Natale in casa Cupiello al teatro San Ferdinando: quando il simbolo ci ri-guarda
È arrivato sul palco del San Ferdinando di Napoli “Natale in casa Cupiello – spettacolo per attore cum figuris”.
Testo di Eduardo De Filippo, regia di Lello Serao.
Durata 120 minuti compresi intervalli.

Trama
La storia di Natale in casa Cupiello è ben nota e, per generazioni, a Napoli (e non solo) ha coinciso quasi ritualmente con la sua trasmissione televisiva nel periodo natalizio.
Riportiamo qui la trama per grandi linee, per chi non la ricordasse nel dettaglio o appartenga a generazioni diverse.
Scritta da Edoardo De Filippo tra il 1931 e il 1932, la commedia è ambientata a Napoli nei giorni immediatamente precedenti il Natale.
Il presepe – tema che si rivela di sorprendente attualità e rispetto al quale la regia dimostra maturità evitando riferimenti espliciti al presente – è il fulcro simbolico dell’opera: rappresentazione insieme intrinseca ed estrinseca delle dinamiche familiari, luogo ideale di un’armonia che si scontra con una quotidianità fatta di incomprensioni, menzogne e fratture affettive.
Siamo in una casa napoletana dei primi del Novecento. Luca Cupiello, padre di famiglia, è completamente assorto nella costruzione del presepe, che considera il centro morale ed emotivo della casa.
Alla sua dedizione assoluta si contrappone il rifiuto del figlio Nennillo, espressione di una nuova generazione per cui il presepe è una struttura ormai insulsa: «’O presepe nun me piace!».
Accanto a loro c’è Concetta, moglie stanca e lucida, consapevole delle tensioni familiari, e la figlia Ninuccia, innamorata dell’amico di famiglia Vittorio Elia ma sposata con Nicola, uomo debole e inconcludente.
Le dinamiche familiari si fanno via via più pressanti, ma Luca resta cieco di fronte alla realtà, concentrato sul presepe e sulla sua idea di famiglia.
Quando Concetta scopre che Ninuccia ha scritto una lettera di addio al marito, tenta disperatamente di evitare lo scandalo, nascondendo tutto a Luca. In questo momento critico, lui continua a parlare di pastori, luci e comete, mentre la realtà procede in direzione opposta. La famiglia è ormai sull’orlo della disgregazione.
Quando il velo dell’interpretazione “presepiale” della famiglia si squarcia, Luca non regge l’urto della verità e viene colpito da un ictus che lo lascia in uno stato di grave alterazione mentale, in cui realtà e immaginazione si confondono.
Per non distruggerlo definitivamente, Concetta sceglie la menzogna: gli fa credere che Ninuccia ami ancora il marito e che tutto sia tornato in ordine.
Nel delirio finale, l’ultima bugia: sul letto di morte, Nennillo dice al padre che il presepe gli piace. Una menzogna pietosa, ma sufficiente a restituirgli pace.
Luca muore serenamente, riconciliato con un’illusione di armonia che non è mai esistita davvero.
Un testo delicato, profondo e attuale – non tanto per i fatti di cronaca, quanto per la nostra capacità di destreggiarci tra realtà e menzogna – che non avrebbe bisogno di critica.
Facciamo però una riflessione.

Nota sulle scelte della regia
Apprezziamo che la regia di Lello Serao abbia scelto di lasciare il testo così com’è senza aggiungere rimandi alla vita odierna.
In un (lungo) periodo in cui ogni testo e ogni scenografia risente in qualche mondo di un ammiccamento all’attualità, un testo mantenuto autentico in una scenografia fedele, aiuta a mantenere le proprietà catartiche del teatro costringendo lo spettatore a stare nel simbolo e, grazie a questo, fare un proprio cammino di evoluzione.
Quando i rimandi all’attualità vengono suggeriti dall’artista, lo spettatore si ritrova trattato come un bambino non in grado di elaborare una propria e personale esperienza. Il teatro diventa allora una sorta di indottrinamento e non una occasione di elaborazione e crescita.
Il gioco del dentro e fuori, del metateatro è espletato pienamente l’escamotage scenico, la scelta artistica dell’utilizzo dei pupazzi manovrati con ammirevole maestria da Luca Saccoia perfettamente in armonia con la poesia dei costumi e delle scene grazia alle luci di Luigi Biondi e Giuseppe Di Lorenzo, ai costumi di Federica Del Gaudio alle maschere e pupazzi di Tiziano Fario
La recitazione e la manovrazione di Luca Saccoia restituiva allo spettatore la magia concessa dallo straniamento ben fatto.
L’attore era in scena ma era le sue marionette che erano vive e su cui si fermavano gli occhi del pubblico.
Eccellente lavoro, eccellente spettacolo.
Durante il periodo del classicismo si usava la formula “ut pictura poesis” che alludeva al fatto che la poesia, nella sua forma più alta e raffinata era in grado di generare immagini come la pittura.
Nel caso della rappresentazione, vista la poesia dell’unione. Tra scenografia, musica, luci, attori, direi che potremmo pensare a una formula che recita Ut pictura theatrum per dire che
Lo spettacolo ha avuto la capacità di trasportarci attraverso diversi momenti percettivi.
Parliamo degli spettatori
Ai tempi dell’università, negli esami di storia del teatro, uno degli argomenti più ricorrenti era il ruolo dello spettatorenell’economia dell’opera teatrale.
Per Bertolt Brecht, attraverso il processo di straniamento compiuto dall’attore, lo spettatore è chiamato ad assumere una posizione razionale e critica; per Eugenio Barba e Jerzy Grotowski, il teatro è possibile solo nella relazione viva tra attore e spettatore.
Ho conservato, da allora, un’attenzione costante a ciò che accade in platea, a quella dimensione spesso trascurata che è la ricezione.
Il pubblico del Teatro San Ferdinando di Napoli del 09/01/2025 – ogni sera diverso e da rispettare nella sua unicità – ha risposto molto bene allo spettacolo, partecipando con evidente coinvolgimento alle dinamiche sceniche.
Da qui nasce una riflessione che non vuole essere un giudizio, ma un’osservazione su come mutano nel tempo i modi di stare a teatro, da città a città e da epoca a epoca.
Senza cadere nella tentazione (antica quanto il teatro stesso) di pensare che il pubblico di oggi sia peggiore di quello di ieri – viene in mente Aristofane e il suo «i morti erano bravi, i vivi sono cattivi», e parliamo del 405 a.C. – è difficile non notare alcuni cambiamenti nelle pratiche di fruizione.
Ha colpito, ad esempio, il volume elevato di video riprodotti sui telefoni durante l’attesa dell’inizio dello spettacolo, come se il teatro fosse uno spazio privato più che un luogo condiviso; così come le conversazioni ad alta voce, protratte in alcuni casi anche durante la rappresentazione, nonostante le richieste dei vicini.
Comportamenti che possono essere letti non tanto come mancanza di rispetto, quanto come segno di una familiarità profonda con il luogo, di un sentirsi “a casa” all’interno del teatro.
Ma proprio da qui nasce la domanda: quale dovrebbe essere oggi l’etichetta dello spettatore teatrale?
E, soprattutto, esiste ancora un’etichetta condivisa?
Quando si riflette su questi aspetti, viene inevitabilmente in mente Palomar di Italo Calvino e la sua descrizione degli spettatori:
- chi tossisce nei momenti sbagliati,
- chi si assopisce,
- chi guarda più gli altri spettatori che la scena,
- chi è presente solo fisicamente.
Oggi, a quelle tipologie, se ne potrebbero aggiungere molte altre.
Domande
Poiché il teatro è un evento sociale che si arricchisce dal confronto con altri spettatori o a casa con amici e conoscenti, mi fa piacere degli spunti di conversazione per chi andrà a vedere lo spettacolo nelle prossime date:
- Perché andiamo ancora a teatro? Che differenza c’è tra godere di uno spettacolo a teatro e vederlo in tv o on line?
- Nello spettacolo, l’utilizzo dei pupazzi ha liberato o intensificato l’emozione?
- È la verità a distruggere Luca Cupiello, o la sproporzione tra verità e capacità di sostenerla come avremmo reagito o agito noi?
- Il teatro deve adattarsi allo spettatore o lo spettatore al teatro?
Ci farà piacere conoscere le vostre esperienze
Crediti
Ideazione Vincenzo Ambrosino e Luca Saccoia
con Luca Saccoia
spazio scenico, maschere e pupazzi Tiziano Fario
manovratori Salvatore Bertone, Paola Maria Cacace, Simone Di Meglio, Angela Dionisia Severino, Irene Vecchia
Luci Luigi Biondi e Giuseppe Di Lorenzo
costumi Federica Del Gaudio
musiche originali Luca Toller
documentazione video Francesco Mucci
direttrice di produzione Hilenia De Falco
foto di scena Anna Camerlingo
produzione teatri associati di Napoli/Teatro Area Nord E Interno 5
con il sostegno di Fondazione Eduardo De Filippo E Teatro Augusteo
