Settembre 11, 2026

Non buttate le enciclopedie. Potrebbero essere l’ultima linea di difesa della civiltà

il custode librario

Nell’epoca in cui chiunque può inventare una notizia, correggere la storia e assassinare la lingua italiana prima di colazione, quei vecchi volumi impolverati rappresentano ancora una delle poche roccaforti del sapere verificato. Conservateli. Potrebbero servirci prima di quanto immaginiamo.

Immaginatemi tra qualche anno.

Indosso un’armatura blu, pesante, solenne, vagamente sproporzionata rispetto alle dimensioni della redazione. Sul petto porto il simbolo della cultura occidentale sotto assedio, mentre nella mano destra stringo un’enciclopedia Treccani e nella sinistra un vecchio volume della UTET. Alle mie spalle, protetti da scaffali di legno massiccio, resistono gli ultimi libri sopravvissuti alla Grande Digitalizzazione.

Davanti a me avanzano le orde della disinformazione.

Non sono extraterrestri. Magari.

Sono influencer, improvvisatori, commentatori compulsivi, fabbricanti di indignazione, guerrieri del copia e incolla, analfabeti funzionali muniti di connessione ultraveloce. Non sanno distinguere Giulio Cesare da Cesare Battisti, però hanno già pubblicato un video di quarantacinque secondi nel quale spiegano la crisi della Repubblica romana.

Non hanno mai letto un libro sulla Seconda guerra mondiale, ma conoscono “la verità che gli storici non vogliono dirci”. Ignorano la consecutio temporum, ma sostengono di aver scoperto un complotto internazionale consultando tre fotografie sgranate e il commento di un signore chiamato “Patriota87”.

In questo futuro, che a ben guardare somiglia molto al nostro presente, io sono diventato una specie di Ultramarine della cultura. Non difendo galassie lontane. Difendo uno scaffale.

E temo che sia una battaglia persino più difficile.

Perciò rivolgo ai lettori un appello solenne, disperato e forse persino pedagogico.

Non buttate via le enciclopedie.

Non abbandonatele accanto ai cassonetti come carcasse di una civiltà sconfitta. Non eliminatele perché “tanto ormai c’è Internet”. Non sacrificatele per fare spazio a una lampada minimalista, a una pianta di plastica o all’ennesimo mobile svedese dal nome impronunciabile.

Quelle enciclopedie, con il loro odore di carta, le fotografie talvolta scolorite e le cartine geografiche nelle quali esistono ancora Stati che oggi hanno cambiato nome, custodiscono qualcosa che stiamo rapidamente perdendo.

Custodiscono il metodo.

Un tempo, per scrivere una voce enciclopedica, non bastava avere un’opinione. Occorreva possedere una competenza. Bisognava conoscere la materia, verificare le informazioni, confrontare le fonti, sottoporre il testo a una redazione, accettare correzioni e assumersi la responsabilità di ciò che si affermava.

Soprattutto, bisognava scrivere in italiano.

Sembra un dettaglio, ma ormai è quasi un requisito rivoluzionario.

Le enciclopedie venivano costruite attraverso il lavoro di studiosi, ricercatori, storici, geografi, filosofi, scienziati, linguisti, redattori, correttori di bozze e responsabili editoriali. Una voce non appariva magicamente sullo schermo perché un algoritmo aveva rimescolato milioni di frasi trovate in rete.

Era il risultato di una catena di responsabilità intellettuali.

Qualcuno scriveva. Qualcuno controllava. Qualcuno correggeva. Qualcuno firmava.

Oggi, invece, l’informazione sembra nascere per partenogenesi digitale. Compare, si riproduce e invade ogni piattaforma senza che nessuno sappia più indicarne l’origine.

Un sito copia da un altro sito, che ha ripreso un post, che citava un video, che commentava una notizia pubblicata da una pagina anonima, la quale probabilmente aveva inventato tutto durante una pausa pranzo.

Alla fine, la menzogna diventa vera per accumulo.

Non è certificata dai fatti. È certificata dalle condivisioni.

Se una falsità viene ripetuta da diecimila persone, non diventa più vera. Diventa soltanto una falsità con un eccellente ufficio marketing. Eppure abbiamo costruito un sistema informativo nel quale il numero delle visualizzazioni pesa più dell’autorevolezza delle fonti, la velocità conta più dell’accuratezza e l’emozione prevale sulla comprensione.

La vecchia enciclopedia, al contrario, non aveva fretta. Non doveva inseguire il pubblico, provocare reazioni o convincere qualcuno a premere un pulsante. Non conosceva il clickbait. Non titolava “Quello che Napoleone fece a Waterloo ti lascerà senza parole”.

Non prometteva “la verità sconvolgente sull’Impero romano”. Non chiedeva di mettere un “mi piace” prima di spiegare la fotosintesi clorofilliana.

Si limitava a raccontare ciò che, in quel momento storico, la comunità degli studiosi riteneva sufficientemente fondato.

Naturalmente anche le enciclopedie possono contenere errori, interpretazioni superate e dati non più aggiornati. Sarebbe sciocco trasformarle in testi sacri. La conoscenza procede, corregge se stessa e modifica le proprie conclusioni.

Una voce medica di cinquant’anni fa non può sostituire un manuale scientifico contemporaneo. Una cartina politica del 1980 non descrive il mondo attuale.

Ma qui sta la loro straordinaria onestà.

L’enciclopedia invecchia dichiaratamente. Porta con sé una data, un’edizione, una casa editrice e un contesto culturale. Possiamo capire quando è stata scritta, da chi è stata pubblicata e a quale stato delle conoscenze appartiene. Il suo eventuale errore è fermo sulla pagina e può essere individuato, studiato e corretto.

L’errore digitale, invece, spesso cambia forma mentre lo osserviamo. Una pagina viene modificata, un contenuto cancellato, un titolo sostituito. La falsità si sposta, assume nuove sembianze e ritorna altrove. Non possiede più una storia riconoscibile.

È una nebbia informativa dentro la quale il lettore perde progressivamente la capacità di orientarsi.

Per questo le enciclopedie sono ancora una potente arma contro le fake news.

Non perché contengano l’ultima notizia, ma perché conservano le fondamenta necessarie per giudicarla.

Chi possiede una conoscenza storica elementare riconosce più facilmente una manipolazione del passato. Chi conosce la geografia comprende quando una guerra gli viene raccontata attraverso mappe ingannevoli.

Chi ha acquisito un lessico scientifico distingue una ricerca seria da una superstizione travestita da medicina. Chi sa leggere una voce strutturata riconosce la differenza tra un fatto, un’ipotesi e un’opinione.

L’enciclopedia non serve soltanto a sapere. Serve a costruire l’architettura mentale attraverso la quale valutiamo ciò che crediamo di sapere.

Ed è proprio questa architettura che stiamo demolendo.

Abbiamo confuso l’accesso all’informazione con la conoscenza. Siccome possiamo ottenere una risposta in pochi secondi, ci siamo convinti di aver compreso l’argomento. Ma trovare non significa capire. Copiare non significa conoscere. Ripetere non significa apprendere.

La rete ci offre una quantità sterminata di informazioni, ma non ci consegna automaticamente i criteri necessari per ordinarle. È come entrare in una biblioteca infinita mentre qualcuno continua a spostare i libri, cambiare i titoli e nascondere gli autori.

L’enciclopedia, invece, proponeva un ordine. Imperfetto, discutibile, talvolta persino ideologico, ma visibile. E proprio perché visibile poteva essere criticato.

Oggi critichiamo tutto senza conoscere nulla.

Lo facciamo con una sicurezza commovente. Il cittadino contemporaneo non dice più “non lo so”. Considera questa frase una confessione di debolezza. Preferisce improvvisare, purché l’improvvisazione sia espressa con tono sufficientemente aggressivo.

Le competenze vengono percepite come una forma di arroganza, mentre l’ignoranza ostentata è diventata autenticità popolare.

Lo studioso deve dimostrare. L’urlatore deve soltanto emozionare.

È una gara truccata, e stiamo facendo vincere il concorrente peggiore.

Le enciclopedie raccontano anche un’altra idea ormai considerata sospetta. L’idea che la conoscenza richieda fatica. Bisognava cercare il volume, trovare la voce, leggere, seguire un rimando, consultare un’altra pagina e magari prendere appunti.

Quel gesto apparentemente lento obbligava la mente a restare dentro l’argomento.

Oggi poniamo una domanda, riceviamo una risposta e dopo trenta secondi l’abbiamo dimenticata. Non abbiamo acquisito una conoscenza. Abbiamo consumato un’informazione.

Per questo non buttate le vostre enciclopedie.

Se non avete spazio, donatele a una scuola, a una biblioteca, a un centro culturale, a un’associazione o a una famiglia che possa custodirle. Mettetele a disposizione dei ragazzi. Mostrate loro che il sapere ha un peso, occupa spazio e possiede una storia. Insegnate che una fonte non è attendibile perché appare per prima sullo schermo. È attendibile quando possiamo comprenderne l’origine, verificarne il metodo e confrontarla con altre fonti.

L’enciclopedia non deve sostituire Internet. Deve aiutarci a non diventarne sudditi.

La carta e il digitale possono convivere. Il problema nasce quando affidiamo ogni ricordo, ogni conoscenza e ogni ricostruzione del passato a strumenti che non controlliamo, a piattaforme che possono scomparire e ad algoritmi che selezionano ciò che vediamo sulla base della nostra prevedibilità commerciale.

Un popolo che consegna interamente la propria memoria a un algoritmo ha già rinunciato a una parte della propria libertà.

Ed eccomi allora nel futuro, dentro la mia armatura blu.

Le orde della disinformazione avanzano. Gli Orchi dell’ignoranza scuotono smartphone giganteschi. I sacerdoti dell’algoritmo ripetono che la carta è superata. Gli eserciti del pressappochismo hanno già occupato le televisioni, invaso i social network e conquistato buona parte del dibattito politico.

Io apro il primo volume.

“A come autorevolezza”.

Dietro di me, altri lettori recuperano le vecchie enciclopedie dalle cantine. Qualcuno impugna un atlante. Una maestra solleva un dizionario. Un ragazzo apre un libro di storia. Un’anziana bibliotecaria, evidentemente la più pericolosa del gruppo, distribuisce bibliografie.

La battaglia può cominciare.

Forse perderemo. Forse la civiltà dell’approfondimento verrà definitivamente travolta dalla Repubblica Universale del Sentito Dire. Ma almeno conserveremo una testimonianza di quando, per affermare qualcosa, occorreva prima studiarla.

Non buttate le enciclopedie.

Dentro quei volumi non c’è soltanto il passato. C’è la prova materiale che un altro rapporto con la conoscenza è stato possibile.

E potrebbe tornare a esserlo.

Sempre che, nel frattempo, qualcuno non abbia deciso di liberare lo scaffale per metterci sopra il modem.

 

le considerazioni fin qui svolte scaturìscono da riflessioni condivise dallAccademia di Alta cultura e da Betapress nelle persone del Predidente Giuseppe Bellantonio e del Direttore Corrado Faletti con l’impegno, fin da ora, di farlo diventare un vero e proprio manifesto   Proprietà comune di tutti coloro  he vorranno condividerlo. Al manifesto potranno aderire personalità del mondo delle scienze e della cultura come pure associazioni impegnate con le stesse finalità sia in Italia che all’estero

Corrado Faletti
Direttore di Betapress

Autori

  • giuseppe bellantonio

    Collaboratore esterno

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


Scopri di più da Betapress

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi