Settembre 13, 2026

L’Italia dei partitini: quando il bene comune finisce nel cortile del capogruppo

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C’è una malattia italiana che non passa mai, perché non è una semplice febbre politica. È una vecchia infezione storica, una specie di campanilismo cronico, una patologia nazionale che ci accompagna da secoli e che ogni tanto cambia vestito. Prima aveva la torre comunale, poi il gonfalone, poi la corrente, poi il partitino, poi il gruppo parlamentare, poi la componente del gruppo misto, poi la sotto componente della componente, poi l’associazione politico culturale con tre iscritti, due loghi, quattro comunicati stampa e un presidente provvisorio a vita.

L’Italia non ha partiti. Ha cortili organizzati.

Ha sigle che sembrano formule chimiche, alleanze che durano meno di una promessa fatta in campagna elettorale, movimenti che nascono “per cambiare tutto” e dopo sei mesi cambiano solo il nome, leader che si separano da altri leader per divergenze altissime, quasi sempre riconducibili a un posto in lista, a un microfono, a una poltrona o, nella versione più poetica, a una “diversa sensibilità politica”.

Traduzione per i non iniziati: non mi hanno dato abbastanza spazio.

Alla Camera, i gruppi parlamentari ufficiali della XIX legislatura mostrano una geografia già eloquente: Fratelli d’Italia, Partito Democratico, Lega, Forza Italia, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Azione, Noi Moderati, Italia Viva, Gruppo Misto e relative componenti, in un’aula di 400 deputati che dovrebbe rappresentare la nazione e spesso finisce per rappresentare la mirabile arte italiana della scomposizione infinita.

Il sito della Camera ricorda anche che ogni deputato deve appartenere a un gruppo parlamentare e che il gruppo misto raccoglie chi non appartiene ad altri gruppi, una definizione sobria che nella pratica diventa il grande albergo politico degli scontenti, dei transfughi, dei solitari e dei “vediamo dove tira il vento”.

Il punto non è che esistano molte idee. Le idee, quando sono vere, sono ricchezza. Il problema è che in Italia spesso non abbiamo pluralismo, abbiamo pulviscolo. Non abbiamo dialettica democratica, abbiamo frazionamento nervoso.

Non abbiamo scuole politiche, abbiamo recinti personali. Non abbiamo visioni alternative del Paese, abbiamo piccole dogane interne dove ciascuno controlla il proprio metro quadrato di potere come un doganiere medievale, pronto a chiedere pedaggio perfino al buonsenso.

E qui viene il sospetto, che poi tanto sospetto non è.

La frammentazione italiana non nasce ieri. Non nasce con i talk show, non nasce con i social, non nasce con il proporzionale, non nasce nemmeno con quella meravigliosa industria nazionale che è la scissione politica. Nasce molto prima.

Nasce nell’Italia dei comuni, quando la città era mondo, il campanile era patria, il vicino era concorrente e l’orizzonte nazionale semplicemente non esisteva. Il comune medievale italiano fu una straordinaria forma di autogoverno, certo, ma anche una palestra permanente di rivalità, fazioni, autonomie gelose, famiglie dominanti, lotte interne e confini mentali.

Treccani ricorda che in Italia il comune medievale ottenne una sostanziale indipendenza politica tra XIII e XIV secolo e che la civiltà comunale si affermò tra la fine dell’XI e il XII secolo come forma di autogoverno e autodifesa della comunità.

Autogoverno e autodifesa. Due parole nobili, finché non diventano autarchia psicologica. Due parole alte, finché non si trasformano in chiusura del cortile.

Due parole fondamentali, finché non producono l’idea che il bene pubblico coincida con il bene del proprio recinto.

L’Italia, in fondo, non ha mai del tutto superato il trauma del campanile. Lo ha modernizzato. Lo ha messo in giacca e cravatta. Lo ha portato in Parlamento.

Gli ha dato un ufficio stampa, una pagina social, un simbolo elettorale, magari una fondazione di riferimento e un convegno sul “nuovo umanesimo democratico”. Ma sotto resta lui, il vecchio campanile.

Solo che al posto delle campane oggi suonano le notifiche.

E allora vediamo nascere partiti che non partono, movimenti che non muovono, centri che non stanno al centro, riformisti che riformano soprattutto il proprio posizionamento, moderati che litigano con moderazione feroce, progressisti che avanzano retrocedendo, conservatori che conservano soprattutto le rendite, sovranisti che difendono la nazione purché la nazione coincida con il proprio collegio elettorale.

La cosa più ironica, se non fosse tragica, è che tutti parlano di “Paese”. Tutti.

Il Paese prima di tutto, il bene del Paese, la responsabilità verso il Paese, l’interesse nazionale, la visione alta del Paese. Poi, appena si chiude il microfono, il Paese diventa una trattativa sui capilista, una resa dei conti interna, un equilibrio fra correnti, una lite sul simbolo, una conferenza stampa per spiegare che la nuova scissione nasce “per unire”.

Meraviglioso.

Ci dividiamo per unire.

Ci separiamo per allargare.

Fondiamo un nuovo partito per superare i personalismi, naturalmente mettendo il nostro nome nel simbolo, perché l’ego in Italia non è mai un difetto, è un programma politico non dichiarato.

La Camera documenta, nella sezione sulle modifiche intervenute, una serie continua di passaggi, adesioni, uscite, nuove denominazioni e mutamenti di gruppo durante la legislatura.

Non è un’anomalia episodica, è il romanzo amministrativo della mobilità politica italiana. Nel novembre 2023, per esempio, la separazione tra Azione e Italia Viva produce nuovi assetti parlamentari, mentre negli anni successivi si registrano ulteriori passaggi tra gruppi, gruppo misto e forze diverse. 

Ma la questione non è il singolo passaggio.

Non è il singolo parlamentare.

Non è nemmeno il singolo partito. Sarebbe troppo comodo puntare il dito contro l’ultimo che ha cambiato casacca, come se fosse lui il responsabile dell’intero circo.

Il problema è strutturale. È culturale. È quasi antropologico.

L’Italia politica non ama la sintesi. La teme.

La sintesi costringe a rinunciare a qualcosa.

Costringe a subordinare il proprio interesse alla costruzione comune.

Costringe a dire: “Questa è la linea, io contribuisco”.

Da noi, invece, troppo spesso la politica funziona così: “Questa è la linea, ma io ho una sfumatura, la mia sfumatura merita una corrente, la corrente merita un coordinatore, il coordinatore merita un simbolo, il simbolo merita una conferenza stampa, la conferenza stampa merita un nuovo partito”.

E intanto il Paese aspetta.

Aspettano le imprese, che avrebbero bisogno di stabilità normativa e non di governi costretti a negoziare ogni virgola con chi pesa pochi voti ma molto ricatto.

Aspettano le scuole, che avrebbero bisogno di una visione educativa nazionale e non di riforme scritte per apparire innovative e poi abbandonate al primo cambio di ministro.

Aspettano i cittadini, che vedono moltiplicarsi le sigle mentre si riducono le risposte.

Aspettano i territori, che non chiedono slogan ma infrastrutture, sanità, sicurezza, lavoro, dignità amministrativa.

Ma la politica italiana, davanti al bisogno nazionale, spesso risponde con la logica del cortile.

Prima il mio spazio, poi il tuo spazio, poi il nostro equilibrio, poi la foto, poi il comunicato, poi forse il provvedimento. E se il provvedimento non arriva, pazienza.

Si potrà sempre spiegare che è colpa degli altri. In Italia la colpa degli altri è il vero partito di maggioranza assoluta.

Il campanilismo, quando è identità culturale, può essere persino bello.

È il dialetto, la festa patronale, la memoria della città, la cucina locale, la piazza, la comunità che si riconosce.

Ma quando diventa metodo politico, è devastante.

Perché trasforma la nazione in un mosaico di egoismi. Trasforma il Parlamento in una somma di botteghe.

Trasforma il bene comune in un concetto ornamentale, buono per i discorsi ufficiali ma quasi sempre sacrificabile al primo interesse di bottega.

L’Italia dei comuni seppe produrre arte, commercio, diritto, istituzioni, ricchezza urbana, cultura.

Ma produsse anche guerre locali, fazioni, rivalità permanenti, incapacità di costruire una vera unità politica duratura.

Oggi siamo ancora lì, solo con il Wi-Fi.

Non abbiamo più guelfi e ghibellini, almeno non con quei nomi, ma abbiamo progressisti contro riformisti, riformisti contro liberal democratici, liberal democratici contro centristi, centristi contro moderati, moderati contro responsabili, responsabili contro civici, civici contro indipendenti, indipendenti contro sé stessi nella riunione del martedì.

Siamo un Paese dove due persone fondano un movimento, poi litigano sulla linea, poi fanno due movimenti, poi entrambi dichiarano di voler riaggregare l’area.

Quale area? L’area della loro nostalgia personale.

In questo scenario, la politica perde autorevolezza non perché sia troppo divisa in senso democratico, ma perché appare troppo piccola.

Troppo minuscola.

Troppo intenta a misurare centimetri di visibilità mentre il mondo misura chilometri di potenza.

Gli altri Stati ragionano di energia, industria, difesa, tecnologia, intelligenza artificiale, demografia, competizione globale.

Noi spesso ragioniamo di chi entra in lista, chi esce dalla coalizione, chi apre al centro, chi chiude a sinistra, chi dialoga con tutti purché tutti riconoscano che lui è indispensabile.

Il dramma vero è questo: la frammentazione non produce più rappresentanza, produce impotenza.

Un sistema politico maturo può contenere molte culture, ma deve saperle ordinare.

Deve trasformare la differenza in progetto.

Deve distinguere il dissenso dalla vanità.

Deve avere la forza di dire che non ogni sfumatura personale merita una sigla, non ogni ambizione merita un simbolo, non ogni mal di pancia merita una conferenza stampa.

In Italia, invece, abbiamo elevato il mal di pancia a categoria costituzionale non scritta.

Se qualcuno non ottiene ciò che vuole, non discute, fonda.

Se qualcuno perde un congresso, non accetta, rifonda.

Se qualcuno viene messo in minoranza, non riflette, costituisce un coordinamento nazionale.

La parola “nazionale”, naturalmente, serve a dare solennità a una riunione di condominio.

E qui il sarcasmo diventa inevitabile.

Perché questa politica parla di futuro con la mentalità del notaio di cortile.

Parla di Europa e poi litiga per la preferenza locale.

Parla di patria e poi difende la propria micro rendita.

Parla di unità e poi si presenta con tre liste, quattro simboli e cinque leader, tutti convinti di essere il federatore naturale degli altri, possibilmente senza federarsi mai davvero.

L’Italia avrebbe bisogno di meno sigle e più pensiero.

Meno capi e più classe dirigente.

Meno comunicati e più responsabilità.

Meno scissioni e più cultura istituzionale.

Meno “noi” di facciata e più “noi” sostanziale.

Perché una nazione non si governa come un cortile, non si amministra come una corrente, non si progetta come una campagna personale.

Il punto non è abolire la pluralità.

Sarebbe una sciocchezza e, soprattutto, sarebbe pericoloso.

Il punto è restituire dignità alla pluralità, sottraendola alla caricatura del frazionamento permanente.

Il pluralismo vero è confronto tra visioni.

La frammentazione patologica è il culto dell’ombelico con rimborso elettorale, quando c’è, o almeno con presenza televisiva garantita.

Bisognerebbe avere il coraggio di dirlo.

In Italia il problema non è soltanto che i partiti sono troppi.

Il problema è che spesso sono troppo piccoli nel pensiero prima ancora che nei numeri.

Piccoli nella prospettiva.

Piccoli nel coraggio.

Piccoli nella capacità di immaginare una nazione prima della propria bottega.

E allora sì, la colpa viene da lontano.

Viene dai comuni, dalle fazioni, dai campanili, dalle città che si guardavano in cagnesco, dai cortili che valevano più del territorio, dalle famiglie che scambiavano il potere pubblico per prosecuzione del patrimonio privato.

Ma la storia non può essere una scusa eterna.

A un certo punto, perfino un Paese innamorato delle proprie divisioni dovrebbe diventare adulto.

L’Italia non può continuare a essere una somma di cortili che ogni tanto, per distrazione, si chiama Repubblica.

Serve una politica capace di alzare lo sguardo.

Non per cancellare le differenze, ma per organizzarle dentro una visione nazionale.

Serve una classe dirigente che sappia dire ai propri elettori non solo “vi rappresento”, ma anche “vi porto oltre il vostro recinto”.

Serve una cultura pubblica che smetta di confondere il localismo con l’identità, il personalismo con la leadership, la scissione con la libertà.

Altrimenti continueremo così.

Ogni mese un nuovo soggetto politico.

Ogni anno una nuova area da ricomporre.

Ogni legislatura un nuovo vocabolario di sigle.

E ogni volta la stessa promessa: questa volta si fa sul serio.

Poi arriva il primo cortile.

E il bene nazionale, poveretto, resta fuori dal cancello.

Autore

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


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