La storia non è un volantino: quando l’ANPI rilegge la Grande Guerra con gli occhiali del pregiudizio
L’articolo pubblicato da Patria Indipendente sulla partecipazione dell’Italia alla Prima guerra mondiale ha un merito, quello di ricordare le fucilazioni, le decimazioni e la brutalità disciplinare che segnarono il fronte italiano. Ma quel merito viene quasi subito divorato da un vizio antico, quello di trasformare la storia nazionale in un tribunale ideologico permanente, dove il verdetto è scritto prima dell’istruttoria. La Grande Guerra diventa così non un evento tragico, contraddittorio, complesso, europeo e nazionale, ma l’ennesima occasione per ricondurre tutto alla solita genealogia obbligata, liberalismo debole, nazionalismo, fascismo, marcia su Roma. È una lettura comoda, moralmente rassicurante, politicamente spendibile, ma storicamente povera.
Ci sono articoli che non sbagliano perché dicono il falso in ogni loro parte.
Sbagliano in modo più sottile, e quindi più pericoloso, perché prendono frammenti veri, dolori reali, documenti esistenti, ferite non rimarginate, e li dispongono dentro una cornice interpretativa tanto rigida da rendere la storia un esercizio di conferma ideologica.
È il caso dell’articolo pubblicato da Patria Indipendente, periodico dell’ANPI, dedicato all’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale, presentato come passaggio dal “colpo di Stato” alla decimazione, fino alla marcia su Roma.
L’impianto è chiaro: l’Italia del 1915 sarebbe entrata in guerra attraverso un aggiramento della volontà popolare e parlamentare, avrebbe consumato nel sangue dei propri soldati la prova generale dell’autoritarismo e avrebbe preparato, quasi per naturale conseguenza, l’avvento del fascismo.
La tesi è suggestiva, ma proprio per questo va trattata con severità.
La suggestione, in storia, è spesso il rifugio elegante della semplificazione.
E qui la semplificazione c’è, vistosa, quasi ostentata.
Non si nega che l’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra sia stato deciso dentro un quadro politico torbido, elitario, segnato da diplomazia segreta, pressioni di piazza, debolezze parlamentari, retorica patriottica e calcoli di potenza.
Non si nega neppure che il comando militare italiano abbia scritto alcune delle pagine più dure e moralmente indifendibili della nostra storia militare, dalle fucilazioni sommarie alla decimazione.
Sarebbe sciocco negarlo, oltre che ingiusto verso i soldati mandati al fronte e, talvolta, uccisi non dal nemico ma dal proprio apparato disciplinare.
Il problema è un altro.
Il problema è che l’articolo pretende di trasformare questa materia tragica in un’equazione politica già pronta.
E l’equazione suona così: intervento del 1915 uguale colpo di Stato, colpo di Stato uguale crisi definitiva del liberalismo, crisi del liberalismo uguale anticamera del fascismo.
Una catena troppo lineare per essere davvero storica.
La storia, quella seria, non procede come un domino da manuale militante.
Procede per fratture, contraddizioni, ritardi, interessi, passioni collettive, errori delle élite, illusioni popolari, viltà istituzionali e slanci autentici.
Chi la riduce a una morale precotta non la interpreta, la sequestra.
Il primo punto riguarda l’espressione “colpo di Stato”. È una formula forte, utile sul piano giornalistico, ma discutibile sul piano storico-costituzionale.
Lo Statuto Albertino non era la Costituzione repubblicana del 1948.
L’articolo 5 attribuiva al Re il potere esecutivo, il comando delle forze armate, la dichiarazione di guerra e la stipula dei trattati, con comunicazione alle Camere quando l’interesse e la sicurezza dello Stato lo permettessero, mentre i trattati comportanti oneri finanziari o variazioni territoriali richiedevano l’assenso parlamentare per avere effetto.
Questo non significa che tutto fosse politicamente limpido, né che la decisione del 1915 sia stata un modello di democrazia parlamentare.
Significa però che parlare di “colpo di Stato” come se ci trovassimo davanti alla violazione di un ordinamento democratico moderno è un anacronismo polemico, non una definizione storica neutra.
È vero che nella prassi italiana il regime statutario si era evoluto verso forme parlamentari.
La Camera storica ricorda infatti che, nella pratica, si era instaurato un rapporto di fiducia fra Governo e Parlamento, con un progressivo adattamento del sovrano alla volontà delle assemblee, soprattutto della Camera elettiva.
Proprio per questo il maggio 1915 fu un momento drammatico e costituzionalmente ambiguo. Ma l’ambiguità non autorizza la caricatura.
La distinzione tra legalità formale, correttezza costituzionale sostanziale e legittimità democratica è essenziale.
L’articolo dell’ANPI invece fonde tutto in una sola parola, “colpo”, perché quella parola serve a produrre un effetto morale immediato. La storia viene compressa in un titolo.
E quando la storia entra in un titolo ideologico, di solito ne esce storpiata.
Ancora più debole è l’affermazione secondo cui il Parlamento sarebbe stato semplicemente scavalcato senza consenso.
La seduta della Camera del 20 maggio 1915 documenta la presentazione del disegno di legge per il conferimento al Governo del Re dei poteri straordinari in caso di guerra.
Il voto finale registrò 407 favorevoli, 74 contrari e un astenuto.
Anche qui, nessuno può fingere che quel voto sia nato in un clima sereno.
C’erano pressioni, paure, piazze mobilitate, una crisi istituzionale in corso, una classe dirigente divisa e una monarchia tutt’altro che neutrale. Ma dire che non vi fu alcun passaggio parlamentare è una semplificazione grave.
Dire che quel passaggio non bastò a rendere democratica e trasparente la decisione è una critica storica. Dire che fu tutto un colpo di Stato è propaganda con bibliografia.
Vi è poi la questione del Patto di Londra, descritto nell’articolo come una sorta di “pacco” rifilato all’Italia, quasi il bosco degli zecchini di Pinocchio.
Qui l’ironia diventa autogol. Il Patto di Londra fu segreto, certo.
Fu figlio di una diplomazia ottocentesca, certo. Fu anche il prodotto di un’Europa che ragionava ancora in termini di compensazioni territoriali, sfere di influenza e grande potenza.
Ma rappresentarlo solo come una truffa subita da governanti ingenui significa assolvere per via caricaturale proprio quelle élite che si vorrebbero condannare.
Salandra e Sonnino non furono due scolari raggirati all’uscita di scuola.
Furono uomini politici inseriti in una cultura diplomatica di potenza, discutibile quanto si vuole, ma non infantile.
L’Italia cercava il completamento territoriale, la sicurezza adriatica, il riconoscimento internazionale, il salto di rango nel sistema europeo.
Si può giudicare quel progetto moralmente fragile e strategicamente rischioso. Ma liquidarlo come “pacco” è un modo per non comprenderlo.
Non solo. Dire che l’esito fu un “totale fallimento” significa ignorare la complessità del dopoguerra. L’Italia ottenne Trentino, Alto Adige fino al Brennero, Trieste, Gorizia, l’Istria, Zara e altri riconoscimenti, pur non ottenendo tutto ciò che era stato promesso, in particolare gran parte della Dalmazia e inizialmente Fiume.
Lo stesso articolo di Patria Indipendente elenca questi risultati, per poi concludere comunque con la formula del fallimento totale.
Ma se una guerra produce risultati territoriali rilevanti, insieme a costi umani spaventosi, promesse mancate, frustrazione politica e instabilità sociale, chiamarla “totale fallimento” è una scorciatoia.
La storia nazionale non è un registro contabile dove o si incassa tutto o si è stati truffati.
È una materia tragica, e proprio per questo pretende parole più esatte.
Dove invece l’articolo coglie un punto essenziale è nella denuncia della disciplina militare italiana. Le fucilazioni, le esecuzioni sommarie e le decimazioni furono una ferita morale profonda.
Il dossier del Servizio Studi della Camera ricorda che la bibliografia distingue fra condanne capitali pronunciate da tribunali militari, esecuzioni sommarie e decimazioni, indicando circa tremila condanne a morte emanate dai tribunali militari, circa settecentocinquanta eseguite e circa trecento casi stimati di esecuzioni senza processo.
Qui non servono attenuanti retoriche. Cadorna e il sistema disciplinare del tempo produssero una concezione feroce dell’obbedienza, dove il soldato diventava materiale umano da spingere avanti e, se necessario, da punire esemplarmente.
Su questo, ogni coscienza civile deve essere netta.
Ma proprio perché il tema è grave, andrebbe sottratto alla strumentalizzazione.
Le fucilazioni non hanno bisogno di essere inserite forzatamente in una narrazione che le fa diventare il vestibolo inevitabile della marcia su Roma.
Sono già abbastanza terribili da sole.
La decimazione non diventa più grave se la si usa come preannuncio del fascismo.
Diventa, semmai, meno compresa.
Perché la brutalità della guerra industriale, il collasso delle categorie liberali ottocentesche, la violenza di massa, la disumanizzazione del soldato, la psicologia dei comandi, il terrore della diserzione e della rivolta, sono fenomeni europei, militari, sociali e politici che non possono essere rinchiusi nella sola genealogia antifascista italiana.
L’articolo, invece, indulge in una lettura quasi meccanica. Prima il Patto di Londra, poi Cadorna, poi D’Annunzio, poi Mussolini, poi Fiume, poi la vittoria mutilata, poi la marcia su Roma.
Tutto torna, tutto scorre, tutto conduce al medesimo esito.
È una storiografia del senno di poi, dove il 1915 viene letto conoscendo già il 1922, e quindi ogni evento viene disposto come se avesse avuto un’unica destinazione.
Ma nel 1915 non esisteva ancora il fascismo come regime.
Esistevano nazionalismi, socialismi, neutralismi, cattolicesimo politico, liberalismo in crisi, monarchia, interventismo democratico, irredentismo, sindacalismo rivoluzionario, futurismo, interessi industriali, paure diplomatiche, ambizioni territoriali, memorie risorgimentali.
La riduzione di tutto questo a un corridoio verso il fascismo è comoda, ma è povera.
Il passaggio più rivelatore è forse quello sui “soldati-proletari”.
L’articolo sembra stupirsi che i soldati italiani non si siano comportati secondo l’attesa leninista, cioè che non abbiano trasformato la guerra in rivoluzione.
Questa è la parte più datata e, francamente, più ideologica del ragionamento.
Il soldato italiano della Grande Guerra non era un figurino di teoria marxista. Era spesso un contadino, un analfabeta o semianalfabeta, un figlio di paese, un cattolico, un meridionale o un alpino, un veneto, un siciliano, un piemontese, un uomo che parlava dialetto, che obbediva per paura, per dovere, per abitudine, per fedeltà, per rassegnazione, per impossibilità di fare altrimenti. Ridurlo a “proletario” che avrebbe dovuto riconoscere automaticamente la solidarietà di classe significa sostituire alla pietà storica una lente dottrinaria.
È qui che si vede l’ottusità della visione, non nella denuncia del dolore, ma nella pretesa di incasellare il dolore dentro una grammatica politica già decisa.
Questa è la grande debolezza culturale di certo antifascismo associativo quando smette di essere presidio civile e diventa abitudine interpretativa.
L’antifascismo è una cosa troppo seria per essere ridotto a una chiave universale con cui aprire ogni porta della storia italiana.
È fondamento della Repubblica quando difende libertà, pluralismo, dignità della persona, ripudio della violenza politica, responsabilità democratica.
Diventa invece una piccola teologia laica quando pretende di spiegare retroattivamente ogni fenomeno nazionale come anticipazione, complicità o incubazione del fascismo.
Così facendo non rafforza la coscienza democratica. La impoverisce.
La Grande Guerra fu anche completamento del Risorgimento?
In parte sì, almeno nella percezione di milioni di italiani e nella vicenda delle terre irredente.
Fu anche una carneficina?
Sì. Fu anche una guerra decisa da élite lontane dal popolo?
Sì. Fu anche un momento di nazionalizzazione delle masse?
Sì. Fu anche una scuola di violenza politica?
Sì. Fu anche una tragedia contadina?
Sì. Fu anche una prova militare disastrosa per molti aspetti?
Sì. Fu anche una vittoria pagata a prezzo immenso?
Sì. La maturità storica consiste nel tenere insieme queste verità senza mutilarle.
L’articolo dell’ANPI, invece, sceglie la verità che gli serve e lascia le altre sul campo.
È curioso, poi, che proprio chi rivendica la memoria come dovere civile finisca talvolta per praticare una memoria selettiva.
I morti fucilati meritano pietà, giustizia e nome.
Ma anche i morti del Carso, del Piave, del Grappa, di Vittorio Veneto meritano di non essere trasformati in comparse inconsapevoli di una tragedia senza senso.
La pietà per chi fu vittima della disciplina militare non impone il disprezzo per chi combatté credendo, magari ingenuamente, magari confusamente, di servire l’Italia.
Un Paese adulto non deve scegliere tra commemorare i fucilati e rispettare i caduti.
Deve fare entrambe le cose.
Deve avere abbastanza grandezza morale per non usare gli uni contro gli altri.
Il punto politico, allora, non è difendere Cadorna, né santificare Salandra, né assolvere la monarchia, né negare la crisi del liberalismo. Sarebbe ridicolo.
Il punto è rifiutare una lettura che, in nome della memoria, produce una nuova forma di cecità. Perché la storia italiana non appartiene all’ANPI, non appartiene ai nazionalisti, non appartiene ai reduci, non appartiene ai partiti, non appartiene agli anniversari comandati.
Appartiene a chi ha il coraggio di guardarla senza trasformarla ogni volta in un manifesto.
Ecco perché questo articolo va contestato.
Non perché ricorda le decimazioni, ma perché le usa dentro una narrazione chiusa.
Non perché critica l’intervento del 1915, ma perché lo giudica con categorie semplificate.
Non perché vede nella Grande Guerra una crisi del sistema liberale, ma perché sembra voler fare di quella crisi una sentenza definitiva contro ogni idea di nazione, patria e continuità risorgimentale.
Non perché è antifascista, ma perché pratica un antifascismo intellettualmente pigro, incapace di distinguere il patriottismo democratico dal nazionalismo autoritario, il Risorgimento dal fascismo, la tragedia militare dalla dissoluzione morale di una nazione.
Una memoria civile seria dovrebbe dire che l’Italia entrò in guerra in modo opaco, dentro istituzioni deboli e con una classe dirigente spesso arrogante.
Dovrebbe dire che migliaia di soldati furono trattati con durezza disumana.
Dovrebbe dire che la vittoria non sanò il Paese, ma anzi aprì tensioni nuove e devastanti. Ma dovrebbe anche dire che la Grande Guerra non fu soltanto il prologo del fascismo.
Fu anche l’ultima pagina del Risorgimento, il trauma fondativo del Novecento italiano, il luogo in cui masse popolari fino ad allora estranee allo Stato incontrarono, nel modo più brutale possibile, l’idea concreta di nazione.
Fu tragedia e costruzione, sangue e appartenenza, errore e sacrificio.
La storia, spiace per i custodi delle formule, non entra mai intera nelle categorie di partito.
Come direttore di Betapress non ho bisogno di difendere la guerra per contestare questo articolo.
Basta difendere la complessità.
Basta ricordare che un Paese senza complessità storica diventa ostaggio di opposte tifoserie, una che santifica tutto ciò che porta una bandiera, l’altra che sospetta di ogni bandiera come se fosse già una camicia nera piegata nell’armadio.
Entrambe sono forme di minorità civile.
Entrambe impediscono all’Italia di pensarsi con maturità.
La memoria non è una clava.
La Resistenza non è una licenza per semplificare tutto ciò che la precede.
L’antifascismo non dovrebbe diventare una professione ereditaria dello sguardo, incapace di vedere il passato se non come una lunga preparazione del nemico.
Se davvero vogliamo onorare i morti della Grande Guerra, quelli caduti davanti al nemico e quelli uccisi dalla propria disciplina militare, dobbiamo sottrarli al comizio permanente.
Perché i morti non chiedono di essere arruolati un’altra volta.
Chiedono, almeno dopo un secolo, di essere finalmente compresi.
Concludendo allora, nella provocazione inversa a quella adottata da ANPI, forse, a guardare l’Italia con un minimo di crudele onestà storica, bisognerebbe avere il coraggio di dire che il referendum tra Monarchia e Repubblica, che è stato trasformato, nel racconto pubblico, in una specie di sacramento civile intoccabile, quando invece il Paese che ne è uscito non ha prodotto automaticamente né virtù democratica, né moralità istituzionale, né maturità nazionale. La Repubblica avrebbe dovuto redimere l’Italia dalle sue ambiguità storiche, ma ha finito spesso per moltiplicarle sotto forme nuove: partitocrazia, corruzione sistemica, clientelismo, terrorismo politico, anni di piombo, crisi permanenti di governo, occupazione dello Stato da parte delle segreterie di partito, progressivo disfacimento morale della vita pubblica. Non si tratta di nostalgia monarchica, che sarebbe esercizio troppo facile e forse troppo sentimentale. Si tratta piuttosto di constatare che cambiare la forma dello Stato non basta, se resta identica la malattia civile di un popolo incapace di trasformare le istituzioni in etica condivisa. La Repubblica ha vinto il referendum, ma non sempre ha vinto la prova della dignità pubblica. E questa, piaccia o no, è una domanda che la retorica celebrativa, compresa quella di ANPI ma non solo, continua accuratamente a evitare.
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