Muri e confini: perché l’Europa sui migranti non è ancora diventata davvero “adulta”
Se non fosse di stringente e drammatica attualità, il tema dei migranti potrebbe essere derubricato a una “costante” degli ultimi dieci-quindici anni. Da quando, cioè, gli arrivi clandestini in Europa sono diventati non soltanto massicci, ma anche hanno assunto le caratteristiche di quella che per qualcuno (i contrari, per lo più nel centro-destra) è una vera e propria “invasione”; mentre per altri (i favorevoli, di fatto tutti i partiti di sinistra) si tratterebbe di una necessità visto il calo demografico e il bisogno di manodopera.
I fatti recenti di Ceuta in Spagna, oltre alla ripresa di sbarchi via mare e di arrivi via terra attraverso l’Europa centrale attestano che la pressione migratoria non accenna a diminuire. In parallelo registriamo i recenti accordi tra i paesi europei per gestire i rimpatri, attivando dei centri di permanenza dove sbrigare le pratiche burocratiche in paesi terzi anche extra-europei.
Alcune frasi pronunciate da Papa Leone XIV nel suo viaggio pastorale a San Marino e durante la visita al Meeting di Rimini hanno fatto pensare a una riconferma da parte sua della linea pro-migranti sostenuta dal predecessore Francesco. In realtà, la posizione di Leone è più sfumata, anche se non meno favorevole alle migrazioni. Quindi, lasciando al Papa di fare il Papa invocando solidarietà e accoglienza, a noi inseriti in una comunità civile compete la riflessione su come affrontare oggi la questione-migranti. In Italia ce ne sono circa 6 milioni di “regolari”, per lo più bene inseriti e rispettosi delle nostre leggi e dei nostri costumi. Nel nostro paese c’è anche un’area “grigia”, quella degli irregolari e clandestini, che ammonterebbe a una cifra attorno al milione, dalla quale provengono le maggiori preoccupazioni per la sicurezza, la micro-criminalità, le violenze su persone e cose che riempiono la cronaca delle città e sempre più anche dei piccoli centri.
Così pure in Europa i dati parlano di circa 40 milioni di immigrati regolari e di una cifra oscillante tra i 3 e i 6-7 milioni di irregolari, sparsi nei vari stati e difficilmente catalogabili.
Questi i dati di partenza. Ora occupiamoci del problema culturale dell’immigrazione, visto sotto il profilo della valorizzazione e mantenimento della civiltà europea, pur tenendo conto del fenomeno degli arrivi da altre civiltà e da altri continenti che costringono tutti al confronto con usi e costumi diversi, a volte profondamente, dai nostri.
Accogliere non significa spalancare le porte
C’è una parola che sembra essere scomparsa dal vocabolario politico dell’Europa contemporanea: “limite”. Anche i più favorevoli al fenomeno migratorio devono, infatti tenere conto delle possibilità oggettive di ingresso e accoglienza negli stati europei.
Facciamo un esempio terra terra del concetto di “limite”: un padre di famiglia consente al figlio di invitare una decina di amici per una festa a casa. Tutto ok, salvo che poi alla porta si presentano in 25. Il padre, responsabile della buona riuscita dell’evento, chiede al figlio di dirgli chi tra i 25 presenti lui avesse effettivamente invitato, cioè i dieci amici più intimi. Il ragazzo glieli indica. Il papà si rivolge agli altri e cortesemente dice loro che la casa è troppo piccola e non è possibile che entrino. Questo è il concetto di “limite”.
L’Europa deve prendere atto che così deve agire ogni Stato serio, che funzioni con la prudenza del buon padre di famiglia. Occorre saper e volere dire “no” all’ingresso indiscriminato, alla pressione migratoria fuori controllo, alla pretesa che ogni frontiera debba necessariamente trasformarsi in una porta spalancata. Del resto, lo mostra anche il Papa (Francesco prima e Leone oggi): il Vaticano è circondato da mura altissime e ai suoi portoni le guardie svizzere e i gendarmi interni sono inflessibili nel respingere quanti non abbiano un titolo valido per entrare nel più piccolo stato del mondo. Quindi le frontiere hanno un senso e ce lo dimostra proprio la Chiesa cattolica.
Il problema, prima ancora che politico, è culturale. Per troppo tempo una parte delle società europee (principalmente quella cosiddetta “progressista”) ha finito per considerare ogni tentativo di porre condizioni, selezionare gli ingressi o chiedere il rispetto delle regole come una manifestazione di cattiveria. Come se uno Stato che pretende di sapere chi entra, perché entra, per quanto tempo intende restare e quali obblighi assume, dovesse necessariamente vergognarsene. Non è così.
La questione non è “cattivismo” contro “buonismo”
La contrapposizione tra “buonisti” e “cattivisti” è troppo semplicistica. Un Paese ha il dovere di soccorrere chi è realmente in pericolo, di tutelare chi fugge da persecuzioni e guerre e di mantenere aperti canali legali e ordinati per l’immigrazione. Ma ha anche il dovere, altrettanto serio, di proteggere la propria sicurezza, la propria coesione sociale, il proprio sistema giuridico e il proprio equilibrio demografico e culturale, oltre che economico. Senza parlare del proprio patrimonio di valori e credenze religiose, messi a dura prova in nazioni europee dove è molto alta la presenza di immigrati, soprattutto di religione islamica, che da sempre si mostrano riluttanti ad adattarsi alle norme democratiche, preferendo dare vita a sacche etniche dove vige la Sharia e dove (come si può constatare in UK o in Svezia) addirittura la polizia ha difficoltà ad entrare e agire.
Dobbiamo affermare che l’accoglienza funziona soltanto quando esiste una comunità capace di accogliere. E una comunità incapace di stabilire regole, condizioni e confini rischia prima o poi di trasformare la solidarietà in disordine e il disordine in conflitto.
Il paradosso di un’Europa che teme di dire “no”
C’è qualcosa di profondamente singolare nell’atteggiamento assunto da molte società europee: ci si preoccupa moltissimo di non ferire la sensibilità di chi arriva (esempio: togliere i crocifissi perché “feriscono” gli islamici) e assai meno di preservare quella di chi già vive nei Paesi d’accoglienza.
Eppure, anche i cittadini europei hanno diritti. Anzi, bisognerebbe avere il coraggio di dire che loro per primi debbono essere tutelati, prima di pensare alla tutela dei nuovi arrivati.
Hanno diritto a vivere in città sicure, a pretendere che le leggi siano rispettate, a chiedere che chi arriva conosca almeno i principi fondamentali dell’ordinamento nel quale intende stabilirsi. Hanno diritto a non vedere le proprie scuole, i propri servizi sociali, il mercato del lavoro e i quartieri sottoposti a pressioni che le istituzioni non sono più in grado di governare. L’esempio di quartieri periferici di grandi città che appaiono pesantemente islamizzati, oppure in balìa di babygang dicono molto di queste derive che, guarda caso, colpiscono per lo più i quartieri poveri e non certo quelli “ZTL” dove vivono i più ricchi.
Dire questo non significa sostenere che ogni immigrato sia un problema. Significa rifiutare l’idea opposta, altrettanto irrazionale, secondo cui l’immigrazione sarebbe sempre e comunque un bene e una “risorsa”, indipendentemente dalle sue dimensioni, dalle modalità con cui avviene e dalla capacità concreta di integrazione.
Anche la tradizione cristiana non è un invito all’ingenuità
È qui che diventa necessario affrontare anche una certa interpretazione deformata del cristianesimo.
La tradizione cristiana invita all’accoglienza dello straniero, alla carità, alla solidarietà con chi soffre. Il “Buon samaritano” del Vangelo è l’esempio lampante di come Cristo ci chieda di essere generosi, pagando di tasca propria se è il caso e se ne siamo capaci, per aiutare lo sfortunato che troviamo sul nostro cammino. Ma carità non significa abolizione del discernimento. Misericordia non significa rinuncia alla prudenza. E l’amore per il prossimo non impone a una società di rinunciare alla responsabilità verso i propri figli, i propri anziani e i propri cittadini.
La stessa sapienza biblica non identifica la bontà con l’ingenuità. Nella prospettiva cristiana, infatti, la prudenza è una virtù. Il buon padre di famiglia – come dicevamo prima – non abbandona chi bussa alla porta, ma non consegna nemmeno le chiavi di casa al primo sconosciuto che si presenta. Prima ascolta, valuta, conosce e verifica. Poi se è il caso apre la porta, fa entrare e accoglie amichevolmente, esigendo però rispetto della casa e di tutti quanti ci vivono.
L’integrazione presuppone che qualcuno voglia integrarsi
Il vero contrario dell’immigrazione incontrollata non è la chiusura ermetica. È l’immigrazione ordinata, legale e governata. L’Europa può continuare ad accogliere. Ma deve decidere quanti ingressi può sostenere, quali profili professionali sono necessari, quali persone hanno diritto alla protezione internazionale, quali requisiti devono essere rispettati e quali comportamenti comportano la perdita del diritto a rimanere. Ad esempio, in casi di stupro o di violenze, dovrebbe valere la norma che l’immigrato che li compie venga immediatamente incarcerato e se necessario, dopo aver pagato per la sua colpa, espulso, perché indegno di rimanere sul nostro suolo. E non avendo ancora la cittadinanza, non dovrebbe avere diritto alle tutele interne che spettano ai cittadini.
Tutto questo non è una pretesa esagerata o “razzista”, come a sinistra vogliono far credere. È la condizione minima perché persone diverse possano vivere insieme.
Prudenza: una virtù civile da recuperare
L’Europa deve dunque recuperare una virtù che non coincide né con la durezza né con l’egoismo: la prudenza. Una casa ospitale non è una casa senza porte. Un Paese solidale non è un Paese senza frontiere: il Vaticano con i suoi muri lo dimostra chiaramente.
L’Europa non deve diventare “cattiva”. Deve semplicemente tornare ad essere adulta. E un adulto, quando apre la porta di casa, non lo fa perché ha paura di sembrare cattivo se la tiene chiusa. La apre quando ritiene giusto farlo. E soprattutto, sa ancora di avere il diritto di decidere chi può entrare. Tutto questo presuppone che i popoli europei siano consapevoli dei propri valori e della propria “identità”, ne vadano fieri pur essendo disponibili al confronto con altri popoli e con altre “identità”. Invece sembra che, soprattutto a sinistra, la parola identità sia considerata non inclusiva e perciò stesso da bandire. Ma allora, per coerenza, dovremmo rinunciare persino alla nostra “carta di identità” e divenire delle persone indifferenziate … il che è un assurdo.
Concludo con un appello: recuperiamo il senso del “limite” da un lato e valorizziamo la nostra “identità” dall’altro, senza sensi di colpa per il passato e senza sudditanze verso culture o credenze che si ritengono superiori alla nostra.
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