Roma: congresso 2026 di DSP Democrazia Sovrana Popolare

0

Nel profilo di Marco Rizzo c’è un tratto che, al di là delle simpatie o delle avversioni, merita di essere letto in chiave democratica. Rizzo interpreta la democrazia non come semplice rito elettorale, ma come possibilità concreta di decisione politica e di sovranità effettiva, cioè come potere di un popolo che non sia ridotto a platea spettatrice di scelte già prese altrove. In questo senso la sua battaglia, spesso dura nei toni e polarizzante nei contenuti, si presenta come una difesa del pluralismo contro l’omologazione, e come un richiamo, talvolta scomodo, al fatto che una democrazia si indebolisce quando restringe i confini del dicibile e del legittimo, soprattutto in politica estera e nei grandi dossier economici.
Il punto critico, però, è che la democrazia non si tutela solo denunciando i vincoli e i conformismi, si tutela anche costruendo procedure, mediazioni e responsabilità, cioè trasformando la protesta in architettura istituzionale credibile. Se Rizzo riuscisse a tradurre la sua postura di contraddittore in una pratica organizzativa capace di includere, ascoltare e selezionare competenze, allora la sua figura potrebbe essere letta non soltanto come voce antagonista, ma come difensore di una democrazia sostanziale, fatta di partecipazione e controllo reale sulle decisioni.

Logo-DSP-512x504-1

Autori

  • Giornalista pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti, Ettore Lembo è una voce autorevole nell’ambito dell’attualità, della politica, della storia e della geopolitica. Con un percorso ricco di esperienze come editorialista, opinionista e moderatore di convegni, ha diretto la testata indipendente Betapress e collaborato con numerose realtà giornalistiche tra cui “La Notizia.net” e “Ettore Lembo News”. Ha ricevuto importanti riconoscimenti giornalistici, come il Premio “Le Voci della Libertà – Omaggio a Oriana Fallaci” (2025), il Premio “Ciao Federico” (2022) e il Premio Internazionale “Angeli di Luce” (2019).

  • Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.

 

Che l’Italia sia divisa tra chi ha perduto la fiducia nei partiti e nelle votazioni, oltre il 50% e chi invece crede ancora nel voto, magari cercando un posto come candidato per essere eletto, dal momento che sembra essere l’unico posto che “rende” o si faccia in modo che possa rendere, lo dimostra il numero elevatissimo di partiti, movimenti, liste civiche e quant’altro che continuamente si propongono per le varie tornate elettorali.

Un continuo di elezioni Comunali, Regionali, Nazionali o Europee, il calendario è intensamente fitto che la macchina elettorale, forse non più sinonimo di democrazia, ma di chiacchiere, promesse, è sempre in movimento.

E’ in questo clima che si è svolto a Roma, Sabato 31 Gennaio e Domenica 1 Febbraio, il Congresso 2026 del Partito di Marco Rizzo DSP – Democrazia Sovrana Popolare.

Convegno preceduto da poche ore della presentazione di un simbolo, “Futuro Nazionale”, depositato dal Generale Roberto Vannacci.

Personaggio noto per il suo raccogliere un’altra delle parti “sofferenti” di un’Italia che sprofondata nel Kaos, istituzionale, valoriale, sanitario ecc. non riesce a trovare una sua identità se non andare ramengo in cerca di non è chiaro cosa.

Il Congresso, da tempo annunciato, ha destato parecchia curiosità ed interesse per la sua peculiarità, era infatti previsto un collegamento con il Ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa, Sergej Viktorovic Lavrov.

Un avvenimento molto particolare se si considera la posizione che l’Italia, ha incredibilmente ritenuto di prendere, nei confronti della Russia, favorendo una campagna propagandistica talmente sorprendente tanto da escludere da ogni manifestazione, artistica, sportiva o di altra natura, partecipanti provenienti da quella nazione.

Posizione supportata da una “propaganda” vicina e trasversale al governo in carica, ma che lascia parecchie perplessità nella popolazione. 

Il Collegamento con il Ministro Russo, per vari motivi non è avvenuto, ma ha tuttavia registrato un proficuo intervenuto, garantito in presenza, dall’Ambasciatore Russo in Italia Alexey Paramonov, con tanto di delegazione.

Un congresso che ha dato quindi una visibilità particolare alla Russia ed al Suo popolo, in questo momento grave dove l’Europa e l’Italia supportano colui il quale è in conflitto con la Russia.

Non entriamo nel merito, non essendo questo il tema, ma rileviamo che DSP, pur non avendo alcun ruolo Istituzionale e avendo semplicemente la rappresentazione di una piccola parte della popolazione, non ancora perfettamente identificata, ha comunque cercato di avere un dialogo con la federazione Russa.

Forse unica struttura, tra partiti e movimento, approssimativamente organizzata.

Allo stesso modo, sempre in controtendenza con le scelte della propaganda cui siamo abituati ad assistere, DSP ha tenuto un rapporto di meno diretto, ma certamente interessante, anche con l’amministrazione USA del Presidente USA Donald Trump.

Personaggi, Trump e Putin, assai discussi e criticati in Italia e certamente, avendo DSP promosso almeno un’apertura di dialogo, gli è costato un declassamento di visibilità dei media. Per di più, DSP viene indicato come una realtà definita sovranista, da parte dei vari media che hanno cercato di ignorarlo.

Termine oggi assai contrastato e che, secondo Treccani, è un aggettivo e sostantivo riferito a chi in politica sostiene il sovranismo, che è definito come posizione che propugna la difesa o la riconquista della sovranità Nazionale, contrapponendosi alla globalizzazione e alle istituzioni sovranazionali (Es. l’UE).

Ci chiediamo, se questo significhi migrare da un sovranismo più piccolo ad uno più grande, magari non voluto dai popoli che non si riconoscono tra loro, ma da “interessi”

Ma anche questo non fa parte del tema.  

Quanto mai bizzarro l’articolo di qualche noto quotidiano, da noi rilevato dopo la fine del congresso, che ha definito “bizzarra” la creatura di questo partito da parte di Marco Rizzo.

Lo stesso quotidiano che ha Liquidato, senza stigmatizzare più di tanto, la incredibile e quanto mai pericolosa incursione del radicale Matteo Hallissey, presidente di + Europa, che pericolosamente è entrato nella sala gridando contro Rizzo sventolando una bandiera Ucraina.

Incursione assai deplorevole e fortemente provocatoria, che fortunatamente è stata immediatamente bloccata sia dal servizio d’ordine che dalle Forze dell’Ordine, cui va tutto il nostro plauso, presenti in sala ed intervenute con grande tempestività e professionalità impedendo di fatto ogni possibile conseguenza. 

Se la politica internazionale ha reso interessante questo congresso, non bisogna dimenticare che questo partito, l’ennesimo che nasce in previsione delle prossime elezioni, così come sembra essere proposto, difficilmente potrà ambire ad un cambio di rotta, per l’Italia, cui la popolazione ambisce ma non trova riscontro.

E’ pur vero che nei tanti interventi che si sono susseguiti, grazie ai tanti relatori che hanno preso parte, si sono affrontati temi assai “scontati” che stuzzicano l’interesse di qualche addetto ad i lavori, ma che non sembra appassioni quel oramai prossimo 60% di aventi diritto al voto, che non vanno a votare.

Italiani che, dalla sicurezza alla sanità, dal lavoro alla istruzione, passando per all’economia reale, devono fare i conti con un quotidiano che non trova riscontro, risposte e meno che meno attenzioni nello scenario politico attuale.

E’ di queste ore l’ennesimo allarme “povertà”, che asserisce che oltre il 10% degli occupati è a rischio, pari a circa 2,4 milioni di persone. Valore superiore alla media europea.

Questo dato si aggiunge al dato che circa il 20% delle famiglie vive stabilmente attorno alla soglia di povertà, tra chi è “appena povero” 6% e chi è appena sopra la soglia 8,2%. (Fotografia scattata dall’ultimo rapporto “l’Italia delle Povertà” sui Dati ISTAT) 

Rileviamo che DSP, accoglie sentimenti provenienti da quella sinistra, non legata alla finanza speculativa, ma anche una destra, dove principi e valori sono stati fagocitati e sottomessi a quella finanza speculativa cui l’Europa e l’Italia, attraverso le lobby governative si sono allineate da tempo.

Non si parla più infatti di sentimenti di destra o di sinistra che si confrontano nell’Interesse dei popoli, ma di ideologie stereotipate e superare che servono ai governi di turno per imporre il loro pensiero unico verso la dilagante speculazione finanziaria che favorisce arricchimenti a pochi e l’impoverimento dei popoli.

In evidenza il significativo ed interessante intervento del Vescovo di Ventimiglia – San Remo Antonio Suetta. Intervento nel quale, con determinazione e grande equilibrio, il Vescovo ha messo al centro la spiritualità e la socialità dell’uomo, fatto da principi e valori che devono essere ripristinati.

Un discorso spirituale e non politico quindi, ed in piena sintonia con le direttive di Leone XIV, forse contrarie a quelle strumentali espresse spesso dal Cardinal Zuppi molto vicine alle ideologie di quel Partito Democratico, cui a nostra memoria, il Vescovo ha preso le distanze in varie occasioni.

Ricordiamo infatti per la cronaca: Nell’ottobre 2022 prende posizione del governo Meloni, suscitando le proteste del Partito Democratico di Sanremo; nell’agosto 2023, attraverso un video, comunica la sua indignazione per il “tifo sguaiato” per il funerale di Michela Murgia e nel dicembre 2024 attacca duramente l’aborto in Italia, parlando di “mattanza” che ha mietuto “sei milioni di vittime”.

Un congresso che ha avuto certamente una rilevanza più internazionale che sul piano interno sia Italiano che Europeo.

Del resto, che le politiche Europee, si sono rivelate fallimentari, trascinando anche i “Governi Italiani” in quel disastro annunciato che tutti drammaticamente osserviamo, nonostante la “propaganda”, è dimostrata anche dalle parole di Mario Draghi, ex Premier Italiano e non solo, che asserisce che l’UE rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata, trovandosi di fronte ad una Cina che controlla i nodi critici nelle catene di approvvigionamento globali. Aggiungendo che l’Ordine Globale è defunto.

Affermazioni fatte al ricevimento della “Laurea Honoris Causa” conferita per “il contributo eccezionale al processo di integrazione economica e europea, per una leadership fondata sulla responsabilità, sul giudizio equilibrato e sul rigore intellettuale in momenti in cui l’area dell’euro affrontava una crisi esistenziale” (fonte Ansa)

Avendo avuto un ruolo, positivo o negativo, sta al lettore decidere, ci chiediamo se questa “Laurea ad Honorem” non sia un improvvido avvicinamento ad un eventuale Premio Nobel.

Sembra infatti che tale premio oramai sia distribuito a chi ha meriti opposti a quelli nominali… 

Congresso quindi che si svolge in uno scenario italiano ed Internazionale estremamente complesso e di kaos assoluto dove lo scollamento tra politica e popolazione risulta essere veramente enorme, e dove la partitocrazia ha decisamente condizionato politica.

Rischio che corre anche DSP, se non interviene pesantemente, cercando elettori proprio da quel 60% che non vanno più a votare e non tra coloro che fuggono da un partito all’altro, come sembrerebbe.

Un partito che abbia i numeri reali per poter dirigere una barca che sembra andare sempre più alla deriva.

Le premesse potrebbero esserci, ma la strada è lunga e tutta in salita e chissà se l’equipaggio ha la preparazione, e la competenza per condurre in porto la nave.

La buona volontà non basta.

Un appunto, che può sembrare banale, la mancanza di un desk accredito per la Stampa.

Come giornalisti siamo stati inseriti come ospiti.

Irta è la via e lontano è il traguardo, ma se mai si comincia mai si arriva.

 

 

Il commento del Direttore di Betapress

C’è un’immagine che, guardando questo congresso, torna ostinatamente alla mente. È quella di una politica che, pur presentandosi come alternativa frontale, finisce poi per cercare varchi di agibilità e di ascolto dentro lo stesso scenario che denuncia. Ed è qui che l’ironia diventa quasi inevitabile. Perché, nel momento in cui Marco Rizzo alza il registro della “sovranità” e della rottura con il conformismo euroatlantico, riemerge, come una vecchia fotografia in controluce, un lessico che appartiene alla Prima Repubblica e in particolare alla più sottile delle sue arti: l’idea che si possa avanzare non sfondando, ma facendo convergere, spostando progressivamente il baricentro del dicibile, del trattabile, del negoziabile. Quella formula, diventata proverbiale e spesso anche parodistica, delle “convergenze parallele” si porta dietro proprio questo: non l’utopia della purezza, ma la disciplina della mediazione, del passo obliquo, del risultato ottenuto senza proclamare apertamente il compromesso.

Ecco allora il paragone, volutamente pungente. Se Moro era l’uomo che trasformava la complessità in metodo, e che rendeva la contraddizione governabile attraverso l’avvicinamento graduale di mondi politici differenti, oggi l’antisistema rischia di scoprire, quasi controvoglia, che l’unico modo per incidere non è restare “fuori”, ma costruire ponti, o almeno corridoi. Il punto è notare che alcune strategie contemporanee, anche quando usano toni barricaderi, finiscono per somigliare a quella logica di lungo periodo in cui l’obiettivo non è il gesto teatrale, ma la creazione di condizioni, alleanze potenziali, riconoscimenti impliciti. La politica italiana, quando è reale, assomiglia spesso a questo: una pedagogia della trattativa mascherata da invettiva. E ciò che ieri veniva letto come architettura del compromesso oggi rientra dalla finestra come tattica di sopravvivenza mediatica e organizzativa.

Per intercettare e soprattutto consolidare consenso dentro quell’area ampia di cittadini che non vota, Marco Rizzo e Democrazia Sovrana Popolare devono partire da un dato di realtà: l’astensione non è un “serbatoio neutro” di voti disponibili, ma un fenomeno composito, che include disillusione, sfiducia, percezione di irrilevanza del voto, stanchezza verso l’offerta politica, difficoltà materiali, e talvolta una protesta silenziosa contro linguaggi percepiti come autoreferenziali. La letteratura comparata e gli studi empirici mostrano con una certa coerenza che fattori come la percezione di ingiustizia e disuguaglianza possono alimentare sia astensione sia voto di protesta, e che le motivazioni cambiano per gruppi sociali e territori.

Da qui discende una conseguenza operativa molto concreta: non basta aumentare la visibilità o radicalizzare la critica, occorre costruire un percorso credibile che trasformi l’astensione in partecipazione, e la partecipazione in legame stabile. Questa trasformazione richiede metodo, presenza organizzativa, e soprattutto un’offerta riconoscibile sul piano della vita quotidiana.

Nell’articolo di Ettore emerge una forte enfasi su Russia, USA, e sul posizionamento internazionale. È un forte tratto identitario, ma per l’astensionista medio il problema è spesso più elementare: salari che non bastano, sanità territoriale che non regge, scuola e lavoro che non costruiscono mobilità sociale, costo della vita. Il tema dei “working poor” in Italia, per esempio, è ormai discusso con dati europei e nazionali e parla direttamente a una fascia che spesso smette di votare perché non vede risultati tangibili.

Se DSP vuole “andare a prendere” quel 60 per cento, o almeno una parte, deve diventare per molti un soggetto che mette al centro un patto sociale verificabile. Pochi punti, scritti in modo semplice, con obiettivi misurabili e tempi credibili. Meno orizzonti totalizzanti, più priorità elementari e controllabili.

L’astensionismo cresce dove la politica è percepita come episodica e opportunistica. Per questo, la prima strategia non è comunicativa ma organizzativa. Serve una rete territoriale che non si attivi a ridosso del voto, ma che rimanga visibile quando non conviene.

Qui un movimento può fare tre cose molto concrete.

La prima è aprire presìdi locali leggeri, anche condivisi, che funzionino come sportelli di ascolto e orientamento su problemi reali, lavoro, casa, sanità, burocrazia. Non è assistenzialismo, è costruzione di reputazione pubblica.

La seconda è promuovere micro-campagne territoriali su un problema specifico e risolvibile, ad esempio trasporti pendolari, liste d’attesa, desertificazione commerciale di quartiere. Una sola battaglia per volta, e portarla fino in fondo, perché chi non vota è spesso convinto che “tanto non cambia nulla”.

La terza è formare quadri locali capaci di relazione civile, cioè persone che sappiano ascoltare e non soltanto parlare. È la differenza tra un movimento che “denuncia” e un movimento che “governa” già nel modo in cui sta tra la gente.

Una delle ragioni dell’astensione è la sfiducia nel fatto che i partiti mantengano promesse. La risposta non è chiedere fiducia, è meritarla con regole interne pubbliche.

Se DSP, che in realtà ha già avviato significative iniziative di presidio territoriale, vuole convincere astensionisti deve mostrare, prima ancora del programma, un’etica di organizzazione, e certamente Marco Rizzo ha già alle spalle un bagaglio di riconoscimenti di valore. Ma serve una selezione trasparente dei candidati, criteri di competenza minimi, rendicontazione delle spese, regolamento su conflitti di interessi. Non perché basti la moralità, ma perché per l’astensionista la politica è spesso sinonimo di opacità. E dove c’è opacità, il cittadino si ritrae.

Molti non votano perché si sentono estranei ai codici tribali della politica, destra e sinistra, patrioti e globalisti, buoni e cattivi. Una strategia efficace è ridurre la comunicazione identitaria e aumentare la comunicazione “di servizio”.

Vuol dire spiegare le cose con esempi, casi, simulazioni, e soprattutto con la domanda implicita “cosa cambia per te domani”.

E vuol dire anche evitare la retorica della sola indignazione. L’indignazione mobilita una minoranza già politicizzata. L’astensionista, spesso, è saturo proprio di indignazione.

Dire “il 60 per cento non vota” è utile come fotografia politica, ma strategicamente è troppo generico. Dentro quell’area ci sono gruppi diversi.

Ci sono gli esclusi materiali, che non votano per sfiducia e fatica quotidiana.

Ci sono i giovani che non votano perché non si sentono rappresentati e perché vedono la politica come linguaggio vecchio.

Ci sono i disillusi competenti, che hanno votato per anni e poi hanno smesso per stanchezza.

Una campagna unica non li prende tutti. Serve un impianto differenziato, con messaggi e canali diversi. La ricerca sul non voto insiste proprio su questa eterogeneità delle cause e sulle dinamiche che portano alcuni a astenersi e altri a scegliere il voto di protesta. (MDPI)

Il congresso citava collegamenti e interlocuzioni con figure russe e un interesse per dinamiche USA. Anche ammesso che ciò abbia un valore simbolico, la domanda politica che l’astensionista pone è brutale: “E quindi”.

Perché funzioni, quel profilo deve tradursi in una promessa di utilità nazionale, energia, industria, costo della vita, autonomia produttiva, sicurezza economica. Se resta un posizionamento, diventa un tema per addetti ai lavori.

Per penetrare nel non voto, spesso è più efficace la porta civica che la porta ideologica. Liste locali credibili, comitati, associazioni, reti professionali, sindacalismo di prossimità, mondi del volontariato. Però l’alleanza deve essere disciplinata, altrimenti l’astensionista ci legge il solito trasformismo.

In altre parole, allearsi sì, ma su progetti puntuali e misurabili, e senza sommare solo sigle.

Il modo più rapido per convincere chi non vota è mostrare una vittoria concreta, anche piccola, ottenuta con tenacia e competenza. Non “grandi riforme” vaghe, ma un risultato locale documentato, replicabile, raccontabile.

È un principio quasi pedagogico: la partecipazione si apprende vedendo che la partecipazione produce effetti.

Se dovessi condensare tutto in una linea: per consolidarsi nel non voto, Marco Rizzo deve trasformare Democrazia Sovrana Popolare da movimento di posizionamento a infrastruttura sociale di fiducia, con presenza territoriale, programma breve e verificabile centrato su lavoro e servizi, disciplina interna trasparente, comunicazione di utilità e non solo identità, e una capacità di ottenere risultati concreti prima ancora di chiedere consenso.

Parlare “alla pancia” oggi serve, ma solo come innesco. In un mercato politico saturo di messaggi, con attenzione frammentata e sfiducia alta, l’appello emotivo è spesso la porta d’ingresso più rapida, perché intercetta paura, rabbia, senso di ingiustizia e bisogno di protezione. Senza un aggancio emotivo molti non ascoltano nemmeno, soprattutto tra astensionisti e indecisi.

Il limite è che la pancia produce consenso volatile. Se l’emozione non viene subito tradotta in una proposta comprensibile, in volti credibili e in micro-risultati verificabili, l’effetto si rovescia in cinismo e disimpegno. In altre parole, la pancia recluta, ma non fidelizza.

La strategia più efficace è una sequenza. Primo, linguaggio emotivo sobrio per agganciare. Secondo, narrazione razionale semplice che spieghi cosa cambia concretamente. Terzo, prova di competenza e continuità territoriale che trasformi l’impulso in fiducia. Chi resta fermo solo sull’emozione può crescere in visibilità, ma difficilmente costruisce una base stabile, e al primo shock mediatico o alla prima delusione organizzativa perde quota.

In questa chiave complessiva, persino la contiguità simbolica con operazioni come quella di Roberto Vannacci e del marchio Futuro Nazionale appare come un segnale del tempo. Si annunciano rotture, ma si cercano piattaforme, cornici, agganci, e soprattutto spazi di legittimazione.  È il paradosso italiano: si nasce per “contestare la partitocrazia” e si finisce, prima o poi, a fare i conti con la grammatica della rappresentanza.

Aldo Moro lo sapeva e ne fece una dottrina pratica, nel bene e nel male. Oggi lo sanno anche le sue apparenti antitesi, magari senza dirlo, magari prendendosene gioco.

Ma intanto, passo dopo passo, le linee sembrano davvero parallele.

Eppure, guarda caso, convergono.

 

Autori

  • Giornalista pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti, Ettore Lembo è una voce autorevole nell’ambito dell’attualità, della politica, della storia e della geopolitica. Con un percorso ricco di esperienze come editorialista, opinionista e moderatore di convegni, ha diretto la testata indipendente Betapress e collaborato con numerose realtà giornalistiche tra cui “La Notizia.net” e “Ettore Lembo News”. Ha ricevuto importanti riconoscimenti giornalistici, come il Premio “Le Voci della Libertà – Omaggio a Oriana Fallaci” (2025), il Premio “Ciao Federico” (2022) e il Premio Internazionale “Angeli di Luce” (2019).

  • Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *