“Quando i libri si lasciavano accarezzare”
Conversazione con Fabrizio Mugnaini, curatore della mostra I Dean’s Rag Books
Prima della plastica, prima degli schermi, perfino prima dei cartoni animati, c’era un libro che non vedeva l’ora di finire tra le mani di un bambino. Era morbido, colorato, resistente: un oggetto nato per essere sfogliato, accarezzato, vissuto. I Dean’s Rag Books rappresentano una delle più originali invenzioni dell’editoria per l’infanzia tra Ottocento e Novecento. Ne parliamo con Fabrizio Mugnaini, curatore della mostra allestita alla Biblioteca San Giorgio di Pistoia, dal 1° settembre al 3 ottobre 2026, per riscoprire la storia di questi straordinari libri di pezza e il loro sorprendente messaggio di modernità.
1.Fabrizio Mugnaini, quando ha incontrato per la prima volta un Dean’s Rag Book, ha avuto la sensazione di scoprire un libro o piuttosto un piccolo miracolo dell’infanzia? Cosa l’ha colpita più profondamente?
Confesso di non riuscire a collocare con precisione quel primo incontro nel tempo. Sicuramente risale a molti anni fa, quando, ancora giovane e animato da una curiosità inesauribile, sfogliavo con passione i cataloghi delle librerie antiquarie alla ricerca di libri del mio amato Luigi Bartolini. Fu proprio in uno di quei cataloghi che comparve la descrizione di un oggetto insolito. Più che la fotografia, allora quasi sempre in bianco e nero, furono le poche righe descrittive a conquistarmi: “libretto orizzontale in cotone, bordi arricciati con fili sparsi, fascia rossa al dorso in parte staccata, cuciture allentate, colori ancora splendenti”. Come avrei potuto lasciarmelo sfuggire?
Quando il pacchetto arrivò e lo aprii, provai una meraviglia difficile da raccontare. Non immaginavo che all’inizio del Novecento qualcuno avesse potuto concepire un libro così: interamente di stoffa, morbido, resistente, pensato per essere manipolato senza paura.
Quella sorpresa si trasformò ben presto in una ricerca quasi ossessiva. Cominciai a documentarmi, ma in Italia sembrava che questi libri non fossero mai esistiti. Nei centinaia di cataloghi antiquari che ricevevo non compariva praticamente nulla. Così iniziai a scrivere alle librerie straniere, soprattutto del Regno Unito, dove la produzione dei Dean’s Rag Books era nata. Da allora la collezione non ha mai smesso di crescere, anche se oggi i prezzi sono diventati proibitivi e, dopo la Brexit, acquistare dall’Inghilterra è molto più complicato.
Quello che continua a sorprendermi maggiormente è la qualità della stampa. È incredibile osservare come, dopo oltre cento anni, molti esemplari conservino ancora una brillantezza cromatica straordinaria. I rossi, in particolare, hanno una profondità e una luminosità che sembrano aver sfidato il tempo.
2.In un’epoca come la nostra, dominata dagli schermi, che emozione prova nel vedere un libro di stoffa nato oltre un secolo fa parlare ancora ai bambini e agli adulti con la stessa forza?
È una piccola rivincita dell’oggetto libro. Oggi siamo abituati a immagini velocissime che scorrono su uno schermo e scompaiono nel giro di pochi secondi. Un Dean’s Rag Book, invece, obbliga a rallentare. Lo si prende in mano, lo si accarezza, lo si osserva da vicino. È un’esperienza fisica prima ancora che visiva. Questo ci ricorda che il libro non è soltanto un contenitore di storie, ma anche un oggetto che educa attraverso i sensi. Oggi parliamo molto di libri multisensoriali, ma i Dean’s Rag Books avevano intuito questa strada già alla fine dell’Ottocento, quando la casa editrice Dean & Son comprese che il contatto diretto con il libro era parte integrante dell’apprendimento. Credo che proprio questa dimensione materiale continui ad affascinare sia i bambini sia gli adulti. I bambini vi scoprono qualcosa di nuovo; gli adulti ritrovano un modo di leggere che avevano dimenticato
3.I Dean’s Rag Books erano libri pensati per essere toccati prima ancora che letti. Possiamo dire che raccontino una storia in cui le mani diventano il primo strumento della conoscenza?
Assolutamente sì. Prima delle parole viene il contatto. Un bambino conosce il mondo attraverso le mani, e questi libri sono stati progettati proprio partendo da questa intuizione. La stoffa non si rompe facilmente, può essere piegata, stretta, portata ovunque. È un libro che invita a essere vissuto e non soltanto osservato. In questo senso anticipa di molti decenni ciò che oggi chiamiamo libro tattile. Non bisogna dimenticare che questi libri nacquero anche per rispondere a un problema molto concreto: i libri di carta destinati ai più piccoli si strappavano facilmente. Stampare direttamente sul tessuto significava offrire ai bambini un oggetto resistente, lavabile e sicuro, senza rinunciare alla qualità delle immagini.
4.Questa mostra racconta un’innovazione tecnica straordinaria, ma anche una grande idea pedagogica. Secondo lei, dov’è il confine tra invenzione editoriale e gesto d’amore verso l’infanzia?
Credo che quel confine praticamente non esista. L’invenzione tecnica nasce proprio dal desiderio di offrire ai bambini qualcosa di migliore. Stampare su tessuto costava di più, richiedeva sperimentazione, competenze e investimenti. Non era una scelta economica ma culturale. Significava riconoscere che anche un bambino meritava un oggetto bello, durevole e pensato appositamente per lui. È un principio che oggi ci sembra naturale, ma alla fine dell’Ottocento rappresentava una vera rivoluzione culturale. L’infanzia iniziava finalmente a essere considerata una stagione della vita con esigenze proprie, anche dal punto di vista editoriale.
5.Osservando queste cromolitografie stampate sul tessuto si percepisce una cura quasi artigianale. C’è un esemplare che, più degli altri, le sembra custodire l’anima di questa straordinaria stagione dell’editoria?
È difficile sceglierne uno soltanto, perché ogni Dean’s Rag Book racconta una storia diversa. Tuttavia provo sempre una particolare emozione davanti agli esemplari che conservano ancora tutta la vivacità dei colori originali. Ancora oggi mi domando come sia stato possibile ottenere, con i procedimenti cromolitografici dell’epoca, una resa così brillante direttamente sul cotone. È una testimonianza della straordinaria qualità raggiunta dagli stampatori inglesi, che riuscirono a coniugare innovazione tecnica e raffinatezza artistica. Sono quelli che permettono di immaginare lo stupore di un bambino dei primi del Novecento quando riceveva quel libro tra le mani. In quel momento il tempo sembra davvero annullarsi.
6.I Dean’s Rag Books sono considerati i precursori del moderno libro tattile e del libro-gioco. Crede che le idee davvero rivoluzionarie abbiano la capacità di attraversare il tempo senza perdere la loro freschezza?
Le idee autenticamente innovative non invecchiano. Cambiano i materiali, cambiano le tecnologie, ma i bisogni dei bambini restano sorprendentemente simili. Curiosità, gioco, scoperta, meraviglia. I Dean’s Rag Books continuano a parlare proprio perché rispondono a questi bisogni essenziali. La loro modernità consiste nell’aver capito che imparare può essere anche un’esperienza piacevole. Oggi consideriamo normali i libri tattili, quelli in stoffa, in gomma o con materiali diversi da esplorare. In realtà tutte queste esperienze hanno radici lontane, e i Dean’s Rag Books rappresentano uno dei primi esempi riusciti di questa idea del libro come esperienza oltre che come lettura.
7.Molti di questi libri oggi sono custoditi nelle più importanti collezioni del mondo. C’è il rischio che un oggetto nato per essere vissuto dai bambini diventi soltanto un oggetto da contemplare? Come si può evitare questa distanza?
Il rischio esiste. Ogni oggetto raro corre il pericolo di trasformarsi in un semplice reperto museale. Per questo credo che una mostra non debba limitarsi a esporre libri dentro una vetrina. Deve raccontarne la storia, spiegare come venivano utilizzati, mostrare il contesto in cui sono nati. Quando il visitatore comprende la loro funzione originaria, non vede più soltanto un oggetto prezioso, ma un piccolo compagno di gioco appartenuto a un bambino di oltre cento anni fa. È anche per questo che durante la mostra ho cercato di raccontare non soltanto i libri, ma la loro storia, le tecniche di produzione, la fortuna editoriale e il contesto sociale in cui sono nati. Un oggetto acquista valore quando se ne comprende il significato.
8.Questa esposizione restituisce dignità a un patrimonio poco conosciuto in Italia. Qual è il messaggio che spera il visitatore porti con sé uscendo dalla mostra?
Vorrei che il pubblico uscisse con una certezza: la storia del libro è molto più ricca e sorprendente di quanto immaginiamo. Esistono capolavori che non sono soltanto grandi romanzi o edizioni di pregio. Esistono anche piccoli libri di stoffa, apparentemente semplici, che hanno rivoluzionato il modo di pensare l’infanzia. Se la mostra riuscirà a far nascere anche solo il desiderio di approfondire questa storia, avrò raggiunto il mio obiettivo. Mi piacerebbe anche che questa mostra fosse un punto di partenza. In Italia i Dean’s Rag Books sono ancora poco studiati e quasi sconosciuti al grande pubblico. Se questa esposizione riuscirà a stimolare nuove ricerche, nuove collezioni o semplicemente una maggiore attenzione verso questo straordinario capitolo dell’editoria infantile, avrò la sensazione di aver restituito un piccolo tassello alla storia del libro.
9.Lei accompagna il pubblico dentro una pagina importante della storia dell’editoria infantile. Ma, personalmente, quale ricordo della sua infanzia riaffiora ogni volta che prepara una mostra come questa?
Ripenso ai pomeriggi trascorsi nelle biblioteche e nelle librerie, quando ogni libro rappresentava una scoperta. Non avevo grandi mezzi economici, ma avevo un’enorme curiosità. Ogni volume trovato sembrava aprire una porta su un mondo nuovo. Forse è proprio quella curiosità infantile che non mi ha mai abbandonato e che continua ancora oggi a guidare le mie ricerche.
10.Se potesse affidare uno solo di questi libri a un bambino di oggi, senza spiegargli nulla, quale sceglierebbe? E quale storia spererebbe che quel bambino riuscisse a leggere, oltre le parole stampate sulla stoffa?
Ne sceglierei uno con animali, colori vivaci e immagini capaci di raccontare quasi tutto da sole. Non gli direi nulla, perché credo che la scoperta debba essere libera. Mi piacerebbe che quel bambino non vedesse soltanto una storia illustrata, ma comprendesse, anche inconsapevolmente, che un libro può essere un oggetto da amare, da toccare, da custodire e da ricordare. Se riuscisse a provare anche solo una parte della meraviglia che ho provato io aprendo il mio primo Dean’s Rag Book, allora quel piccolo libro avrebbe continuato a compiere il suo lavoro anche dopo più di un secolo. Perché, in fondo, ogni Dean’s Rag Book ci insegna una cosa semplice e preziosa: un libro non è importante per il materiale di cui è fatto, ma per la capacità di accendere la curiosità. Se dopo oltre cento anni riesce ancora a farlo, significa che non è soltanto un libro antico. È un libro che è rimasto giovane.

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