Settembre 13, 2026
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Viene da pensare che prima o poi l’impensabile può avvenire. Chi l’avrebbe mai detto che i dieci comandamenti, per una singolare e discutibile evoluzione della riflessione da parte di una conferenza episcopale nazionale, possano “ridursi” (solo parzialmente e solo per una categoria, quella degli omosessuali) a nove? Ci riferiamo a un pronunciamento della Conferenza episcopale tedesca sul quale rifletteremo, dopo però una doverosa e lunga premessa

Quel sesto comandamento dà proprio fastidio …

Sappiamo tutti che il sesto comandamento di Dio a Mosè tuona: “Non commettere adulterio”, versione che però è presentata anche con la variante più ampia di “Non commettere atti impuri”. Entrambe le dizioni sono state accettare dai fedeli lungo i secoli come di provenienza divina. Certo, questo comandamento, insieme agli altri dal quinto al decimo, sono duri da digerire, in quanto riguardano – pensa un po’! – esattamente le tentazioni che ci colgono mentre interagiamo con il nostro prossimo. Forse è bene richiamare l’elenco di tali sei comandamenti: “Non uccidere”, “Non commettere atti impuri”, “Non rubare”, “Non dire falsa testimonianza”, “Non desiderare la donna d’altri” e infine “Non desiderare la roba d’altri”. Se ci pensiamo, sono i rischi quotidiani che ciascuno di noi corre nel vivere in famiglia, al lavoro, per strada, con persone sconosciute che incontriamo casualmente sull’autobus o in metro. Potremmo avere un moto di ira, estrarre un coltello e infilzare la persona che ci ha irritato (anche a casa!). Oppure, potremmo desiderare una bellissima donna alla fermata del nostro autobus, aggredirla, trascinarla dietro un boschetto e violentarla. E così via, per quanto riguarda il rubare, il mentire, avere una bramosia per l’auto del vicino e alla fine sottrargliela.

Ma è proprio il sesto comandamento il più “detestato” dalle società odierne, specie nell’Occidente già cristiano e oggi in via di forte secolarizzazione. Su questo comandamento, con le sue due varianti, la Chiesa cattolica non ha mai scherzato ed è stata – in genere – sempre chiara e intransigente. Potremmo dire che il campo sessuale è stato l’area del peccato “per eccellenza”, il più noto, il più diffuso almeno a livello di sensazione, quello su cui si è sempre steso un velo di mistero e un tabù quasi totale. E’ certamente brutto andare a dire agli altri: guarda che io sono un masturbatore accanito, non riesco a resistere quando vedo un corpo che mi eccita! E’ altrettanto disdicevole rendere pubblico il fatto che, contraddicendo al consiglio cristiano di esercitare la castità pre-matrimoniale, buona parte delle giovani coppie di oggi “facciano sesso” sin da giovani e anzi rinuncino poi a sposarsi in chiesa per passare a quella forma di unione che va per la maggiore: la convivenza. C’è una terza variante dei peccati sessuali: l’adulterio. Ebbene, qui siamo in un campo minato, perché secondo le statistiche (non si capisce quanto realmente attendibili!) sembra ormai che nei paesi Occidentali almeno il 50 per cento dei coniugi o conviventi abbia avuto o continui ad avere relazioni extra-coniugali, ovviamente clandestine. Sembra inoltre che proprio il tradimento sia alla base del naufragio di una gran parte di quei matrimoni che si concludono con la separazione.

C’è poi una quarta fondamentale variante del peccato sessuale: quella di chi ha rapporti carnali con persone dello stesso sesso. Sono gli omosessuali, con le sotto-categorie Lgbtq+ di trans, queer ecc., che un tempo erano oggetto di scherno, anche di disprezzo e che tuttora in certe società, come quelle islamiche o in diversi paesi africani, prevedono un sistema punitivo che arriva fino alla pena di morte! Ebbene, arriviamo qui al punto centrale di questo articolo.

Uno dei temi più delicati della morale sessuale

Mentre le concezioni più libertarie e radicali, tipiche dell’Occidente, hanno ormai non solo sdoganato ma fatto assurgere i gruppi e movimenti gay a protagonisti di una rivoluzione non solo culturale ma anche giuridica e legislativa (vedasi le legislazioni sui matrimoni o unioni gay, variamente interpretate nei paesi europei e del nord-America), la Chiesa sembrava fino a un paio di decenni fa resistere. Come gli altri “peccati” sessuali, l’omosessualità era considerata un male oggettivo, il che non significava la condanna delle persone ma del loro comportamento, cioè degli atti che il Catechismo considera “intrinsecamente disordinati” (artt. 2357-2358). Rimaneva l’afflato evangelico ad accogliere e a consolare quanti vivono un senso di colpa e di disagio per la loro tendenza, ma senza accondiscendere a “normalizzare” l’omosessualità come fattore naturale, buono, addirittura “voluto da Dio” come qualcuno afferma. Tali posizioni cattoliche si basano su vari passi della Scrittura, come ad esempio Lev. 18,22 (“abominio” avere relazioni carnali tra persone dello stesso sesso), le Lettere di S. Paolo a Romani e a Corinzi e diversi passi del magistero più recente dei Papi.

La nostra stessa Costituzione, all’art. 29, parla di matrimonio fondato sull’unione tra un uomo e una donna, escludendo (almeno al momento) l’allargamento del concetto alle unioni gay.

Ebbene, questo è stato il quadro fino all’arrivo di Papa Francesco e alle sue “esternazioni” divenute celeberrime: “Chi sono io per giudicare?”, oppure “Dio vi vuole così come siete” e altre, che hanno aperto le porte a un vero e proprio diluvio di sponsorizzazioni extra e  intra-ecclesiali sul riconoscimento di tali unioni non più come implicitamente “cattive e disordinate”, bensì come tendenze naturali inestirpabili e in ultima analisi “volute dal Creatore” (in realtà Dio “maschio e femmina li creò”, non aveva previsto il terzo genere!). Il passo finale, favorito da Francesco, è stato l’approvazione delle cosiddette “benedizioni” delle coppie gay, prima varata come tale e poi, viste le fortissime contestazioni specie in Africa, “ridotta” a benedizione riservata dei singoli membri della coppia gay, senza la rilevanza di un matrimonio sacramentale. Tale benedizione, al momento, è ancora in vigore e vedremo se e come Papa Leone XIV vorrà procedere su questo spinosissimo tema ereditato dal predecessore.

Arriviamo così – finalmente – al caso concreto dei Vescovi tedeschi.

Il documento dei vescovi tedeschi

Il recente documento della Conferenza episcopale tedesca, Creato, redento e amato. Visibilità e riconoscimento delle diversità delle differenze sessuali nelle scuole, segna un nuovo e significativo passaggio nell’ormai sorprendente traiettoria della Chiesa tedesca sul tema dell’identità sessuale. L’obiettivo dichiarato è promuovere, anche nelle scuole cattoliche, un approccio pienamente inclusivo verso tutte le forme di orientamento e identità sessuale, fino a incoraggiare una riformulazione complessiva della pedagogia e della prassi educativa.

Il testo approvato dalla Commissione per l’Istruzione e la Scuola è preciso: omosessualità e transessualità non solo meritano accoglienza e rispetto — cosa che nessun cristiano contesta — ma vengono presentate come condizioni intrinsecamente buone, la cui visibilità andrebbe favorita fin dall’infanzia. Capite che – stando così le cose – il cambiamento è notevole: il documento invita esplicitamente a esercitarsi “a gestire percorsi di sviluppo della propria identità sessuale”, a valorizzare l’auto-identificazione di ogni studente, a contrastare “stereotipi queerfobici”, fino a raccomandare agli insegnanti LGBT (cattolici?) il coming out, affinché fungano da “modelli” per gli alunni.

Una teologia rovesciata?

Per sostenere questo impianto teorico, i vescovi si rifanno a un argomento capzioso e a nostro giudizio fuorviante: ogni persona è amata da Dio in quanto sua creatura. “L’amore cristiano — scrivono — riconosce e rispetta ogni persona come figlia di Dio” e l’accoglienza “precede ogni altra prospettiva, inclusa la morale sessuale”. Sembra di capire che, non potendo rinnegare i contenuti di tale morale se non dopo aver modificato i su citati articoli del Catechismo della Chiesa universale, per i Vescovi tedeschi appaia comodo allargare le maglie, non negando esplicitamente che tale comportamento sia un “peccato”, ma tacitando le obiezioni: si accoglie comunque la persona, insieme al suo peccato, e poi si vedrà … non sia mai che parlando di “peccato” (parola quasi in disuso da parte di certa gerarchia ecclesiastico “progressista”!) le pecorelle, invece di avvicinarsi, se la diano a gambe levate!

Su “La Nuova Bussola” una lettura critica molto stringente

In un articolo a commento di questo pronunciamento, Tommaso Scandroglio su “La Nuova Bussola Quotidiana” nota che qui si compie un salto concettuale: dall’amore per la persona — che la tradizione cattolica non ha mai negato — si passa all’affermazione implicita che ogni sua condizione psicologica o comportamentale debba essere ratificata come buona. In nome di una sorta di “meta-morale pedagogica”, nota l’autore, l’antropologia cristiana verrebbe sorpassata da un nuovo principio: ciò che conta non è quanto la Chiesa insegna sul bene e sul male, ma ciò che favorisce “inclusione” e autodeterminazione.

Non sorprende, allora, che il documento affermi di non voler esprimere giudizi morali, ma solo “stabilire priorità educative”. In realtà, osserva Scandroglio, tale dichiarazione equivale a un giudizio morale in piena regola: presentare omo e transessualità come condizioni da tutelare e sviluppare significa attribuir loro una valenza positiva, contraddicendo quanto la dottrina cattolica insegna da due millenni, con espressioni chiare del Magistero.

Identità, natura, autodeterminazione

I vescovi tedeschi richiamano poi le scienze umane: orientamento e identità di genere non sarebbero “arbitrariamente malleabili”, ma frutto di un intreccio di fattori biologici e psicosociali. Da ciò deriverebbe l’impossibilità di qualsiasi percorso terapeutico che voglia modificare tali condizioni; più ancora, si constaterebbe la loro piena normalità come “varianti della capacità umana di amare”.

Scandroglio ribatte che il semplice dato biologico o sociale non basta per conferire un valore morale positivo a una condizione: non tutto ciò che è apparentemente “dato” è per ciò anche “buono”. Inoltre, la libertà cristiana non coincide con l’autodeterminazione illimitata, ma con l’adesione al vero bene della persona che, in ultima analisi, si ritrova nella Verità rivelata, cioè nella Sacra Scrittura. Nel documento tedesco, invece, l’autodeterminazione sessuale viene elevata a diritto fondamentale, quasi che la libertà si definisse unicamente attraverso l’autocostruzione dell’identità. Tra l’altro, basterebbe un qualche contatto amichevole e profondo con persone omosessuali, per cogliere che la loro condizione molto spesso deriva da traumi, violenze subite nell’infanzia, rapporti conflittuali profondi con i genitori e dolorosa e mancata identificazione con il genitore dello stesso sesso. Dal che lo “scivolamento” verso i rapporti affettivi di natura omosessuale, stante l’incapacità o l’impossibilità di raggiungere la piena maturazione di una identità eterosessuale, rapportandosi a un partner di sesso opposto.

Una “proposta” educativa

La parte operativa del documento è coerente con queste premesse: educazione alla diversità sessuale, uso dei pronomi e dei nomi scelti dallo studente, vigilanza contro ogni forma di stereotipo, creazione di “spazi sicuri” affinché bambini e ragazzi possano esplorare (?) il proprio orientamento e identità di genere. L’intenzione è palesemente quella di trasformare le scuole cattoliche (tedesche) — anche elementari — in ambienti di riconoscimento e promozione delle diverse identità queer. Cioè in qualcosa di simile a un “gay pride” a partire dall’infanzia.

Un appello a Roma e uno al clero perché si parli di castità in chiesa

Scandroglio fa notare, con tristezza ma non con rassegnazione, che sembra ormai palese che la Chiesa tedesca stia elaborando un’antropologia parallela a quella della tradizione cattolica, fondata su un’idea di “accoglienza” ad ogni costo, che finisce per annullare qualsiasi riferimento a verità oggettive circa la sessualità umana. L’invito al coming out degli insegnanti, la legittimazione scolastica della teoria gender e la sostanziale sospensione della morale sessuale (non esistono più “peccati” ma comportamenti determinati dalla propria natura profonda) costituiscono scelte che vanno ben oltre un semplice adattamento pastorale.

La Nuova Bussola Quotidiana conclude con un appello, che ci sentiamo di condividere: Roma intervenga! Sembra di voler invocare che Leone XIV faccia sentire la sua voce con tonalità e volume autorevole. C’è come la paura che, se niente succedesse, e i Vescovi tedeschi vincessero in questa loro battaglia per “sdoganare” l’omosessualismo come variante naturale nella Chiesa, ci possa essere un tracollo complessivo della credibilità morale del cattolicesimo nel suo complesso!

Ciò è molto vero, basti pensare alla sollevazione della quasi totalità dei Vescovi africani quando si diffuse la notizia dell’approvazione da parte di Papa Francesco delle “benedizioni” delle coppie gay. Lo stesso pontefice rimase sorpreso per tale forte rifiuto e costrinse la Congregazione per la dottrina della fede a modificare il testo di tali “benedizioni”, attenuandolo, senza però cancellarlo.

Da parte nostra, ci chiediamo: è vero che oggi molto è cambiato nel comune sentire sulla sessualità. E’ altrettanto vero che la natura stessa parla chiaro: il corpo umano, dell’uomo e della donna, è stato creato in modo che fosse chiara la funzione degli organi genitali. E la doppia finalità del rapporto sessuale: unitiva e procreativa, rimaneva e rimane un caposaldo a tutela e valorizzazione della moralità dei gesti del corpo, compreso l’amore fisico che è bellissimo ma anche “pericolosissimo”, se gestito in malo modo.

La questione di chiarire se la posizione dei Vescovi tedeschi sia accettabile oppure rischiosa ed erronea non riguarda solo la Germania: riguarda – a nostro avviso – la Chiesa intera e la sua capacità di parlare all’uomo contemporaneo, senza rinunciare a ciò che la definisce da duemila anni.

Tanto per cominciare, in attesa che si pronunci la suprema istanza ecclesiale, basterebbe ricordare dal pulpito che il corpo è bello e buono e non è per il “peccato”, anche se spesso lo fa. Ricordare che la castità comporta grossi sacrifici, ma ripaga in termini di chiarezza e fiducia tra le persone che si amano. Ricordare che si può sbagliare in campo sessuale, ma c’è sempre modo per correggersi, chiedere perdono e impegnarsi su una strada di trasparenza e purezza. Insomma, tornare al vecchio insegnamento.

Il Credente

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