Il degrado era vero? Allora perché inventare la fotografia?
una foto del cimitero di fiano romano
A Fiano Romano la polemica sul cimitero diventa un caso politico sull’uso dell’Intelligenza Artificiale
Ci sono vicende politiche che nascono grandi e finiscono piccole. E ce ne sono altre che sembrano piccole e finiscono per sollevare questioni enormi.
Quella accaduta a Fiano Romano appartiene probabilmente alla seconda categoria.
Il gruppo consiliare del Partito Democratico pubblica sui social una dura denuncia sulle condizioni del cimitero comunale. Parla di «totale abbandono e sporcizia», di rifiuti, erbacce, mancanza di manutenzione e di un luogo che avrebbe perduto il decoro dovuto alla memoria dei defunti.
Fin qui nulla di anomalo.
Un gruppo politico di opposizione ha non soltanto il diritto, ma anche il dovere, di controllare l’operato dell’amministrazione. Se un cimitero è trascurato deve denunciarlo. Se esistono rifiuti, erbacce, incuria o problemi di manutenzione è giusto mostrarli ai cittadini e chiedere spiegazioni a chi governa.
Il problema nasce quando a rappresentare fotograficamente quella denuncia compare un’immagine che non documenta realmente il cimitero di Fiano Romano, ma è stata realizzata attraverso l’Intelligenza Artificiale.
E su questo punto non sembra esserci ormai alcun dubbio.
Non siamo noi ad affermarlo.
È lo stesso gruppo consiliare del PD che, rispondendo alle contestazioni, scrive che «le immagini realizzate con l’intelligenza artificiale erano utilizzate come immagini rappresentative, non come fotografie spacciate per reali».
Ed è precisamente qui che nasce la questione.
Non una questione di destra o di sinistra.
Non una questione di maggioranza o opposizione.
Una questione di metodo, di correttezza dell’informazione politica e, soprattutto, di rispetto nei confronti dei cittadini.
Se denuncio il degrado di quel cimitero, perché dovrei utilizzare l’immagine artificiale di un altro cimitero che non esiste?
Se i rifiuti ci sono, fotografiamo i rifiuti.
Se le erbacce ci sono, fotografiamo le erbacce.
Se manca la manutenzione, mostriamo dove manca.
La realtà, quando esiste, possiede una caratteristica straordinaria: non ha bisogno di essere generata da un algoritmo.
La domanda resta una sola
Ed è probabilmente la domanda alla quale, al di là delle polemiche, sarebbe utile ricevere una risposta.
Se il degrado denunciato era reale, perché è stato necessario costruire artificialmente l’immagine che doveva rappresentarlo?
Perché questa scelta?
Non sarebbe stato infinitamente più semplice, più corretto e politicamente più efficace recarsi nel luogo indicato dai cittadini, scattare alcune fotografie e pubblicarle?
È proprio questa contraddizione che la giornalista Gioia Maria Tozzi ha evidenziato pubblicamente.
La collega conosce bene quel cimitero e lo frequenta da anni. La sua reazione è stata netta, anche emotivamente comprensibile, ricordando che una denuncia giornalistica dovrebbe partire da fotografie reali e da fatti verificabili.
Successivamente ha sintetizzato la questione in maniera ancora più chiara:
se esiste un problema reale, un giornalista fotografa il problema reale.
E ha invitato il gruppo consiliare a verificare insieme la situazione, proponendo addirittura un sopralluogo e rendendosi disponibile a un confronto diretto.
Francamente, ci sembra una proposta ragionevole.
Andiamo al cimitero.
Vediamo.
Fotografiamo.
Documentiamo.
E poi discutiamo.
Perché la politica può avere opinioni differenti. I fatti, invece, dovrebbero possibilmente essere gli stessi per tutti.
«Era soltanto un’immagine rappresentativa»
La giustificazione del gruppo consiliare apre, semmai, un problema ancora più interessante.
Secondo il PD, nessuno avrebbe sostenuto che quell’immagine rappresentasse realmente il cimitero di Fiano Romano. L’immagine sarebbe stata utilizzata soltanto come rappresentazione visiva delle segnalazioni ricevute dai cittadini.
È una spiegazione che naturalmente registriamo.
Ma non risolve il problema.
Perché bisogna domandarsi come quella comunicazione potesse essere interpretata da un normale cittadino.
Se pubblico un testo nel quale affermo che «il Cimitero di Fiano Romano si trova in uno stato di totale abbandono e sporcizia» e accanto colloco l’immagine di un cimitero in evidente stato di degrado, è davvero così irragionevole pensare che il lettore associ quell’immagine al luogo di cui sto parlando?
Il problema non consiste quindi soltanto nell’intenzione di chi pubblica.
Consiste anche nell’effetto prodotto su chi legge.
Ed è precisamente per questa ragione che la trasparenza nell’impiego dell’Intelligenza Artificiale sta diventando uno dei grandi temi della comunicazione contemporanea.
Le regole europee sull’IA attribuiscono crescente importanza alla riconoscibilità dei contenuti generati o manipolati artificialmente. E il principio appare persino elementare: quando la tecnologia produce un’immagine capace di apparire autentica, chi la osserva deve essere messo nelle condizioni di comprenderne la natura artificiale.
Non occorre trasformare ogni errore comunicativo in una fattispecie penale per comprenderne la gravità.
Anzi.
La questione politica è forse ancora più semplice.
Chi chiede trasparenza agli amministratori dovrebbe essere il primo a praticarla nella propria comunicazione.
E qui entra in gioco il giornalismo
Nella risposta alla giornalista, il gruppo consiliare afferma una cosa sulla quale siamo perfettamente d’accordo.
Scrive che tutti hanno il dovere di «verificare, distinguere i fatti dalle opinioni» ed evitare accuse capaci di danneggiare la reputazione altrui.
Perfetto.
È esattamente il principio che dovrebbe guidare l’intera vicenda.
Verificare.
Distinguere.
Documentare.
Ed è proprio applicando questi criteri che rimane difficile comprendere perché una denuncia relativa a un luogo concreto sia stata accompagnata inizialmente da un’immagine generata artificialmente.
Non possiamo non osservare una certa ironia nella circostanza.
Si richiama giustamente il giornalismo al dovere di distinguere il fatto dalla rappresentazione e, nello stesso momento, si difende l’utilizzo di una rappresentazione artificiale di un fatto reale.
Forse il problema dell’Intelligenza Artificiale è tutto qui.
Non è che l’IA necessariamente menta.
È che può costruire una realtà che sembra vera abbastanza da essere creduta.
E quando questo strumento entra nella comunicazione politica il livello di responsabilità dovrebbe aumentare, non diminuire.
Nessuno impedisce al PD di denunciare
È opportuno chiarire anche questo punto.
Nessuno vuole impedire al Partito Democratico di Fiano Romano di denunciare eventuali problemi del cimitero.
Sarebbe assurdo.
Se esistono criticità, vengano mostrate.
Se esistono segnalazioni, vengano raccolte.
Se ci sono responsabilità amministrative, vengano contestate con tutta la durezza necessaria.
Ma la forza di una denuncia politica dovrebbe derivare dalla solidità delle prove, non dalla spettacolarità della rappresentazione.
Una fotografia autentica magari è meno drammatica di quella prodotta da un sistema generativo.
Ma possiede un vantaggio non secondario.
È vera.
E in politica, soprattutto oggi, dovrebbe ancora significare qualcosa.
Poi la polemica è degenerata
Dopo la prima contestazione si è aperto un lungo confronto social.
Il gruppo consiliare ha ribadito la propria posizione, contestando alla giornalista soprattutto il riferimento alla possibilità che fossero stati commessi illeciti e invitandola, qualora lo ritenesse, a rivolgersi alle autorità competenti.
La discussione ha così progressivamente abbandonato il punto originario.
Ed è un peccato.
Perché la domanda non dovrebbe essere chi abbia alzato maggiormente la voce.
Dovrebbe essere molto più semplice:
la fotografia pubblicata rappresentava il cimitero di Fiano Romano oppure no?
La risposta ormai è nota.
No.
Era una rappresentazione prodotta attraverso l’Intelligenza Artificiale.
Da qui dovrebbe ripartire una riflessione seria.
Non per costruire processi sommari sui social, ma per capire quale comunicazione politica vogliamo nei prossimi anni.
Il precedente è assai più importante di Fiano Romano
Perché oggi si tratta di un cimitero.
Domani potrebbe essere una scuola.
Dopodomani un ospedale.
Poi una strada distrutta.
Una manifestazione.
Un’aggressione.
Una piazza piena.
Una piazza vuota.
Un incidente.
Una persona.
E quando diventerà normale accompagnare una denuncia politica con immagini artificiali soltanto perché «rappresentative», avremo creato un precedente enormemente pericoloso.
Quale sarà il confine?
Quanto degrado potrà aggiungere l’algoritmo?
Quanti rifiuti?
Quante persone?
Quanta violenza?
Quanto potrà essere più drammatica la rappresentazione rispetto alla realtà?
Perché l’Intelligenza Artificiale non possiede coscienza politica.
Non possiede etica.
Non conosce il senso della misura.
Produce ciò che le viene chiesto di produrre.
La responsabilità resta sempre di chi preme il tasto.
Una buona occasione per tutti
Questa vicenda potrebbe persino diventare utile.
Il PD potrebbe semplicemente riconoscere che utilizzare un’immagine generata artificialmente per accompagnare una denuncia riferita a un luogo reale non è stata una scelta felice.
Non sarebbe una resa politica.
Sarebbe una dimostrazione di responsabilità.
Potrebbe poi pubblicare tutte le fotografie reali delle criticità segnalate e aprire una discussione concreta sull’effettivo stato del cimitero.
La giornalista ha già dichiarato la propria disponibilità a verificare sul posto.
Che lo facciano insieme.
E magari potrebbe partecipare anche l’amministrazione comunale.
Tre soggetti.
Un cimitero.
Qualche macchina fotografica.
Nessuna Intelligenza Artificiale.
Potremmo perfino scoprire che la realtà continua ostinatamente a funzionare.
Il vero rispetto per i cittadini
Il post originario si concludeva con una frase scritta in maiuscolo:
«FIANO ROMANO MERITA RISPETTO E AZIONI CONCRETE!»
Su questo siamo assolutamente d’accordo.
Fiano Romano merita rispetto.
Ma proprio per questo merita anche fotografie vere.
Merita denunce documentate.
Merita opposizioni capaci di controllare.
Merita maggioranze capaci di rispondere.
Merita giornalisti capaci di verificare.
E soprattutto merita cittadini che possano sapere, guardando un’immagine, se stanno osservando ciò che realmente esiste oppure ciò che un algoritmo ha deciso di far esistere per qualche secondo sullo schermo.
Perché potremmo discutere per giorni sulla manutenzione del cimitero.
Potremmo discutere sulle responsabilità politiche.
Potremmo discutere sul tono delle dichiarazioni.
Ma su una cosa sarebbe opportuno trovare finalmente un accordo.
Quando la politica denuncia la realtà, dovrebbe almeno cominciare dalla realtà.
Altrimenti il rischio è che, a forza di costruire artificialmente le immagini per dimostrare quello che vogliamo sostenere, prima o poi non sapremo più distinguere il degrado vero da quello generato.
E a quel punto non avremo più soltanto un problema con l’Intelligenza Artificiale, avremo un problema con l’intelligenza di sicuro, ma quella naturale.
Il giornalista sotto esame
Editoriale del Direttore
C’è una cosa che mi colpisce sempre più spesso nel dibattito pubblico italiano. Quando qualcuno dice qualcosa che ci dà fastidio, non proviamo più necessariamente a dimostrare che ciò che ha detto sia sbagliato. Molto più frequentemente proviamo a dimostrare che sia sbagliato lui.
È un meccanismo sottile, ma ormai quasi automatico. Una persona pone una domanda scomoda, solleva un dubbio, contesta un fatto, e invece di risponderle si comincia a chiedere chi sia, con quale titolo parli, quale interesse abbia, dove lavori, a quale categoria appartenga e, se possibile, quale difetto possa renderla meno credibile.
Il vantaggio è evidente. Se riesco a spostare l’attenzione da ciò che hai detto a ciò che sei, magari non sarò più costretto a rispondere.
È questa la sensazione che mi ha lasciato la vicenda che ha coinvolto la collega Gioia Maria Tozzi.
La questione, all’inizio, era semplicissima. Il gruppo consiliare del Partito Democratico di Fiano Romano aveva pubblicato una dura denuncia sulle condizioni del cimitero comunale, accompagnandola con un’immagine successivamente riconosciuta dallo stesso gruppo come realizzata attraverso l’Intelligenza Artificiale e utilizzata, secondo la spiegazione fornita, in funzione «rappresentativa».
La collega, che quel luogo conosce e frequenta, ha contestato proprio questo. Ha detto, sostanzialmente, che quell’immagine non rappresentava il cimitero reale.
Non mi sembra un atto rivoluzionario.
Mi sembra una domanda giornalistica.
Anzi, una delle più antiche domande del mestiere: quello che state mostrando corrisponde davvero a ciò che state raccontando?
Si poteva discutere serenamente su questo punto. Si poteva spiegare perché fosse stata utilizzata quell’immagine, mostrare fotografie reali delle situazioni segnalate dai cittadini, documentare eventuali criticità e continuare il confronto.
Invece la discussione ha progressivamente cambiato oggetto.
Ed è proprio questo passaggio che trovo interessante e, per certi aspetti, inquietante.
A un certo punto sembra quasi che non sia più importante capire se l’immagine sia reale, artificiale, appropriata o fuorviante. Diventa importante capire chi sia la persona che ha sollevato il problema.
Ed eccoci allora alle qualifiche.
Giornalista? Sì, ma quale? Professionista? Pubblicista? Iscritta dove?
Mostri il tesserino.
È singolare che nel 2026 si debba ancora spiegare che l’Ordine dei giornalisti è uno e che l’Albo dei giornalisti è uno, articolato nei due elenchi dei professionisti e dei pubblicisti.
La distinzione esiste, naturalmente. È prevista dalla legge e riguarda le diverse modalità nelle quali viene svolta l’attività giornalistica e i differenti percorsi di iscrizione.
Ma non è una graduatoria, non è un campionato.
Non esistono i giornalisti di serie A e quelli di serie B.
Il professionista esercita il giornalismo in maniera esclusiva e continuativa. Il pubblicista esercita un’attività giornalistica non occasionale e retribuita pur potendo svolgere contemporaneamente un’altra professione o un altro impiego.
Questo significa che un medico, un professore universitario, un avvocato, un pedagogista, un imprenditore o un ricercatore possono svolgere regolarmente attività giornalistica ed essere iscritti nell’elenco dei pubblicisti.
Non sono, per questo, giornalisti “meno giornalisti”, sono giornalisti che svolgono anche altro.
E trovo quasi irresistibile il modo nel quale, talvolta, la parola pubblicista viene pronunciata con quella sfumatura di ironia che dovrebbe suggerire al pubblico una qualche forma di inferiorità professionale.
Come se il professionista ricevesse il tesserino direttamente da Gutenberg e il pubblicista lo trovasse nel pacco dei cereali.
Mi spiace, ma quella vena sarcastica non è soltanto sbagliata, È inammissibile.
Non perché un giornalista debba essere protetto dalle critiche. Sarebbe una sciocchezza corporativa.
Un giornalista deve poter essere contestato. Deve poter essere smentito. Può commettere errori e quando li commette deve risponderne. Se viola le regole professionali esistono organismi disciplinari. Se diffama esiste la legge. Se scrive una sciocchezza qualcuno ha tutto il diritto di dirglielo.
Ma la sua appartenenza all’elenco dei pubblicisti non può diventare uno strumento di ridicolizzazione.
Perché non dice nulla sulla qualità del suo lavoro.
Nulla.
Un professionista può essere straordinario oppure mediocre.
Un pubblicista può essere straordinario oppure mediocre.
Il tesserino non misura il talento, non misura la cultura, non misura la capacità di verificare una fonte, non misura il coraggio e certamente non misura l’intelligenza.
Se mai misura un’appartenenza professionale e porta con sé doveri, responsabilità, formazione e regole.
Ed è per questo che la questione del tesserino diventa, in questa storia, quasi simbolica.
Secondo la ricostruzione contenuta nell’articolo, si sarebbe arrivati al punto di dover dimostrare l’effettiva iscrizione della collega all’Ordine per le critiche ricevute e le illazioni esposte sui social.
Mi sembra una scena quasi surreale.
“Questa fotografia non rappresenta il cimitero.”
“Lei è giornalista?”
“Sì.”
“Professionista o pubblicista?”
“Ma la fotografia è stata generata con l’Intelligenza Artificiale.”
“Il tesserino, per favore.”
Il prossimo passo potrebbe essere il certificato storico di residenza.
E magari una fotografia formato tessera, purché naturalmente non sia generata dall’IA.
La battuta può far sorridere, ma il problema non fa sorridere affatto.
Perché il punto è proprio questo. Quando il controllo della qualifica personale diventa il modo per neutralizzare una domanda scomoda, si smette di discutere nel merito.
E questo vale molto oltre la vicenda di Fiano Romano.
Vale ogni volta che un giornalista diventa il bersaglio perché ha posto una domanda sgradita, Io stesso ne sono stato più volte vittima negli anni.
in ogni caso Io continuo a utilizzare una parola semplice: Collega.
Gioia Maria Tozzi è una collega perché appartiene all’Ordine dei giornalisti.
Non perché io sia d’accordo con lei su tutto.
Non perché Betapress debba difendere per principio qualsiasi giornalista, non perché esista una solidarietà automatica di categoria.
È collega perché questa è la sua qualifica professionale.
E credo che anche le parole abbiano un peso.
Si può contestare una collega, ma non si può decidere che improvvisamente non sia più davvero una giornalista perché ciò che ha scritto non ci piace.
Questa vicenda offre anche l’occasione per affrontare un’altra questione che considero particolarmente importante.
Oggi chiunque può informare, E per fortuna.
Un cittadino può aprire un blog, una pagina social, un canale video, un podcast e raggiungere più persone di molte testate giornalistiche.
Ci sono blogger straordinariamente preparati.
Alcuni fanno ricerche eccellenti, conducono approfondimenti seri, individuano temi che il giornalismo tradizionale arriva a scoprire mesi dopo.
Negarne il valore sarebbe ridicolo.
Il mondo dell’informazione è cambiato e sarebbe culturalmente suicida pensare che la qualità appartenga soltanto a chi possiede un tesserino.
Ma questo non significa che le parole “giornalista” e “blogger” siano diventate sinonimi.
Un blogger può essere eccellente e non essere giornalista.
Un giornalista può avere un blog.
Un blogger può essere contemporaneamente giornalista.
Sono realtà che possono sovrapporsi, ma non coincidono automaticamente.
Essere giornalista, nell’ordinamento italiano, significa appartenere a una professione regolamentata, soggetta a norme deontologiche, formazione, responsabilità e disciplina.
Questo non garantisce la qualità di ogni articolo.
Così come la laurea in medicina non garantisce che ogni medico sia straordinario.
Ma significa che dietro quella qualifica esiste un sistema di responsabilità.
E credo che questo debba ancora avere un valore.
Anzi, probabilmente dovrebbe averne ancora di più oggi.
Viviamo in un’epoca nella quale la distinzione tra informazione, opinione, propaganda, pubblicità e comunicazione personale è diventata sempre più sottile.
Proprio per questo non dovremmo buttare via con leggerezza tutte le differenze.
Essere giornalista dovrebbe continuare a significare qualcosa, dovrebbe significare che quando scrivi ti assumi una responsabilità particolare.
Dovrebbe significare che non sei soltanto una persona che pubblica.
Sei una persona che risponde professionalmente di ciò che pubblica.
Il punto non è rivendicare privilegi, il punto è rivendicare responsabilità.
Ed è anche per questa ragione che considero importante il comportamento della collega in questa vicenda.
Dopo la contestazione non si è limitata a continuare la polemica sui social. Si è resa disponibile a un confronto diretto e ha proposto una verifica sul posto.
Questo è, secondo me, il passaggio più giornalistico di tutti.
Perché il giornalismo non dovrebbe avere paura della verifica.
Dovrebbe cercarla.
Se qualcuno denuncia una situazione, si va a vedere.
Se qualcuno sostiene che un luogo è degradato, si verifica.
Se una parte dice una cosa e l’altra sostiene il contrario, il giornalista non dovrebbe scegliere la versione che gli piace di più.
Dovrebbe provare a capire quale sia vera.
Non è sempre possibile.
Non è sempre facile.
Ma quella dovrebbe essere almeno la direzione.
Ed è proprio qui che torna il problema iniziale.
Quando una giornalista pone una domanda e la discussione si sposta sulla sua qualifica, c’è qualcosa che non funziona.
Non perché la qualifica sia irrilevante.
Al contrario.
È rilevante proprio perché non può essere trasformata in un’arma retorica.
Non posso chiederti di rispondere delle responsabilità del giornalista quando mi conviene e poi trattarti come un dilettante quando mi dai fastidio.
Sarebbe troppo facile.
E sarebbe anche un modo molto comodo di concepire il rapporto con la stampa.
Il giornalista bravo sarebbe quello che non disturba.
Quello che accetta il comunicato.
Quello che prende la dichiarazione.
Quello che pubblica.
Quello che non torna a fare la seconda domanda.
Quello che non chiede una fotografia vera quando ne vede una artificiale.
Ecco, questo giornalismo non mi interessa.
Preferisco quello antipatico.
Quello che domanda una volta in più.
Quello che magari sbaglia, ma verifica.
Quello che quando qualcosa non torna lo dice.
Anche rischiando di diventare scomodo.
Soprattutto rischiando di diventare scomodo.
Perché il giorno in cui un giornalista dovesse misurare ogni domanda sulla base del fastidio che potrebbe provocare, quel giorno forse avremmo ancora giornali, televisioni, siti e tesserini, ma avremmo già perso il giornalismo.
Corrado Faletti
Direttore Betapress
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