PEPE MUJICA
il Presidente “più povero del mondo” che sfidò il consumismo
Oggi, 13 maggio 2026, ricorre il primo anniversario della scomparsa di José Mujica, per tutti “Pepe” Mujica. La settimana successiva avrebbe compiuto 90 anni. Presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015, era conosciuto in tutto l’orbe terraqueo come “il Presidente più povero del mondo” per il suo stile di vita austero e per la scelta di devolvere circa il 90% del proprio stipendio di Capo di Stato in beneficenza a sostegno dei più poveri.
Durante il mandato rifiutò di risiedere nel palazzo presidenziale e continuò a vivere nella sua piccola fattoria di Rincón del Cerro, alla periferia di Montevideo. Il simbolo della sua semplicità era un vecchio Maggiolino celeste del 1987, diventato quasi un manifesto politico contro gli eccessi del potere e del consumo.
Ma per comprendere davvero il pensiero umano e radicale di Pepe Mujica, la sua critica al consumismo e la ricerca della felicità attraverso la sobrietà, è necessario ripercorrerne la storia.
Nato nel 1935 a Montevideo crebbe in un paese piccolosoltanto sulla carta geografica. Stretto tra due giganti come Argentina e Brasile, infatti, l’Uruguay ha un’estensione territoriale superiore alla metà dell’Italia euna popolazione inferiore ai 3,4 milioni di abitanti.
La politica era parte integrante della sua famiglia. Il padre, di origini basche, militava nel Partito Nazionale, la madre vantava radici liguri. Fu soprattutto lo zio materno, Ángel Cordano Giorello, nazionalista e vicino al peronismo, a influenzare la formazione e il pensiero politico del giovane Pepe. Nel 1956 conobbe il deputato Enrique Erro e iniziò il suo percorso nel Partito Nazionale, diventando segretario generale del settore giovanile.
Negli anni Sessanta fu tra i fondatori, insieme a Raúl Sendic, dei Tupamaros, organizzazione guerrigliera urbana marxista e antimperialista ispirata alla rivoluzione cubana. Il movimento puntava a rovesciare il governo uruguaiano, considerato troppo vicino agli Stati Uniti, attraverso la lotta armata e la guerriglia urbana.
Dopo il colpo di Stato del 1973 guidato dal dittatore Juan María Bordaberry, Pepe Mujica venne arrestato e rinchiuso per quasi dodici anni in un carcere militare. Nove di quegli anni li trascorse in totale isolamento, in una cella ricavata da un pozzo sotterraneo. Era uno dei nove dirigenti Tupamaros definiti “rehenes”, gli ostaggi, prigionieri che il regime avrebbe potuto fucilare in caso di nuove azioni armate del movimento.
Paradossalmente, fu proprio durante quella lunga prigionia che maturò il suo pensiero più profondo. Invece di lasciarsi consumare dall’odio, elaborò una visione umana e costruttiva, capace di denunciare gli aspetti più disumanizzanti del consumismo contemporaneo.
Con il ritorno della democrazia scelse definitivamente la politica istituzionale. Dopo un inizio stentato venneeletto deputato, poi senatore e infine ministro dell’allevamento, agricoltura e pesca tra il 2005 e il 2008. Nel 2005 aveva sposato, dopo una lunga convivenza, la senatrice Lucía Topolansky, storica leader del Movimento di Partecipazione Popolare, che gli rimase accanto fino alla fine.
Dal 1º marzo 2010 al 1º marzo 2015 guidò l’Uruguay come Presidente, promuovendo riforme che segnarono profondamente il Paese: la depenalizzazione dell’aborto, il riconoscimento dei matrimoni omosessuali e la legalizzazione della marijuana. Celebre la sua frase: “La tossicodipendenza è una malattia, ma guai a confonderla con il narcotraffico”.
Nel 2020, dimettendosi dal Senato, annunciò il definitivo ritiro dalla vita pubblica.
Eppure Mujica non può essere trasformato in un santino politico. Il manicheismo che domina gran parte del dibattito contemporaneo, quella visione semplicistica e mediocre che divide il mondo tra bene assoluto e male assoluto, raramente aiuta a comprendere la realtà. Lo stesso ex presidente uruguaiano ammetteva con una certa sincera tristezza di non essere riuscito, nonostante gli sforzi, a ridurre in modo decisivo la povertà. Una consapevolezza che racconta il limite concreto del potere politico: anche le intenzioni più nobili spesso non bastano a cambiare fino in fondo la società.
Per vicinanza ideologica marxista guardò con eccessiva simpatia al presidente venezuelano Hugo Chávez, politicante privo della sua struttura etica, che definì “il governante più generoso che ho mai conosciuto”. Nellarealtà la rivoluzione venezuelana si tradusse anche in espropri, controllo statale e in una crisi economica e sociale che trascinò il Paese nell’attuale povertà e criminalità diffusa. Se un capitalismo esasperato che concentra la ricchezza nelle mani di pochi produce profonde disuguaglianze, il socialismo autoritario capace di negare la proprietà privata ha mostrato solo limiti drammatici.
Più lungimirante apparve invece la sua posizione del 2011 contro l’intervento militare della NATO in Libia contro Muammar Gheddafi. Pepe intuì in anticipo come l’Occidente, sotto l’ombrello atlantico, stesse progressivamente perdendo la propria funzione originaria di equilibrio e difesa.
La grandezza di Pepe Mujica, però, resta soprattutto nei gesti concreti. Del suo stipendio presidenziale, circa 8.300 euro al mese, tratteneva per sé appena 800 euro. Fu questa scelta a renderlo il “presidente più povero del mondo”. In un’intervista al quotidiano colombiano El Tiempo spiegò che quella cifra gli bastava per vivere, ricordando come molti suoi connazionali sopravvivevano con molto meno. Il resto lo destinò a progetti di edilizia popolare e iniziative sociali.
Terminiamo con parole sue, in una intervista tenuta verso la fine del suo mandato.
“La fase del capitalismo che stiamo vivendo ci ha portato alcuni successi. Probabilmente ha aumentato l’aspettativa di vita di 40 anni.
Ma contemporaneamente ci ha rovinato l’esistenza. Ci ha rubato il tempo. Ha trasformato tutti noi in una mercanzia. Tutto è in vendita. Abbiamo inventato una società del consumo che necessita della costante crescita dell’economia. Perché se non cresce è una tragedia.
Abbiamo inventato una montagna di bisogni superflui. Viviamo comprando, buttando via, comprando… Ma quello che stiamo spendendo è il tempo della vita. Perché quando io compro qualcosa, o tu compri, non lo compriamo con i soldi. Lo compriamo con quel tempo della nostra vita che abbiamo speso per guadagnare quei soldi. Con la differenza che l’unica cosa che non si può comprare è proprio la vita.
La vita si esaurisce. Ed è una cosa insensata sperperarla per perdere la libertà. La vita è troppo bella per darle così poca importanza.
Ma forse dobbiamo aspettare che il malcontento si diffonda, per renderci conto del valore che hanno le cose più semplici e fondamentali della vita.”
In un’epoca dominata dall’ostentazione, Pepe Mujica ci ha lasciato un’eredità politica e morale rara: l’idea che il valore di un individuo non si misuri da ciò che possiede, ma da ciò che è disposto a condividere.
E come l’unica vendetta praticabile sia l’amore incondizionato.
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