La scuola riapre. Adesso diano l’esempio le istituzioni
Dall’iniziativa dei genitori di Casalotti ai casi di Parma e Cesena, il nuovo anno scolastico interroga la responsabilità degli adulti. Cura degli spazi, tutela dei docenti e regole comprensibili sono parte della stessa lezione di cittadinanza.
di Ettore Lembo Vice Direttore di Betapress
Tra pochi giorni, a partire dal 7 settembre, seguendo un calendario che ha indicato il Ministero, possono cominciare a riaprire le scuole per il nuovo anno scolastico.
Non una apertura che definisca in maniera univoca l’avvio di una scuola che sia uguale in tutto il territorio Italiano, isole comprese, ma a scaglioni, ma seguendo quelle indicazioni che non parlano certamente di unità.
In fondo l’Italia poi non è così vasta, per scaglionare in un lasso di tempo così lungo, l’avvio delle lezioni, ma questo è.
Migliaia gli alunni, per molti dei quali sarà la prima volta, cominceranno quindi una “avventura” nuova che tuttavia non solo non risolve i vecchi problemi, ma sembra sempre più volerne aggiungere altri.
Come riportano le Agenzie di stampa, le prime scuole ad aprire i battenti, per riprendere le lezioni, saranno quelle della provincia autonoma di Bolzano, il 7 settembre.
Tre giorni dopo, giovedì 10 settembre, la campanella suonerà per gli alunni in Veneto, nella Provincia autonoma di Trento e in Valle d’Aosta.
Addirittura dopo una settimana, lunedì 14 settembre, saranno agli studenti di Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte e Umbria a varcare l’ingresso delle scuole, mentre il giorno dopo rientreranno tra i banchi anche in Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Sicilia e Toscana.
Seguono, mercoledì 16 settembre 2026, gli studenti di Abruzzo, Basilicata e Sardegna. Mentre gli ultimi a tornare in classe saranno i pugliesi, giovedì 17 settembre 2026.
A tutti gli studenti che iniziano il nostro augurio di un buon anno scolastico, ed a tutti i professori altrettanti auguri di un sereno lavoro.
Certo ci viene da osservare che con un calendario così frammentato, se durante l’anno venissero apportate modifiche sostanziali, come avvenuto in anni precedenti a causa di festività non previste dalle disposizioni del Ministero, ma dettate spesso da “fattori” esterni, o culture a noi molto lontane, ecco che il tutto diventa complesso e poco chiaro.
Qualcuno asserisce che si tratti di “fenomeni” locali. Noi non entriamo nel merito ma ci limitiamo a ricordare che questo potrebbe essere un elemento formativo pericoloso nella rappresentazione della scuola per tutta la comunità, che non rispetti le regole preventivamente disposte.
E che le regole sono poco chiare, in Italia, ed in particolare quando si tratta di scuola, di esempi ne potremmo fare veramente tanti, che un solo articolo, o un intero libro, sarebbe insufficiente.
Per cui ci limitiamo a qualche significativo caso.
A Casalotti, nella periferia di Roma, la preparazione al nuovo anno scolastico è passata anche attraverso un appello ai cittadini. Per domenica 30 agosto genitori e realtà del quartiere hanno promosso un’iniziativa di pulizia dell’area antistante l’Istituto Comprensivo Via Boccea 590.
La segnalazione arrivata a Betapress descrive accessi trascurati e difficoltà legate alla presenza di transenne e lavori. L’appello pubblico restituisce un’esigenza elementare, accompagnare i propri figli in un luogo curato e accessibile.
È una vicenda che merita attenzione. Ci sono famiglie disposte a dedicare tempo alla scuola, a occuparsi di uno spazio comune, a trasformare una preoccupazione in partecipazione.
A questi genitori di Casalotti va riconosciuto il valore del loro impegno. La loro disponibilità pone però una domanda alle amministrazioni competenti. Quali interventi erano stati programmati per garantire condizioni adeguate all’apertura delle lezioni?
Prima di distribuire responsabilità occorre ricostruire segnalazioni, competenze e lavori effettuati. Su questo è necessario ottenere risposte precise.
Il volontariato civico rappresenta una risorsa preziosa, ma chi amministra dovrebbe avvertire un certo imbarazzo quando i cittadini sentono il bisogno di mobilitarsi per assicurare il decoro dell’ingresso di una scuola.
La riconoscenza verso le famiglie deve accompagnarsi all’assunzione delle proprie responsabilità.
Occorre anche distinguere una pulizia volontaria dagli interventi tecnici necessari a eliminare eventuali pericoli. Spetta agli enti competenti verificare le condizioni degli accessi e le criticità segnalate.
Una giornata di buona volontà può migliorare un luogo. Perché quel miglioramento duri servono manutenzione, controlli e una programmazione riconoscibile.
Da qui dovrebbe cominciare la riflessione sull’anno scolastico che si apre. I ragazzi imparano osservando il comportamento degli adulti. Registrano la distanza fra ciò che viene richiesto loro e ciò che vedono accadere.
Quando una scuola insegna il rispetto del bene comune, anche la strada che conduce al suo cancello entra, inevitabilmente, nella lezione.
Molto spazio viene dedicato, in questi giorni, alle diverse date di rientro.
Il calendario scolastico è una competenza regionale, prevista dall’articolo 138 del decreto legislativo 112 del 1998.
Le differenze territoriali possono essere discusse e se ne può proporre una maggiore armonizzazione. Per parlare di disorganizzazione, tuttavia, occorrono ritardi, comunicazioni contraddittorie o servizi inadeguati.
Due date diverse, stabilite e comunicate in anticipo, non dimostrano da sole un disservizio.
Alle famiglie interessa sapere per tempo come organizzarsi e poter confidare nel rispetto degli impegni assunti. L’unità del sistema scolastico si misura nella qualità delle opportunità offerte, nella dignità degli ambienti e nella possibilità di ricevere un’istruzione adeguata in ogni territorio.
Su questo terreno sarebbe utile ascoltare programmi, scadenze e responsabilità, oltre ai consueti auguri per il primo giorno di scuola.
La credibilità delle istituzioni si misura anche quando vengono chiamate a intervenire sui comportamenti degli studenti. È accaduto a Parma, dopo il grave episodio di violenza del 21 maggio che ha coinvolto due docenti nei pressi dell’Itis Leonardo da Vinci.
Le immagini circolate hanno suscitato allarme e indignazione. Il 27 maggio Sky TG24 riferiva la sospensione per trenta giorni di tre studenti. La scelta di uno degli insegnanti di non presentare denuncia, illustrata nella stessa ricostruzione, va distinta dai provvedimenti adottati dalla scuola.
La sospensione c’è stata. Si può discutere se sia adeguata e quale percorso debba seguirla. Resta essenziale garantire agli insegnanti condizioni di lavoro sicure e agli studenti la comprensione della gravità della violenza.
Un intervento educativo acquista senso quando rende chiare le responsabilità, prevede conseguenze proporzionate e accompagna il ragazzo verso un comportamento diverso. Servono adulti presenti anche dopo che il video ha smesso di circolare.
Un’altra vicenda, con caratteristiche differenti, ha riguardato il liceo classico Vincenzo Monti di Cesena. Sabato 6 giugno, ultimo giorno di lezioni, è stato esposto uno striscione con la scritta «L’Italia agli italiani».
L’ANSA, nella notizia dell’8 giugno, riportava anche che alcuni studenti avrebbero intonato cori inneggianti alla X Mas. Un elemento da accertare e attribuire con precisione, senza presumere che riguardi necessariamente gli stessi ragazzi autori dello striscione.
Due studenti hanno ricevuto un sei in condotta e la richiesta di un elaborato. Il caso ha raggiunto il Parlamento. Il 15 luglio il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha difeso il contenuto della frase, riferendolo all’insieme dei cittadini italiani, e ha dichiarato che erano in corso verifiche con l’Ufficio scolastico regionale.
La sua posizione è stata riportata da Sky TG24 nel resoconto del question time.
Per valutare la decisione della scuola occorre conoscere le motivazioni effettive del provvedimento e della valutazione. Quali comportamenti sono stati contestati individualmente? Quale regola è stata violata?
Quale rapporto esiste fra la contestazione, il voto e l’elaborato richiesto?
Sono domande necessarie, alle quali una comunità educante dovrebbe saper rispondere con chiarezza.
La disciplina scolastica può intervenire anche su comportamenti che non costituiscono reato. Allo stesso tempo, la libertà di esprimere correttamente le proprie opinioni è tutelata dallo Statuto degli studenti, che richiede anche proporzionalità delle sanzioni.
Sono principi ribaditi nel testo dello Statuto coordinato con le modifiche del 2025. La scuola deve poter far rispettare le regole e deve rendere comprensibile il modo in cui le applica.
Sarebbe grave usare la valutazione del comportamento per ottenere adesione a una convinzione politica.
Sarebbe altrettanto grave sottrarre una condotta concretamente lesiva a ogni responsabilità solo perché rivestita di uno slogan. Il giudizio richiede fatti, contesto e motivazioni.
Anche chi informa ha il dovere di ricostruirli, soprattutto quando la polemica spinge a scegliere una conclusione prima di conoscere tutti gli elementi.
Parma e Cesena non dimostrano automaticamente l’esistenza di un doppio standard. La comparazione esige la conoscenza delle condotte e dei provvedimenti.
Da entrambe le vicende emerge, invece, la necessità di una scuola capace di esercitare la propria autorità senza arbitrarietà, di tutelare chi insegna e di spiegare a chi apprende il senso delle conseguenze previste.
Anche l’appartenenza nazionale merita un lavoro educativo serio.
Studiare il Risorgimento, conoscere il percorso dell’Unità d’Italia e comprendere il significato del Tricolore possono alimentare un sentimento di responsabilità verso il Paese.
Perché ciò avvenga, la memoria deve incontrare lo studio, il confronto e la conoscenza della Costituzione. Una celebrazione acquista valore quando lascia ai ragazzi qualcosa su cui ragionare anche il giorno successivo.
È questo il legame fra questioni apparentemente lontane. Un accesso scolastico curato rende visibile l’attenzione pubblica. Un insegnante tutelato può esercitare con maggiore serenità la propria funzione.
Uno studente ascoltato e chiamato a rispondere delle proprie azioni incontra un’autorità riconoscibile.
La cittadinanza prende forma in queste esperienze quotidiane, come quella avvenuta presso il plesso scolastico di MELITO P.S., nella sera di venerdì 27 marzo che è stata improntata ai valori risorgimentali in occasione del 165^ anniversario dell’Unità d’Italia, serata considerata davvero emozionante ed indimenticabile da tutti i presenti per avere ricordato il compleanno della Patria.
Per il nuovo anno scolastico chiediamo dunque alle amministrazioni di dare conto delle condizioni degli edifici e degli accessi, alle scuole di motivare le proprie decisioni, alla politica di seguire i problemi anche quando non producono più titoli.
Chiediamo alle famiglie di continuare a partecipare e di trovare, o di votare prossimamente, interlocutori capaci di ascoltarle.
Ai ragazzi vengono richiesti puntualità, impegno, rispetto e responsabilità.
Sono richieste giuste, che acquistano forza quando gli adulti dimostrano di prenderle sul serio anche per sé.
Davanti al cancello di una scuola, come dentro un’aula, la prima lezione dell’anno spetta a loro.
Giù le mani dal pensiero degli studenti
Le istituzioni chiedono rispetto ai ragazzi. Comincino a meritarlo, garantendo scuole dignitose, decisioni trasparenti e la libertà di dissentire anche da chi mette i voti.
di Corrado Faletti, direttore di Betapress
La Costituzione entra a scuola insieme agli studenti. Attraversa il cancello, sale le scale, prende posto nei banchi. Continua a valere quando un ragazzo alza la mano e dice qualcosa che al professore non piace.
Soprattutto allora. Perché la libertà di pensiero si misura nel momento in cui qualcuno esprime un’idea sgradita a chi possiede il potere di giudicarlo.
È una verità elementare, che dovrebbe precedere qualsiasi discussione sulla disciplina. Eppure proprio da qui occorre ripartire, dopo le questioni sollevate nell’articolo di Ettore.
Quale esempio diamo ai ragazzi? Che cosa insegniamo loro attraverso il comportamento delle amministrazioni, le decisioni delle scuole, le parole della politica?
Gli adulti farebbero bene a rispondere prima di convocare l’ennesima lezione sul senso di responsabilità delle nuove generazioni.
Il potere di assegnare un voto comporta una responsabilità enorme. Un adolescente sa che il suo percorso dipende anche dal giudizio delle persone con le quali si confronta.
Se comincia a sospettare che per essere valutato bene debba indovinare le convinzioni politiche dell’adulto, il danno educativo è già cominciato. Imparerà a scegliere le parole più convenienti, a nascondere i dubbi, a simulare adesione.
Avremo addestrato un opportunista proprio mentre celebravamo il pensiero critico.
L’articolo 21 della Costituzione riconosce a tutti il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. Quel «tutti» comprende anche gli studenti, anche quelli minorenni, anche quelli che formulano male un’idea o sostengono una posizione impopolare. Il diritto esiste prima dell’approvazione del docente, del dirigente e del ministro.
Farne dipendere l’esercizio dal gradimento dell’autorità significherebbe svuotarlo.
Per la scuola secondaria c’è poi una disposizione persino più esplicita. L’articolo 4 dello Statuto delle studentesse e degli studenti, nel testo coordinato con le modifiche del 2025, vieta di sanzionare, «né direttamente né indirettamente», le opinioni espresse correttamente e senza ledere la personalità altrui.
La parola decisiva è anche la meno comoda, indirettamente. Il divieto perderebbe ogni significato se fosse possibile aggirarlo facendo pagare un dissenso legittimo attraverso una valutazione del comportamento.
La condotta riguarda il comportamento dello studente.
Usarla per ottenere conformità politica sarebbe un abuso della funzione educativa. E sarebbe particolarmente grave perché colpirebbe una persona che si trova in una posizione di dipendenza.
Chi insegna dispone già dell’autorevolezza del ruolo, della competenza, della parola. Se per vincere una discussione ha bisogno della minaccia di un voto, dovrebbe interrogarsi sulla propria capacità di educare.
Questo principio deve valere per ogni orientamento. Per il ragazzo che esprime un sentimento patriottico, per chi contesta il governo, per chi critica una guerra, per chi difende una convinzione religiosa o se ne dichiara lontano.
La medesima libertà appartiene a chi ci somiglia e a chi ci irrita. Il suo difensore più credibile è proprio chi accetta di garantirla al proprio avversario.
Da pedagogista considero questa tutela una condizione dell’apprendimento.
Un ragazzo deve poter portare in aula anche un pensiero incompleto, contraddittorio, discutibile. È lì che comincia il lavoro dell’insegnante. Si chiedono ragioni, si verificano le fonti, si mostrano conseguenze che lo studente non aveva considerato.
Una scuola capace di fare questo può trasformare uno slogan in una domanda e una certezza ereditata in un ragionamento personale.
Naturalmente la libertà di opinione non rende esatto un errore storico e non garantisce un buon voto a un’argomentazione priva di fondamento.
Il docente deve poter valutare conoscenze, metodo e qualità del lavoro. Lo studente può essere chiamato a studiare meglio proprio ciò su cui prende posizione. La distinzione è comprensibile a chiunque abbia onestà intellettuale. Si valuta ciò che il ragazzo sa e come lo dimostra. La sua adesione alle idee di chi lo esamina rimane estranea a quel giudizio.
La stessa fermezza serve a proteggere la libertà d’insegnamento riconosciuta dall’articolo 33 della Costituzione.
Un docente deve poter lavorare senza intimidazioni politiche, pressioni improprie delle famiglie o campagne costruite su frammenti decontestualizzati.
Difendere gli studenti significa volere insegnanti liberi e autorevoli, capaci di sostenere un confronto anche difficile. La scuola si impoverisce ogni volta che qualcuno pretende di trasformare la cattedra in un megafono di partito.
Nessuna tolleranza, dunque, per violenze, minacce e umiliazioni.
Nessun diritto di mettere a tacere un compagno impedendogli di parlare o prendendolo di mira per ciò che è. La disciplina scolastica può intervenire anche su comportamenti che non costituiscono reato.
Proprio per questo l’istituzione deve distinguere con precisione l’opinione dal comportamento lesivo e deve spiegare quale fatto contesta. Il disagio provocato da un’idea, da solo, non dimostra che chi l’ha espressa abbia violato una regola.
Quando nasce una controversia, la serietà degli adulti si riconosce dal metodo. Occorre accertare le responsabilità individuali, ascoltare lo studente e motivare decisioni proporzionate, come richiede lo Statuto.
Un titolo di giornale non sostituisce questa ricostruzione. Una dichiarazione ministeriale non la esaurisce. Un consiglio di classe esercita un’autorità che deve poter essere compresa e verificata. L’autonomia scolastica comporta il dovere di rispondere delle proprie scelte.
A questo punto la domanda va allargata. Con quale credibilità chiediamo ai ragazzi puntualità, cura e rispetto se gli adulti tollerano ritardi senza spiegazioni, accessi trascurati, segnalazioni lasciate senza risposta?
Ogni amministrazione deve rendere conto delle proprie competenze. Un edificio scolastico comunica ogni giorno quanto una comunità considera importanti i suoi figli. Anche un cancello maltenuto può impartire una lezione, e può essere una lezione pessima.
Quando le famiglie si mobilitano per pulire e rendere più decoroso l’ingresso di una scuola, il loro impegno merita riconoscenza. Agli enti competenti resta il dovere di chiarire che cosa fosse stato programmato, quali problemi persistano e quando saranno risolti.
La disponibilità dei cittadini non cancella gli obblighi pubblici.
L’applauso al volontariato diventa moralmente indecente se serve a coprire un’omissione accertata dell’amministrazione.
La politica è chiamata alla stessa prova.
Chi interviene su un caso scolastico dovrebbe seguirlo fino al chiarimento dei fatti, assumersi la responsabilità delle proprie parole e correggerle quando emergono elementi diversi.
Usare i ragazzi per una giornata di propaganda, lasciandoli poi dentro il conflitto che si è contribuito ad alimentare, è una forma di irresponsabilità adulta. Le istituzioni hanno il dovere di proteggere le persone anche dalla propria convenienza comunicativa.
Chiediamo quindi impegni riconoscibili. Agli enti responsabili degli edifici e degli accessi chiediamo interventi verificabili e tempi dichiarati. Alle scuole chiediamo regole conoscibili, motivazioni comprensibili e un ascolto effettivo degli studenti.
A chi esercita vigilanza chiediamo di verificare le contestazioni senza pregiudizi e di intervenire quando emergono irregolarità. Se una decisione è sbagliata, va corretta. Ammettere un errore davanti a un ragazzo può restituire a un adulto più autorevolezza di cento richiami al rispetto.
Ai ragazzi chiediamo di prendere sul serio la libertà che rivendicano.
Studiare ciò di cui parlano, accettare domande scomode, riconoscere al compagno lo stesso spazio che pretendono per sé.
Possono contestare con fermezza, organizzarsi, argomentare e chiedere ragione delle decisioni che li riguardano, nel rispetto delle persone e delle regole legittime. Il dissenso diventa più forte quando sa sostenere il peso delle proprie ragioni.
Come direttore di Betapress considero questo un impegno preciso. Difendere il diritto dei giovani a pensare liberamente comporta il dovere di accertare i fatti, criticare gli abusi documentati e applicare lo stesso criterio a tutte le appartenenze.
I ragazzi hanno già abbastanza adulti pronti ad arruolarli nelle proprie battaglie. Meritano adulti disposti a lasciarli crescere, anche quando quella crescita li porterà a contraddirli.
La scuola educa alla democrazia attraverso il modo in cui esercita il potere ogni giorno.
Nel voto che sa spiegare, nella sanzione che sa motivare, nell’obiezione che sa ascoltare.
È qui che le istituzioni devono dimostrare quanto valgono le parole pronunciate nelle cerimonie.
Uno Stato che pretende cittadini liberi deve accettare che comincino a esserlo da ragazzi.
Anche quando danno fastidio.
Anche quando hanno ragione contro di noi.
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