Agosto 10, 2026

I’ve had a dream … Terza parte

Nell’ultima parte del sogno, si affronta il più potente esercito d’Italia, quello di chi non partecipa, non sceglie e attende che siano gli altri a cambiare il Paese. Durante la salita verso la montagna si scoprirà che anche chi porta la lanterna può cadere nella seduzione del consenso. Sulla vetta, davanti a un trono vuoto e a un bambino che appartiene al futuro, comprenderà infine che il voto non è un regalo destinato a chi governa, ma un debito contratto con chi verrà dopo di noi.

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L’ultimo uomo nella foresta del potere

Parte terza

Il trono vuoto e il giudizio dei non nati

Un racconto del direttore Corrado Faletti (prima di leggere questa parte del racconta si consiglia la lettura delle prime due)

 

 

 

La campana suonò per la terza volta.

Il rintocco scese dalla montagna, attraversò la pianura e penetrò nella foresta come una lama. Gli alberi si piegarono.

Le foglie smisero di agitarsi. Persino le ombre dei dirigenti apicali, lontane nel bosco, parvero sospendere per qualche istante la compilazione dell’ennesima nota interpretativa.

La scala comparve davanti a me.

Era più alta di quanto avessi immaginato. Saliva lungo il fianco della montagna, si perdeva tra le nubi e riappariva molto più in alto, là dove una fiamma continuava ad ardere accanto alla figura misteriosa.

Alle mie spalle c’erano migliaia di uomini e donne.

Ognuno reggeva una lanterna.

Il loro silenzio mi aveva commosso. Avevo creduto che fossero finalmente arrivati coloro che aspettavo. Non compari, non cortigiani, non candidati in cerca di una collocazione.

Cittadini. Persone comuni. Donne e uomini pronti a trasformare la propria indignazione in responsabilità.

Sollevai la lanterna.

La moltitudine sollevò la propria.

Feci un passo.

La moltitudine applaudì.

Ne feci un secondo.

L’applauso crebbe.

Al terzo mi voltai.

Erano rimasti tutti immobili.

«Venite!» gridai.

Un’ondata di entusiasmo percorse la pianura.

«Vai!» risposero.

Indicai la montagna.

«La strada è questa!»

«Lo sappiamo!» gridarono.

«Allora seguitemi!»

Ci fu un breve silenzio.

Un uomo nelle prime file guardò quello accanto. Una donna abbassò la lanterna.

Qualcuno controllò l’ora. Un altro si ricordò improvvisamente di avere lasciato l’automobile in seconda fila.

«Noi ti sosteniamo moralmente», disse infine una voce.

«Da qui», precisò un’altra.

Ripresi a salire. Gli applausi tornarono fragorosi.

Solo allora compresi.

Credevo di avere alle spalle un esercito.

Avevo soltanto un pubblico.

Erano pronti ad applaudire la mia salita, purché la fatica, il rischio e l’eventuale caduta rimanessero interamente miei. Volevano il cambiamento, ma lo desideravano in appalto.

Cercavano un cavaliere disposto ad affrontare i giganti, possibilmente mentre loro commentavano la battaglia da una distanza di sicurezza.

Avrei dovuto combattere.

Loro avrebbero giudicato lo stile.

Avrei dovuto rischiare.

Loro avrebbero valutato se il rischio fosse stato ben comunicato.

Avrei dovuto cadere.

Loro avrebbero scritto che, in fondo, si era capito sin dall’inizio che non ero abbastanza preparato.

La politica italiana è piena di generali che aspettano di conoscere l’esito dello scontro prima di decidere da quale parte avrebbero eroicamente combattuto.

Guardai quelle migliaia di lanterne.

La loro luce era splendida.

Ma una luce che non cammina illumina soltanto il luogo nel quale ha deciso di restare.

Proseguii.

La scala, però, terminò dopo pochi gradini. Davanti a me si apriva una vasta distesa coperta da una nebbia bassa. In lontananza vidi migliaia di tende grigie, carri immobili e vessilli senza colore.

In mezzo all’accampamento sedeva un esercito.

Era l’esercito più numeroso che avessi incontrato durante il viaggio.

Superava quello dell’Amazzone delle Mille Intese.

Avrebbe potuto travolgere gli Immortali, cacciare i Compari, liberare il bosco e probabilmente conquistare la montagna prima dell’ora di cena.

Eppure nessuno si muoveva.

I soldati erano seduti davanti alle tende. Alcuni dormivano. Altri giocavano a carte. Molti discutevano animatamente di ciò che avrebbero dovuto fare coloro che si trovavano altrove.

Sopra l’ingresso dell’accampamento una grande iscrizione annunciava:

PIANURA DEGLI ASSENTI

Fui fermato da due sentinelle disarmate.

«Chi comanda questo esercito?» domandai.

Le sentinelle indicarono una tenda più grande delle altre.

Davanti all’ingresso, adagiato sopra una poltrona, c’era un uomo avvolto in un mantello color nebbia. Non portava insegne, decorazioni o simboli. Sul petto aveva ricamato soltanto un nome.

NESSUNO

Mi avvicinai.

«Sei tu il generale?»

«Quando serve».

«E quando serve?»

«Non è ancora stato stabilito».

Il generale Nessuno si alzò con grande lentezza. Aveva il volto di tutte le persone che avevo incontrato senza riuscire a ricordarne nessuna.

«Che cosa fate qui?»

«Aspettiamo».

«Che cosa?»

«Che cambi qualcosa».

«E chi dovrebbe cambiarla?»

Mi guardò come si guarda un bambino incapace di comprendere le questioni più elementari.

«Qualcuno».

«Qualcuno chi?»

Il generale allargò le braccia.

«Se sapessimo chi, non si chiamerebbe Qualcuno».

Attraversai l’accampamento.

Ogni reparto possedeva un proprio motto.

Il primo era quello degli Uguali.

I soldati ripetevano in coro:

«Sono tutti uguali».

Domandai se avessero controllato.

Mi risposero che non ce n’era bisogno. Non conoscevano i programmi, non avevano seguito i lavori parlamentari, non ricordavano il nome dei propri rappresentanti e non distinguevano una competenza comunale da una regionale. Proprio per questo possedevano la certezza granitica che fossero tutti uguali.

Il secondo reparto era quello degli Immutabili.

Ripetevano:

«Tanto non cambia nulla».

«Avete mai provato a cambiarla?» chiesi.

«No».

«E come fate a sapere che non cambierebbe?»

«Perché nessuno ci ha ancora dimostrato il contrario».

Il ragionamento possedeva la solidità logica di una porta disegnata sopra un muro.

Poco più avanti incontrai la Compagnia degli Estranei.

«Io non mi occupo di politica», dichiaravano con orgoglio.

Lo dicevano mentre percorrevano strade pubbliche, utilizzavano servizi pubblici, pagavano imposte decise dalla politica, mandavano i figli in scuole regolate dalla politica, si curavano in ospedali organizzati dalla politica e si lamentavano del prezzo dell’energia, delle pensioni, del traffico, della sicurezza e della burocrazia.

La politica si occupava di loro dal mattino alla sera.

Loro, per vendicarsi, avevano deciso di non occuparsi della politica.

Veniva poi la Legione dei Benaltristi.

A ogni problema rispondevano che ben altro sarebbe stato necessario affrontare. Non riuscivano mai a precisare che cosa fosse questo ben altro, ma erano certi che fosse sempre più urgente della questione presente.

Se si parlava di scuola, indicavano la sanità.

Se si parlava di sanità, ricordavano le strade.

Se si parlava delle strade, evocavano la povertà.

Se si tentava di affrontare la povertà, spiegavano che prima occorreva cambiare la classe dirigente.

Se qualcuno proponeva di cambiarla, concludevano che erano tutti uguali e tornavano al primo reparto.

Era un esercito perfettamente circolare.

Non avanzava mai, ma possedeva l’impressione di aver percorso grandi distanze.

Infine incontrai il corpo scelto dei Qualcunisti.

Il loro grido di battaglia era il più potente.

«Qualcuno dovrebbe fare qualcosa!»

Lo urlavano con convinzione. Alcuni lo pronunciavano nei bar. Altri sui social. Altri ancora durante le cene, tra il primo e il secondo piatto, assumendo l’espressione severa di chi sarebbe pronto a salvare la Repubblica se soltanto non avesse già ordinato il dolce.

Domandai chi fosse disposto a diventare quel qualcuno.

Il reparto si sciolse in pochi secondi.

Tornai dal generale Nessuno.

«Hai a disposizione l’esercito più grande del Paese. Perché non lo conduci alla montagna?»

Il generale sorrise.

«Noi non abbiamo mai perso una battaglia».

«Perché siete invincibili?»

«Perché non vi abbiamo mai partecipato. In compenso, da molti anni lasciamo che siano gli altri a scegliere anche per noi».

«E poi vi lamentate delle scelte compiute dagli altri».

«È il nostro principale contributo alla vita pubblica».

«Non votate, non partecipate, non vi informate e non assumete responsabilità. Tuttavia pretendete di giudicare chiunque lo faccia».

«Esattamente».

«E non vi sembra una contraddizione?»

«Non siamo responsabili nemmeno delle nostre contraddizioni».

Sentii la tentazione di estrarre una spada. Non ne avevo una e forse fu meglio così. Don Chisciotte almeno poteva caricare i mulini a vento. Io mi trovavo davanti a un esercito che aveva trasformato l’immobilità in una fortificazione.

Non si può duellare contro chi non scende in campo.

Non si può sconfiggere chi considera ogni scelta una contaminazione e ogni responsabilità un pericolo.

Non si può liberare un uomo che difende le proprie catene perché teme il peso di dover camminare.

Il generale Nessuno mi accompagnò fino al limite dell’accampamento.

«Non sprecare il tuo tempo», disse. «La montagna non è mai stata conquistata».

«Forse perché nessuno ha tentato davvero di salirla».

Il generale si inchinò.

«Finalmente hai compreso il mio ruolo».

Ripresi il cammino.

Alle mie spalle l’esercito tornò ad aspettare il cambiamento.

Davanti a me apparve un grande cancello di ferro. Sbarrava l’accesso alla vera scala, quella che saliva fino alla vetta. Sulle colonne erano incisi decreti, regolamenti, circolari e sentenze. Al centro pendeva una catena enorme, chiusa da un lucchetto grande quanto una promessa elettorale.

Davanti al cancello mi attendevano gli Immortali.

Gli stessi dirigenti apicali che avevo incontrato nella foresta.

Erano disposti in formazione solenne. L’ombra più alta reggeva un fascicolo tanto voluminoso da poter essere utilizzato per fermare una carica di cavalleria.

«La salita non è autorizzata», annunciò.

«Da chi dovrebbe essere autorizzata?»

«Dalla Commissione permanente per la valutazione preventiva delle ascese non programmate».

«E dove si trova questa commissione?»

«Non è stata ancora costituita».

«Quando lo sarà?»

«Dopo l’approvazione del regolamento».

«E chi deve approvare il regolamento?»

«La commissione».

Alzai la lanterna per accertarmi che non stesse scherzando.

Non stava scherzando.

La burocrazia non scherza mai. Crea realtà tanto assurde da rendere superflua la comicità.

«Devo raggiungere la vetta».

«Comprendiamo l’urgenza».

«Allora aprite».

«L’urgenza deve essere certificata».

«Da chi?»

«Da un soggetto posto sulla vetta».

«Ma non posso raggiungere la vetta perché avete chiuso il cancello».

«È precisamente la criticità che dovrà essere sottoposta al tavolo tecnico».

Le ombre annuirono.

Una di loro mi porse un modulo.

Era composto da centosettantadue pagine. La prima chiedeva di dichiarare sotto la propria responsabilità di essere ancora vivi. L’ultima imponeva di allegare una certificazione rilasciata non meno di sei mesi dopo il decesso.

«Non potete fermare per sempre chi vuole salire».

L’Immortale spalancò le braccia.

«Nessuno ha parlato di fermarlo».

«Avete chiuso il cancello».

«Non è chiuso. È in attesa di apertura».

«Con una catena».

«È una misura temporanea».

«Da quanto tempo?»

«Dal 1974».

Provai a scuotere le sbarre.

Immediatamente tre dirigenti compilarono un verbale per uso improprio del cancello, due richiesero una perizia strutturale e uno propose l’istituzione di un osservatorio nazionale sulle conseguenze sociali dello scuotimento dei manufatti metallici.

Fu allora che udii un rumore di zoccoli.

Dalla pianura avanzava una figura.

Prima vidi la lancia.

Poi l’elmo greco, la corazza romana, gli stivali ottocenteschi e la fascia tricolore che ancora non aveva deciso se rappresentasse un’istituzione o una prenotazione per il buffet.

Era l’Amazzone delle Mille Intese.

Il suo caravanserraglio appariva più piccolo. Mancavano alcuni consulenti, due esperti, l’influencer della memoria storica e il generale senza battaglie. Il cugino continuava invece a portare la pergamena del proprio riconoscimento. Le dinastie possono sopravvivere alle rivoluzioni, figuriamoci a una seconda parte.

L’Amazzone si fermò davanti al cancello.

«Hai ottenuto l’autorizzazione?» mi domandò.

«La commissione che dovrebbe concederla non esiste».

«Una delle nostre commissioni più efficienti».

L’Immortale avanzò.

«Anche lei deve presentare domanda».

L’Amazzone scese da cavallo.

«Io ho presentato domande per tutta la vita. Ho chiesto voti, fiducia, alleanze, pazienza, silenzio e, qualche volta, persino perdono. Oggi non chiederò nulla».

Afferrò la lancia con entrambe le mani e colpì il lucchetto.

La montagna tremò.

Gli Immortali gridarono che il gesto non era previsto dal regolamento. Lei colpì una seconda volta.

La catena si spezzò.

Il cancello si aprì.

Per la prima volta vidi paura negli occhi burocratici delle ombre. Non temevano il disordine. Temevano il precedente.

Se un cancello poteva essere aperto senza attendere la commissione, qualcuno avrebbe potuto sospettare che non tutte le commissioni fossero indispensabili. Sarebbe crollata un’intera civiltà fondata sulla convocazione della riunione successiva.

L’Amazzone appoggiò la lancia a terra.

«Non sono stata sempre coerente», disse. «Non sono stata sempre giusta. Ho stretto alleanze che oggi non saprei spiegare nemmeno sotto giuramento. Ho distribuito riconoscimenti che avrebbero fatto arrossire un imperatore romano e ho chiamato mediazione ciò che, in alcune notti, sapevo essere soltanto paura».

Guardò il proprio seguito.

«Ma anche una persona imperfetta può scegliere, almeno una volta, di stare dalla parte giusta».

Compresi allora ciò che la foresta non era riuscita a insegnarmi.

La politica non ha bisogno di santi.

I santi raramente si candidano e, quando lo fanno, vengono eliminati alle primarie.

La politica ha bisogno di persone imperfette che conoscano il limite della propria imperfezione. Uomini e donne capaci di fermarsi un istante prima di trasformare il compromesso in complicità, l’alleanza in sottomissione e la responsabilità verso i propri cari nel diritto dei propri parenti a occupare l’intero albero genealogico dello Stato.

Non esiste una purezza assoluta nell’esercizio del potere.

Esiste però una soglia oltre la quale l’impurità diventa corruzione morale.

Esiste un punto nel quale la mediazione cessa di servire un progetto e il progetto comincia a servire la mediazione.

Esiste un momento nel quale bisogna decidere se conservare la posizione oppure conservare se stessi.

L’Amazzone indicò la scala.

«Vai, uomo della lanterna».

«Non vieni?»

«Ho ancora un esercito da liberare da alcuni parenti».

Il cugino strinse a sé la pergamena.

Per la prima volta nel sogno provai compassione per lui.

Lo attendeva una battaglia vera.

Varcai il cancello.

Non avevo ancora raggiunto il primo gradino quando dal bosco esplose un grido.

«Faletti! Faletti! Faletti!»

Le Comari e i Compari correvano verso di me.

Avevano abbandonato le spille con il volto dei vecchi protettori. Alcuni le avevano sostituite con piccoli ritratti che mi raffiguravano mentre reggevo la lanterna. Altri portavano bandiere già stampate. Uno aveva persino fatto realizzare un simbolo elettorale nel quale la mia fiamma appariva circondata da dodici stelle, sette ulivi, quattro animali araldici e una percentuale di sbarramento.

Mi circondarono.

«Sei tu il leader che aspettavamo!»

«Non aspettavate un altro fino a pochi minuti fa?»

«Era una fase politica diversa».

«Quanto diversa?»

«Non avevi ancora aperto il cancello».

«Non l’ho aperto io. È stata l’Amazzone».

I Compari annuirono con gravità.

«Un leader autentico sa delegare».

Mi consegnarono un mantello dorato.

«Che cos’è?»

«Il mantello del rinnovatore».

«Non mi serve».

«Proprio questa tua riluttanza dimostra che sei destinato a indossarlo».

Una comare mi mostrò un sondaggio.

«Sei già al trentadue per cento».

«Ma nessuno mi conosce».

«È il motivo per cui il dato è così alto».

Un compare mi porse il programma della nascente Coalizione delle Lanterne.

Era composto da una sola pagina bianca.

«Dove sono le proposte?»

«Le scriveremo dopo aver verificato quali raccolgono maggiore consenso».

«E quali idee sostenete?»

«Le tue».

«Non le conoscete».

«Per questo non ne abbiamo ancora trovata nessuna sbagliata».

Mi misero il mantello sulle spalle.

Qualcuno iniziò a chiamarmi “Presidente”.

Altri aggiunsero “comandante”, “fondatore”, “guida” e “luce della montagna”. Un uomo mi promise l’appoggio incondizionato di un’associazione che contava sette iscritti, cinque dei quali appartenenti alla sua famiglia. In cambio chiedeva soltanto tre seggi e la direzione di un ente da costituire appositamente.

Un altro mi spiegò che il Paese non aveva bisogno di un programma, ma di un volto.

Il mio.

Una comare assicurò che ogni mia contraddizione sarebbe stata presentata come una raffinata evoluzione strategica.

Il mantello cominciò a sembrarmi meno pesante.

Ascoltai il mio nome salire dalla pianura.

Per un istante provai qualcosa di caldo, piacevole e terribile.

Non era speranza.

Era consenso.

Il consenso possiede la dolcezza di un veleno preparato da un farmacista competente. Non ti uccide immediatamente. Prima ti convince di essere finalmente compreso. Poi ti persuade di essere necessario. Infine ti porta a credere che ogni critica contro di te sia un attacco contro il bene stesso.

Guardai la moltitudine.

Ora erano molti di più ad applaudire.

Pensai che forse avrei potuto guidarli. Forse il Paese aveva davvero bisogno di qualcuno capace di mostrare la strada. Forse la mia ricerca non era stata altro che una preparazione. Forse l’uomo che cercavo ero sempre stato io.

I Compari gridarono ancora il mio nome.

Sollevai la lanterna.

La fiamma illuminò uno scudo abbandonato accanto al cancello.

Sulla superficie lucida vidi il mio riflesso.

Indossavo il mantello del rinnovatore. Alle mie spalle sventolavano bandiere con il mio volto. I cortigiani attendevano un cenno. La folla applaudiva ogni mio gesto.

Non sembravo più Diogene.

Sembravo uno degli uomini ai quali avevo chiesto di non desiderare il mio voto.

La lanterna tremò.

Compresi l’ultima trappola della foresta.

Avevo attraversato il regno del consenso alla ricerca di un uomo libero dal desiderio di essere eletto. Lungo il cammino, però, avevo cominciato a considerare la mia stessa ricerca un titolo per governare.

Avevo denunciato la vanità degli altri senza riconoscere quella, più sottile, di sentirmi moralmente superiore.

Credevo di illuminare il potere.

Il potere stava usando la mia luce per costruirmi un palcoscenico.

Mi strappai il mantello.

I Compari tacquero.

«Non sono il vostro capo».

«È una frase molto efficace», disse uno. «Potremmo usarla come slogan».

Gettai a terra il simbolo elettorale.

«Non voglio la vostra obbedienza».

«Possiamo chiamarla partecipazione».

«Non voglio che ripetiate le mie parole».

«Le ripeteremo con spirito critico».

«Non voglio essere il vostro salvatore».

Il più anziano dei Compari sorrise con tenerezza.

«Tutti i salvatori dicono così all’inizio».

Ripresi la lanterna.

«Se volete salire, salite. Ma non fatelo dietro di me. Fatelo accanto a me».

La formula non piacque.

Accanto non esistono posti riservati. Non ci sono prime file, fotografie privilegiate o accessi esclusivi. Camminare accanto significa condividere la fatica e, soprattutto, la responsabilità.

Le Comari e i Compari cominciarono ad allontanarsi.

Qualcuno recuperò le vecchie spille. Un altro telefonò all’Amazzone per informarsi sull’eventuale disponibilità di candidature. La donna del sondaggio cancellò il mio nome e lo sostituì con quello di un uomo che non aveva ancora pronunciato una parola, ma appariva molto competitivo nel segmento degli indecisi.

Rimasi solo davanti alla scala.

Sul primo gradino era incisa una parola.

CORAGGIO

Appoggiai il piede sulla pietra.

La montagna scomparve.

Mi trovai sopra un ponte sospeso nel vuoto. Sotto di me non c’era un abisso, ma una folla di bocche. Sussurravano tutto ciò che un uomo teme quando decide di esporsi.

«Rideranno di te».

«Ti attaccheranno».

«Diranno che cerchi visibilità».

«Useranno ogni errore contro di te».

«Resterai solo».

«Perderai amici».

«Ti chiederanno conto anche delle colpe altrui».

«Quando avrai ragione, taceranno. Quando sbaglierai una parola, la ripeteranno per anni».

Il ponte oscillava.

Compresi che il coraggio non consiste nell’assenza della paura. Quella è incoscienza o, in certi casi, mancanza di immaginazione.

Il coraggio è decidere quale paura meriti di governarci.

La paura di essere colpiti o quella di non avere tentato.

La paura di perdere una posizione o quella di perdere la dignità.

La paura di parlare o quella di dover spiegare, un giorno, perché siamo rimasti in silenzio.

Attraversai il ponte.

La montagna ricomparve.

Sul secondo gradino era scritto:

RESPONSABILITÀ

Appena lo toccai, fui trascinato dentro un grande tribunale.

Sulle pareti non c’erano stemmi, ma specchi.

Al centro sedevano milioni di imputati. Ognuno indicava qualcun altro.

Il politico accusava il cittadino.

Il cittadino accusava la politica.

Il governo accusava quello precedente.

Quello precedente accusava le circostanze.

Le istituzioni accusavano le norme.

Chi aveva scritto le norme accusava chi le aveva interpretate.

Chi le aveva interpretate spiegava di essersi limitato ad applicarle.

I genitori accusavano la scuola.

La scuola accusava le famiglie.

Gli adulti accusavano i giovani.

I giovani accusavano un futuro costruito dagli adulti.

Gli elettori accusavano gli eletti.

Gli eletti ricordavano agli elettori di averli votati.

Nessuno mentiva completamente.

Nessuno diceva tutta la verità.

Una voce mi domandò:

«Di chi è la colpa?»

Guardai gli specchi.

Avrei potuto indicare i candidati incontrati nella prima parte, l’Amazzone, gli Immortali, i Compari, il generale Nessuno. Ognuno possedeva la propria parte di colpa.

Poi vidi il mio volto.

«Anche mia», risposi.

Gli specchi si spezzarono.

Non avevo confessato un delitto. Avevo riconosciuto qualcosa di più difficile da ammettere.

Nessuno è responsabile di tutto.

Ma quasi nessuno è responsabile di nulla.

Ogni volta che cediamo la nostra libertà in cambio di comodità, ogni volta che preferiamo una fedeltà personale a una competenza, ogni volta che applaudiamo una menzogna perché pronunciata dalla parte alla quale apparteniamo, consegniamo un altro pezzo della Repubblica alla foresta.

Il tribunale svanì.

Raggiunsi il terzo gradino.

RINUNCIA

Davanti a me apparve una corona.

Non era fatta d’oro. Era composta da titoli, incarichi, presidenze, onorificenze, fotografie ufficiali e inviti nelle prime file. Ogni gemma rifletteva un volto disposto a sorridermi.

Una voce parlò dalla montagna.

«Prendila. Hai attraversato la foresta. Hai visto ciò che gli altri non vedono. Hai diritto di comandare».

Tesi la mano.

La corona emanava calore.

«Potrai scegliere chi premiare».

Vidi amici, collaboratori, persone che mi erano state vicine.

«Potrai riconoscere il valore di chi ami».

Dietro quella frase apparve il cugino dell’Amazzone con la pergamena.

Ritrassi la mano.

Amare qualcuno non significa attribuirgli meriti che non possiede. La giustizia comincia proprio dove termina la tentazione di trasformare l’affetto in privilegio.

«Potrai correggere le ingiustizie».

La corona divenne ancora più luminosa.

Quella era l’offerta più pericolosa. Il potere non seduce soltanto promettendo vantaggi. Seduce convincendoci che nelle nostre mani sarebbe finalmente utilizzato per il bene.

Ogni aspirante tiranno immagina di essere l’eccezione virtuosa.

Ogni corte nasce attorno a qualcuno persuaso di meritare una corte per ragioni superiori.

Presi la corona.

Le voci della montagna tacquero.

La sollevai sopra il capo.

Poi la deposi sul gradino.

«Non rinuncio a servire», dissi. «Rinuncio a credere che servire significhi essere incoronato».

La corona si dissolse.

Salendo raggiunsi la parola successiva.

VERITÀ

La lanterna si spense.

Davanti a me comparve una figura identica a me. Portava la stessa toga, reggeva la stessa lanterna e aveva attraversato la stessa foresta. Ma il suo volto era più duro.

«Chi sei?»

«Sono ciò che nascondi dietro la luce».

«Io non nascondo nulla».

Il mio doppio sorrise.

«Sei certo di aver cercato l’uomo soltanto per il bene del Paese?»

«Per quale altra ragione avrei dovuto farlo?»

«Forse perché cercare tra i corrotti ti consentiva di sentirti onesto. Camminare tra gli ignoranti ti faceva apparire sapiente. Denunciare i cortigiani ti permetteva di considerarti libero».

La figura si avvicinò.

«Ogni tua condanna conteneva una piccola assoluzione di te stesso».

Quelle parole fecero più male delle cartelline lanciate dagli Immortali.

«La foresta è davvero corrotta», risposi.

«Certamente».

«I Compari esistono».

«Ne hai incontrati a centinaia».

«La burocrazia difende i propri privilegi».

«Lo hai visto».

«Il cittadino spesso abdica alla propria responsabilità».

«È vero anche questo».

«Allora in che cosa avrei sbagliato?»

Il mio doppio sollevò la lanterna spenta.

«Nel credere che vedere il male ti rendesse automaticamente buono».

Rimasi in silenzio.

La verità non consiste soltanto nello smascherare gli altri. La verità più dolorosa è quella che ci impedisce di usare gli errori altrui come piedistallo morale.

Chi porta una lanterna corre un rischio particolare.

Può cominciare a credere di essere la fonte della luce.

Può dimenticare che la fiamma non gli appartiene e che il suo primo compito non è illuminare i difetti degli altri, ma impedire che il buio cresca dentro di lui.

«Sì», dissi. «Anche nella mia ricerca c’era vanità. Una parte di me desiderava trovare tutti colpevoli per potersi sentire innocente. Una parte desiderava essere l’unico uomo sveglio in una foresta di dormienti».

Il mio doppio mi guardò a lungo.

Poi entrò dentro la mia ombra.

La lanterna tornò ad accendersi.

Il quinto gradino mi attendeva.

SACRIFICIO

Mi apparve la pianura.

Vidi di nuovo migliaia di persone. Questa volta mi invocavano.

Chiedevano di essere guidate, difese, rappresentate. Bastava pronunciare una parola e mi avrebbero seguito.

Una voce disse:

«Diventa l’uomo che cercavi».

Compresi che era l’ultima prova.

Durante tutto il cammino avevo cercato qualcuno che non volesse il mio voto. Ora mi veniva offerta la possibilità di diventare quel qualcuno e, proprio per questo, di ricevere tutti i voti.

Era un paradosso perfetto.

Rifiutare il potere può diventare il modo più raffinato per ottenerlo.

Dichiararsi diversi è spesso il primo slogan di chi finirà per assomigliare a tutti gli altri.

Dissi alla folla:

«Non posso salvarvi».

Le persone tacquero.

«Non perché non voglia servire. Non perché ogni leadership sia sbagliata. Una comunità ha bisogno di guide, responsabilità e decisioni. Ma chi vi promette di salvarvi da soli vi sta chiedendo, in realtà, di consegnargli la vostra libertà».

La folla cominciò a dissolversi.

«Posso camminare con voi. Posso assumermi la mia parte. Posso persino guidare per un tratto, se questo sarà necessario. Ma non posso sostituirmi alla vostra coscienza».

Rimasero poche figure.

«Il sacrificio più difficile per un leader non è perdere il potere. È rinunciare al desiderio di essere indispensabile».

La pianura svanì.

Ero arrivato all’ultimo gradino.

La pietra era priva di iscrizioni.

Provai a salirvi.

Una forza invisibile mi respinse.

Tentai di nuovo.

Caddi in ginocchio.

Sollevai la lanterna, pronunciai parole solenni, invocai il coraggio, la responsabilità, la verità e il sacrificio. Nulla accadde.

Mi sedetti.

Avevo superato ogni prova ed ero fermo a un passo dalla vetta.

Dalla cima giunse una voce infantile.

«Nessuno può salire da solo sull’ultimo gradino».

«Sono solo», risposi.

«No. Hai lasciato tutti a valle».

«Ho chiesto loro di seguirmi».

«Appunto».

Guardai la pianura.

Le persone erano ancora là. Alcune avevano spento la lanterna. Altre continuavano ad attendere un comando.

Compresi.

Mi alzai.

Non gridai più «Seguitemi».

Non dissi «Votate per me».

Non promisi di condurli alla vittoria.

Alzai soltanto la lanterna.

«Salite», dissi. «Non per me. Non dietro di me. Salite perché la montagna appartiene anche a voi».

Per qualche istante nessuno si mosse.

Poi una donna fece un passo.

Un uomo la seguì.

Un giovane seduto sopra un tronco si alzò. Era lo stesso che avevo incontrato nella prima notte, quello che non voleva il mio voto perché non gli interessava nulla. Questa volta portava una piccola fiamma.

«Che cosa ti ha convinto?» gli chiesi.

«Ho compreso che il disinteresse non mi rende innocente. Mi rende soltanto assente».

Dall’accampamento arrivò un soldato del generale Nessuno. Si era tolto l’uniforme grigia.

«Il generale non viene?»

«Sta aspettando di vedere se ce la facciamo».

L’Amazzone superò il cancello. Aveva lasciato indietro il caravanserraglio. Portava ancora la lancia, ma non il mantello.

Una Comare si strappò dal petto la spilla del protettore.

Un Compare spense il telefono.

Persino uno degli Immortali depose la cartellina.

«Hai ottenuto l’autorizzazione?» domandai.

«No», rispose. «Ho ottenuto qualcosa di più raro».

«Che cosa?»

«Un dubbio».

Le persone cominciarono a salire.

Non erano un esercito. Non marciavano allo stesso passo e non gridavano lo stesso nome. Alcune procedevano rapidamente. Altre avevano bisogno di aiuto. Discutevano, litigavano, si fermavano e ripartivano.

Era una moltitudine disordinata, imperfetta e viva.

Era una democrazia.

Quando la luce delle loro lanterne raggiunse il gradino vuoto, sulla pietra apparve una parola.

Una parola breve, quasi dimenticata.

NOI

Posai il piede.

Questa volta la montagna non mi respinse.

Raggiunsi la vetta.

La fiamma ardeva al centro di una grande spianata.

Attorno non c’erano palazzi, bandiere o guardie.

Soltanto il cielo e una distesa di stelle tanto vicine da sembrare gli occhi di una moltitudine invisibile.

Davanti alla fiamma si trovava un trono.

Era enorme.

Costruito con pietre provenienti da ogni epoca, portava incisi i nomi di imperatori, dittatori, presidenti, capi, salvatori, condottieri e uomini della provvidenza.

Alcuni nomi erano stati cancellati. Altri erano pronti per essere incisi.

Il trono era vuoto.

Accanto sedeva un bambino.

Aveva forse otto anni. Indossava una tunica bianca e teneva i piedi nudi appoggiati alla pietra. Il suo volto mi sembrava familiare, ma non riuscivo a ricordare dove lo avessi incontrato.

Mi avvicinai.

«Sei tu la figura che mi chiamava dalla montagna?»

«Sì».

«Sei tu l’uomo che cercavo?»

Il bambino scosse il capo.

«No. Io sono il primo che verrà dopo di voi».

Guardai le stelle.

Compresi che non erano stelle.

Erano occhi.

Milioni di bambini non ancora nati osservavano la vetta.

Non possedevano voce, cittadinanza, partiti o rappresentanti. Non potevano votare.

Eppure sarebbero stati loro a ereditare i debiti, le scuole, le guerre, l’ambiente, le istituzioni e le conseguenze delle nostre paure.

«Perché mi hai condotto qui?»

«Perché hai attraversato la foresta domandando a tutti se volessero il tuo voto».

«E tu lo vuoi?»

Il bambino sorrise.

«Non voglio il tuo voto. Non potrei usarlo. Voglio che tu ricordi che dovrò viverne le conseguenze».

Quelle parole attraversarono la notte.

Avevo sempre considerato il voto un diritto.

Lo era.

Lo avevo considerato uno strumento di scelta.

Lo era anche.

Ma sulla cima della montagna compresi che il voto è qualcosa di ancora più grande. Non riguarda soltanto chi sceglie e chi viene scelto.

Collega il presente al futuro. È la forma attraverso la quale una generazione decide quale mondo consegnare a quella successiva.

Ogni scheda contiene persone che non possono ancora impugnarla.

Ogni decisione pubblica produce effetti sulla vita di chi non ha potuto partecipare.

Ogni debito lasciato, ogni scuola impoverita, ogni istituzione indebolita, ogni menzogna resa normale diventa un’eredità consegnata a qualcuno che non ci ha mai autorizzati a sperperarla.

«Perché il trono è vuoto?» domandai.

Il bambino guardò il grande seggio di pietra.

«Perché aspettate tutti l’uomo che venga a salvarvi».

«E non arriva mai?»

«Arriva continuamente. Ogni volta lo chiamate salvatore. Poi gli consegnate la vostra responsabilità. Quando scoprite che è un uomo, lo chiamate padrone. Quando le sue promesse falliscono, lo chiamate colpevole».

«E infine?»

«Cercate un altro salvatore».

Mi avvicinai al trono.

«Qualcuno deve pur governare».

«Governare non significa sedersi sopra un popolo».

Il bambino appoggiò una mano sulla pietra.

«Una comunità ha bisogno di istituzioni, autorità e responsabilità. Ma questo non è un seggio di governo. È il trono della vostra rinuncia. Lo costruite ogni volta che affidate a un uomo il compito di sostituire la coscienza di tutti».

Guardai le iscrizioni.

Ogni nome raccontava la stessa storia. Un popolo stanco aveva chiesto a qualcuno di pensare al proprio posto.

Quel qualcuno aveva accettato. Poi aveva scoperto che chi rinuncia alla propria responsabilità finisce quasi sempre per rinunciare anche alla propria libertà.

«Che cosa devo fare?»

Il bambino indicò il trono.

«Siediti».

Mi voltai verso la moltitudine che stava raggiungendo la vetta.

L’Amazzone mi osservava. Le Comari e i Compari rimasti trattenevano il respiro. Persino gli Immortali sembravano pronti a riconoscere la nuova autorità, naturalmente dopo un opportuno adeguamento contrattuale.

Il trono era lì.

Vuoto.

Disponibile.

Avrei potuto sedermi e promettere che nelle mie mani sarebbe stato diverso.

Avrei potuto giurare di usarlo soltanto per il bene.

Avrei potuto convincermi che tutti coloro che mi avevano preceduto fossero stati corrotti dal potere perché non possedevano la mia consapevolezza.

Era esattamente ciò che avevano pensato prima di sedersi.

Presi la lanterna con entrambe le mani.

«Non voglio distruggere il governo», dissi. «Voglio distruggere il trono».

Colpii la pietra.

La lanterna non si spezzò.

Il trono tremò.

Colpii una seconda volta.

Le iscrizioni si incrinarono.

Al terzo colpo il grande seggio crollò.

Le pietre rotolarono lungo il fianco della montagna.

Ma invece di precipitare nella pianura si disposero una accanto all’altra, formando nuovi gradini.

Altre divennero sedili uguali, raccolti in cerchio attorno alla fiamma.

Nessun posto era più alto degli altri.

La moltitudine raggiunse la vetta.

Nessuno applaudì.

Era la prima volta che non ne sentivo il bisogno.

Il bambino si avvicinò. Nella mano teneva un piccolo oggetto.

Non era una spada.

Non era uno scettro.

Non era una corona.

Era una matita.

Me la consegnò.

La montagna cominciò a dissolversi.

Le stelle si spensero una dopo l’altra.

La pianura, la foresta, l’accampamento, il cancello e la scala scomparvero dentro una luce bianca.

Sentii il fruscio di una tenda.

Aprii gli occhi.

Mi trovavo dentro una cabina elettorale.

La toga greca era sparita. Non indossavo più il mantello e non avevo la lanterna. Nella mano destra stringevo una matita copiativa.

Davanti a me c’era una scheda.

Lessi i simboli e i nomi.

Erano gli stessi che avevo visto prima del sogno, eppure apparivano diversi.

Dietro ogni nome intravedevo il caravanserraglio delle alleanze.

Dietro ogni simbolo scorgevo gli Immortali in attesa di interpretarne le promesse.

Dietro ogni slogan sentivo il brusio delle Comari e dei Compari.

Nello spazio bianco della scheda vedevo la Pianura degli Assenti.

Poi comparve il volto del bambino.

Compresi che scegliere non significava cercare un uomo perfetto.

L’uomo perfetto non esiste, e chi afferma di esserlo rappresenta normalmente una delle più riuscite dimostrazioni del contrario.

Scegliere significava valutare.

Distinguere la competenza dalla propaganda.

La mediazione dall’opportunismo.

La responsabilità dalla fedeltà personale.

L’inevitabile imperfezione umana dalla comoda indegnità.

Significava pretendere verità senza attendere un santo.

Cercare persone capaci di guidare senza desiderare sudditi.

Persone pronte a formare altri leader e non soltanto gregari.

Persone consapevoli che una carica è un incarico temporaneo, non il riconoscimento terreno di una superiorità ontologica.

Dall’altra parte della tenda udii la voce del bambino.

«Hai finalmente trovato l’uomo che cercavi?»

Guardai ancora la scheda.

«No», risposi. «Ma ho trovato colui per il quale devo scegliere».

«Chi?»

«Chi verrà dopo di noi».

Impugnai la matita.

In quel momento compresi che il voto non è ciò che regaliamo a chi governa.

È il debito che contraiamo con chi viene dopo di noi.

Segnai la scheda.

La piegai con cura e uscii dalla cabina.

Il presidente del seggio mi indicò l’urna.

Per un istante la sua apertura mi sembrò la porta della foresta.

Inserii la scheda.

«Il sogno è finito?» domandai.

Nessuno rispose.

Poi sentii nuovamente la voce del bambino.

«Vuoi sapere chi era l’ultimo uomo della foresta?»

Mi voltai.

Non c’era nessuno.

«Sì».

La voce non indicò me, né l’Amazzone, né il generale Nessuno.

Non indicò il trono distrutto o la moltitudine finalmente salita sulla montagna.

Sembrò guardare oltre la cabina, oltre il seggio, oltre il sogno.

Verso un punto situato dall’altra parte della pagina.

Verso di te, lettore.

«L’ultimo uomo», disse il bambino, «è colui che sta leggendo questa storia e crede ancora che riguardi sempre qualcun altro».

Abbassai lo sguardo.

La lanterna non era più nella mia mano.

Era nella tua.

Ora puoi usarla per cercare ancora.

Puoi sollevarla contro i candidati, gli apparati, i cortigiani e i potenti.

È giusto farlo. Il potere deve essere illuminato, controllato e costretto a rispondere delle proprie azioni.

Ma prima o poi dovrai rivolgere quella luce anche verso te stesso.

Dovrai domandarti se hai studiato prima di giudicare, se hai partecipato prima di accusare, se hai scelto prima di lamentarti.

Dovrai chiederti quante volte hai invocato un uomo libero per poi pretendere che obbedisse alle tue convenienze.

Quante volte hai condannato un privilegio mentre speravi segretamente di esserne il prossimo beneficiario.

Quante volte hai chiamato tutti uguali per non affrontare la fatica di distinguerli.

La foresta non termina con l’ultima riga.

Continua nelle nostre città, nei partiti, nei ministeri, nelle associazioni, nei giornali, nelle famiglie e nei silenzi quotidiani con i quali concediamo al buio un altro tratto di strada.

Non so se troveremo mai l’uomo che non vuole il nostro voto.

Forse la domanda era sbagliata.

Forse non dobbiamo cercare qualcuno che non lo desideri, ma qualcuno che ne comprenda il peso.

Qualcuno che, ricevendolo, senta sopra di sé non il privilegio del comando, ma la responsabilità di milioni di vite presenti e future.

E forse, prima ancora di pretendere un uomo simile, dobbiamo diventare cittadini degni di eleggerlo.

Il sogno finì.

La foresta rimase.

La montagna rimase.

Rimase il bambino che non era ancora nato.

Rimase la scheda dentro l’urna.

E rimase quella lanterna, ormai lontana dalle mie mani, accesa davanti agli occhi di chi era arrivato sino all’ultima parola.

La tua luce trema.

La foresta attende.

Adesso, però, non puoi più dire di non averla vista.

Fine del sogno.

Inizio della responsabilità.

Ringraziamento ai lettori

A tutti coloro che hanno accompagnato questa storia fino all’ultima parola va il mio ringraziamento più sincero.

Leggere non significa soltanto attraversare delle pagine. Significa accettare di entrare in una foresta, incontrarne le ombre, riconoscere qualche volto e, talvolta, scoprire che uno di quei volti ci somiglia più di quanto avremmo voluto ammettere.

Grazie a chi ha sorriso davanti alle assurdità del potere, a chi si è indignato, a chi ha ritrovato in queste righe un’esperienza vissuta e anche a chi non ne ha condiviso ogni giudizio. Una storia autenticamente politica non deve offrire rassicurazioni, ma suscitare domande. Se queste pagine hanno acceso anche soltanto un dubbio, allora il viaggio non è stato inutile.

Il ringraziamento più grande va a chi, arrivato alla fine, ha compreso che la lanterna non appartiene all’autore, al protagonista o a un improbabile salvatore. Appartiene a ciascuno di noi. Illumina il potere, ma deve avere il coraggio di illuminare anche le nostre omissioni, le nostre convenienze e le piccole rinunce quotidiane con cui, spesso senza accorgercene, permettiamo alla foresta di crescere.

Grazie, dunque, per il tempo che avete dedicato a questa storia. Il tempo è una delle poche ricchezze che, una volta donate, non possono essere restituite. Spero che in cambio queste pagine vi abbiano lasciato almeno una domanda, un sorriso amaro e il desiderio di non consegnare ad altri la responsabilità del vostro futuro.

La storia finisce qui.

Il suo significato, invece, comincia nelle vostre scelte.

Grazie per aver camminato nella foresta.
Ora la lanterna è nelle vostre mani.

 

 

 

 

 

I’ve had a dream…

i’ve had a dream … seconda parte

 

Autore

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


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