Erdoğan contro Netanyahu: la Siria dietro il mandato per la Flotilla
Non è Gaza il solo centro dello scontro: la vera partita si gioca sulla carta geografica del nuovo Medio Oriente
Per capire davvero lo scontro tra Recep Tayyip Erdoğan e Benjamin Netanyahu bisogna smettere, per un momento, di guardare Gaza e cominciare a osservare una carta geografica della Siria.
È lì che la rivalità tra Turchia e Israele sta assumendo la sua forma più pericolosa. La richiesta turca di una Red Notice dell’Interpol contro il primo ministro israeliano, legata all’operazione contro la Global Sumud Flotilla, è il nuovo detonatore politico e giudiziario. Ma dietro Gaza si intravede una partita più vasta: chi avrà il potere di condizionare la Siria post-Assad e, con essa, i futuri equilibri del Medio Oriente.
Erdoğan accusa Israele di perseguire una politica aggressiva ed espansionistica. Israele considera invece la crescente influenza turca in Siria una possibile minaccia alla propria sicurezza. A misurarsi sono due potenze regionali, entrambe strettamente legate agli Stati Uniti, sebbene attraverso architetture politiche e militari profondamente differenti: la Turchia è formalmente alleata di Washington nella NATO; Israele è il suo partner strategico e militare privilegiato nella regione, ma non appartiene all’Alleanza atlantica.
È proprio questa diversa relazione con Washington a rendere la crisi ancora più difficile da gestire.
Il caso Flotilla e la richiesta all’Interpol
Il ministro della Giustizia turco Akın Gürlek ha annunciato l’avvio della procedura per chiedere all’Interpol una Red Notice nei confronti di Netanyahu e del cittadino israeliano Afek Moskovitch.
Il procedimento davanti all’undicesima Corte penale di Istanbul coinvolge complessivamente 35 imputati e riguarda l’intervento israeliano contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla, diretta verso Gaza con aiuti umanitari. Secondo l’accusa turca, l’operazione sarebbe avvenuta in acque internazionali e avrebbe comportato la detenzione degli attivisti. Tra i reati contestati figurano genocidio, crimini contro l’umanità, tortura, lesioni intenzionali, privazione aggravata della libertà, rapina e dirottamento di mezzi di trasporto.
Netanyahu e Moskovitch erano già stati raggiunti il 14 luglio 2026 da mandati di arresto emessi dalla giustizia turca. Ankara ha quindi trasmesso la documentazione necessaria per chiedere l’intervento dell’Interpol.
Una Red Notice, però, non è un mandato di arresto internazionale. È una richiesta alle autorità dei Paesi membri di localizzare una persona e valutarne l’arresto provvisorio in vista di un’estradizione o di un’azione analoga. L’Interpol deve esaminare la domanda e ogni Stato decide poi come procedere in base alla propria legislazione.
L’iniziativa ha dunque una dimensione giudiziaria, ma anche un evidente peso politico. Erdoğan rafforza il proprio ruolo di difensore della causa palestinese e porta lo scontro con Netanyahu su un terreno internazionale.
Il procedimento turco resta distinto dal mandato emesso nel novembre 2024 dalla Corte penale internazionale nei confronti di Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e contro l’umanità nell’ambito delle operazioni a Gaza.
Una rivalità ormai personale
La replica israeliana è stata durissima. L’ufficio di Netanyahu ha definito l’iniziativa turca un tentativo di intimidazione e ha risposto accusando Erdoğan di antisemitismo, repressione degli oppositori, sostegno ad Hamas e aggressività regionale.
Il linguaggio rivela quanto il confronto abbia superato la normale dialettica diplomatica. Erdoğan vuole presentare la Turchia come riferimento politico della causa palestinese; Netanyahu descrive Ankara come una potenza revisionista pronta a occupare gli spazi lasciati dall’indebolimento di altri attori regionali.
La Flotilla accende lo scontro. La Siria ne spiega la profondità.
La Siria, vero punto di frizione
Dopo la caduta del governo di Bashar al-Assad nel 2024, Ankara ha rafforzato i rapporti con la nuova leadership siriana. La Turchia contribuisce all’addestramento delle forze locali, sostiene la ricostruzione e punta a impedire la nascita di entità curde autonome lungo il proprio confine. Ma vuole anche diventare l’attore decisivo nella Siria del dopoguerra.
Israele osserva questa espansione con crescente preoccupazione. Per anni le sue operazioni in territorio siriano sono state motivate soprattutto con la necessità di contrastare l’Iran e il trasferimento di armi a Hezbollah. Con il ridimensionamento dell’influenza iraniana, la presenza turca rischia ora di essere percepita come il nuovo problema strategico.
Il 18 agosto 2026 l’aviazione israeliana ha colpito la base di Abu al-Duhur, nella provincia di Idlib, danneggiandone la pista e alcune infrastrutture. Secondo fonti siriane, l’attacco sarebbe avvenuto poche ore dopo la visita di ufficiali turchi. Damasco ha però negato che fosse previsto l’insediamento di una base turca permanente, parlando di attività legate all’addestramento e alla cooperazione militare. Israele ha sostenuto che l’operazione mirasse a impedire un radicamento militare turco ritenuto incompatibile con la propria sicurezza.
È un passaggio decisivo: per la prima volta la competizione tra Ankara e Tel Aviv in Siria ha sfiorato apertamente il terreno militare. Un errore di valutazione avrebbe potuto provocare una reazione turca e trascinare Washington in una crisi tra due interlocutori per essa essenziali.
Gli Stati Uniti stanno infatti lavorando a un meccanismo di deconfliction, un canale stabile di comunicazione tra Israele, Turchia e Siria per evitare incidenti e reazioni non intenzionali. Il bisogno stesso di questo meccanismo misura la pericolosità del momento.
Il “Grande Israele”: ideologia, sicurezza e profondità strategica
Lo scontro con Erdoğan acquista un significato ulteriore alla luce delle dichiarazioni di Netanyahu sul cosiddetto “Grande Israele”. Nell’agosto 2025, durante un’intervista a i24NEWS, il primo ministro disse di sentirsi «molto» legato a quella visione e descrisse la propria come una missione «storica e spirituale».
L’espressione non identifica però un progetto geografico univoco. In alcune interpretazioni riguarda il controllo israeliano sull’intero territorio tra il Mediterraneo e il Giordano; nelle letture religiose e ultranazionaliste più radicali può comprendere porzioni degli attuali Stati confinanti. Alcune mappe circolate in ambienti estremisti si spingono fino a territori dell’Anatolia sudorientale, richiamandosi alla formula biblica della terra “dal Nilo all’Eufrate”.
Non esistono prove di un piano del governo israeliano per annettere o conquistare la Turchia, né Netanyahu ha mai indicato ufficialmente il territorio turco come obiettivo militare. Trasformare quelle rappresentazioni ideologiche nella prova di un progetto operativo contro Ankara sarebbe dunque scorretto.
Le dichiarazioni sul “Grande Israele” rimangono tuttavia politicamente rilevanti perché si collocano in un contesto nel quale la dottrina di sicurezza israeliana appare sempre più orientata alla creazione di profondità strategica anche oltre i propri confini.
La presenza israeliana in fasce di sicurezza all’interno di Gaza, Libano e Siria mostra il passaggio da una logica di solo contenimento a una difesa avanzata: neutralizzare la minaccia prima che raggiunga il territorio israeliano e mantenere libertà d’azione nelle aree circostanti. È questa tendenza — non l’esistenza di un dimostrato piano di conquista della Turchia — ad alimentare il timore degli altri Paesi della regione.
Israele vuole conquistare la Turchia?
Allo stato attuale non esiste alcun elemento attendibile per sostenerlo.
La Turchia è una grande potenza militare regionale, membro della NATO, con capacità demografiche, economiche e strategiche non comparabili a quelle dei territori sui quali Israele ha finora esercitato direttamente la propria pressione militare.
Ciò che Netanyahu vuole impedire è piuttosto che la Siria diventi una piattaforma politica e militare controllata da Ankara. Israele non intende sostituire alla presenza iraniana un’altra potenza capace di disporre basi, sistemi d’arma e capacità operative vicino ai suoi confini. La Turchia, al contrario, considera la Siria parte essenziale della propria sicurezza nazionale e della propria proiezione nel Mediterraneo e nel mondo arabo.
Non è dunque una guerra di conquista già pianificata, ma una competizione per decidere chi potrà fissare le condizioni politiche e militari del nuovo Medio Oriente.
La battaglia per il nuovo Medio Oriente
La richiesta della Red Notice ha trasformato Erdoğan da avversario politico di Netanyahu nel promotore di un’iniziativa giudiziaria internazionale contro il primo ministro israeliano. Ma la Flotilla è soltanto la parte più visibile della contesa.
Dietro le accuse reciproche si confrontano due strategie. Erdoğan punta a una Turchia capace di guidare la ricostruzione siriana, proteggere i propri interessi e rafforzare la propria leadership sulla questione palestinese. Netanyahu vuole conservare la libertà d’azione militare di Israele e impedire che una potenza concorrente si stabilisca oltre il Golan.
Il nodo geopolitico è qui: fino a che punto Israele è disposto a contrastare la presenza turca in Siria, e fino a che punto Erdoğan è disposto a tollerarlo?
Il procedimento sulla Flotilla, l’attacco ad Abu al-Duhur, il dibattito sul “Grande Israele” e il tentativo statunitense di scongiurare un incidente non sono vicende separate. Sono i tasselli di un Medio Oriente post-Assad che non ha ancora trovato un equilibrio.
Il problema, nel nuovo Medio Oriente, non è stabilire se Erdoğan e Netanyahu vogliano la guerra. È capire quanto ancora possano avvicinarsi alla guerra continuando entrambi a sostenere di non volerla.
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