Il suono che attraversa il tempo

A Vicenza Jazz 2026, tra l’eredità di Miles Davis e le visioni del presente, il jazz diventa racconto diffuso, rito collettivo e continua reinvenzione della musica e dei suoi confini.
C’è un momento, ogni primavera, in cui Vicenza cambia respiro. Le pietre palladiane sembrano trattenere il fiato, le piazze si fanno cassa armonica e la notte, quella vera, si riempie di suoni che arrivano da lontano. È lì che torna New Conversations Vicenza Jazz, e nel 2026 lo fa con il peso e la leggerezza di un traguardo importante: trent’anni.
Trent’anni non sono solo una cifra. Sono memoria, stratificazione, visione. E quest’anno tutto converge verso una figura che del cambiamento ha fatto un linguaggio: Miles Davis. A cento anni dalla sua nascita, il festival gli dedica un titolo che è già racconto, Dalle trombe di Gerico al divino Miles, un viaggio che attraversa il tempo, la spiritualità, la rivoluzione musicale.
Sotto la direzione di Riccardo Brazzale, Vicenza diventa ancora una volta un organismo vivo. Non un festival, ma una geografia sonora diffusa: dal Teatro Olimpico, capolavoro sospeso tra scena e architettura, al Teatro Comunale di Vicenza, fino agli spazi più inattesi come il Cimitero Maggiore di Vicenza o Villa Almerico Capra. Luoghi che non ospitano semplicemente musica, ma la trasformano.
Qui il jazz non è mai solo jazz. È dialogo, è contaminazione, è un continuo attraversamento di confini. Lo si sente già dall’apertura, affidata a Makaya McCraven, che costruisce paesaggi sonori dove il ritmo diventa racconto identitario, mescolando radici e futuro.
E poi c’è l’eleganza visionaria di Barbara Hannigan, insieme a Bertrand Chamayou, capace di spingersi oltre i limiti della voce, là dove la musica sfiora l’impossibile. Accanto a lei, la ricerca inquieta di Mary Halvorson e l’intelligenza compositiva di Uri Caine, che trasformano ogni esecuzione in un territorio aperto.
E poi i giganti. Quelli che portano con sé decenni di storia, come Billy Cobham, o voci contemporanee diventate ormai imprescindibili come Joshua Redman.
Ma il cuore pulsante di questa edizione è nella tromba. Non potrebbe essere altrimenti. La tromba di Miles, evocata, inseguita, reinventata, risuona nelle interpretazioni di Paolo Fresu, Enrico Rava e Fabrizio Bosso. Tre voci diverse, tre modi di abitare il suono, tre traiettorie che si incontrano in un unico gesto: celebrare senza imitare.
C’è un’immagine potente: il film Ascensore per il patibolo che scorre mentre la musica prende vita dal vivo. Non è nostalgia. È un cortocircuito emotivo, un dialogo tra epoche che restituisce al jazz la sua natura più profonda: essere sempre contemporaneo.
E mentre lo sguardo è rivolto a Miles, già si intravede un’altra costellazione: quella di John Coltrane. Il suo spirito attraversa il festival nei suoni di artisti come Isaiah Collier e Lakecia Benjamin, in un dialogo che è insieme spirituale e politico, intimo e collettivo.
E poi ci sono i momenti che restano sospesi, quasi fuori dal tempo. L’alba alla Rotonda, quando il sax di Dimitri Grechi Espinoza si intreccia con il silenzio e la luce. La notte al cimitero, dove la voce di Savina Yannatou diventa rito, attraversando lingue, culture, memorie.
Vicenza Jazz è anche questo: un festival che non ha paura di perdersi per ritrovarsi altrove. Nella danza di Israel Galván, che reinventa il flamenco accanto alla musica di Michael Leonhart. Nei progetti che mescolano corpi e suoni, tradizione e contemporaneità.
E intanto la città vibra. Nei bar, nelle librerie, nei luoghi quotidiani che diventano improvvisamente palcoscenico. È lì che il festival si fa davvero comunità: un intreccio di incontri, un’energia diffusa, una festa che non ha centro perché è ovunque.
Forse è proprio questo il senso più profondo di questa trentesima edizione. Non celebrare soltanto un anniversario, ma riaffermare una possibilità: quella del jazz come lingua viva, capace di attraversare il tempo e di continuare a dirci qualcosa di essenziale.
Perché, in fondo, come suggeriva Wynton Marsalis, tutto comincia e finisce con una tromba. E in mezzo, c’è il mondo.
CALENDARIO
15 maggio | ANTEPRIMA NEW CONVERSATIONS – VICENZA JAZZ 2026
ore 21 | Teatro Comunale – Sala del Ridotto
MAKAYA McCRAVEN QUARTET
16 maggio
ore 21 | Teatro Olimpico
BARBARA HANNIGAN & BERTRAND CHAMAYOU – Jumalattaret di John Zorn per soprano e pianoforte (e altre musiche di Olivier Messiaen e Alexandr Scrjabin)
Prima Italiana
17 maggio
dalle ore 21 | Teatro Olimpico
MARY HALVORSON QUARTET – Canis Major
URI CAINE Piano solo
Prima Italiana
18 maggio
ore 21 | Teatro Comunale – Sala Maggiore
BILLY COBHAM BAND
Prima Italiana
19 maggio
ore 21 | Teatro Comunale – Sala Maggiore
JOSHUA REDMAN QUARTET
20 maggio
ore 21 | Teatro Comunale – Sala Maggiore
ISRAEL GALVAN & MICHAEL LEONHART – New Sketches of Spain
21 maggio
ore 21 | Teatro Comunale – Sala Maggiore
PAOLO FRESU QUINTET – Ascensore per il patibolo | una produzione Vicenza Jazz 2026
22 maggio
dalle ore 21 | Teatro Comunale – Sala del Ridotto
ISAIAH COLLIER QUARTET
LAKECIA BENJAMIN QUARTET
ore 24 | Cimitero Maggiore
SAVINA YANNATOU & PRIMAVERA EN SALONICCO feat. LAMIA BEDIOUI – Water Songs
Prima Italiana
23 maggio
dalle ore 21 | Teatro Comunale – Sala del Ridotto
ROBERTO OTTAVIANO & ROBERT LUFT
PIETRO TONOLO QUARTET
24 maggio
alba | Villa Almerico Capra detta La Rotonda
DIMITRI ESPINOZA – A Love Supreme
ore 21 | Teatro Comunale – Sala Maggiore
NEAPOLIS MANTRA
25 maggio
ore 21 | Teatro Comunale – Sala Maggiore
ENRICO RAVA FEARLESS FIVE
FABRIZIO BOSSO QUARTET
Dal 20 al 23 maggio
concerti Happy Hour ore 19.00
concerti After Hour ore 22.30
INFO & PREVENDITE
Biglietteria Teatro Comunale
tel. 0444 324442 – biglietteria@tcv.it
Online
www.tcvi.it – www.vicenzajazz.org
Scopri di più da Betapress
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.