Storia africana di Marcello, un asmarino di Bagni di Lucca
Storia africana di Marcello, un asmarino di Bagni di Lucca
Ci sono nostri connazionali che hanno trascorso gli anni giovanili in Eritrea.
Le loro testimonianze confermano che il legame storico-culturale del Paese con l’Italia è ancora molto intenso, a causa della storia passata dell’Eritrea come colonia italiana per oltre mezzo secolo.
L’Eritrea è stata infatti la prima colonia italiana proclamata nel 1890 nata da acquisti commerciali (Assab nel 1882, dalla Compagnia Rubattino) e occupazioni militari (Massaua nel 1882) nel Corno d’Africa.

Una di queste testimonianze ce la rilascia il geom. Marcello Marchi, nato a Bagni di Lucca nel 1948 e trasferitosi ad Asmara all’età di due anni, ove vi ha vissuto fino al 1963.
È il vicepresidente nazionale della A.N.R.R.A. associazione Nazionale Reduci e Rimpatriati d’Africa.
Quasi tutti gli anni si reca ad Asmara per la commemorazione del IV novembre.

“È una grande emozione essere presente in questa giornata così significativa”, dichiara.

“Ogni anno torno in Eritrea, in questa terra che sento mia, e mi reco nei luoghi della
mia infanzia, nelle scuole che ho frequentato, dove i giovani allievi stupefatti mi fanno tante domande e rivedo i vecchi amici”.
“Ho frequentato l’asilo dalle suore Orsoline, le elementari all’Istituto Taglietti di Ghezzabanda, che ho poi proseguito fino alla terza Media a Gaggiret al Collegio La Salle dei Fratelli delle scuole cristiane.
Aggiunge, commosso: “Gli asmarini mi fermano per strada parlandomi in italiano. Alcuni si ricordano dei miei genitori che avevano una bottega di vino. Ho chiesto anche la cittadinanza eritrea, spero di ottenerla, un giorno”.
Da Bagni di Lucca ad Asmara
Ci può raccontare come mai dalla lucchesia, da Bagni di Lucca dove lei è nato, è arrivato fino in Eritrea?
“È una lunga storia”, risponde emozionato. “Mio nonno Zeffiro era arrivato ad Asmara nel 1936. Il capostipite, l’apripista, fu proprio lui, classe 1887, e arrivò in Eritrea da solo. La moglie, Emilia Giambastiani (1891), lo seguì nel 1950. Due dei figli, mio zio Alvaro (1912) con la moglie Gisella Franzolini (1919) e il loro figlio Ermanno (1942) raggiunsero Asmara dopo la guerra.
L’altro figlio, cioè mio padre Rolando, classe 1920, non poté seguirli in quanto si era arruolato nel 1938 nell’aereonautica e fu inviato a combattere la “guerra d’Africa”.
Nel 1939 in Dancalia fu preso prigioniero.
Nel 1941 fu catturato dagli inglesi che lo portarono, ad Aden, dove ha dormito sulla spiaggia per tre mesi. Fu poi trasferito in un campo di concentramento a Bhopal in India per due anni. Infine, in altro campo di prigionia in Inghilterra per tre anni. Ma tutto ha una fine e con una nave fu riportato in Italia.
Era l’aprile 1946 e dopo otto anni ha potuto ritornare a casa, dove mia nonna Emilia e Miranda (1921), la mia futura madre lo attendevano.
Mia madre lo ha aspettato per otto anni, mio padre gli aveva promesso che sarebbe ritornato per costruire insieme una famiglia. Così è stato e tutto giustifica le mie lacrime di oggi”.

La storia di Marcello
L’Eritrea era dunque un destino?
“Eccome!”, ribatte Marcello. “Dopo la mia nascita nel 1948, mio padre raggiunse mio nonno che aveva messo su un’attività di produzione vino, con negozio ad Asmara in via Lorenzini, dietro il Cinema Impero.

Ho vissuto a Bagni di Lucca con mia madre solo fino al 1950. All’età di due anni iniziò così la mia trasferta a Massawa con la nave Tripolitania, insieme a mia nonna Emilia. Raggiunta Asmara, abbiamo trovato casa a Ghezzabanda, in periferia”.
“I ricordi”, aggiunge Marcello, spesso ti fanno lacrimare, ma i personaggi in questione sono i miei genitori e grazie a loro che sono in questo mondo”.
L’infanzia in Eritrea
E dopo? Cosa ci racconta della sua infanzia in Eritrea?
“Ho frequentato l’asilo dalle Suore Orsoline e le elementari all’Istituto Taglietti.
Quando iniziai la III° elementare, i miei genitori si trasferirono ad Aden, nell’attuale Yemen del sud, allora protettorato inglese, e mi sistemarono presso il convitto del Collegio La Salle dei Fratelli delle scuole cristiane ad Asmara”.
Ad Aden nello Yemen? Che ricordi ha?
“I miei genitori ci sono rimasti sei anni. Lavoravano alacremente. Io però avevo un vantaggio: per le vacanze di Natale ed a fine anno scolastico, prendevo l’aereo della Aden Airwais e andavo a trovarli ad Aden. Era una meraviglia quel Golfo che si affacciava sul Mar Rosso, di un impatto scenografico indescrivibile. Io toccavo il cielo con un dito. Mi sentivo come Marco Polo”.
“Mi sono poi iscritto ad Asmara all’Istituto Vittorio Bottego per la I^Geometri”, prosegue con orgoglio.
“Ogni anno torno nelle scuole che ho frequentato, mi siedo nel mio banchino e…mi vengono le lacrime agli occhi, sotto gli occhi sbigottiti dei ragazzi”.

“In classe eravamo 18 alunni, tutti maschi ed una sola ragazza. Erano gli anni 1962 e 1963 e ricordo che alloggiavo presso due famiglie italiane, perché i miei genitori erano ancora ad Aden”.
Cosa è accaduto successivamente? Erano anni inquieti in Eritrea.

Il rientro in Italia
“Eh, sì”, risponde Marcello, “scoppiò una guerra spaventosa tra Eritrea ed Etiopia.
Fui costretto a rientrare in Italia.
Purtroppo, non c’erano più le condizioni per poter vivere ad Asmara.
Completai gli studi a Firenze dai Salesiani. Nel 1967 mi diplomai da geometra.
I miei genitori, terminato il quarto anno 1966 mi regalarono una crociera da Trieste ad Aden”.
Il legame con quei luoghi magici era dunque ancora molto forte.
“Certamente, fortissimi. Gli anni sono passati senza che fosse possibile fare ritorno in Eritrea”.
Poi che è accaduto? “Nel 2005”, racconta Marcello, “si è presentata la grande occasione grazie a Padre Protasio Delfini, parroco di Gherar, nei pressi di Massaua.

Padre Protasio si ricordò di invitare i vecchi asmarini, alla cerimonia della posa della prima pietra per la costruzione di una scuola a Massaua.


Mi sono aggregato al gruppo e dopo 42 anni sono tornato nella “nostra Eritrea”.

L’associazione Lucca -Massaua un lungo ponte
È nata così l’associazione “Lucca – Massaua un lungo ponte”, che collabora da diversi anni con i Frati francescani di Massaua. Proprio grazie a Marcello l’associazione organizza ogni anno in Eritrea per mantenere contatti con i Frati e attraverso loro con la popolazione locale. Dalle visite emerge in modo chiaro che la comunità do Gherar ha bisogno di aiuto e che gli stessi Frati hanno sempre più difficoltà a soddisfare i bisogni essenziali della gente.
Le riviste dei reduci d’Africa
Proprio nel 2005, in occasione della cerimonia per la nascita della nuova scuola, Marcello ha conosciuto un “vecchio coloniale”, di nome anche lui Marcello, che scriveva su una rivista nostalgica chiamata “Mai Taclì”.
In seguito, nacque anche il “Reduce d’Africa”, la rivista fondata da parte dell’ANRA (Associazione nazionale reduci d’africa), con sede a Torino.
Lei ne è il vicepresidente, me lo conferma?
“Sì, ne sono da tempo il vicepresidente. Il Presidente è attualmente il Dott. Alberto Morera. Sono molto legato a questa rivista, perché “tiene viva la nostra storia in terra africana”.
Il mal d’Africa si fa sentire…
Il mal d’Africa si fa sentire…non può fare a meno di ritornare nella “nostra Eritrea”, è così?
“È così”, risponde, con una certa luce negli occhi, una luce potente e tenera nello stesso tempo.
Marcello ha così cominciato ad organizzare viaggi per gli amici, per le scuole.
Quali sono i commenti dei visitatori alla fine dei viaggi in Eritrea? “Quasi sempre al rientro a casa sente dire dai partecipanti “che meraviglia”. Molti partono dall’Italia pieni di “scetticismo”, molti commentano “con il male che gli abbiamo fatto chissà come ci tratteranno”.
E invece?
“E invece ancor oggi chi partecipa ad uno dei miei viaggi rimane a bocca aperta, non si aspetta una accoglienza così festosa e calorosa”.
Le amicizie eritree
Questo suo impegno molto sentito, di aiutare gli italiani a visitare l’Eritrea, ha consentito a Marcello di intrecciare legami ed amicizie.
Nella Ambasciata italiana ad Asmara è di casa, e ha già conosciuto ben quattro ambasciatori.
Allo stesso modo è forte il legame con l’Ambasciata eritrea a Roma.
Ma è forte il legame anche con gli amici eritrei.
In occasione di ogni viaggio, Marcello porta gli amici nella casa di Fitzu Ghebresellasie. Ha uno stabilimento come vetreria.
Ma quello che è sconvolgente è il magazzino dove lui con suo padre, hanno raccolto quello che era nelle case degli italiani, comprese due “Balilla”.
“Quello che mi fa sempre piacere”, commenta Marcello, “è il suo consueto saluto dopo le visite insieme ai miei gruppi: ci ringrazia sempre per la visita spiegandoci che gli eritrei e gli italiani conoscono il passato perché è stato trasmesso dai nostri padri. E noi abbiamo il dovere di trasmetterlo ai nostri figli”.
Asmara, la piccola Roma
Quando accompagna i gruppi, dove li porta? Che luoghi visitate?
“Innanzitutto, visitiamo Asmara. Le sue piazze, i lunghi viali alberati e i molti edifici in stile razionalista, Déco e futurista, entusiasmano i turisti italiani. per l’aspetto intatto degli anni Trenta.

Sembra di essere ancora negli anni Trenta e che il tempo si sia fermato…
La cattedrale della Madonna del Rosario
Altro momento importante è la visita alla Cattedrale dedicata alla Madonna del Rosario. Ci sono i Frati Francescani che celebrano le S. Messe in tre lingue: tigrino, italiano e inglese.
La Cattedrale fu eretta nel 1923.
“Non dimenticherò mai della domenica di novembre del 2023 per il Centenario di costruzione della Cattedrale di Asmara. Ancora mi sale la commozione”.

Incontri ad Asmara
In Eritrea vi è ancora una intensa presenza culturale italiana che si riflette nello stile di vita eritrei.
Di grande rilievo è il lascito della lingua italiana nel tigrino, lingua parlata localmente dall’etnia più numerosa, nonché lingua ufficiale dello Stato di Eritrea.
La lingua italiana è compresa soprattutto tra le generazioni più anziane.
In Italia vi è una comunità eritrea significativa.
Soprattutto ad Asmara è facile trovare persone anziane con abbigliamento italiano. Sono felici di dialogare con lei “in italiano”? che cosa le dicono?
“Anche questo è un momento molto toccante, soggiunge Marcello.
“Mi sento spesso chiedere: voi italiani cosa aspettate a ritornare in Eritrea? tutto quello che è stato qui costruito lo avete fatto voi. Eritrei ed italiani, noi siamo fratelli!!!”.
È un grande riconoscimento, difficile, se non impossibile da raccogliere in zone che sono state ex colonie.
“Si è vero, è un enorme riconoscimento.
Ed è la prova che noi semplici cittadini italiani andavamo là per aprire esercizi, negozi, attività, come avremmo fatto in Italia. E a quei tempi dall’Italia si emigrava in massa, c’era tanta povertà. Mi ha colpito quando, raccontando della presenza di mio nonno e mio padre che facevano il vino ad Asmara, l’anziano eritreo ricordava il negozio e mio nonno!!!!!”.
Massaua, la porta del Mar Rosso
Dopo aver fatto la conoscenza di Asmara, è normale che il turista non veda l’ora di scendere a Massawa per fare il bagno nel Mar Rosso.
Ma prima di arrivare in riva al mare vengono previste diverse soste strada facendo, perché le cose da vedere sono davvero tante.
Come fa Marcello ad organizzare i tour in Eritrea? Non deve essere facile.
La aiuta qualcuno?
“Fortunatamente ho due amici eritrei che vivono con le mogli in Italia a Pisa e a Torino. Organizzare un viaggio è possibile, ma la gestione in loco, in effetti, è un po’ complessa ed avere degli amici ad Asmara mi consente di risolvere ogni problema e difficoltà”.
Una suora eritrea…
Ha altri ricordi?
Qualche incontro che l’ha emozionata?
“Ne ho così tanti che non è facile scegliere… Ad esempio, non posso dimenticare l’incontro a Embatkalla nella Missione delle suore comboniane con Suor Anna Roncalli, nipote di Papa Giovanni XXIII!!! Una emozione unica!”.
Ci racconti come è andata.
“Ricordo che nel 2005, quando tornai in Eritrea dopo 42 anni con un gruppo di amici, una signora, vecchia asmarina, ha chiesto di fermarsi alla Missione delle Suore Comboniane di Embatkalla, perché doveva incontrare una suora che era stata sua insegnante.
Abbiamo trovato quattro monache vestite di bianco, non più giovanissime, che ci hanno accolto sorridendo. Io avevo portato una valigia di abiti e scarpe per bambini.
Chiesi pertanto alla sorella dove li potevo lasciare. Mi indicò un tavolino. Le domandai: “Sorella Lei come si chiama?” Risposta: “Io sono Suor Anna Roncalli”.
….Suor Anna Roncalli, nipote di Papa Giovanni XXIII
“Visto che eravamo rimasti sbigottiti e quasi increduli…prosegue Marcello, “si recò in camera sua a tornò da noi con una grande foto, Papa Giovanni XXIII (suo zio) che teneva per mano due monache, lei e sua cugina.
Al momento del congedo, ci ringraziò perché ci eravamo fermati alla Missione e voleva sdebitarsi! Scherzando le dissi: “Sorella siamo in 19 persone, lei ha molto tempo durante il giorno, ci può dire un Pater-Ave e Gloria per ciascuno di noi?”
Risposta: “Sicuramente, e rivolta a me, per lei che è stato più bravo le dirò un intero Rosario!”

L’anno dopo mi sono fermato nuovamente, ma lei non c’era più, era tornata in Italia perché voleva morire nel paese dove sono nati tutti i Roncalli. Pace e te sorella Anna, sarai sempre nel mio cuore”.
Ringraziamo Marcello di averci aperto il suo di cuore e di averci fatto sognare ad occhi aperti.
Chiudiamo gli occhi e cerchiamo di evocare alla memoria il profumo sprigionato dalla cerimonia del caffè.

A quanto pare il mal d’Africa, anzi il mal di Eritrea, è reale e sotto i nostri occhi.
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