Settembre 11, 2026
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La fotografia sbaglia qualche numero. Il potere, invece, sta sbagliando un intero Paese

La benzina supera i due euro, il gasolio vola oltre 2,11 e un pieno diventa una piccola rata mensile. Il vero scandalo non è soltanto il prezzo del petrolio. È un sistema che difende il gettito, tollera l’impoverimento e continua a trattare la mobilità come un lusso da tassare.

Editoriale del Direttore
Corrado Faletti

 

Cominciamo con un gesto diventato quasi sovversivo nel dibattito pubblico italiano. Controlliamo i numeri.

La fotografia che circola in queste ore domanda, con la delicatezza propria di chi ha appena lasciato cento euro al distributore, se ci stiano prendendo per il culo.

La domanda è comprensibile. La risposta, però, è più complessa e perfino più inquietante di quanto suggerisca il meme.

I numeri della fotografia non sono completamente falsi. Sono assemblati con quella creatività cronologica che consente di prendere il picco del petrolio di un mese, il prezzo della benzina di un altro e quello del gasolio di un periodo ancora successivo. Una piccola opera di montaggio statistico.

In fondo anche i numeri, se opportunamente addestrati, possono imparare a fare propaganda.

Nel luglio 2008 il petrolio WTI arrivò davvero vicino ai 147 dollari al barile. In quei giorni, però, la benzina italiana non costava 1,45 euro e il gasolio non costava 1,35. Nella settimana del 14 luglio la benzina era intorno a 1,532 euro al litro e il gasolio a 1,528. Il prezzo di 1,45 per la benzina si registrò soltanto verso la fine di agosto, quando il greggio aveva già cominciato una discesa precipitosa.

Il gasolio intorno a 1,35 arrivò ancora più tardi.

Nel 2026 il valore di 83 dollari è plausibile per il WTI in determinate giornate, ma non rappresenta automaticamente il petrolio che arriva nelle raffinerie europee.

Il Brent, parametro più pertinente per il nostro mercato, alla fine di agosto oscillava su livelli più elevati. La rilevazione ufficiale del 24 agosto indicava invece 2,003 euro per la benzina e 2,115 per il gasolio.

Non 2,17, ma abbastanza per trasformare un rifornimento in un incontro ravvicinato con il fisco.

Dunque la fotografia non è una prova scientifica. È un atto d’accusa emotivo costruito male.

Eppure l’accusa politica resta in piedi.

Anzi, una volta corretti i numeri, diventa più seria.

Il problema italiano non consiste in una misteriosa moltiplicazione del prezzo del petrolio operata durante la notte da qualche benzinaio mascherato.

Il prezzo alla pompa non è composto soltanto dal greggio. Dentro vi sono il cambio tra euro e dollaro, il costo dei prodotti raffinati, i margini di raffinazione, i trasporti, gli obblighi di miscelazione, la logistica, la distribuzione, i margini commerciali e infine il socio che non manca mai, non chiude per ferie e non dimentica mai di presentarsi alla cassa.

Lo Stato.

Su un litro di benzina venduto a 2,003 euro, circa 1,034 euro sono imposte.

Più della metà del prezzo. Su un litro di gasolio venduto a 2,115 euro, il carico fiscale è di circa 0,914 euro.

Un pieno di cinquanta litri di benzina costa poco più di cento euro.

Di questi, oltre cinquantuno finiscono in accise e IVA.

E poi c’è Livigno.

Livigno ha il cattivo gusto di rovinare con un semplice cartello luminoso tutte le elaborate spiegazioni ministeriali sull’ineluttabilità del caro-carburanti.

Nel distributore fotografato la benzina viene venduta a 1,513 euro e il gasolio a 1,578.

Nel resto d’Italia, nello stesso periodo, la media nazionale viaggia intorno a 2,003 euro per la benzina e 2,115 per il gasolio.

Quasi cinquanta centesimi di differenza sulla benzina e oltre cinquantatré sul gasolio.

Tradotto nella lingua ormai dimenticata dei bilanci familiari, un pieno da cinquanta litri costa circa venticinque euro in meno per un’automobile a benzina e quasi ventisette euro in meno per una diesel.

Naturalmente sarà colpa dell’altitudine.

Probabilmente, superati i milleottocento metri, il petrolio diventa improvvisamente più educato.

Forse l’aria di montagna raffredda le quotazioni internazionali. Oppure le petroliere, vedendo le piste da sci, decidono spontaneamente di applicare uno sconto vacanze.

Qualcuno potrebbe perfino sostenere che le compagnie petrolifere di Livigno siano gestite da un ordine monastico che ha fatto voto di povertà.

La spiegazione reale è molto meno poetica.

Livigno gode di un regime fiscale speciale ed è esclusa dall’applicazione ordinaria dell’IVA e delle accise, pur essendo previsti diritti speciali locali. Quando una parte consistente del peso fiscale viene rimossa, si verifica dunque un prodigio che nessun economista televisivo sembrava ritenere possibile.

Il prezzo alla pompa scende.

Non occorre convocare una commissione internazionale.

Non serve un vertice straordinario a Palazzo Chigi.

Non bisogna attendere la pace mondiale, la riforma dell’OPEC o l’allineamento favorevole dei pianeti.

Basta che lo Stato salga meno pesantemente sull’automobile del cittadino.

Livigno non dimostra che tutta la differenza di prezzo dipenda esclusivamente dalle imposte.

Esistono comunque costi industriali, trasporti, logistica, approvvigionamento e diritti comunali. Dimostra però una cosa molto semplice.

Il prezzo superiore ai due euro non è una legge della natura incisa sulla pietra. È anche il risultato di precise decisioni fiscali.

E vi è un dettaglio quasi comico.

Portare carburante a Livigno non dovrebbe essere più facile che distribuirlo in una città della pianura.

Ci sono montagne, passi, neve, distanze e collegamenti certamente meno agevoli di quelli di una grande area urbana. Eppure il carburante costa molto meno.

Evidentemente i camion, quando affrontano una strada di montagna, consumano meno che percorrendo il corridoio di un ministero.

Il cartello di Livigno è quindi più efficace di cento relazioni tecniche.

Mostra materialmente che tra 1,51 e 2 euro non vi è soltanto il prezzo del petrolio.

Nel mezzo c’è lo Stato con le sue necessità, i suoi bilanci, le sue accise, la sua IVA e l’insopprimibile convinzione che l’automobilista sia una creatura fiscalmente tosabile all’infinito.

A questo punto il Governo potrebbe adottare una soluzione coerente con la tradizione politica nazionale. Invece di ridurre le imposte, potrebbe innalzare artificialmente tutto il territorio italiano sopra i milleottocento metri.

Se le accise a Livigno soffrono di mal di montagna, basterebbe trasformare l’intera penisola in una località alpina.

Roma potrebbe diventare “il piccolo Tibet del Tevere”.

Napoli una rinomata stazione sciistica del Mediterraneo.

Palermo potrebbe chiedere il riconoscimento come zona extra doganale d’alta quota, magari installando una seggiovia davanti a Palazzo dei Normanni.

Sarebbe certamente più complicato che intervenire sul prelievo fiscale, ma avrebbe il pregio di essere perfettamente compatibile con il modo in cui la burocrazia italiana affronta i problemi semplici.

Più seriamente, prima di spiegare agli italiani che due euro al litro sono il risultato inevitabile dei mercati internazionali, qualcuno dovrebbe spiegare perché, appena cambia il regime fiscale, lo stesso prodotto, venduto dalle stesse compagnie e nello stesso Paese, perde mezzo euro al litro.

Il petrolio non conosce il codice postale.

Il fisco, invece, lo conosce benissimo.

A Livigno il pieno costa meno non perché il barile sia più generoso, ma perché lo Stato si siede un po’ meno pesantemente sul sedile del passeggero.

Nel resto d’Italia, invece, lo Stato non si limita a chiedere un passaggio.

Pretende che il cittadino gli paghi anche il viaggio.

Il cittadino mette il carburante nel serbatoio e lo Stato mette le mani nel portafoglio.

È una collaborazione pubblico-privata perfettamente funzionante, almeno dal punto di vista del socio pubblico.

Naturalmente arriverà il solito esperto televisivo a spiegarci che le accise finanziano i servizi, che il bilancio dello Stato è complesso e che non si può ragionare come al bar.

Ha ragione.

Infatti al bar il conto viene presentato con chiarezza.

Nel bilancio pubblico, invece, il cittadino paga e poi deve affidarsi alla fede.

Paga più di metà del litro in tributi e trova strade dissestate.

Paga il bollo e incontra buche capaci di ottenere autonomamente il riconoscimento come siti geologici.

Paga l’assicurazione obbligatoria, i pedaggi, i parcheggi, le revisioni e le manutenzioni.

Poi gli viene spiegato che usare l’automobile sarebbe quasi un capriccio antisociale.

Forse chi pronuncia queste raffinate sentenze vive a cento metri dal ministero, dispone dell’auto di servizio e considera il pendolarismo una forma folcloristica di turismo popolare.

Milioni di italiani, invece, prendono l’automobile perché devono lavorare.

Perché i trasporti pubblici non arrivano. Perché devono accompagnare i figli a scuola. Perché devono assistere genitori anziani. Perché vivono in comuni nei quali il prossimo autobus è atteso insieme al passaggio della cometa di Halley.

Il carburante non serve soltanto alle famiglie.

Per autotrasportatori, agricoltori, pescatori, artigiani e tecnici è uno strumento di lavoro.

Ogni aumento sottrae margini alle imprese e rincara trasporti, alimenti, merci e servizi.

Alla fine, quindi, il cittadino paga due volte. Prima alla pompa e poi alla cassa del supermercato.

Esistono rimborsi, esenzioni e crediti d’imposta. Ma sono spesso temporanei, parziali e accompagnati dall’immancabile processione di moduli e scadenze.

Il lavoratore anticipa il denaro, lo Stato incassa subito e, forse, restituisce qualcosa dopo. Naturalmente lo chiama “beneficio”, come se stesse regalando denaro proprio.

L’autotrasportatore non può fermare il camion. L’agricoltore non può chiedere al raccolto di attendere il prossimo decreto. Il pescatore non può uscire in mare soltanto quando il gasolio conviene. Se il costo del viaggio supera il valore del pescato, la barca resta in porto e sulle nostre tavole arriva altro prodotto importato.

Il Palazzo celebra il Made in Italy, la sovranità alimentare e la difesa del lavoro.

Poi rende sempre più costoso trasportare, coltivare, pescare e produrre.

Chi lavora crea ricchezza. Il Palazzo crea moduli, comunicati e conferenze stampa. Poi pretende perfino di essere ringraziato quando restituisce una piccola parte di ciò che ha già prelevato.

Questa non è politica energetica.

È predazione fiscale contro l’economia reale.

Tassare il carburante in modo così pesante significa tassare la necessità.

Significa prelevare denaro da chi non può scegliere.

E quando una tassa colpisce una spesa inevitabile, la retorica della sostenibilità rischia di diventare soltanto il profumo ecologico applicato sopra una vecchia aggressione fiscale.

Va anche detta un’altra verità.

Confrontare direttamente 1,53 euro del 2008 con 2 euro del 2026 senza considerare l’inflazione è scorretto. Secondo i coefficienti dell’Istat, un valore del 2008 deve essere aumentato di circa un terzo per essere tradotto nel potere d’acquisto attuale.

Quella benzina da 1,53 euro equivarrebbe oggi approssimativamente a 2,10 euro.

Quindi il carburante, in termini reali, non è raddoppiato.

Ma qui si apre il vero processo politico.

Se il prezzo reale del pieno è paragonabile a quello del 2008, perché le famiglie lo percepiscono oggi come una coltellata molto più profonda?

La risposta non si trova nel barile.

Si trova nella busta paga.

Le retribuzioni contrattuali reali risultavano, nel settembre 2025, ancora inferiori dell’8,8% rispetto al gennaio 2021. Tra il 2019 e il 2024 le retribuzioni reali per dipendente in Italia hanno perso il 4,4%, mentre in Spagna sono cresciute.

La fotografia autentica del Paese non è quindi soltanto quella di una pompa di benzina che supera i due euro. È quella di salari che inseguono i prezzi con la grazia di un pensionato costretto a rincorrere un treno già partito.

Il pieno non è diventato necessariamente molto più caro in termini reali.

Sono gli italiani a essere diventati più poveri.

Questa è la parte che nessun ministro ama mettere in una diapositiva.

Nel 2024 oltre 2,2 milioni di famiglie italiane vivevano in povertà assoluta. Le persone coinvolte erano più di 5,7 milioni. Non stiamo parlando di qualche zona marginale rimasta fuori dalla modernizzazione.

Stiamo parlando di quasi un residente su dieci.

Il 31,1% delle famiglie ha dichiarato di avere limitato la quantità o la qualità degli alimenti acquistati.

Una famiglia su tre ha cominciato a negoziare con il frigorifero.

E mentre le famiglie tagliano il cibo, il sistema politico taglia nastri.

Si inaugurano conferenze, osservatori, tavoli, cabine di regia e piani strategici.

In Italia, quando un problema diventa insopportabile, gli si offre una sedia intorno a un tavolo. Poi si nomina un coordinatore, si prepara un comunicato e si attende che la realtà, per educazione istituzionale, smetta di disturbare.

Ad agosto 2026 l’inflazione è risalita al 3,3%.

I prezzi energetici hanno registrato una crescita annua intorno al 17%. L’Istat prevede che l’aumento dei prezzi possa frenare i consumi delle famiglie e ridurne ancora il reddito reale.

Non è un’opinione estremista.

È statistica ufficiale.

Eppure, davanti a ogni nuovo aumento, assistiamo allo stesso teatrino.

Il Governo esprime attenzione. Il ministro convoca. L’autorità monitora. Le compagnie spiegano. Gli esperti contestualizzano. I cittadini pagano.

Gli unici a svolgere con impeccabile puntualità il proprio ruolo sono i cittadini.

Pagano sempre.

Ogni governo promette di rivedere le accise.

Poi arriva al potere e scopre improvvisamente che quelle accise, così odiose quando sedeva all’opposizione, diventano sorprendentemente simpatiche quando deve chiudere il bilancio.

È una conversione spirituale rapidissima.

Sulla via di Palazzo Chigi, il nemico fiscale si trasforma in indispensabile entrata.

La destra accusa la sinistra.

La sinistra accusa la destra. I tecnici accusano i mercati. I mercati accusano la geopolitica. L’Europa accusa le emissioni.

Alla fine, come in ogni rispettabile commedia italiana, il conto viene lasciato sul tavolo della famiglia.

Non si tratta di negare la crisi internazionale. Il conflitto in Medio Oriente, le difficoltà delle rotte marittime, la riduzione delle forniture, il costo della raffinazione e l’instabilità valutaria hanno conseguenze reali. Sarebbe infantile fingere il contrario.

Ma proprio perché le cause sono molteplici, un governo serio dovrebbe spiegare ogni settimana ai cittadini come si forma il prezzo. Quanto deriva dal greggio. Quanto dal cambio. Quanto dalla raffinazione. Quanto dalla distribuzione. Quanto dalle imposte. Quanto dagli aumenti straordinari e quanto resta anche dopo che l’emergenza è cessata.

La trasparenza non può consistere in un cartello con tre numeri all’ingresso del distributore. Quella è soltanto la comunicazione del danno.

Servirebbe un meccanismo automatico che riduca temporaneamente il prelievo quando gli aumenti energetici generano maggiori entrate IVA.

Servirebbero interventi mirati per pendolari, lavoratori, famiglie numerose e territori privi di trasporto pubblico.

Servirebbe una politica dei redditi capace di restituire ai salari ciò che l’inflazione ha sottratto.

Servirebbe soprattutto che lo Stato smettesse di considerare il contribuente una risorsa naturale inesauribile.

Perché non lo è.

Dietro ogni pieno rinviato vi è una visita ai genitori che non si fa.

Una gita promessa ai figli che viene cancellata. Un lavoratore che calcola se accettare un turno aggiuntivo perché una parte del compenso finirà nel tragitto.

Un piccolo imprenditore che trasferisce il costo sui prezzi. Un artigiano che vede ridursi il margine. Un commerciante che paga di più ogni consegna.

Il carburante non rimane dentro il serbatoio.

Entra nel prezzo del pane, dei prodotti agricoli, dei medicinali, dei trasporti, dei servizi e delle merci. Ogni aumento percorre la filiera e arriva sullo scontrino.

È una tassa indiretta anche quando non viene formalmente chiamata tassa.

La politica, nel frattempo, ci invita alla resilienza.

Resiliente deve essere il lavoratore.

Resiliente deve essere la famiglia.

Resiliente deve essere il pensionato.

Resiliente deve essere l’imprenditore.

Lo Stato, invece, non rinuncia a un centesimo. La sua resilienza consiste nel resistere ostinatamente a ogni ipotesi di riduzione del prelievo.

Torniamo allora alla domanda della fotografia.

Ci stanno prendendo in giro?

Non esattamente nel modo rozzo suggerito dal confronto virale.

Il prezzo del petrolio non passa direttamente dal barile alla pompa e il valore del 2008 deve essere corretto per l’inflazione. Il benzinaio non possiede un laboratorio alchemico con cui trasforma ottanta dollari di greggio in due euro di benzina.

La presa in giro è più elegante.

Consiste nel raccontare la stabilità nominale delle retribuzioni come se fosse benessere.

Consiste nel celebrare piccoli aumenti degli stipendi dopo che l’inflazione ne ha divorato una parte molto più grande.

Consiste nel chiamare “stabile” una povertà assoluta che coinvolge 5,7 milioni di persone, come se la permanenza della sofferenza fosse una buona notizia.

Consiste nel presentare come scelta ecologica ciò che, per molti cittadini, è soltanto impossibilità economica.

Consiste nel pretendere che una famiglia consideri normale spendere più di cento euro per cinquanta litri di carburante e poi ringrazi per qualche bonus temporaneo, compilando magari quattordici moduli, allegando tre certificazioni e offrendo in sacrificio una marca da bollo.

La fotografia sbaglia qualche numero.

Il potere sta sbagliando un Paese intero.

Gli italiani non chiedono che il petrolio venga regalato.

Chiedono che la mobilità necessaria non sia trattata come una colpa. Chiedono che le imposte siano proporzionate, trasparenti e restituite sotto forma di servizi reali. Chiedono stipendi capaci di sostenere il costo della vita. Chiedono che le crisi internazionali non diventino sempre un’occasione per socializzare i costi e privatizzare i vantaggi.

Soprattutto chiedono di non essere trattati come un bancomat dotato di targa.

Oggi il serbatoio si riempie di carburante, imposte, geopolitica, scuse e arroganza.

Il portafoglio delle famiglie, invece, rimane vuoto.

E se questo non viene più considerato uno scandalo, non è perché abbia smesso di esserlo.

È perché ci hanno abituati perfino allo scandalo.

però verrebbe da dire, cari governanti, non solo che ci state prendendo davvero per il c…o, ma anche un più liberatorio e sonoro ma andatevene affanc…o!

eh, quando ci Vuole ci vuole!!!

Autore

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


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