Settembre 11, 2026

Quando una consulenza vale più di una dichiarazione politica e l’Italia rinuncia persino all’apparenza dell’equilibrio

Editoriale del Direttore

Non discutiamo le competenze di Mykhailo Fedorov. Discutiamo la scelta politica compiuta dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha deciso di affidare all’ex ministro ucraino un incarico di consulenza per l’innovazione della Difesa italiana.

Fedorov, già ministro della Trasformazione digitale e poi della Difesa dell’Ucraina, ha certamente maturato un’esperienza considerevole nell’impiego dei droni, dei sistemi autonomi, dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie applicate alla guerra.

Crosetto sostiene che il confronto con chi abbia sperimentato sul campo tali trasformazioni possa aiutare l’Italia ad adeguare più rapidamente i propri apparati militari. È una motivazione tecnicamente comprensibile. Politicamente, però, la questione è assai meno innocente.

Perché un ministro della Difesa non sceglie mai soltanto un consulente. Sceglie anche il messaggio che quella persona rappresenta.

Fedorov non è un ingegnere qualsiasi, individuato attraverso una selezione internazionale per le sue competenze specialistiche. È stato uno dei protagonisti dell’apparato governativo e militare ucraino durante la guerra contro la Russia. Lo stesso Crosetto ne ha elogiato la capacità di avere contribuito alla resistenza ucraina e di avere modificato le regole del campo di battaglia attraverso l’innovazione tecnologica.

Il suo ingresso nell’orbita della Difesa italiana assume quindi un significato politico e strategico che sarebbe ingenuo, o ipocrita, tentare di nascondere dietro la rassicurante parola “advisor”.

La prima domanda è persino elementare. Possibile che in Italia non esistano tecnici, ricercatori, ufficiali, ingegneri e specialisti capaci di lavorare sull’innovazione militare?

Il nostro Paese dispone di università di eccellenza, centri di ricerca, imprese tecnologiche, industrie aerospaziali e della difesa, professionalità militari e competenze avanzate nei settori dell’intelligenza artificiale, della robotica, della cybersicurezza, dell’elettronica e dei sistemi senza pilota.

Abbiamo giovani ricercatori costretti troppo spesso a cercare all’estero il riconoscimento che l’Italia non sa offrire loro.

Abbiamo tecnici brillanti sepolti sotto procedure amministrative, concorsi interminabili e carriere governate più dall’anzianità che dalla capacità innovativa.

Eppure, quando arriva il momento di assegnare un incarico simbolicamente importante, il talento nazionale sembra improvvisamente scomparire.

Naturalmente si può apprendere dall’esperienza ucraina. Sarebbe sciocco negarlo. Una guerra contemporanea costituisce, tragicamente, un gigantesco laboratorio tecnologico.

Tuttavia, una cosa è organizzare uno scambio di conoscenze tra strutture militari, un’altra è chiamare direttamente un ex ministro della Difesa di un Paese in guerra a consigliare il ministro della Difesa italiano. La prima è cooperazione tecnica. La seconda è una dichiarazione politica.

Mosca ha già reagito alla proposta italiana, anche con toni sarcastici, aggressivi e certamente sproporzionati. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere di non comprendere perché la decisione abbia suscitato quella reazione.

La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, aveva domandato polemicamente se in Italia non vi fosse nessuno abbastanza valido per consigliare Crosetto.

La successiva provocazione su Osama bin Laden è stata offensiva, ma la domanda iniziale, privata dell’insulto propagandistico, non è completamente priva di fondamento.

È proprio qui che, paradossalmente, Putin finisce per avere qualche argomento in più di quanto vorremmo concedergli.

Questo non significa attribuirgli ragione sull’invasione dell’Ucraina. Significa riconoscere che una parte della narrazione russa sull’Occidente trova alimento nelle nostre stesse decisioni.

Mosca sostiene da tempo che i Paesi europei non siano osservatori interessati alla pace, ma soggetti pienamente inseriti nel confronto strategico contro la Russia. Se l’Italia porta dentro il proprio ministero della Difesa uno degli uomini che hanno guidato l’innovazione militare ucraina, non sta forse offrendo al Cremlino un argomento formidabile per sostenere quella tesi?

Putin non acquista credibilità perché le sue ragioni diventino improvvisamente giuste. L’acquista perché l’Occidente compie scelte che sembrano confermare almeno una parte della sua rappresentazione del conflitto.

Ed è questo il punto che Crosetto avrebbe dovuto valutare. Non soltanto l’utilità tecnica di Fedorov, ma il prezzo diplomatico della sua nomina.

Un ministro della Difesa deve certamente rafforzare la sicurezza nazionale, ma deve anche prevedere gli effetti politici e simbolici delle proprie decisioni. La competenza istituzionale non consiste nel considerare soltanto ciò che una scelta produce all’interno di un ufficio.

Consiste nel capire come quella scelta verrà interpretata fuori dai confini nazionali, soprattutto da una potenza nucleare con la quale l’Europa dovrebbe prima o poi tornare a costruire un percorso negoziale.

L’Italia avrebbe bisogno di recuperare una propria autonomia diplomatica.

Potrebbe sostenere l’Ucraina senza rinunciare al ruolo di interlocutore.

Potrebbe rispettare gli impegni europei e atlantici senza trasformarsi in uno dei megafoni più prevedibili dello schieramento antirusso.

Potrebbe lavorare per la sicurezza europea mantenendo aperti gli spazi della mediazione.

Invece continuiamo ad adottare decisioni che riducono progressivamente la nostra credibilità come possibile ponte diplomatico.

Ogni volta proclamiamo di volere la pace e subito dopo compiamo un gesto che ci colloca ancora più nettamente dentro la logica della contrapposizione militare.

È una diplomazia curiosa, nella quale si pronuncia la parola “negoziato” mentre si comunica al mondo che si sta studiando come rendere più efficiente la guerra.

Forse Fedorov saprà dare indicazioni preziose sui droni e sull’intelligenza artificiale. Ma chi consiglierà Crosetto sulla prudenza politica? Chi gli ricorderà che la Difesa nazionale non si esercita soltanto attraverso le armi, i software e i sistemi autonomi, ma anche attraverso la diplomazia, la credibilità internazionale e la capacità di non aumentare inutilmente le tensioni?

La scelta di Crosetto non appare dunque né bella né furba. Non è bella perché mortifica, ancora una volta, le tante competenze italiane che lo Stato dovrebbe valorizzare.

Non è furba perché consegna alla propaganda russa la prova visiva e politica che l’Italia ha scelto non soltanto di sostenere Kiev, ma di incorporarne direttamente l’esperienza bellica nella propria struttura della Difesa.

Alla fine Putin potrà dire che aveva ragione nel descriverci come parte attiva dello schieramento avversario. Non avrà ragione sulla guerra, né sui bombardamenti, né sulla violazione dell’integrità territoriale ucraina.

Ma potrebbe avere ragione su un fatto ben più circoscritto e per noi imbarazzante. L’Italia ha smesso da tempo di apparire equidistante e, con questa nomina, ha voluto persino certificare da che parte sta.

Il problema non è avere scelto una parte.

Il problema è farlo rinunciando alla prudenza, al talento italiano e persino all’intelligenza diplomatica.

Ma alla fine ci chiediamo, ma tutta questa intelligenza diplomatica e strategica dove l’abbiamo messa?

 

 

Corrado Faletti
Direttore di Betapress

Autore

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


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