Italia, lo Stato di diritto che gioca sempre di rovescio
Tasse da record, servizi in affanno, giustizia eterna, burocrazia soffocante e merito dimenticato. La Repubblica pretende tutto dal cittadino, ma quando deve restituire qualcosa spesso manda la pratica all’ufficio competente.
Lo Stato di diritto a senso unico
L’Italia è ancora uno Stato di diritto? Formalmente sì, naturalmente. Abbiamo una Costituzione, un Parlamento, tribunali, ministeri, autorità, agenzie, commissioni, sottocommissioni e soprattutto moduli. Tantissimi moduli. Da questo punto di vista lo Stato esiste eccome. Anzi, quando deve chiedere qualcosa al cittadino, dimostra generalmente una vitalità sorprendente.
Il problema comincia quando bisogna capire quanto lo Stato esista nel momento in cui deve restituire qualcosa al cittadino.
Uno Stato di diritto non è semplicemente un Paese pieno di norme. È un sistema nel quale il potere rispetta le regole, i diritti sono concretamente esercitabili, la giustizia è imparziale e tempestiva, l’amministrazione funziona e soprattutto esiste una certa reciprocità tra ciò che lo Stato pretende e ciò che garantisce.
Ed è proprio questa reciprocità che in Italia sembra essersi progressivamente consumata.
Abbiamo costruito una specie di Stato di diritto a senso unico. Lo Stato pretende, il cittadino paga. Lo Stato stabilisce una scadenza, il cittadino deve rispettarla. Lo Stato sanziona, il cittadino ricorre. Il cittadino chiede invece una prestazione, un servizio, una risposta o semplicemente che qualcuno faccia ciò che dovrebbe fare e improvvisamente compare la formula universale della pubblica amministrazione italiana: «Le faremo sapere».
Prendiamo il fisco. Le tasse servono, sia chiaro. Uno Stato moderno costa. Costa la sanità, costa la scuola, costa la sicurezza, costa la previdenza, costa la giustizia. Il problema non è soltanto quanto paghiamo, ma cosa riceviamo.
Perché se si pagano imposte molto elevate e poi, per una visita specialistica, bisogna scegliere tra aspettare mesi oppure estrarre la carta di credito, qualche dubbio nasce spontaneo. Il cittadino finanzia la sanità pubblica, poi magari paga un’assicurazione privata e infine paga anche la visita perché proprio quella prestazione non è coperta. Tre pagamenti, una sola prostata. Anche questa, a modo suo, è efficienza.
Eppure il nostro sistema sanitario è pieno di professionisti straordinari. Medici, infermieri, tecnici e operatori tengono spesso in piedi strutture difficilissime con competenza e dedizione. Il problema non sono loro. È una macchina che troppe volte sembra organizzata secondo il principio del “facciamo quello che possiamo”. Ma lo Stato non dovrebbe fare quello che può. Dovrebbe fare quello che deve. Il diritto alla salute non può essere scritto con solennità nella Costituzione e poi tradotto amministrativamente in “prima disponibilità tra otto mesi”.
Lo stesso vale per la scuola. Abbiamo insegnanti bravissimi, realtà eccellenti, esperienze educative importanti. Ma continuiamo a vedere troppi ragazzi arrivare alla fine dei percorsi scolastici con competenze fragili nella comprensione del testo, nella matematica, nella capacità di ragionare e argomentare. In compenso siamo diventati formidabili con le sigle. PTOF, PCTO, PDP, PEI, UDA, INVALSI, portfolio, orientamento, competenze, capolavori. Manca soltanto il codice NATO dello studente.
Poi resta la domanda più semplice, e forse proprio per questo la più fastidiosa. Sa leggere e capire ciò che legge? Sa scrivere? Sa distinguere un fatto da un’opinione? Sa riconoscere una manipolazione?
Perché un cittadino che non comprende un testo complesso è formalmente libero, ma molto più facilmente condizionabile. Per questo la crisi della scuola non è soltanto un problema educativo. È un problema democratico.
Poi c’è la burocrazia, che nel frattempo ha scoperto Internet. Prima bisognava fare una fila. Oggi si può ricevere un errore comodamente da casa. Abbiamo SPID, CIE, PEC, OTP, portali, app, aree riservate e password che devono contenere una maiuscola, una minuscola, un numero, un simbolo e possibilmente una citazione di Orazio.
Abbiamo digitalizzato il modulo senza sempre digitalizzare la mentalità che aveva prodotto il modulo. Continuiamo così a dichiarare allo Stato dati che lo Stato possiede già. Se domandiamo perché dobbiamo inserirli di nuovo, arriva la risposta più potente della modernità: «Perché il sistema lo richiede».
Il sistema. Una nuova entità metafisica. Non si vede, non parla, non firma, ma ha sempre ragione.
Poi c’è la giustizia, e qui il discorso si fa persino più serio. Perché una burocrazia lenta irrita. Una giustizia lenta può distruggere una vita.
L’Italia ha certamente compiuto passi avanti nella riduzione degli arretrati e nella durata dei procedimenti, ma resta un problema strutturale che conosciamo da decenni. Una causa può accompagnare un cittadino per una parte importante della sua esistenza. Si entra in tribunale con i capelli neri e si esce discutendo della pensione di reversibilità.
La giustizia italiana sembra talvolta avere un concetto geologico del tempo.
Eppure la questione è banalissima. Una sentenza giusta che arriva troppo tardi rischia di diventare praticamente inutile. Un imprenditore assolto dopo che l’impresa è fallita non riottiene automaticamente l’azienda. Un cittadino scagionato dopo anni di esposizione mediatica non recupera con una sentenza la reputazione perduta. Un lavoratore che ottiene ragione dopo che la propria carriera è stata distrutta non recupera gli anni.
I fascicoli possono aspettare. Le vite no.
A questo si aggiunge un altro tema, più delicato ma impossibile da ignorare. Quello della percezione dell’imparzialità. Dire che tutta la magistratura italiana sia ideologizzata sarebbe ingiusto e semplicistico. Esistono migliaia di magistrati che svolgono il proprio compito con indipendenza, serietà e riserbo. Ma sarebbe altrettanto ingenuo negare che una parte consistente dell’opinione pubblica percepisca da decenni una politicizzazione di settori della giustizia.
E questo, di per sé, è già un problema.
La giustizia non deve soltanto essere imparziale. Deve apparire imparziale. Quando una sentenza viene letta immediatamente secondo categorie politiche, quando un magistrato viene percepito come appartenente culturalmente a uno schieramento, quando il cittadino arriva a chiedersi non soltanto “cosa dice la legge?” ma anche “chi è il giudice?”, la fiducia è già stata intaccata.
La toga non può essere percepita come una casacca. Né rossa, né nera, né azzurra. Deve essere semplicemente una toga.
Poi c’è il processo mediatico, che in Italia possiede una rapidità sconosciuta ai tribunali. La Costituzione stabilisce che una persona non è colpevole fino alla condanna definitiva. La televisione, invece, spesso chiude il processo in una sera. Titolo, fotografia, intercettazione, vicino di casa intervistato e inevitabile frase: «Sembrava una persona normale».
Dopo sette anni arriva magari l’assoluzione. Quattro righe, possibilmente vicino all’oroscopo.
Qui la responsabilità non è soltanto della magistratura. È della politica, dei media e anche di noi giornalisti. La reputazione può essere condannata in prima serata e assolta quando ormai nessuno sta più guardando.
Poi c’è la corruzione, che forse rappresenta uno degli indicatori più evidenti della perdita di fiducia nello Stato. E non parlo soltanto della classica busta con il denaro. La corruzione moderna è spesso più sofisticata. È la relazione privilegiata, il concorso percepito come già deciso, l’incarico cucito addosso, la procedura piegata, la regola interpretata creativamente.
Ma soprattutto è la convinzione devastante che per ottenere qualcosa non basti avere diritto. Bisogni conoscere qualcuno.
È lì che comincia davvero a morire lo Stato di diritto. Non quando spariscono le leggi, ma quando il cittadino smette di credere che le leggi siano sufficienti.
E poi arriviamo alla pubblica amministrazione e al tema del merito. In Italia adoriamo il merito. Ne parliamo continuamente. Merito, competenza, leadership, performance, risultati. Sono parole bellissime, soprattutto nei convegni.
Il problema comincia quando compare qualcuno che prova davvero ad applicarle.
Il bravo manager ha infatti una caratteristica abbastanza scomoda. Decide. Chiede risultati. Misura. Cambia procedure. Premia chi funziona. Contesta chi non funziona. Domanda perché una pratica richieda sessanta giorni se potrebbe richiederne sei.
A quel punto diventa improvvisamente “divisivo”, “troppo aziendalista”, “poco incline alla mediazione”.
Traduzione: ha disturbato il letargo.
Lo Stato italiano troppo spesso non riesce a valorizzare i migliori dirigenti. Non premia abbastanza chi innova, non protegge abbastanza chi assume decisioni corrette, non distingue con sufficiente chiarezza tra chi produce risultati e chi possiede il talento, assai più rassicurante, di non prendere mai una decisione pericolosa.
Perché il vero capolavoro della burocrazia non è sbagliare. È non decidere.
Chi decide può sbagliare. Chi firma rischia. Chi innova si espone. Chi non fa nulla, invece, può arrivare alla pensione con un curriculum perfetto.
La pratica resta ferma, ma la procedura è stata rispettata.
Missione compiuta.
Poi esiste un altro paradosso quasi filosofico. Lo Stato impiega milioni di persone che hanno bisogno di organizzazioni sindacali per difendersi dal proprio datore di lavoro. Che è lo Stato.
Naturalmente il sindacato pubblico è un diritto costituzionale e una garanzia democratica. Ma il paradosso politico resta notevole. Lo Stato tutela i lavoratori e poi i lavoratori dello Stato devono tutelarsi dallo Stato. Manca soltanto un sindacato dei cittadini per difendersi dalla pubblica amministrazione e il quadro sarebbe completo.
Il punto, però, è più serio. È la sfiducia reciproca. Il cittadino non si fida dello Stato. Lo Stato non si fida del cittadino. Il contribuente non si fida del fisco. Il fisco non si fida del contribuente. Il dipendente non si fida dell’amministrazione. L’amministrazione teme il dipendente. Il funzionario teme di firmare. Il dirigente teme di decidere.
Abbiamo costruito lo Stato della sfiducia preventiva.
Eppure lo Stato italiano non è affatto debole. Provate a dimenticare una multa. Provate a sbagliare una dichiarazione. Provate a non versare 37 euro.
Vi troverà.
Lo Stato sa dove abitate, che automobile guidate, quanto guadagnate e quando avete comprato casa. Poi chiedete una visita specialistica e improvvisamente vi perde. Chiedete una sentenza e il calendario diventa archeologia. Chiedete un’autorizzazione e compare un tavolo tecnico.
Il problema italiano è tutto qui.
Abbiamo doveri certissimi e diritti talvolta eventuali. Tasse immediate e servizi differiti. Sanzioni automatiche e giustizia matusalemmica. Merito proclamato e mediocrità sorprendentemente resistente.
A quel punto chi può permetterselo reagisce in modo semplicissimo. Compra privatamente quello che il pubblico non riesce più a garantire bene. Sanità privata, scuola privata, previdenza integrativa, sicurezza privata, consulenza privata. Poi serve un commercialista per parlare con il fisco, un avvocato per parlare con l’amministrazione, un patronato per parlare con l’INPS.
Abbiamo creato una gigantesca industria dell’intermediazione tra il cittadino e lo Stato.
E questo dovrebbe preoccuparci moltissimo. Perché quando per esercitare un diritto ordinario serve un professionista, quel diritto comincia a somigliare a un servizio premium.
È qui che arriviamo alla questione centrale. Lo Stato di diritto non muore sempre con i carri armati davanti al Parlamento. Può consumarsi lentamente, quasi educatamente.
Il cittadino continua a pagare le tasse, ma considera lo Stato un esattore. Continua a rivolgersi ai tribunali, ma non crede nei tempi della giustizia. Rispetta le sentenze, ma sospetta che possano avere un colore. Manda i figli a scuola, ma cerca altrove le competenze. Finanzia la sanità pubblica, ma paga quella privata. Lavora per lo Stato, ma deve difendersi dalla propria amministrazione. Sente parlare di merito e vede troppo spesso premiata la prudenza e penalizzata la responsabilità.
Formalmente rimane tutto. La Costituzione, il Parlamento, i tribunali, i ministeri, le Regioni, i Comuni, le autorità, le commissioni, le PEC, gli SPID, i tavoli tecnici e naturalmente i moduli.
Manca soltanto una cosa.
Il cittadino che ci crede.
E uno Stato può imporre una tassa. Può imporre una sanzione. Può imporre una procedura.
Ma non può imporre la fiducia.
Quella deve meritarsela.
Forse allora, prima dell’ennesima riforma epocale, dell’ennesima commissione e dell’ennesimo piano strategico, basterebbe un programma politico davvero rivoluzionario.
Quasi sovversivo.
Far funzionare lo Stato.
Curare nei tempi necessari. Istruire davvero. Giudicare in tempi umani e senza ombre ideologiche. Premiare i capaci. Proteggere chi decide bene. Punire chi corrompe. Semplificare la vita di chi rispetta le regole.
E soprattutto ricordarsi di una cosa molto semplice.
Il cittadino non è un fastidioso utente della Repubblica.
È il motivo per cui la Repubblica esiste.
Perché lo Stato non è il Palazzo, non è il Ministero, non è il tribunale e non è l’Agenzia delle Entrate.
La Repubblica siamo noi.
E forse sarebbe bene che il Palazzo se ne ricordasse.
Prima che i cittadini si dimentichino del Palazzo.
Del resto, nell’Italia di oggi sembra che l’unica cosa capace di unire davvero il Paese, di funzionare con regole chiare, classifiche comprensibili, tempi certi e risultati immediatamente verificabili sia rimasto lo sport.
Forse è per questo che non possiamo più in tutta onestà definirci uno Stato di diritto.
Proprio perché tutto … funziona soprattutto con il rovescio.
E, a giudicare da come vanno le cose, anche parecchio fuori campo.
Corrado Faletti
Direttore – Betapress
Scopri di più da Betapress
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.