La carta non dimentica: l’enciclopedia come ultima difesa contro la storia riscritta
Grazie alle Enciclopedie cartacee si può risalire all’origine delle Ferie Augustee sedando le varie discussioni sorte augurando “Buon Ferragosto”
Non avevamo certamente previsto, lanciando l’articolo: “Non buttate le enciclopedie. Potrebbero essere l’ultima linea di difesa della civiltà” trovassimo subito quel riscontro che ne valorizzi l’importanza.
Così, il 15 Agosto, attraverso i vari social avendo lanciato l’articolo sulla difesa delle enciclopedie cartacee, che vi invitiamo a leggere con attenzione e con più convinzione, nella premessa fuori articolo che ricevono tutti coloro ci seguono nei social, essendo il giorno di Ferragosto, porgevamo a tutti i Nostri lettori “Buon Ferragosto” descrivendo la sua origine risalente alle Feriae Augustales che ricadevano nelle Kalendae Augusti.
Per la precisione:
FERRAGOSTO
. Col nome di ferragosto, derivato da quello delle antiche feriae augustales, che cadevano nelle Kalendae Augusti, s’indica il primo giorno del mese di agosto, che in qualche luogo continua ad essere festeggiato, come nell’antichità.
Fino a non molti anni fa, gli operai lasciavano il lavoro in tale giorno e si recavano in comitiva dal padrone, per fargli gli augurî, ricevendo in ricambio o un desinare o delle mance. Gli operai più attaccati alla tradizione sono i muratori, i quali, in alcuni luoghi, continuano a festeggiare il primo giorno di agosto.
La decadenza di tale tradizione è dovuta al fatto che la Chiesa trasportò e assorbì la festa del ferragosto in quella dell’Assunta (15 agosto).
Tra le manifestazioni è degna di nota, nella Roma medievale, la processione notturna del ferragosto, a cui prendevano parte le corporazioni, i dignitari ed i funzionari, sfilando sotto archi di foglie e fiori, per un lungo percorso, e nella Roma moderna (sec. XVII) l’allagamento di piazza Navona. Passando dal primo al 15 del mese, il ferragosto non perdé l’antico carattere popolare, tanto che anche nella nuova data, conserva l’uso delle mance e dei regali. Prima che il papa Giulio II l’avesse abolita, una speciale lista fissava la misura delle mance che dovevano dispensare i cardinali, gli ambasciatori e gli alti dignitari.
(fonte: Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani)
Certi di rispettare quella tradizione che ha origine nei tempi dello splendore della romanità.
Pochi tuttavia sanno le Feriae Augusti, che duravano praticamente dal 1° al 31 Agosto di ogni anno, furono ufficialmente istituite, per la prima volta, nel -18, dall’Imperatore Gaius Iulius Caesar Octavianus o Ottaviano (-63/14), dopo l’investitura ad ‘Augustus’ (cioè, ‘Venerabile’ e ‘Sacro’) che egli aveva ricevuta dal Senato di Roma.
La legalizzazione di quelle ‘Feriae’, fu come una nuova e gradita “elargizione” da parte dell’Imperatore, ufficializzando forse il fatto che la maggior parte dei cittadini romani tendeva volontariamente a disertare le sue consuete occupazioni pubblico o private, da tempo immemorabile.
Quindi sembra essere chiara e documentala l’origine di questa festività.
Tuttavia in una simpatica chat, si è creata quella discussione che evidenzia quanto sia importante il tenere in essere l’enciclopedia, per potere fare chiarezza, attraverso fonti scritte e non soggette a manipolazioni temporali, su argomenti che potrebbero altrimenti diventare divisivi.
Per rendere edotto il lettore, riporto alcune battute della discussione, evitando per correttezza che si possa risalire all’interlocutore che disquisisce con l’autore del testo di auguri.
“Autore del testo: FERRAGOSTO. L’origine di questa festività proviene dal latino feriae Augusti, che significa “riposo di Ottaviano Augusto”. Festa creata nel 18 avanti Cristo dal primo imperatore romano per dare al popolo un periodo di riposo dopo le fatiche del raccolto nei campi… Purtroppo oggi abbandonati. Ma attenzione, la stessa fine dell’abbandono la stiamo facendo fare alle Enciclopedie… Sarà la fine della civiltà? Leggete con attenzione e meditate, oggi che siete a riposo e non dalle fatiche dei campi.
Interlocutore: Sì, l’origine di questa festa risale ad Augusto, ma dopo di lui c’è stato un periodo cristiano di mille anni impropriamente chiamato Medioevo, che ha plasmato la nostra civiltà molto di più degli Antichi Romani. Poi il Rinascimento, nel quale comunque la fede cristiana era predominante, tanto è vero che le principali opere d’arte sono di soggetto religioso. Questo “salto” dai Romani ai giorni nostri fu tipico del fascismo, che infatti riprese l’originaria denominazione di Feriae Augusti.
Autore del testo: Il messaggio è, e deve essere Umano e mediterraneo. Da Augusto al Cristianesimo, il significato è umano, con l’assunzione della spiritualità. E li dobbiamo tornare, strappandola al materialismo dissacrante ed imperante.
Interlocutore: Il messaggio cristiano non è semplicemente umano e nemmeno spiritualista; è la presenza del divino nell’umano.
Autore del testo: Certo, il messaggio Cristiano. Ma il dato è che la festività nasce da Augusto. Difendiamo le festività Cristiane, che la cultura materialista, per motivi economici, ha voluto abolire. San Giuseppe ad esempio… Ferragosto è la sinergia positiva e non divisiva della Cultura Mediterranea.
Interlocutore: Non direi: Ferragosto è il ripristino di una festività romana da parte del fascismo dopo duemila anni di Cristianesimo.
Autore del Testo: Ok, la colpa è del fascismo…
Interlocutore: Io sto parlando di un fatto storico, non di una posizione ideologica aprioristica.
Autore del Testo: La Storia va letta tutta dall’inizio, non dalla fermata cui conviene. La festività nasce da Augusto, poi viene inserita l’Assunzione di Maria, dalla cristianità. Questa e la storia. Poi cade in disuso e qualcuno la riprende… La riprese il fascismo e continua anche in questo ordinamento repubblicano che ha tutto fuorché di Repubblica …
Interlocutore: Il regime fascista istituzionalizzò la festa di Ferragosto come “gita fuori porta”, vacanza anche per le classi lavoratrici, nella seconda metà degli anni Venti. Con l’inaugurazione dei Treni Popolari di Ferragosto il 2 agosto del 1931.
Il dogma dell’Assunzione fu proclamato da Pio XII il 1*novembre 1950.”
Fine della discussione in chat.
Al fine di una corretta documentazione storica riportiamo quanto trovato sempre sull’enciclopedia Treccani.
Dopo l’attribuzione per l’assunzione di Maria a Gennaio, venne rilevata nel Sacramentario Gelasiano e nel Gregoriano la data segnata al 15 agosto. Questa data rispecchia la tradizione dei monaci di Palestina del sec. V, e sarebbe poi stata imposta dall’imperatore Maurizio (582-602) a tutto l’Impero bizantino (Niceforo Callisto, Storia eccles., XVII, 28). Essa era certo anche più antica, giacché le sette eretiche del sec. V l’hanno conservata al 15 agosto e le antiche chiese estrabizantine (armena, etiopica) l’hanno per loro tradizione. Data la dipendenza politica di Roma da Costantinopoli, facilmente la data festiva entrò in Roma, e di qui s’irradiò tra i popoli occidentali, eliminando la data del gennaio.
Probabilmente fu di ostacolo alla sua diffusione il fatto che di tale dottrina s’impossessarono presto gli scritti apocrifi.
Come riporta in data 15 Agosto 2026 “Vatican News” nell’articolo che contiene: Il Dogma dell’Assunzione, risposte alle richieste del popolo, rileviamo:
“E nel corso del XX secolo, i dogmi relativi all’Immacolata concezione prima – nel 1854 con Papa Pio IX – e più tardi dell’Assunzione, sono stati la risposta a una pressante richiesta che proveniva dal popolo. Le apparizioni della Vergine a Lourdes in Francia, a Fatima in Portogallo e a Guadalupe in Messico le diedero ancora maggior impulso, sullo sfondo delle guerre civili, mondiali e del dopoguerra. Nel 1940 tra Italia, Spagna e America Latina, furono raccolte più di otto milioni di firme che chiedevano al Papa una dichiarazione formale. Petizioni, preghiere, congressi di studio e studi teologici erano diventati una voce sola, chiedevano ciò che dentro il cuore era diventata una certezza di fede: la proclamazione di Maria Assunta.
Il 1° novembre 1950, dopo aver consultato ufficialmente l’episcopato con l’enciclica Deiparae Virginis (1° maggio 1946), Papa Pio XII emanò la costituzione apostolica Munificentissums Deus sulla glorificazione di Maria in cui leggiamo la solenne definizione: “Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria Vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la Chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo.”
Lasciamo ogni possibile valutazione ai lettori, avendo la consapevolezza di avere a disposizione documentazioni non modificabili perché scritti su documenti cartacei, Enciclopedia, motivo per cui in ogni epoca, non potendo modificare i documenti, venivano date alle fiamme da oscure dittature, i libri ed i testi, ritenuti scomodi o che inducevano a clamorose smentite. Oggi si utilizza la censura, per occultare verità assai scomode che potrebbero essere rilevate da documenti scritti e non virtuali, facilmente manipolabili, e l’Italia di segreti e di fatti occulti ne ha veramente tanti che l’elenco sarebbe assai lungo. Ma prima o poi, verranno portati alla luce…
Così come in questo simpatico caso, si è potuto fare chiarezza grazie alla documentazione scritta ed alle Enciclopedie…
Ringrazio l’interlocutore con il quale si è potuto disquisire, per lo spunto di riflessione che ha portato alla realizzazione di questo “editoriale”.
Ferragosto, Festa istituita per il popolo dall’Imperatore Romano Augusto, ma anche importante data per il Dogma dell’Assunzione di Maria.
La carta non ha il tasto “Modifica”
L’Intervento del Direttore di Betapress
Qualche giorno fa abbiamo commesso un atto gravissimo.
Abbiamo invitato i nostri lettori a non buttare le enciclopedie.
In un’epoca nella quale si rottama qualsiasi cosa abbia più di diciotto mesi, compresi talvolta i pensieri, i principi e persino le amicizie, sostenere che quei volumoni pesanti, polverosi e terribilmente privi di Wi-Fi possano ancora servire a qualcosa è quasi un gesto sovversivo.
Avevamo scritto che le enciclopedie potevano rappresentare l’ultima linea di difesa della civiltà.
Confessiamo che pensavamo di avere esagerato.
Poi è arrivato Ferragosto.
E abbiamo scoperto che, forse, eravamo stati persino prudenti.
Ettore Lembo ha preso quella provocazione e l’ha trasformata in un piccolo esperimento sociologico.
Una discussione sull’origine di Ferragosto, Augusto, il cristianesimo, l’Assunzione, il fascismo, le tradizioni popolari.
Insomma, mancavano soltanto Garibaldi, la carbonara e l’arbitro di Inter-Juventus e avevamo completato l’intero repertorio nazionale.
Naturalmente ciascuno aveva una propria interpretazione.
Ed è perfettamente normale.
La storia è interpretazione.
Ma la storia non è invenzione.
Ed è qui che da uno scaffale arriva improvvisamente un oggetto dimenticato.
Un’enciclopedia.
Si apre il volume.
Si cerca la voce.
Si legge.
Miracolo.
Non compare una pubblicità.
Non arriva una notifica.
Non bisogna accettare i cookie.
Nessuno ci chiede se vogliamo ricevere offerte personalizzate.
Non appare nemmeno quel meraviglioso messaggio contemporaneo secondo cui “altre persone hanno cercato anche…”.
C’è solamente un testo.
Stampato.
Firmato culturalmente da un’istituzione editoriale.
Collocato dentro un’edizione.
Pubblicato in un determinato momento storico.
E soprattutto incapace di svegliarsi durante la notte e modificare retroattivamente ciò che aveva scritto il giorno precedente.
Ecco il punto.
Non sosteniamo affatto che tutto quello che è stampato sia vero.
Sarebbe una sciocchezza.
Di libri sbagliati ne sono stati scritti moltissimi e probabilmente qualcuno lo abbiamo scritto anche noi.
La differenza è molto più importante.
Il libro conserva anche il proprio errore.
Non può cancellarlo.
Non può correggersi di nascosto.
Non può modificare una parola dopo dieci anni facendo credere che quella parola sia sempre stata quella.
Questa è la straordinaria forza epistemologica della carta.
La carta possiede una memoria.
Il digitale possiede prevalentemente un presente.
Ed è una differenza enorme.
L’errore stampato è controllabile.
L’errore digitale può diventare invisibile
Prendiamo proprio il caso di Ferragosto.
Una fonte storica può essere confrontata con un’altra.
Un’edizione può essere confrontata con quella precedente.
Uno studioso può verificare come una determinata voce fosse formulata cinquant’anni fa e come venga formulata oggi.
Questo si chiama ricerca.
Questo si chiama filologia.
Questo si chiama metodo storico.
È ciò che per secoli abbiamo insegnato agli studenti.
Fonte.
Autore.
Data.
Contesto.
Confronto.
Critica.
Poi è arrivata la straordinaria civiltà del “l’ho letto su Internet”.
Che è pressappoco l’equivalente epistemologico del dire “me l’ha detto uno al bar”, soltanto con una connessione in fibra ottica.
Non è Internet il problema.
Sarebbe ridicolo sostenerlo.
Internet rappresenta probabilmente il più grande strumento di accesso alla conoscenza mai costruito dall’umanità.
Il problema è un altro.
Abbiamo confuso l’accessibilità dell’informazione con l’affidabilità della conoscenza.
Sono due cose completamente diverse.
Google trova.
L’intelligenza artificiale elabora.
I social diffondono.
Ma nessuno di questi tre verbi significa necessariamente conoscere.
Conoscere significa poter ricostruire.
Sapere da dove arriva un’affermazione.
Capire quando è stata formulata.
Verificare se altre fonti la confermano.
Comprendere in quale contesto è nata.
E soprattutto essere in grado, un giorno, di tornare indietro e ritrovare esattamente quella formulazione.
Questo fa un’enciclopedia cartacea.
Resta lì.
Testarda.
Pesante.
Anacronistica.
Meravigliosamente indisponibile ad aggiornarsi.
Una società senza memoria è una società manipolabile
Ed eccoci al problema vero.
La battaglia per le enciclopedie non riguarda le enciclopedie.
Riguarda la memoria.
Una civiltà nella quale tutto viene continuamente aggiornato rischia di diventare una civiltà nella quale niente può più essere realmente confrontato.
È il paradosso del nostro tempo.
Possediamo una quantità di informazione che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare.
E contemporaneamente rischiamo di perdere una delle condizioni fondamentali della conoscenza.
La permanenza della fonte.
Perché una fonte non deve soltanto essere disponibile.
Deve poter essere confrontata nel tempo.
Immaginate uno storico del futuro che volesse sapere cosa pensavamo nel 2026.
Dove dovrebbe cercare?
Nei social?
Nei post cancellati?
Nei siti aggiornati?
Nei link diventati irraggiungibili?
Nelle pagine modificate decine di volte?
Negli articoli sostituiti?
Negli algoritmi personalizzati che mostravano a ogni cittadino una versione differente della realtà?
Buona fortuna.
Forse quello storico finirà per entrare in una cantina, trovare una vecchia Treccani coperta di polvere e baciarla.
Perché almeno quella gli parlerà del proprio tempo senza essere stata aggiornata dal proprio tempo successivo.
Le dittature bruciavano i libri per una ragione
Nell’articolo di Ettore compare una considerazione che merita attenzione.
Le dittature hanno spesso bruciato libri.
Non perché i libri prendessero fuoco meglio dei computer.
Ma perché il libro conserva.
Testimonia.
Rimane.
Dice che una determinata frase è stata scritta.
Dice che un avvenimento è stato raccontato in un certo modo.
Dice persino che un regime, qualche anno prima, sosteneva esattamente il contrario di ciò che sostiene oggi.
Il libro è un testimone fastidioso.
Non ha memoria selettiva.
Non riceve telefonate.
Non cancella un paragrafo.
Non cambia titolo alle tre del mattino.
Rimane lì.
Ed è precisamente per questo che i totalitarismi hanno sempre avuto un rapporto complicato con le biblioteche.
La memoria è pericolosa per qualunque potere abbia bisogno che il presente diventi l’unica verità possibile.
Naturalmente oggi viviamo in democrazia.
Ma sarebbe ingenuo pensare che il problema della manipolazione della memoria sia scomparso.
Ha semplicemente cambiato strumenti.
Non occorre necessariamente bruciare un libro.
A volte basta sommergere una verità con diecimila versioni alternative.
È molto più elegante.
Non lascia cenere.
Il problema non è l’intelligenza artificiale. È l’uomo senza fonti
Qualcuno penserà che questo sia l’ennesimo editoriale contro l’intelligenza artificiale.
Sbaglia.
Noi utilizziamo l’intelligenza artificiale e continueremo a farlo.
È uno strumento straordinario.
Ma proprio perché è straordinario dobbiamo imparare a utilizzarlo con intelligenza.
Se chiediamo a una macchina di sintetizzare mille informazioni senza preoccuparci di sapere da dove provengano, non stiamo aumentando la nostra conoscenza.
Stiamo delegando la nostra ignoranza.
L’IA può diventare uno straordinario assistente dello studioso.
Non può diventare il sostituto dello studio.
Può indicare una strada.
Non può essere contemporaneamente strada, mappa, territorio e testimone.
Occorrono ancora archivi.
Occorrono biblioteche.
Occorrono documenti.
Occorrono libri.
E sì, occorrono persino quelle vecchie enciclopedie che qualche arredatore minimalista vorrebbe far sparire perché disturbano l’armonia cromatica del soggiorno.
Tenetele.
Anzi, apritele.
Ferragosto ci ha fatto un regalo
Ed ecco allora il piccolo grande regalo di questa discussione ferragostana.
Non ci ha soltanto ricordato Augusto.
Non ci ha soltanto condotto attraverso la trasformazione di una celebrazione romana, la tradizione cristiana, l’Assunzione, le consuetudini popolari e le successive reinterpretazioni della festa.
Ci ha ricordato qualcosa di più importante.
La storia non comincia nel punto nel quale decidiamo di iniziare a raccontarla.
La storia viene prima di noi.
E continuerà dopo di noi.
Il nostro dovere è conservarne le tracce.
Possibilmente tutte.
Anche quelle che non ci piacciono.
Soprattutto quelle che non ci piacciono.
Perché una società adulta non cancella le fonti scomode.
Le studia.
Le confronta.
Le discute.
Le confuta, quando necessario.
Ma le conserva.
Per questo torniamo alla nostra provocazione iniziale.
Non buttate le enciclopedie.
Non perché dentro ci sia necessariamente l’ultima verità.
Ma perché dentro c’è qualcosa che nel nostro mondo sta diventando sorprendentemente raro.
Una verità datata.
Una frase che possiamo collocare.
Un testo che possiamo confrontare.
Una fonte che non può fingere di avere sempre detto qualcos’altro.
In tempi di revisioni istantanee, aggiornamenti silenziosi, algoritmi, feed personalizzati e memorie digitali riscrivibili, forse il più rivoluzionario oggetto della nostra casa è proprio quello che consideravamo più vecchio.
Un libro.
Lui non protesta.
Non lampeggia.
Non pretende aggiornamenti.
Non ci manda notifiche.
Ma quando qualcuno prova a riscrivere la storia, basta aprirlo.
E improvvisamente diventa uno strumento terribilmente moderno, in grado dare punti a tutti e salvare il razionale della storia.
Corrado Faletti
Direttore Betapress
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