Settembre 13, 2026
3eb981f4-087b-4396-b775-d8cdda19729a

Flotilla, Ben-Gvir e il diritto internazionale usato come clava politica

C’è un tratto ormai quasi caricaturale nella politica europea contemporanea: l’indignazione arriva sempre puntuale, ma non sempre nello stesso modo, non sempre con la stessa forza, non sempre verso gli stessi soggetti. È una morale intermittente, una coscienza diplomatica a corrente alternata, capace di infiammarsi davanti ad alcune immagini e di raffreddarsi improvvisamente davanti ad altri fatti, magari non meno gravi, ma meno utili alla narrazione dominante.

Il caso della flotilla fermata da Israele al largo del Mediterraneo orientale, con la successiva esposizione pubblica degli attivisti e l’intervento provocatorio del ministro israeliano Itamar Ben-Gvir, è diventato immediatamente materia di condanna internazionale.

Presidenti, ministri, governi, organismi europei e commentatori hanno parlato di dignità violata, di diritto offeso, di trattamento inaccettabile.

In parte, bisogna dirlo con chiarezza, non senza ragione.

Il comportamento di Ben-Gvir è stato politicamente discutibile e istituzionalmente infelice.

Non perché Israele non abbia diritto a difendere la propria sicurezza, diritto che nessuno Stato serio potrebbe negare, ma perché la sicurezza non autorizza la teatralizzazione dell’umiliazione.

Una cosa è fermare un’imbarcazione ritenuta diretta verso una zona sottoposta a blocco.

Altra cosa è trasformare quel fermo in una scena propagandistica, in un’esibizione muscolare, in una rappresentazione pubblica del dominio sull’avversario.

La dignità delle persone fermate non è un lusso umanitario da concedere quando conviene.

È un principio che misura la civiltà giuridica di chi esercita il potere.

E proprio per questo il comportamento del ministro israeliano ha prestato il fianco ai suoi detrattori, offrendo all’Europa l’occasione perfetta per indossare, ancora una volta, la veste candida del tribunale morale del mondo.

Il problema, tuttavia, comincia esattamente qui.

Perché l’Europa, quando giudica, dovrebbe almeno avere la memoria lunga e la coscienza pulita.

Invece troppo spesso sembra avere né l’una né l’altra.

La questione della flotilla non può essere liquidata con la semplicità emotiva degli slogan.

Non basta dire che l’intercettazione è avvenuta in acque internazionali per concludere automaticamente che ogni azione israeliana sia illegittima.

Tra l’altro Israele giustifica il blocco come misura di sicurezza INALIENABILE e necessaria, basata sull’Art. 51 della Carta delle Nazioni Unite.

Per di più l’articolo 110 UNCLOS, Convenzione di Montego Bay, asserisce che secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare, una nave da guerra può abbordare un’imbarcazione in acque internazionali se vi è ragionevole sospetto che si tratti di atti di pirateria, trasmissioni non autorizzate o batte bandiera straniera ma in realtà appartiene allo stesso stato con cui è in guerra la nave da guerra.

Tale articolo ha suscitato controversie tra esperti di diritto Internazionale, ma di fatto mai risolte, tanto che la Corte di giustizia Internazionale ha ribadito l’obbligo, per chi impone il blocco, di garantire il passaggio di aiuti umanitari essenziali per la popolazione civile.

E’ per questo che “fittiziamente, “flottiglia”, non può essere considerato un convoglio che trasporta viveri, avendo rifiutato di seguire i canali umanitari previsti ed autorizzati, ma essendo solo pretestuosamente un convoglio dimostrativo e di protesta, e quindi è stato fermato.

Ma non basta nemmeno invocare genericamente la sicurezza nazionale per ritenere legittimo qualunque fermo, qualunque ispezione, qualunque trattamento successivo. Il diritto internazionale, soprattutto quando si intreccia con un conflitto armato, non è un manganello da agitare a seconda della convenienza politica.

È un sistema complesso di limiti, obblighi, eccezioni e responsabilità.

Il blocco navale, nel diritto dei conflitti armati in mare, può essere ammesso solo a condizioni rigorose.

Deve essere notificato, effettivo, non discriminatorio, proporzionato e non deve avere come scopo quello di affamare la popolazione civile o di impedirle l’accesso ai beni essenziali alla sopravvivenza.

Allo stesso tempo, chi tenta di forzare un blocco dichiarato e militarmente presidiato non può fingere di trovarsi in una gita simbolica priva di conseguenze.

In un’area di guerra, il gesto dimostrativo non è mai soltanto un gesto dimostrativo.

È un atto politico, mediatico e potenzialmente operativo.

Per questo la flotilla deve essere valutata con serietà, non con l’ingenuità comoda della retorica umanitaria.

Se un convoglio rifiuta i canali autorizzati per il trasferimento degli aiuti, se sceglie deliberatamente la rotta dello scontro simbolico, se punta più alla scena mondiale che alla consegna effettiva di beni alla popolazione civile, allora non può essere descritto soltanto come missione umanitaria.

Può essere anche questo, nelle intenzioni di alcuni partecipanti, ma diventa inevitabilmente molto altro: una pressione politica, una provocazione diplomatica, una sfida mediatica.

Ciò non assolve Israele da ogni responsabilità. Anzi, proprio uno Stato che rivendica il diritto alla sicurezza dovrebbe essere il primo a sapere che la forza, quando è esercitata senza misura comunicativa e senza sobrietà istituzionale, finisce per perdere parte della propria legittimità.

La forza può fermare una nave, ma non può vincere una guerra narrativa se si lascia trascinare nel teatro dell’umiliazione. Ben-Gvir, in questo senso, non ha rafforzato Israele.

Lo ha indebolito sul piano dell’immagine, offrendo ai suoi avversari un argomento potente, immediato, facilmente spendibile.

Detto questo, l’Europa dovrebbe evitare di parlare come se fosse un’autorità morale incontaminata.

Perché la domanda più scomoda resta sul tavolo: la severità europea è sempre la stessa?

L’indignazione ha davvero una misura giuridica oppure cambia intensità secondo la convenienza geopolitica del momento?

Il Mediterraneo orientale conosce bene questa doppia misura.

Quando nel 2018 una nave perforatrice noleggiata dall’ENI, la Saipem 12000, fu bloccata dalla Marina militare turca nell’area cipriota, la reazione europea non ebbe la stessa potenza simbolica, né lo stesso grado di mobilitazione politica.

Eppure non si trattava di un dettaglio minore. Erano in gioco sovranità, interessi energetici, diritto del mare, rapporti tra Stati, ruolo dell’Italia e dell’Unione Europea in uno spazio strategico essenziale.

Allora l’Europa scelse un linguaggio prudente, quasi notarile. Si parlò, si ammonì, si deplorò, ma senza quell’energia morale che oggi vediamo scorrere con abbondanza davanti al caso israeliano.

Certo, i contesti sono diversi e nessun paragone deve essere usato in modo meccanico. Ma la politica non vive soltanto di identità perfette. Vive anche di proporzioni, di coerenza, di memoria.

E la memoria, in questo caso, fa emergere una domanda legittima: perché alcune violazioni o forzature diventano scandalo planetario, mentre altre vengono archiviate come incidenti diplomatici da trattare con discrezione?

La risposta è scomoda.

L’Europa tende a usare il diritto internazionale come una lingua nobile quando deve giudicare gli altri, ma come un dialetto prudente quando deve difendere davvero se stessa.

È severa dove può permetterselo, cauta dove dovrebbe rischiare qualcosa, rumorosa quando l’indignazione costa poco, afona quando la coerenza potrebbe avere un prezzo.

Questa è la vera ipocrisia euro-occidentale.

Non sta nel criticare Ben-Gvir, perché Ben-Gvir può e deve essere criticato.

Sta nel farlo come se ogni altra responsabilità fosse evaporata. Sta nel parlare di dignità solo quando la dignità violata entra nel perimetro della narrazione utile. Sta nel dimenticare che il diritto internazionale, per essere credibile, deve valere anche quando disturba gli alleati, i partner commerciali, i fornitori energetici, le potenze regionali con cui conviene non litigare troppo.

Vi è poi un ulteriore aspetto, che riguarda la responsabilità di chi partecipa a queste iniziative dimostrative.

In uno scenario come quello mediorientale, saturo di dolore, propaganda, morte, ostaggi, bombardamenti, terrorismo, rappresaglie, fame e paura, ogni gesto simbolico può diventare miccia.

Chi assume un ruolo pubblico, soprattutto se parlamentare o rappresentante istituzionale, dovrebbe sapere che non agisce mai soltanto a titolo personale.

Può dichiararlo, può rivendicarlo, può perfino crederlo. Ma sulla scena internazionale la sua presenza viene letta come segnale politico.

È legittimo sostenere la causa umanitaria. È doveroso pretendere che gli aiuti arrivino alla popolazione civile. È moralmente necessario ricordare che nessuna ragione di sicurezza può cancellare la sofferenza degli innocenti.

Ma è irresponsabile confondere l’umanitarismo con il protagonismo, la solidarietà con l’esibizione, il coraggio civile con la ricerca della telecamera.

Quando si entra in una zona di conflitto, non si porta con sé soltanto la propria coscienza. Si porta con sé anche il rischio di generare conseguenze per altri.

Questo vale per gli attivisti, vale per i parlamentari, vale per i governi, vale per gli Stati. Vale anche per Israele, che ha il diritto di difendersi ma non il diritto di smarrire il senso della misura. Vale per l’Europa, che ha il diritto di criticare ma non quello di dimenticare le proprie omissioni. Vale per le organizzazioni internazionali, che hanno il compito di custodire i principi, non di amministrarli secondo il vento dell’opinione pubblica.

La tragedia del 7 ottobre resta il punto di frattura da cui tutto è precipitato. Ignorarlo significa falsificare la storia recente. Ma anche il dolore israeliano non può essere trasformato in licenza illimitata. Allo stesso modo, la sofferenza palestinese non può essere usata come lasciapassare morale per ogni operazione simbolica, per ogni semplificazione, per ogni narrazione che cancelli la complessità del conflitto.

Il primo dovere di chi scrive, giudica o governa dovrebbe essere proprio questo: non ridurre la realtà a manifesto.

Invece l’Occidente sembra sempre più prigioniero dei suoi manifesti.

Da una parte proclama diritti universali, dall’altra li applica con geometria variabile. Da una parte invoca la legalità internazionale, dall’altra la subordina alla convenienza geopolitica. Da una parte condanna la forza, dall’altra la tollera quando viene esercitata da soggetti con cui è preferibile non aprire un contenzioso serio. Da una parte difende la dignità delle persone fermate, dall’altra dimentica la dignità dei popoli lasciati per anni dentro crisi economiche, sanitarie, sociali e istituzionali gestite con arroganza tecnocratica.

Questo non significa assolvere Ben-Gvir. Significa evitare che Ben-Gvir diventi l’alibi perfetto per non parlare del resto.

Il ministro israeliano ha sbagliato nei modi, nella comunicazione e nella postura istituzionale.

Ma l’Europa sbaglia quando trasforma ogni errore altrui in una predica morale senza sottoporre se stessa allo stesso giudizio. La credibilità non nasce dalla condanna. Nasce dalla coerenza.

La vera domanda, dunque, non è soltanto se Israele potesse fermare la flotilla.

La domanda è più ampia: chi decide quando il diritto internazionale merita di essere invocato con forza e quando invece può essere lasciato in archivio? Chi stabilisce quando un atto in mare è una violazione intollerabile e quando è una questione da trattare con prudenza diplomatica? Chi misura la dignità offesa, e con quale metro?

Finché queste domande resteranno senza risposta, l’Europa continuerà a recitare la parte del giudice morale senza accorgersi di essere, sempre più spesso, una parte in causa. Una parte debole, smemorata, selettiva, bravissima a pronunciare sentenze e molto meno capace di costruire soluzioni.

Ritornare al dialogo serio, concreto, non teatrale, sarebbe l’unica strada. Ma il dialogo richiede responsabilità da tutte le parti. Richiede che Israele non confonda la sicurezza con la spettacolarizzazione della forza. Richiede che gli attivisti non confondano l’aiuto umanitario con la provocazione mediatica. Richiede che l’Europa non confonda il diritto internazionale con un megafono da usare solo quando il bersaglio è politicamente conveniente.

Soprattutto, richiede una cosa che oggi sembra quasi rivoluzionaria: la stessa misura per tutti.

Perché il diritto internazionale non può essere una clava.
Non può essere un copione.
Non può essere una bandiera da sventolare quando serve e da ripiegare quando disturba.

Se l’Occidente vuole ancora parlare di civiltà giuridica, deve prima guarire dalla sua malattia più evidente: l’indignazione selettiva.

 

Considerazione del Direttore

La politica europea ha trasformato l’etica in un dispositivo retorico, non in un criterio di governo.

Condanna quando la condanna è comoda, tace quando la coerenza impone un prezzo, invoca il diritto internazionale quando serve a colpire l’avversario e lo relativizza quando disturba interessi, alleanze o convenienze diplomatiche.

In questa oscillazione non vi è prudenza, ma debolezza morale.

Non vi è equilibrio, ma calcolo.

Non vi è civiltà giuridica, ma amministrazione selettiva dell’indignazione.

(mi permetto poi di osservare che in tema di diritto internazionale nel caso di blocco navale si dovrebbe far riferimento al  Manuale di Sanremo del 1994. Questo manuale ammette, entro condizioni rigorose, la possibilità del blocco navale, ma pone limiti importanti. Un blocco non deve avere lo scopo di affamare la popolazione civile o privarla di beni essenziali alla sopravvivenza, e deve essere compatibile con gli obblighi umanitari)

Il caso della flotilla e della reazione europea a Ben-Gvir mostra ancora una volta il limite più grave dell’Europa politica contemporanea: pretendere di giudicare il mondo senza sottoporre se stessa allo stesso tribunale.

La questione non è assolvere Israele, né giustificare posture istituzionali discutibili.

La questione è più profonda e riguarda la credibilità di un continente che parla di diritti universali, ma li applica con geometria variabile.

Quando l’etica diventa intermittente, non è più etica.

È propaganda con un linguaggio più elegante.

 

Autori

  • Vice Direttore Betapress.it

    Giornalista pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti, Ettore Lembo è una voce autorevole nell’ambito dell’attualità, della politica, della storia e della geopolitica. Con un percorso ricco di esperienze come editorialista, opinionista e moderatore di convegni, ha diretto la testata indipendente Betapress e collaborato con numerose realtà giornalistiche tra cui “La Notizia.net” e “Ettore Lembo News”. Ha ricevuto importanti riconoscimenti giornalistici, come il Premio “Le Voci della Libertà – Omaggio a Oriana Fallaci” (2025), il Premio “Ciao Federico” (2022) e il Premio Internazionale “Angeli di Luce” (2019).

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


Scopri di più da Betapress

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi