoli di essere legati ai loro carismi all’ “antica”.

Per i credenti “normali”, come probabilmente molti di noi sono, il momento è molto preoccupante ma anche promettente.

O la Chiesa prende coscienza che qualcosa di profondo sta avvenendo, oppure c’è il rischio che fra qualche anno o decennio ci sveglieremo e scopriremo che quella istituzione spirituale voluta da Gesù si sia trasformata in una specie di gigantesca Ong, se non peggio ….

Molti lo temono, altri sono fiduciosi che non accadrà.

Non praevalebunt, ovvero le porte degli inferi non prevarranno.

Il Credente




I Patrioti

Gentile e Croce vs Schlein e Conte

Nel parlamento europeo si è formato un nuovo gruppo denominato “patrioti”.

Interessante notare l’immediato attacco da parte dei media italiani, una vera e propria azione di “Killeraggio” quella che alcune testate hanno intrapreso nei confronti di questa nuova e numericamente rilevante compagine politica.

“Camerati” sono stati definiti i suoi membri.

Questo atteggiamento mediatico porta chi scrive ad attuare una semplice azione di sillogismo.

Il ragionamento deduttivo della logica aristotelica è, di questo sono certo, un utile impegno della mente, peccato che sia sempre più sconosciuto sia ai cosiddetti intellettuali che a molti, quasi tutti, i leaders politici italiani.

La premessa è che i parlamentari appartenenti a questo gruppo sono stati eletti attraverso libere elezioni nelle loro nazioni. Certamente questo vale per i leghisti, partito che ha aderito ai Patrioti nel parlamento europeo.

L’affermazione maggiore, o “a contrasto”, di chi è ostile alle idee proposte da detto gruppo può essere ridotta a sintesi in queste parole: “sono camerati”.

Affermazione ad effetto e, almeno per chi scrive, calunniosa.

Solo per rispetto del lettore affermo di aver votato il generale, ora onorevole, Vannacci e di essere graniticamente antifascista.

Anzi di sentirmi fortemente calunniato se accostato al concetto di “camerata”.

Essere cristiano liberale, per i palati più fini direi Crociano, è assai vicino a molte delle posizioni dei Patrioti nel parlamento europeo ed assai lontano dai fascisti, neo o ante litteram che siano.

In fondo sono proprio dei membri della gioventù vicina al partito della Premier ad essere stati notati per atteggiamenti richiamanti il famoso ventennio è la Meloni parrebbe voler appoggiare la candidatura tanto amata dai ben pensanti della Von der Leyen. Fatto che rende la Premier poco attaccabile da molti.

Tornando, però, al sillogismo presente in questo mio ragionamento, la conclusione che ne deriva necessariamente è che gli elettori che hanno votato per i partiti che hanno aderito a questo gruppo, in Italia la Lega, sono dei “camerati”, cioè dei fascisti.

Fatto che nelle righe precedenti ho escluso per buona parte di coloro che si sentono rappresentati da chi propone quelle idee. Idee Crociane per l’appunto.

Furono Benedetto Croce e Giovanni Gentile, infatti, i principali filosofi dell’idealismo italiano.

Impossibile non notare, almeno per chi ha la passione per Giovan Battista Vico e la sua teoria sui corsi e ricorsi storici, le similitudini fra il periodo in cui i due filosofi formarono il loro pensiero contrapposto al positivismo e quanto vediamo accadere oggi nel nostro occidente.

L’idealismo, infatti, si formò come reazione al positivismo agli inizi del ventesimo secolo esattamente per merito di Giovanni Gentile e Benedetto Croce.

Confronto che i due scienziati del sapere affrontavano anche pubblicamente attraverso i loro scritti sulla rivista La Critica.

Entrambi ritenevano che le teorie dominanti, al tempo il positivismo, fossero pericolose e deteriori.

Oggi per molti le ideologie gender e green causano la stessa reazione.

Proprio quel costruttivo confronto permise il formarsi di una teoria contrapposta a quella allora dominante.

Pensiero che, da follower direbbe gli esperti di marketing di oggi, divenne maggioritario e che i ben pensanti del tempo cercarono di reprimere.

Di nuovo chiare le analogie con l’oggi.

Il pensiero idealista di Gentile e Croce trovava origine nelle teorie filosofiche di Hegel, sarebbe stato saggio al tempo confrontarsi con le stesse e non cercare di minimizzarle, reprimerle.

Detto percorso intellettuale voleva contrapporsi al marxismo ed al materialismo, ne aveva lo spessore, la qualità intellettuale.

Ridurlo a “barzelletta da reprimere” ha permesso ai più esaltati di prendere il sopravvento sui più moderati, lo conseguenze le abbiamo subite tutti.

Croce e Gentile, proprio per questo elemento denigratorio, presero strade diverse.

Il primo fu mentore del pensiero liberale e conservatore, il secondo divenne parte del partito fascista pur se più orientato ad una idea di liberismo quasi mazziniano.

Ne scrivo oggi perché il tanto parlare a vanvera, si usa definirli slogan, oltre ad essere spesso calunnioso è, anche, assai privo di spessore . Inoltre assai pericoloso per la tenuta democratica di molti Stati occidentali.

Le parole vengono usate come “clave” da chi detiene il cosiddetto potere.

Essi ritengono le stesse strumento di denigrazione e di annichilamento di colui che è portatore di un pensiero opposto.

In fondo hanno solo paura di perdere i benefici del potere.

Tutto questo, ovviamente, facilitato da un sistema mediatico oramai più propenso a fare propaganda per la propria parte che a mantenere un ruolo “terzo” utile al confronto fra idee opposte e, così facendo, porsi come garante del libero scambio di opinioni. Elemento questo cardine della tenuta democratica.

Facile, infatti, dare del “camerata” o del “cospirazionista” in assenza di contraddittorio. Facile ma assai pericoloso nel medio periodo.

Oggi i vari esponenti della sinistra italiana ed europea ritengono, esattamente come al tempo, che l’arte del denigrare garantirà loro il mantenimento del potere.

Io, cultore del confronto democratico, vivo questo loro espediente come la ripetizione di un errore storico.

Ignoto Uno




Tre proposte da appoggiare

In scadenza i termini per la raccolta firme di tre importanti proposte di legge di iniziativa popolare.

I media ed i partiti dell’arco parlamentare tacciono.

Nel più stridulo e rumoroso silenzio dei Media e di tutti i partiti dell’arco parlamentare stanno per scadere i termini per la raccolta firme di tre importantissime proposte di legge popolare.

  • Diritto alla libertà di pagare in contanti
  • Stop all’indottrinamento Gender nelle scuole
  • Diritto all’autoproduzione del cibo Proposte di legge annunciate in Gazzetta Ufficiale 23AO6500 G.U. Serie Generale 274 del 23/11/2023 le cui firme possono essere raccolte da tutti i cittadini aventi diritto al voto, dal 15 Gennaio 2024 fino al 15 Luglio 2024 presso tutti gli uffici elettorali dei propri municipi e comuni.

Scarsa ed insignificante l’informazione che i media hanno svolto per queste proposte di legge, complici anche tutti i partiti dell’arco parlamentare, che ben si son guardati dal promuoverli, nonostante il grande interesse che questi temi hanno trovato nella maggioranza cittadini.

Proposte di legge che rafforzano fortemente la volontà popolare, rilevabile anche in maniera determinata, dalle espressioni di voto risultate dalle ultime tornate elettorali.

Ricordiamo che nelle politiche dello scorso anno si è assistito ad un forte cambio di passo che i cittadini hanno voluto dare attraverso il voto, bocciando tutti quei partiti che hanno promosso o imposto le politiche green, che arriverebbero addirittura ad imporre il veto alla autoproduzione di cibo, alle politiche economiche finanziarie, con l’assurda restrizione all’uso dei contanti ed alle politiche sociali con l’indottrinamento gender nelle scuole, in nome di innaturali introduzioni di genere oltre al naturale maschio e femmina.

Voto che nonostante il sensibile cambio di passo che i cittadini hanno voluto dare con il voto, non ha sortito i risultati sperati, avendo il governo eletto, continuato proprio quelle politiche che i cittadini votanti avevano bocciato.

Democrazia rappresentativa dei cittadini o di lobby di potere?

Sembra essere questo il quesito che tanti si pongono.

Non a caso alcuni movimenti di cittadini, in tutto il territorio nazionale, hanno sentito l’esigenza di proporre queste proposte di legge fuori dalle sigle dei partiti, e seguendo le regole che lo stato impone per la presentazione di leggi di iniziativa popolare.

Un sistema che identifica la volontà di partecipazione ad un cambiamento che non trova riscontro nella politica, tanto da far nascere il successo di quel libro scritto, in maniera semplice, rappresentando il pensiero di quella grandissima maggioranza di Italiani, stanca di leggi assai discutibili, innaturali, complicate, burocratiche e fortemente restrittive, e troppo spesso non fruibili, che forse servono solo a far cassa, complicando la vita dei cittadini oramai assai indispettiti.

Libro che ha raggiunto in Italia record di vendite talmente elevate che forse a suscitato un certo fastidio a blasonati scrittori, giornalisti e conduttori, che giammai hanno provato l’ebbrezza di simili numeri.

Libro, assai chiacchierato, sembrerebbe in maniera particolare da chi non lo ha letto, più per principio ideologico o di politicamente corretto, che da tutti i cittadini che lo hanno acquistato.

Libro che ha dato un così grande successo al suo autore, da essere stato brillantemente eletto alle recentissime elezioni Europee.

Ritornando al tema del titolo, non entriamo nel merito delle tre proposte di legge, dal momento che sarebbe impossibile in un semplice articolo descriverne contenuti effetti ed altro.

Siamo certi che se ci fosse stata una opportuna informazione seguiti da democratici dibattiti, con pro e contro, i cittadini si sarebbero potuto farsi un’idea.

Oggi, è più difficile, dati i tempi, ma l’opportunità di promuovere leggi di iniziativa popolare, che poi possano essere discusse in parlamento ed eventualmente modificate prima della sua definitiva approvazione, sarebbe un bel salto di democrazia e civiltà.

Per cui recarsi nei propri rispettivi comuni o municipi, che non possono rifiutarsi o disconoscere, e chiedere di apporre le firma per le proposte di legge sopra citate, significa esercitare uno dei diritti democratici.

Riflettere tuttavia che in Italia le informazioni prendano strane strade, lo si evince anche dalla imminente scadenza al 30 giugno 2024 per chi vuole opporsi al trasferimento all’interno del fascicolo dei suoi dati sanitari raccolti tra il 2012 ed il 19 maggio 2020. Ricordiamo che per farlo, si deve seguire la procedura sul sito “www.sistemats.it”.

Una procedura assai complessa, anche se descritta come semplice, e che a detta di molti richiede tempo e non sempre va a buon fine, costringendo l’esecutore a ricominciare o a lasciar perdere.

Sarà questo il motivo per cui al 25 giugno coloro che si sono opposti erano 90.640 (dei quali 6.371 minorenni), lo 0,15% degli italiani?

O forse non tutti sono a conoscenza che bisogna opporsi e che la scadenza è il 30 giugno?

Chiedersi come mai bisogna opporsi ad un inserimento all’interno di un fascicolo che contiene dati sanitari, piuttosto che richiedere l’inserimento, come forse sarebbe ovvio, anche per far esprimere una volontà democratica di scelta, lascia aperte tante ipotesi, tutte percorribili, che esulano da quella che viene proposta come una “opportunità”, specialmente alla luce dei trascorsi evidenziati da quel discutibile periodo che vide la nascita del “greenpass”.

Si tratterà forse di un Green pass occulto?

Ettore Lembo




Caso Ustica, uno fra tanti

 

Sui cieli sopra il tratto di mare fra Ponza ed Ustica il 27 giugno 1980 alle 20.59 viaggiava il volo di linea IH870 della compagnia aerea Itavia.

Era partito da Bologna, avrebbe dovuto atterrare a Palermo.

Decollò con due ore di ritardo, ore fatali per le 81 persone che si trovavano a bordo di quel DC9.

Sono passati 44 anni ed ancora la nostra Patria è alla ricerca della “verità” su cosa sia veramente successo a quel “maledetto volo”.

Anni di cordoglio, depistaggi e tante, ma veramente tante, parole vuote.

La verità su quanto è accaduto nei momenti precedenti la strage non è mai stata fatta emergere da chi, certamente esiste, in Italia ed all’estero, avrebbe potuto documentarla alle autorità competenti.

Anche da questo si comprende che quella “verità”, qualsiasi essa sia, almeno fino ad oggi, non è possibile farla emergere.

“Qualcosa” o “qualcuno” lo impedisce.

Tanti i “segreti” nella nostra Italia, il “caso Ustica” non è altro che uno di questi.

Segreti in alcuni casi oramai “datati”, potrebbero essere definiti “inerti”, ed in altri assai più “recenti”, vivi nelle dinamiche politiche interne e nei rapporti fra la nostra Patria e gli altri Stati.

Molti i servitori dello Stato che, per “interessi di Stato” o per “interessi privati”, si impegnano per impedire che queste “verità” emergano.

La Repubblica, in alcuni casi, si tutela anche con la “negligenza” e “smemoratezza” di alcuni suoi servitori, in altri casi detta “negligenza” e “smemoratezza” non è a tutela della Patria ma di “alcuni” nella Patria ed è causa di rischi per il popolo italiano.

Certamente queste “smemoratezze”, tutte, causano ferite che rimangono aperte, non solo nelle famiglie che le hanno subite, molto più profondamente nella tenuta sociale della nazione.

Quasi sempre le stesse sono vere e proprie “bombe di profondità” che rischiano di “esplodere” soprattutto se il quadro in cui si sono formate dovesse subire radicali cambiamenti.

Gestire il giusto equilibrio fra la necessità di “giustizia” e la altrettanta forte necessità di “stabilità” del sistema democratico è un lavoro da “esperti”.

Esperti che devono basare i loro comportamenti seguendo gli insegnamenti che Kant ha dato sull’equilibrio fra etica ed estetica nei suoi mai troppo compulsati testi.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto commemorare l’ennesimo anniversario di una “strage senza risposta”, piuttosto che di uno dei tanti “misteri senza risposte” passati dentro la storia della nostra nazione, con queste parole “La Repubblica non si stancherà di continuare a cercare e chiedere collaborazione anche ai Paesi amici per ricomporre pienamente quel che avvenne”.

Parole usate in memoria della strage di Ustica, ma adatte per tanti altri momenti non chiari della nostra Italia.

Una Patria ove gli “irrisolti” sono molto più frequenti dei “pienamente risolti”.

Il 27 giugno è stato l’anniversario del “caso Ustica”, ma rappresenta anche una data simbolo, fra tante nella nostra Italia, della incapacità della nostra Patria – quantomeno se essa si rappresenta attraverso il suo sistema istituzionale, burocratico ed intellettuale – di rispettare se stessa.

Il giorno in cui il sistema socio politico italiano saprà fare il necessario cambio di passo la nostra Patria potrà aprirsi a nuovi e più ampi orizzonti.

Quel giorno, se mai arriverà, sarà quello in cui noi italiani sapremo rispettare noi stessi dando dignità istituzionale vera e profonda alle nostre azioni.

Quel giorno, se mai arriverà, sarà quello in cui noi italiani sapremo rispettare noi stessi dando concretezza alle parole, quelle sempre tante, della nostra classe politica ed intellettuale attraverso comportamenti adeguatamente coerenti alle stesse parole usate.

Quel giorno, se mai arriverà, sarà quello in cui noi italiani sapremo rispettare noi stessi e, conseguentemente, potremo iniziare a guardare gli altri da pari.

Essere dei “pari”, non far finta di pensare di esserlo o, addirittura, senza l’adeguato standing istituzionale, voler imporre agli altri popoli, Stati, di riconoscerci un ruolo che essi non reputano noi aver diritto di avere.

Fino a quando non sapremo rispettare noi stessi attraverso una reale e forte coerenza fra il dichiarato e l’azione non saremo dei “pari” ma, esclusivamente, dei “parvenue” quando non, addirittura, dei “sudditi”.

Troppo frequentemente noi italiani abbiamo dovuto prendere atto che gli altri Stati, europei in primis, ci “guardano” come dei “parvenue”, appunto.

In queste ore, chi scrive lo teme, a questo sgradevole ruolo parrebbe che la UE27 ci abbia relegato.

In queste ore, allo stesso tempo, come non ricordare quel “triste” bacio sulla fronte che la Premier Meloni ha accettato recentemente di subire dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

In queste ore, allo stesso tempo, come non ricordare quel nefando intervento fuori misura di chi l’Italia deve rappresentare e proteggere al G20 in India nei confronti del “autarca” Putin. Certamente “autarca” ma, comunque, Presidente di una della tre super potenze al mondo. Intervento pariteticamente fuori tono di quello di Biden allorquando definì il leader della Federazione Russa un “macellaio” senza, però, essere il Presidente di un’altra delle, sempre tre, super potenze al mondo.

Tante le parole dei media, parole che sembrano sempre più propaganda e non cronaca, per rappresentare agli italiani la “grandezza italica”, i fatti, però, raccontano altro.

Raccontano di una nazione che si auto incensa ma sta implodendo.

È stato il 27 di giugno ed abbiamo commemorato con ripetuto dolore e cordoglio le vittime di quel “irrisolto caso”, uno fra tanti.

Niente di più nell’Italia di oggi.

 

Ignoto Uno




Make Europe Great Again

 

Alla festa per i cinquanta anni del quotidiano Il Giornale, l’ex Sottosegretario di Stato statunitense del 2020, Mike Pompeo ha affermato che “Alle prossime elezioni vincerà Trump. L’attuale presidente ha messo in pericolo l’America, quindi tra Biden e Trump vincerebbe Trump”.

Un Pompeo, a dire il vero, che i frequentatori assidui della Florida dicono non in grandi rapporti con Trump che parrebbe ritenerlo assai bene informato su quello che l’inquilino di Mar a Lago chiama “the fraud”, cioè i brogli elettorali che lo stesso non si dimentica mai di menzionare e che incolpa della sconfitta nel 2020.

Mentre a Milano si parla delle elezioni presidenziali americane in questi termini, a Roma la Premier italiana riceve il Premier ungherese.

Incontro realmente importante questo visto che la Presidenza di turno del Consiglio Europeo sarà assunta dal 1° luglio proprio da Viktor Orban.

Un leader che ha scelto uno slogan assai simbolico come linea guida del “suo” semestre.

“Make Europe Great Again” (MEGA), questo lo slogan.

Slogan che allinea l’azione politica del Consiglio Europeo a quel “MAGA” simbolo da sempre della politica di Donald Trump.

Orban è Primo ministro in Ungheria sin dal 2010, lo era già stato dal 1998 al 2002, avvocato, sposato con cinque figli, tiene molto alla sua appartenenza alla chiesa calvinista ed a rimarcare come sua moglie e quattro dei suoi figli siano cattolici.

Il quinto è pentacostale.

Da molti in Europa marchiato come “autocrate” almeno in famiglia sembra evidente che non imponga la sua “dittatura”.

A dire il vero il partito del premier ungherese alle ultime elezioni europee ha perso otto punti percentuali e due seggi rispetto a quelle del 2019, fatto che non sembrerebbe tipico delle “dittature”.

In Europa Orban viene definito con un’altra delle parole denigratorie dei “più buoni”, quel “populista” che marchia a fuoco tutti coloro che non si allineano al pensiero dominante a cui si abbina quel “filo putiniano” che, sempre i “più buoni” usano per denigrare chi, molto più semplicemente, ha l’ardire di credere che vi siano altre soluzioni a quella di tirare missili ed uccidere esseri umani per risolvere il conflitto ucraino, in sintesi evitare di dare del “macellaio” al presidente nemico e convocare un tavolo di tregua che non abbia le caratteristiche del “comitato appalti”.

In fondo, comunque, tutti i leaders mondiali che non si sono adeguati al “pensiero unico” che si origina nell’attuale amministrazione statunitense vengono immediatamente marchiati come “filo Putiniani”.

Passaggio, questo, per i “più buoni” intermedio per arrivare ad annoverarlo nel gotha dell’estrema infamia, quello di essere definito “Trumpiano”.

Da “Trumpiano” a “cospirazionista” il passo, poi, sarà ancora più breve.

Viktor Orban, però, pur se marchiato a fuoco dal sistema dei “più buoni”, non si cura della campagna di stampa occidentale che lo vuole ricoprire di fango e continua a perseguire il suo modo di pensare.

L’OCSE ci aiuta a comprendere le cause di questa sua “sicurezza”.

L’Istituto Economico Europeo indica, infatti, una crescita del PIL ungherese nel 2024 del 2,6%.

L’Italia, sempre secondo l’OCSE, si attesterà a 0,7%.

Il dato più rilevante, però, è quello del rapporto fra PIL e debito pubblico che in Ungheria è del 70,9%, nella nostra amata Patria è al 137,3% tanto è vero che pochi giorni fa l’Unione Europea ha aperto una procedura di infrazione per l’Italia per deficit eccessivo.

Molti i leaders politici europei che, magari senza volerlo far sapere, cercano una diretta interlocuzione con colui che, parrebbe sempre più probabile, sarà il prossimo presidente della Casa Bianca.

Viktor Orban il 10 marzo scorso fu ricevuto a Mar a Lago con tutti gli onori e definito da Trump come “un grande leader”.

Immediato fu il controcanto di Joe Biden che definì il leader ungherese come “Un aspirante dittatore”, affermazione che proviene da uno che in Stati Uniti viene ritenuto da almeno un 30% degli aventi diritto al voto come qualcuno che siede alla Casa Bianca a causa di brogli elettorali.

Giudizi, in ogni caso, che misurano la distanza delle linee politiche non solo tra i due sfidanti per la Casa Bianca ma anche fra gli attuali leaders che in Europa si allineano alla politica interventista in Ucraina e chi, al contrario, oserei dire con maggiore pragmatismo, reputa che salvaguardare il popolo ucraino non possa che passare che da un tavolo di trattativa alla presenza di Stati Uniti e Federazione Russa, fatto che sarebbe stato assai più democraticamente corretto se in costanza di un Presidente ucraino nel pieno del suo mandato istituzionale e non in prorogatio.

Tavolo di pace che, questo dovrebbe essere l’auspicio, sia attento agli interessi dei cittadini ucraini molto più che a quelli delle grandi aziende occidentali famelicamente lanciate nella “ricostruzione della terra Ucraina”.

Ad oggi, la precisione in queste cose è tutto, sono solo due i leaders europei che dal 2020 hanno avuto reali, non millantati, incontri diretti con Donald Trump.

Uno è, appunto, Orban, l’altro è il Presidente della Repubblica polacco Andrzej Duda che ha incontrato il Presidente Trump a New York il 18 aprile scorso.

Fatto rilevante nel semestre a guida Orban dato che il 5 novembre prossimo potrebbe divenire assai utile essere ritenuti affidabili dal “cattivone”.

Interlocutori affidabili, non “zerbini” del potere, sempre pro tempore in una democrazia, presente alla Casa Bianca.

In Italia recentemente si è potuto leggere sul social network X un interessante ed assai significativo scambio positivo di messaggi fra il leader leghista Matteo Salvini e l’inquilino di Mar a Lago.

In fondo Salvini, ancor più adesso che è affiancato dal ex Generale Vannacci, oggi parlamentare europeo, fu già un forte sostenitore nel 2020 di Trump, come non ricordare la mascherina anti COVID che il Segretario leghista indossava anche in Parlamento?

A questo scambio sul social network va abbinato anche un ulteriore testo postato sempre da Mar a Lago indirizzato all’ex generale oggi parlamentare leghista ove si può leggere fra le righe un primo indiretto invito a Salvini ad un incontro con Trump.

La Presidenza Orban del Consiglio Europeo, come ho già scritto, si apre con uno slogan forte e chiaro, quel MEGA (make Europe great again) che definisce un posizionamento in discontinuità con la cultura politica della “sostenibilità” a discapito del “benessere” di noi cittadini di questa Europa.

Donald Trump lo ha certamente notato, forte ed evidente il simbolismo che richiama lo slogan elettorale MAGA dal Presidente statunitense usato da sempre.

Per molti politici europei, ed altrettanti opinionisti, forte il mal di pancia nel notare il messaggio assai chiaro lanciato dal leader ungherese.

Per moltissimi semplici cittadini europei, al contrario, quel MEGA è il ritorno alla speranza che i propri figli possano vivere nella loro Patria senza dover emigrare tornando a quella felicità che conobbero i loro genitori nel periodo del boom economico.

Orban, al contrario di altri leaders in questa Europa, non si crede il primo della classe ma, questo è inconfutabile, dice quello che fa e fa quello che dice.

Fatto assai raro fra i politici presenti in Europa oggi ma che nel prossimo futuro potrebbe dimostrarsi un comportamento assai vincente.

Ignoto Uno




La Chiesa ed i suoi Conflitti.

Cosa ci insegna lo scontro tra mons. Viganò

e il Papa “globalista”?

 

Il caso dell’accusa di “scisma” e del processo canonico avviato nei giorni scorsi in Vaticano contro l’arcivescovo mons. Carlo Maria Viganò è emblematico del momento grave che sta attraversando la Chiesa cattolica. “Il Dicastero per la Dottrina della Fede mi ha comunicato, con una semplice email – informa lo stesso accusato in un testo reso pubblico su un blog – l’avvio di un processo penale extragiudiziale nei miei confronti, con l’accusa di essere incorso nel delitto di scisma e contestandomi di aver negato la legittimità di «Papa Francesco», di aver rotto la comunione «con Lui» e di aver rifiutato il Concilio Vaticano II. Mi si convoca al Palazzo del Sant’Uffizio …, in persona o rappresentato da un Avvocato. Presumo che anche la condanna sia già pronta, visto il processo extragiudiziale”.

Sappiamo che da quando è stato eletto Papa, Francesco ha subito attirato l’attenzione stupita e perplessa dei fedeli più legati alla tradizione cattolica per le sue posizioni e i suoi pronunciamenti – diciamo così – “eterodossi”.

Mons. Viganò, alto funzionario ecclesiastico, già Segretario generale della Città del Vaticano e Nunzio apostolico a Washington, è stato quasi sin da subito critico delle posizioni del Papa, specie per le coperture che lo stesso pontefice aveva dato a figure apicali (cardinali e vescovi) coinvolte in casi di abusi sessuali o pratiche immorali note alla pubblica opinione. E allora, per capire cosa c’è davvero in gioco con questo processo vediamo i punti che mons. Viganò reputa di valore centrale per le sue accuse al Papa.

“Occorre che l’Episcopato, il Clero e il popolo di Dio si interroghino seriamente se sia coerente con la professione della Fede Cattolica assistere passivamente alla sistematica distruzione della Chiesa da parte dei suoi vertici – scrive l’arcivescovo nella sua memoria difensiva – esattamente come altri eversori stanno distruggendo la società civile.

Il globalismo chiede la sostituzione etnica: Bergoglio promuove l’immigrazione incontrollata e chiede l’integrazione delle culture e delle religioni. Il globalismo sostiene l’ideologia LGBTQ+: Bergoglio autorizza la benedizione delle coppie omosessuali e impone ai fedeli l’accettazione dell’omosessualismo, mentre copre gli scandali dei suoi protetti e li promuove ai più alti posti di responsabilità. Il globalismo impone l’agenda green: Bergoglio rende culto all’idolo della Pachamama, scrive deliranti encicliche sull’ambiente, sostiene l’Agenda 2030 e attacca chi mette in discussione la teoria sul riscaldamento globale di origine antropica”.

Accanto a queste accuse che riguardano aspetti pastorali e spirituali del pontificato di Bergoglio, mons. Viganò aggiunge rilievi di carattere politico e culturale: “(Bergoglio, ndr) Esorbita dal proprio ruolo in questioni di stretta pertinenza della scienza, ma sempre e solo in una direzione, che è quella diametralmente opposta a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato. Ha imposto l’uso dei sieri genici sperimentali, che hanno provocato danni gravissimi, decessi e sterilità, definendoli «un atto d’amore», in cambio dei finanziamenti delle industrie farmaceutiche e delle fondazioni filantropiche.

La sua totale consentaneità con la religione di Davos è scandalosa. Ovunque i governi al servizio del Word Economic Forum hanno introdotto o esteso l’aborto, promosso il vizio, legittimato le unioni omosessuali o la transizione di genere, incentivato l’eutanasia e tollerato la persecuzione dei Cattolici, non una parola è stata spesa in difesa della Fede o della Morale minacciate, a sostegno delle battaglie civili di tanti Cattolici abbandonati dal Vaticano e dai Vescovi”.

A questo punto l’attacco al Papa da parte di mons. Viganò si fa serrato: “Non una parola per i Cattolici perseguitati in Cina, complice la Santa Sede che considera i miliardi di Pechino più importanti della vita e della libertà di migliaia di Cinesi fedeli alla Chiesa Romana. Nessuno scisma, nella “chiesa sinodale” presieduta da Bergoglio, si ravvisa né da parte dell’Episcopato Tedesco, né dei Vescovi di nomina governativa consacrati in Cina senza il mandato di Roma.

Perché la loro azione è coerente con la distruzione della Chiesa, e quindi va dissimulata, minimizzata, tollerata e infine incoraggiata. In questi undici anni di “pontificato” la Chiesa Cattolica è stata umiliata e screditata soprattutto a causa degli scandali e della corruzione dei vertici della Gerarchia, totalmente ignorati mentre il più spietato autoritarismo vaticano infieriva su Sacerdoti e Religiosi fedeli, su piccole comunità di Monache tradizionali, comunità legate alla Messa in latino”.

Appare chiaro che con prese di posizioni così dure sarà difficile che il processo canonico che si è aperto il 20 giugno in Vaticano, assente mons. Viganò, conduca a un esito di conciliazione.

Del resto, lo stesso accusato aggiunge: “La Chiesa Cattolica è stata occupata lentamente ma inesorabilmente e a Bergoglio è stato dato l’incarico di farla diventare un’agenzia filantropica, la “chiesa dell’umanità, dell’inclusione, dell’ambiente” al servizio del Nuovo Ordine Mondiale. Ma questa non è la Chiesa Cattolica: è la sua contraffazione.

Ci possiamo legittimamente interrogare quale possa essere, a questo punto, l’esito di questo scontro che non è semplicemente disciplinare o canonico, ma più profondamente intra-cattolico, tra chi è legato alla fede di sempre basata sul rispetto delle Scritture e sul Magistero bimillenario della Chiesa che non ha mai rinnegato se stesso; e invece tra chi, dall’altra parte, sostiene la linea del “rinnovamento” profondo, che prevede nei fatti il ridimensionamento del senso morale delle azioni umane, la scomparsa o quasi dei peccati personali (specie quelli sessuali, declassati a piccole ‘fragilità’ soggettive) e l’evidenziazione soltanto delle colpe sociali, quali rifiuto dei migranti, preclusioni sui gay, lo sfruttamento dei lavoratori ecc.

Si tratta – come è facile capire – di posizioni pressoché inconciliabili e quindi non ci resta che attendere l’esito del processo, considerando anche che mons. Viganò ha più volte espresso il timore che “qualcuno” lo possa volere morto per far tacere una voce critica aperta e franca.

In piccolo, il conflitto vaticano tra il Papa e Viganò richiama il confronto tra sinistra e destra in Italia e in Europa: i primi (diciamo “progressisti” per intenderci) vogliono più immigrati, libertà sessuale, matrimoni gay, politiche green, abbattimento delle frontiere, eutanasia, aborto al nono mese ecc. I secondi invece difendono i confini e la civiltà dei singoli paesi, auspicando una immigrazione controllata, la salvaguardia della famiglia naturale, la difesa della vita sempre. Chi vincerà in Vaticano e nella società europea?

Il Credente




Caro lettore la critica è attività giornalistica.

Rispondo ad un nostro caro lettore che mi segnala che a volte la critica a questo paese è immotivata.

Mi dica Lei caro lettore se questo paese è scevro da possibilità di critica, che in realtà non andrebbe diretta a questo paese, ma a chi lo governa.

Mi trovo a scrivere queste righe con un misto di amarezza e amore profondo per la nostra amata Italia, una terra che, nonostante tutto, continuo a sentire nel cuore come una parte fondamentale della mia stessa essenza.

È impossibile non notare il degrado morale e politico che ha pervaso la nostra nazione negli ultimi decenni.

La corruzione dilagante, la perdita dei valori tradizionali, l’indebolimento delle istituzioni e la crescente disuguaglianza sociale sono tutte piaghe che minano la grandezza di questo paese che, un tempo, era faro di civiltà e cultura per il mondo intero.

La gloriosa storia della nostra patria sembra essere dimenticata, sepolta sotto un cumulo di decadenza e superficialità.

Non posso nascondere il mio disprezzo per ciò che l’Italia è diventata.

Mi rattrista vedere come il nostro spirito nazionale sia stato eroso da una globalizzazione sfrenata e da un relativismo morale che tutto abbraccia e nulla valorizza.

Siamo diventati una nazione che sembra aver perso il senso di sé, incapace di riconoscere la propria identità e i propri meriti.

Eppure, nonostante tutto, amo profondamente questo paese.

Amo l’Italia non solo per la sua storia gloriosa, ma per ciò che essa rappresenta nella sua essenza più pura.

Le nostre nobili tradizioni, la nostra cultura millenaria, la nostra arte sublime, la nostra lingua melodiosa, sono tutte testimonianze di una grandezza che non può essere cancellata da nessuna crisi contemporanea.

Amo l’Italia dei grandi pensatori, dei poeti, dei musicisti, degli artisti che hanno plasmato il volto della cultura mondiale.

Amo l’Italia dei patrioti, di coloro che hanno combattuto e sacrificato la propria vita per un ideale di libertà e unità.

Amo l’Italia delle persone comuni, dei contadini, degli artigiani, dei lavoratori che, con il loro impegno quotidiano, hanno costruito e continuano a costruire le fondamenta della nostra società.

Critico l’Italia dei maneggioni, dei raccomandati, dei politici incapaci, delle istituzioni insulse ed inutili.

Credo fermamente che, nonostante le difficoltà attuali, l’Italia abbia in sé la capacità di risollevarsi.

Le nostre radici sono profonde e solide; la nostra cultura è un patrimonio che nessuna crisi può davvero distruggere.

Dobbiamo riscoprire i valori che ci hanno resi grandi, rispolverare l’orgoglio di essere italiani e lavorare insieme per costruire un futuro che sia all’altezza del nostro glorioso passato.

Il mio amore per l’Italia è una fiamma che non si spegnerà mai, alimentata dalla speranza che un giorno, non lontano, potremo vedere una rinascita della nostra grande nazione.

Fino a quel momento, continuerò a lottare, a criticare, a sperare e ad amare questo paese con tutto me stesso.

E le aggiungo, amato lettore, che la critica, quando diviene strumento per il miglioramento, è sicuramente Attività giornalistica con la A maiuscola.

 

se ha due lire da splendere compri pure il mio ultimo libro potrebbe essere un aiuto a capire come mai siamo giunti qui.

 

 

 

Il vero partito deve essere l’Italia

 




Dalle stelle alle stalle

G7: Dalle stelle dell’Elite’, autoreferenziale, alle stalle delle Forze dell’Ordine

 

Non è nato proprio sotto i migliori auspici questo G7. Tra premier azzoppati per non dire quasi bocciati, nelle varie elezioni che si sono svolte, a quelli in attesa di prossime elezioni, ma con concreta possibilità di essere bocciati e non rieletti.

L’illusione poi, di chi ritiene di essere forte, ma deve fare i conti con un elettorato che pur ricevendo un apparente consenso, grazie ad interpretazioni falsate da una non chiara informazione, rappresenta una sparuta parte del totale degli elettori Nazionali.

Elettori che, forse a causa di discutibili proposte formulate dai molti “so tutto io”, hanno ritenuto dare un segnale, quantomai inappropriato, non recandosi a votare.

Attori “impropri”, quindi questi “Grandi della Terra” riunitisi in Italia, ma pronti a decidere della vita di milioni di cittadini, italiani ed europei, ma anche del mondo.

Attori che pur se in minoranza, ritengono di avere il potere in terra tanto da autodefinirsi i “Grandi della Terra” ma dimenticando che rappresentano solo una parte di essa, e per di più non della maggioranza, e come assai traspare, nemmeno della maggioranza dei popoli cui appartengono.

Se l’inizio di questa “conferenza” ha evidenziato una impreparazione logistica di notevoli dimensioni e ripetuta anche con gli accorgimenti che avrebbero dovuto porre rimedio, tanto da aumentare le forti e giustificate proteste da parte di chi avrebbe dovuto essere trattato nel migliore dei modi, occupandosi della sicurezza, ma si è visto trattare senza nessun rispetto e in barba ad ogni forma di dignità, lo svolgimento e la conclusione, non hanno portato a nulla di costruttivo.

Si è evidenziato solo lo status quo già in essere che non solo non parla di pace, cosa di cui non si può che auspicare, ma addirittura sembra si sia voluto alzare ulteriormente l’asticella verso la guerra, non cercando il dialogo, come si dovrebbe, ma sobillando con l’imposizione, la prevaricazione.

Così questi attori hanno deciso di stanziare tanti altri ulteriori miliardi, da reperire a spese dei contribuenti europei, per alimentare la guerra, sempre in nome di quella pace tanto citata ma che sembra proprio nessuno di essi desidera fattivamente volerla.

Danno e beffa, oltre al gravissimo pericolo di coinvolgimento mortale?

Chissà quindi a quale successo si riferiscono coloro i quali ne parlano con tanta enfasi.

Per l’appunto, nessun tavolo, per giungere ad una pace, si è aperto, ne ci si è dato, come prossimo obiettivo, trovare qualche possibilità di trattativa.

Chiedersi come si possa asserire che il successo possa derivare dal fatto che è stata tolta la parola “aborto” dalle discussioni, come riportano alcune agenzie Nazionali, è l’ennesima domanda cui non riusciamo a trovare una risposta concreta.

Discussione che tanto preoccupa la “facciata” di chi in contrasto con chi pretende di inserire l’aborto in costituzione, generando una incredibile soverchieria in contrasto proprio con i tanti decantati “diritti Umani”.

Così, qualcuno ha liquidato l’argomento asserendo che è una sterile polemica e che non saranno fatti passi indietro sui diritti?

Giusto per ricordarne il significato, riportiamo le definizioni tratte da uno dei più autorevoli dizionari.

Diritto, Secondo ”Treccani”, è un complesso di norme giuridiche che comandano o vietano determinati comportamenti ai soggetti che ne sono destinatari.

I diritti dell’Uomo, sempre secondo “Treccani”, spettano alla persona in quanto essere umano, non dipendenti da una concessione dello Stato. Tali diritti possono essere riportati alla tutela della vita umana sotto ogni forma…

Tralasciamo in questa fase la discussione sul “falso problema” dei diritti su LGTBQ+ che sembra essere diventata la prevaricazione strumentale di un mondo contro un altro, e dove una parte non fa mancare l’occasione per creare uno scontro ideologico.

Ritornando quindi al G7, dove per la prima volta si deve registrare lo storico intervento di un Papa, oggi rappresentato dal massimo Esponente del Vaticano “Bergoglio”, le conclusioni sono state tutte splendidamente riportate da Agenzie di stampa, quotidiani e Media tv con tante autorevoli e splendide parole, secondo la posizione, pro o contro, di chi scrive o del proprio editore.

Parole, Parole, Parole, ma fatti?

Un G7 di successo, leggiamo da diverse parti, al punto che lo stesso menù raffinato offerto ad i “Grandi della Terra” è stato esaltato dai media, che ne hanno descritto minuziosamente ogni singolo ingrediente per ogni pasto, iniziando dalle colazioni.

Ci poniamo solo il dubbio, se forse il Menù, tanto decantato, anche quello della cena di Gala, offerta dal Padrone di Casa Mattarella, non era di gradimento del Presidente USA Biden, dal momento che non ha partecipato.

Sembra secondo alcune fonti, perché non in forma, anche se, secondo altre fonti, era impegnato quasi in contemporaneamente in una conferenza con Zelensky.

A detta poi dei Sommelier, secondo alcune fonti, sembra che i vini Italiani siano stati molto apprezzati.

Sarà per questo il gelo, che è stato notato da tanti osservatori, tra la Meloni e Macron, con baciamano e sorrisi forzati, come scrive repubblica?

Però, è stato un G7 di successo…

Chissà quanti soldi saranno stati spesi, solo per offrire cotante prelibatezze ad i “Grandi della Terra”, oltre che per ospitarli in stanze da mille ed una notte e dal costo…

Spese che ricadono inesorabilmente sulle spalle dei cittadini Italiani, comuni mortali, che difficilmente potranno permettersi tali sfarzi, e che sempre più faticano a mettere insieme il pranzo con la cena.

I dati economici e di occupazione, lanciati in questi giorni, danno precise e non confortevoli indicazioni, certamente un dettaglio scomodo, quando si parla di codesti eventi.

Per soddisfare una curiosità più alla portata di tutti, trattandosi certamente di persone più vicine a Noi, ci piacerebbe sapere che menù è stato offerto alle Forze dell’Ordine, inviati li per proteggere questi “grandi” sempre più lontani dalle realtà comuni delle popolazioni…

Risulta strano infatti che nessuno possa aver parlato dei pasti di coloro i quali, a forte rischio della loro vita, sono preposti alla sicurezza collettiva, e si sono sobbarcati all’allontanamento dalle proprie famiglie con trasferte impegnative ed ospitati in alloggi di cui abbiamo abbondantemente parlato.

Forse perché piatti da strada, non potendo avere il tempo di stare comodamente seduti al ristorante, per via dei turni stressanti, o…

Sono in tanti a chiederselo.

Riflettendo su ciò che è accaduto ed in precedenza abbiamo evidenziato, da ciò che registriamo, ipotizziamo che forse i Loro diritti potrebbero essere stati disattesi e la Loro dignità calpestata?

Alla luce di quanto accaduto con le due navi alloggio dalle condizioni disumane, profumatamente pagate dai contribuenti, e vergognosamente date alle Forze dell’Ordine senza un accurato e preventivo controllo della qualità, preoccuparsi del cibo che hanno ricevuto, se lo hanno ricevuto, risulta doveroso per rispetto nei loro confronti.

Tante volte, ne veniamo a conoscenza, sembrano essere stati somministrati cibi alla “meno peggio”, forse a causa dei loro estenuanti turni operativi, e qualche volta addirittura a loro spese.

Per questo motivo ci chiediamo, almeno a carattere generale, fatto salve le dovute eccezioni, perché nessuno parla del cibo, mentre si parla solo del cibo dei “grandi”.

Saranno state tutelate e garantite le ore di riposo, doveroso dopo le lunghe giornate di lavoro cui sono sottoposti a causa di questi eventi eccezionali?

Saremmo lieti di sapere quanto uno Stato abbia rispetto dei propri Tutori dell’Ordine, specialmente in un evento di evidenza mondiale, come gli Attori lo definiscono.

Risulta molto strano constatare che chi proclama il rispetto diritti umani a destra ed a manca, si dimentichi puntualmente o taccia del rispetto di lavora duramente e viene offeso nella dignità e nel proprio essere, come uomo e come lavoratore.

Ancor più strano che a tacere siano proprio quelle “fazioni” politiche che si autoproclamano come tutori indiscussi dei lavoratori ma che sembrano sempre più essere “faziosi” nello scegliere chi tutelare.

E’ casuale che siano le stessa aree politiche, forse “faziose” che promuovono coloro che sono poi eletti al Parlamento Europeo pur avendo la fedina penale non ONOREVOLE in quanto contenente sentenze riguardanti condanne per diversi reati, mentre per partecipare ai Concorsi Pubblici, in particolare per accedere alle Forze dell’Ordine è necessario che la stessa Fedina Penale riporti la dicitura NULLA?

Per non parlare della diversità di trattamento economico…

Ettore Lembo




Un cielo pieno di stelle

Dal G7 in Puglia all’Ucraina ed al Medioriente

È iniziato il G7 a presidenza italiana in Puglia.

Incantevole la location, l’esclusivo resort di Borgo Egnazia a Fasano in Puglia.

Tra i partecipanti vi è  la prima volta di un Papa ed ovviamente l’immancabile Zelensky, uomo che lo si può sempre più trovare ovunque, il 6 giugno in Normandia, dalla Puglia andrà in Svizzera, meno, forse, a Kiev.

Ovviamente vi sono i Capi di Stato e di Governo dei sette Stati membri (Italia, Canada, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti d’America), oltre al Presidente del Consiglio Europeo e alla Presidente della Commissione Europea.

Fra i tantissimi invitati il presidente turco Erdogan, quello brasiliano Lula e quello argentino Milei, II Re di Giordania, il primo ministro indiano Modi, il segretario generale dell’Onu Guterres e quello dell’Ocse Mathias Cormann oltre a vari Emiri e Presidenti africani.

Del mondo finanziario il direttore operativo del Fondo Monetario Internazionale ed il Presidente della Banca Mondiale

Un G7 che cade a pochi giorni dalle elezioni europee, con tutte le sue risposte, ed a pochi mesi dalle elezioni presidenziali statunitensi.

Un G7 che potrebbe essere denominato mediando da un simbolismo americano “il G7 dell’anatra zoppa”.

Unica “vincitrice” delle ultime elezioni la Presidente Meloni, certamente persona volitiva ma altrettanto certamente non un “peso massimo” per il reale, non quello “voluto e narrato”, peso dell’Italia nel mondo.

Abbastanza poco interessato ai risultati di questo “summit”, cosi lo definiscono i media, essendo tristemente convinto che esso, non solo in questa tornata che va in scena in Puglia, non rappresenti molto di più che un “circo” e che non sarà in grado di portare novità di reale spessore, preferisco soffermarmi su uno dei più importanti dossier sul tavolo del mondo.

Mondo comandato da Stati Uniti d’America, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese per essere chiari.

Quotidiano il parlare di quanto drammaticamente accade nella Striscia di Gaza, proprio nel giorno di apertura del G7 sull’Ansa si è potuto leggere che “Hamas vuole garanzie scritte da parte degli Stati Uniti per un cessate il fuoco permanente” mentre il quotidiano Il Foglio riporta quanto rivelato dal Wall Street Journal in ordine ai messaggi tra Sinwar, il capo di Hamas dentro la Striscia di Gaza, ed i capi della stessa organizzazione terroristica all’estero ove si può leggere questa “vomitevole” frase “Abbiamo bisogno del sangue di donne, bambini e anziani palestinesi, per la nostra lotta”.

La domanda che più mi sovviene nel leggere la relazione della commissione delle Nazioni Unite, che non si ricorda cosa sia Hamas e parla di “genocidio da parte di Israele”, e le affermazioni sopra riportate è cosa sia in realtà la Striscia di Gaza e se la medesima Commissione si ricorda delle origini e degli scopi del Alto Ente di cui è strumento.

La mia risposta è che la Striscia di Gaza – con tutto il suo decennale portato di morte, povertà, carenza di alfabetizzazione e odio – sia un lembo di terra a cui i cosiddetti “grandi del mondo” non riescono a dare dignità e pace, forse non vogliono dare fino in fondo dignità e pace.

Troppo utile usare i palestinesi, che non sono etnicamente arabi ma sono mussulmani, per “rallentare” Israele.

L’identità palestinese, intesa come il fatto che gli abitanti della Palestina sentono di appartenere allo stesso popolo e si considerano quindi “palestinesi”, si è formata, secondo molti studiosi, nel 900 d.C. in contrapposizione agli ebrei che avevano deciso di rientrare nell’area.

Troppo utile usare i palestinesi per far soldi vendendo armi, costruendo tunnel, facendo girare una vorticosa quantità non resocontata in modo certo di denaro attraverso le organizzazioni delle Nazioni Unite per esempio o alcune più “sbarazzine” ONG.

Questa area del mondo che comprende lo Stato di Israele e la Striscia di Gaza viene denominata in molti modi: Terra Santa, Terrà Promessa, Palestina.

Su questo lembo di terra vi è la città simbolo delle tre fedi monoteistiche, su questa terra c’è Gerusalemme.

Nel ragionare sul dramma mediorientale la prima forte affermazione che dovremmo sentire dai grandi e meno grandi della terra presenti in Puglia in queste ore, sia che essi siano di fede cristiana sia che siano seguaci del Profeta Maometto, è che ogni estremismo è portatore di guerre e di morte.

Estremismo armato o politico che sia, ovunque, sempre.

Noi “piccoli della Terra”, annoiati da questi anni di “parole al vento” sui vari fronti di guerra, Ucraina inclusa, non possiamo che ribadire la distanza che separa i cultori della libertà democratica da chi ritiene di poter imporre la propria idea su quella degli altri attraverso la violenza o la sopraffazione finanziaria ed economica.

La tragedia che stiamo tutti vivendo nel seguire quanto accade nel martoriato medioriente, esattamente come in Ucraina, richiede un cambio di passo da parte di tutti gli attori mondiali nello scenario.

Richiede rispetto della verità e distanza dalle ideologie, richiede la dignità di superare i cinici interessi che necessitano che fra quei i popoli cresca la “rabbia” e “l’odio” reciproco.

Perché questo accada è indispensabile che coloro che si auto definiscono “i migliori”, i “più buoni”, rimettano al centro i concetti chiave e da essi tutti ripartano per, finalmente, costruire pace e benessere, sia che si stia affrontando la necessità di pace in “Terra Santa”, così la denominano chi, come chi scrive, si professa credente in Cristo, sia che si parli di quella nefasta e tanto inutile guerra in terra di Ucraina.

Nel focalizzarsi su quanto è accaduto dal 7 ottobre in medioriente, non si può passare sopra ad alcuni concetti spesso manipolati da politici e media.

Un essere umano rapito è colui che viene “sottratto, portato via con la violenza o con l’inganno”, questa la definizione del mai troppo poco compulsato Treccani, questa la definizione erga omnes ritenuta valida nel mondo.

La nostra amata Italia di rapiti ne ha dovuti vedere, e subire, molti.

Da quelli i cui rapimenti avevano il mero fine di richiedere una dazione economica, a quelli cosiddetti “di mafia” i cui fini sono stati, per esempio, la vendetta nei confronti di un “collaboratore di giustizia”.

Vi sono, infine, i rapiti per “terrorismo”. Uno su tutti il Presidente Aldo Moro che segnò indelebilmente la storia repubblicana italiana compiuto dai terroristi delle Brigate Rosse.

Il Presidente Moro fu “rapito”, non “preso in ostaggio” e, pur se con immane dolore e dopo continui ripensamenti, fu un grandissimo Santo Padre, San Paolo VI, a leggere dalla finestra di San Pietro una lettera alle Brigate Rosse che iniziava con “Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse: restituite alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l’onorevole Aldo Moro” e passò alla storia per queste parole “in questo nome supremo di Cristo, che io mi rivolgo a voi, che certamente non lo ignorate, a voi, ignoti e implacabili avversari di questo uomo degno e innocente; e vi prego in ginocchio, liberate l’onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni”, era il 21 aprile 1978.

Era un “rapito” il Presidente Aldo Moro, non un “ostaggio”, appunto.

Sono “rapiti”, non “ostaggi” gli israeliani, non gli “ebrei”, portati via quel ignobile e maledetto 7 ottobre, forse sarebbe utile che in quel di Fasano in Puglia i presenti lo ribadissero.

La posizione del “ostaggio” è, infatti, diversa.

L’ostaggio, di nuovo è il Treccani a venirci incontro, è una “persona che il “nemico” tiene in proprio potere per garantirsi da eventuali violazioni di un proprio diritto o, nel caso di occupazione di un paese, per garantire le proprie forze armate e la loro attività contro ogni possibile atto di ostilità da parte della popolazione”.

Perché vi sia un “ostaggio”, si evince dalla definizione, è necessario che colui che lo tiene prigioniero venga identificato come “nemico” e che lo stesso, proprio in quanto “nemico”, possa reclamare un “diritto”.

I terroristi possono compiere “rapimenti”, non detenere “ostaggi”.

Questo ci porta alla drammatica situazione mediorientale.

Hamas, nella sua organizzazione complessa e non solo nella propria ala militare denominata Brigate Ezzedin al-Qassam, è considerata un’organizzazione terroristica da Unione europea, Stati Uniti, Israele, Canada, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda e Giappone.

Per precisione al “movimento di Hamas” l’Unione Europea attribuì la definizione di “terrorista” e lo incluse nell’elenco delle organizzazioni terroristiche.

Hamas, immediata la deduzione, non è lo Stato di Palestina, a questa nefanda organizzazione si dovrebbe chiedere di liberare i rapiti esattamente come San Paolo VI fece nei confronti delle Brigate Rosse.

Da quanto sopra ragionato seguono delle conseguenze logiche e politiche sin dalla presa d’atto che Hamas, oggi, è una “organizzazione terroristica” che ha rapito in modo scellerato esseri umani.

Fatto fondante per determinare le conseguenze politiche che prendono origine dalla strage del 7 ottobre.

Il popolo palestinese ha diritto ad avere il suo Stato ed il suo territorio come fu definito con la Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in data 29 novembre 1947.

Essa definiva due costituendi Stati, uno israeliano e l’altro palestinese, di cui definiva la partizione del territorio lasciando la città di Gerusalemme sotto il controllo internazionale.

Furono i Paesi arabi a rifiutare l’attuazione di quella Risoluzione fino a dare inizio alla guerra arabo israeliana del 1948 con tutte le conseguenze legate a quel errore di prospettiva politica.

Lo Stato di Palestina non è Hamas.

Riconoscere lo Stato di Palestina, allorquando questi prenderà le distanze dal terrorismo palestinese e riconoscerà il diritto di esistere dello Stato di Israele in una reciprocità garantita dalle Nazioni Unite, è un atto dovuto, riconoscere Hamas come interlocutore istituzionale è, a mio avviso, un grave errore, un “non senso”.

Probabilmente servirà una conferenza finalizzata a ridefinire aspetti oggi non più coerenti alla Risoluzione del 1947, certamente la città di Gerusalemme deve essere rispettata nel suo, unico al mondo, “ruolo terzo” a tutte e tre le fedi monoteistiche in essa presenti.

Hamas, se realmente vuole divenire parte politica di un processo di stabilizzazione dell’area, deve liberare i “rapiti” ancora in vita senza condizioni e superare il terrorismo identificando una nuova classe dirigente che possa essere accettata da tutti, Stato di Israele in primis, come affidabile ed entrare nel gioco democratico fra le varie diverse “fazioni politiche” palestinesi.

In caso contrario, questa è la mia opinione, non potrà essere parte nel indispensabile percorso che porterà ad una definitiva pace fra i due popoli.

Allo stesso tempo Israele non può pensare che lo Stato di Palestina non debba prendere forma e ha il dovere di fermare chi reputi di poter occupare ogni spazio in quella terra, compresa la Striscia di Gaza e Gerusalemme.

La pace nasce sul rispetto reciproco.

Reciproco, appunto.

Anche dei fedeli delle tre fedi monoteistiche presenti in quella terra.

Per concludere, ritornando ai “Grandi e meno grandi della terra” in quel del G7 in Puglia, come si può pensare di giocare un ruolo di “pacificatori” dell’altrettanto drammatico scenario ucraino se si invita esclusivamente uno degli attori nel conflitto?

Probabilmente, questo si teme nel leggere i quotidiani in queste ore, ai presenti interessa maggiormente finanziare la “ricostruzione dell’Ucraina” e dividersi gli “appalti”.

Ragionamenti “senza l’oste” li definivano gli “anziani.

“Commissione trasparenza” alcuni nella Prima Repubblica italiana definivano quel tipo di “mercato”, fini male in quel 1993.

Ignoto Uno