Settembre 13, 2026
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Italia e Spagna trasformano l’emergenza migratoria in una sfida tra governi. Roma controlla gli arrivi dalla Spagna, Madrid risponde fermando anche i cittadini italiani. Non siamo alla vigilia di una guerra mondiale, naturalmente. Ma il meccanismo delle ritorsioni, delle umiliazioni reciproche e delle istituzioni europee ridotte al silenzio ricorda pericolosamente una lezione che il nostro continente dovrebbe conoscere.

 

La guerra non è ancora scoppiata. Per ora servono soltanto la carta d’identità valida per l’espatrio, il passaporto, un po’ di pazienza e la capacità di non ridere davanti al poliziotto di frontiera.

Italia e Spagna, due grandi Paesi europei, due democrazie, due membri dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica, hanno deciso di affrontare una crisi migratoria con il raffinato metodo diplomatico utilizzato dai bambini quando litigano per una biglia.

«Mi hai fatto un controllo? Allora io ne faccio due a te».

«Mi chiudi Schengen? Io te lo chiudo fino a settembre».

«Non accetti il mio ultimatum? Allora controllerò i tuoi turisti».

Dopo decenni di trattati, vertici, commissioni, protocolli, conferenze intergovernative e fotografie di famiglia davanti alle bandiere europee, siamo finalmente arrivati alla più avanzata forma di politica continentale.

La ripicchina di Stato.

La vicenda nasce dalla gravissima crisi migratoria verificatasi a Ceuta, dove decine di migliaia di persone hanno tentato di entrare nel territorio spagnolo provenendo dal Marocco. Di fronte al rischio di movimenti secondari all’interno dell’area Schengen, il governo italiano ha reintrodotto dal primo agosto controlli temporanei sui collegamenti aerei e marittimi provenienti dalla Spagna.

Secondo la notifica pubblicata dalla Commissione europea, la misura italiana è motivata da ragioni di ordine pubblico, sicurezza interna e gestione dei flussi migratori. Roma aveva inoltre precisato che i cittadini spagnoli e gli altri cittadini dell’Unione non sarebbero stati direttamente interessati, poiché i controlli sarebbero stati selettivi e rivolti soprattutto ai viaggiatori provenienti da Paesi terzi.

Si può discutere sulla proporzionalità della decisione italiana. Si può sospettare che una parte dell’iniziativa sia stata pensata più per le telecamere che per le frontiere. Si può anche osservare che, per raggiungere l’Italia da Ceuta, un migrante dovrebbe attraversare la Spagna, superare i controlli spagnoli, arrivare in un aeroporto o in un porto e imbarcarsi senza documenti, dimostrando una capacità logistica superiore a quella di molti ministeri italiani.

Tutto discutibile. Tutto criticabile. Ma almeno esiste una motivazione di sicurezza che può essere verificata, contestata o respinta nelle sedi europee.

La Spagna, invece, ha scelto la via della ritorsione dichiarata.

Madrid ha prima intimato all’Italia di revocare i controlli. Dopo il rifiuto di Roma, ha annunciato verifiche casuali dell’identità e della nazionalità dei passeggeri provenienti dall’Italia, comprendendo quindi anche i cittadini italiani. I controlli spagnoli, iniziati l’8 agosto e previsti fino al 7 settembre, riguardano voli e navi provenienti dal nostro Paese. La motivazione utilizzata è quasi una caricatura diplomatica, poiché Madrid afferma di agire a causa della «persistente pressione migratoria irregolare» che interesserebbe l’Italia. Secondo Reuters, vengono verificati passaporti, nazionalità, visti e permessi di soggiorno. Le prime verifiche coinvolgono una quota limitata di passeggeri, ma interessano formalmente anche i viaggiatori italiani.

Il nuovo potenziale pericolo per la sicurezza spagnola sembra quindi essere il signor Mario Rossi, sessantadue anni, sandali, cappello di paglia, crema solare e prenotazione per una settimana a Ibiza.

Una minaccia evidentemente destabilizzante.

Roma aveva motivato la propria misura con il rischio di movimenti di cittadini extracomunitari provenienti da Ceuta. Madrid risponde controllando anche gli italiani. Non è reciprocità. È teatro politico rappresentato sulla pelle dei cittadini.

L’Unione europea stabilisce che il ripristino dei controlli alle frontiere interne debba essere una misura eccezionale, necessaria, proporzionata e adottata soltanto come ultima possibilità. Italia e Spagna sembrano aver trasformato l’ultima possibilità nella prima reazione disponibile. Schengen non viene più considerato uno dei pilastri dell’integrazione europea. È diventato un interruttore da accendere e spegnere secondo l’umore del governo di turno.

Naturalmente non siamo nel 1939. Paragonare un controllo aeroportuale all’invasione della Polonia sarebbe storicamente ridicolo e moralmente irresponsabile. Ma la storia non serve soltanto a individuare eventi identici. Serve soprattutto a riconoscere meccanismi simili prima che producano conseguenze differenti e più gravi.

La Seconda guerra mondiale non cominciò improvvisamente la mattina del primo settembre 1939. Prima dei carri armati vi furono anni di provocazioni, violazioni dei trattati, ritorsioni, sanzioni, controreazioni, ultimatum, umiliazioni diplomatiche e organizzazioni internazionali incapaci di far rispettare le proprie regole.

Ogni governo sosteneva di avere soltanto risposto all’altro.

Ogni decisione veniva presentata come inevitabile.

Ogni nuova forzatura trovava la propria giustificazione nella forzatura precedente.

Le guerre, prima di avere una geografia, possiedono una grammatica. La frase più pericolosa della politica internazionale è quasi sempre la stessa. «Siamo stati costretti a reagire».

Negli anni Trenta l’Europa assistette alla progressiva demolizione dell’ordine internazionale. La Società delle Nazioni si dimostrò incapace di reagire alle aggressioni. La Germania abbandonò gli accordi, si riarmò, rimilitarizzò la Renania e annesse l’Austria. Le democrazie europee alternarono proteste, concessioni e silenzi. L’Accordo di Monaco del 1938 venne celebrato come una vittoria della pace, ma finì per certificare che i trattati valevano soltanto fino a quando qualcuno non decideva di ignorarli. La politica dell’accomodamento non fermò l’espansionismo nazista e l’inefficacia delle istituzioni internazionali contribuì alla progressiva disgregazione dell’ordine europeo.

La Spagna stessa, tra il 1936 e il 1939, fu il laboratorio nel quale l’Europa provò uomini, armi, propaganda e alleanze. L’Italia fascista partecipò massicciamente alla guerra civile spagnola. La Germania nazista sperimentò mezzi e tattiche. Le potenze democratiche si rifugiarono nella finzione del non intervento. Tutti sostenevano di voler circoscrivere il conflitto. In realtà stavano preparando quello successivo.

Oggi Italia e Spagna sono fortunatamente realtà completamente diverse. Non vi sono dittature, eserciti pronti a invadere territori o progetti imperiali. Esiste però la stessa tentazione, più piccola ma non meno stupida, di sostituire la cooperazione con la rappresaglia e il diritto comune con l’orgoglio nazionale.

Le grandi tragedie e le grandi disgregazioni politiche iniziano spesso con comportamenti considerati irrilevanti. Un controllo in più. Un comunicato più aggressivo. Un ultimatum di quarantotto ore. Una risposta stizzita. Un governo che non vuole apparire debole davanti alla propria opinione pubblica. Un altro che, per non perdere la faccia, rilancia.

Poi arrivano le bandiere, gli slogan e i professionisti dell’indignazione patriottica.

Alla fine, come sempre, il conto viene presentato ai cittadini.

Sánchez può sostenere che la Spagna abbia adottato una risposta proporzionata. Non è vero. Una risposta proporzionata avrebbe significato chiedere alla Commissione europea una valutazione giuridica della misura italiana, presentare dati sui rimpatri effettuati, proporre un coordinamento di polizia e dimostrare l’assenza di movimenti secondari verso l’Italia.

Fermare i cittadini italiani significa invece utilizzare persone estranee alla controversia come francobolli su una lettera diplomatica.

Anche il governo italiano dovrebbe domandarsi se la propria decisione sia fondata su un rischio concretamente documentato o se rappresenti l’ennesima esibizione muscolare destinata al consumo elettorale interno. La sicurezza nazionale è una cosa seria. Proprio per questo non dovrebbe essere trasformata in scenografia.

Se il rischio esiste, il governo deve mostrarne gli elementi essenziali alle autorità europee e indicare durata, obiettivi e criteri dei controlli. Se il rischio non è dimostrabile, allora bisogna avere il coraggio di ammettere che si sta usando la frontiera come un manifesto elettorale.

Nel frattempo Bruxelles osserva.

Probabilmente verrà istituito un tavolo tecnico. Il tavolo produrrà un documento preliminare. Il documento sarà esaminato da un gruppo di lavoro. Il gruppo convocherà un seminario sulla necessità di organizzare una futura conferenza. Quando tutto sarà pronto, i turisti saranno tornati a casa, i controlli saranno terminati e qualche commissario europeo dichiarerà che l’Europa ha risposto con fermezza.

La crisi dimostra ancora una volta che l’Unione europea possiede una moneta comune, un mercato comune e una straordinaria collezione di regolamenti, ma non dispone ancora di una vera politica comune sull’immigrazione. Ogni Stato protegge il proprio confine, accusa il vicino e chiede solidarietà soltanto quando il problema arriva nel proprio porto.

L’Italia considera l’immigrazione una questione europea quando i migranti sbarcano a Lampedusa. La Spagna la considera europea quando arrivano a Ceuta. Negli altri giorni entrambi i governi sembrano convinti che il Mediterraneo possa essere suddiviso in comode porzioni nazionali, come una pizza o una paella.

I migranti continuano intanto a rischiare la vita. I trafficanti continuano a guadagnare. I cittadini europei vengono fermati negli aeroporti. I governi producono comunicati indignati. L’unica parte del sistema che sembra funzionare perfettamente è l’ipocrisia.

Occorrerebbe convocare immediatamente un tavolo operativo tra Italia, Spagna, Francia, Commissione europea e agenzie competenti. Servono scambio di informazioni, controlli mirati, identificazione delle persone entrate irregolarmente, contrasto ai trafficanti e garanzie contro i movimenti secondari. Occorre soprattutto che la Commissione valuti pubblicamente necessità e proporzionalità delle misure adottate.

Madrid dovrebbe revocare i controlli introdotti per rappresaglia. Roma dovrebbe sottoporre la propria decisione a una verifica trasparente e abbreviarla appena cessato il rischio concreto. Entrambi i governi dovrebbero smettere di usare Schengen come una clava diplomatica.

Altrimenti il prossimo passo sarà inevitabile. La Spagna controllerà la mozzarella. L’Italia fermerà il jamón serrano. Madrid sequestrerà le carbonare con la panna. Roma risponderà vietando la sangria. A quel punto verrà convocato un Consiglio europeo straordinario per stabilire chi abbia iniziato.

Farà ridere, certamente.

Ridevano anche negli anni Trenta di molti gesti teatrali, di molti discorsi esagerati e di molti piccoli uomini convinti di essere grandi statisti.

La storia non si ripete mai nello stesso modo. Ha però la cattiva abitudine di presentare nuovamente gli stessi esami.

Italia e Spagna, per ora, li stanno affrontando copiando l’una gli errori dell’altra.

E stanno copiando anche male.

 

Autore

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


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