LE MELODIE DEI CANTORI DEL VIRUS

 

SEMPRE PIÙ’ POLITICI, SEMPRE MENO SCIENZIATI, SEMPRE MENO OBIETTIVI E TERZI.

 

In un’intervista di poche ore fa, il virologo Fabrizio Pregliasco dà manforte ai politici non senza aver assicurato che la situazione “è diversa da prima” poiché “ogni giorno riusciamo a fare più tamponi”: ambizione primaria, in uno all’imposizione delle mascherine, al divieto di socializzare, alla fissazione di sottoporci a vaccinazioni.

Ma aggiunge “Penso sia giusto andare nella direzione di una chiusura netta degli ingressi esterni” perché “dobbiamo essere pronti a quella ipotesi” (del lockdownn: situazione già prevista fin da Giugno, poiché era facile fare i maghi con uno spartito governativo già scritto e che si sta materializzando con puntualità).

Soggiunge, l’emulo di Gates e degli amanti del terrore sanitario, di “prepararci psicologicamente a scenari peggiori, ma senza l’ansia e il senso di vuoto di quella notte di pre-lockdown”.

Bella frase da psico-dramma, che non ci spiega sulla base di quali REALI dati sanitari (numero di ricoverati con sintomi, morti PER coronovirus, se e con quali patologie pregresse – ossia quale complicanza sopravvenuta) e con quali mezzi diagnostici SERI tale diagnosi sia stata formulata (visto che i famosi, anzi ‘famigerati’, tamponi NON sono un mezzo diagnostico e che danno risultati non affidabili al 100%: anzi, forse neanche al 40-50%).

Potrebbe anche spiegare – a noi scientificamente ignoranti, rispetto a lui – come mai due o tre centri di ricerca italiani, a fronte di una specifica ricerca, hanno stabilito che NO: PORTARE LA MASCHERINA NON ARRECA CONSEGUENZE ALLA SALUTE (dato amplificato dalla corte dei cantori del virus attraverso un sistema di comunicazione affatto scrupolosa e accertativa, prima di diffondere una qualche notizia).

Strano che ricerche nella Confederazione Elvetica e in quel CDC negli USA dove il guru Fauci la fa da padrone, sostengano l’opposto. Portare la mascherina, specie per non brevissimi periodi, espone a rischi consistenti.

L’esperto di scienze mediche Pregliasco (che non nasce scienziato in sociologia, o in etica kantiana o freudiana, oppure esperto dei fenomeni sociali, e che non ha certo frequentato una scuola di politica), sostiene poi l’esigenza che va vada “sottoscritto un grande patto sociale. Un grande sforzo collettivo per ridurre i contatti al minimo indispensabile. Scuola, lavoro: il resto ora va stornato”.

Un esercizio che esula totalmente dalla sua discrezionalità di sanitario esperto di virologia, che suona come premonizione, ovvero anticipazione di ciò che potrebbe avvenire sabato o domenica o tra qualche giorno.

Forse non un blocco totale, ma tanti blocchi che – in ogni caso – avrebbero la stessa conseguenza: devastare ancor più il tessuto sociale e produttivo di questa nostra amata Italia.

Ma con sofisticata metodologia: non sarebbe il potere centrale a ‘chiudere e bloccare’, ma – guarda caso – le singole Regioni…

L’effetto è lo stesso, ma lo ‘scaricabarile’ è assicurato.

Si dirà, così come è avvenuto fino adesso: lo facciamo per voi, per il vostro bene, per la vostra salute.

Peccato che fino a oggi nessuna risposta sia arrivata ai tanti che hanno sollecitato di avere dati CERTI circa: il numero reale dei deceduti PER coronavirus, se e quali patologie pregresse avessero, perché sia stata data disposizione di non eseguire le autopsie – metodo insostituibile per conoscere le vere cause di un decesso – , come mai tanta indeflettibile volontà circa la necessità di somministrare un vaccino, e perché mai vi sia tanta ostinazione nel procedere così come ad oggi fatto eludendo il confronto aperto e pubblico con chi possa sostenere, e motivatamente, tesi diverse: con ciò seguendo  quel principio di cautela e di opportunità che pur è presidio collaudato e certo specie nei casi di valutazioni e/o interpretazioni tra loro contraddittorie, quando non incerte.

Un medico non potrebbe e non dovrebbe parlare della necessità di un qualche ‘patto sociale’ che possa intercorrere tra ‘carnefice’ e ‘vittima’, ossia tra chi vuole imporre delle misure restrittive e chi tali misure deve subire: quasi che chi dovesse/potesse subirle possa egli stesso sollecitarle!

Se patto sociale deve esservi, e peraltro è di per sé già implicito, è che lo Stato operi nell’interesse ESCLUSIVO dei Cittadini, per il loro benessere fisico, psichico e materiale, oggi messi tanto a dura prova: checché possano dirne guitti e soubrettine nel contesto di un’informazione drogata e tossica, parziale e omissiva, menzognera.

 

Giuseppe Bellantonio

 




SmemoApp ed i giovani d’oggi!

Il gruppo editoriale CCEditore ha svolto nell’ultimo anno una importante ricerca sui giovani di oggi ed i social, commissionata dal Gruppo Smemoranda, al fine di realizzare un ambiente digitale a misura di giovani.

Il team di ricerca coordinato dal Professore di Sociologia, Corrado Faletti, con la sua ricerca ha permesso di avviare la creazione della SmemoApp, un diario digitale in grado di offrire una serie di servizi ad hoc per i suoi giovani utenti.

L’analisi di mercato, accurata e sistemica, ha calibrato l’offerta di un prodotto innovativo in grado di offrire una serie di servizi incentrati sulle richieste degli adolescenti del terzo millennio.

La dottoressa Chiara Sparacio, responsabile del team di ricerca ci riassume i principali contenuti:

Ragazzi ricchi di valori (impegno sociale e voglia di salvare il mondo).

Ragazzi che credono ancora nella famiglia, nell’amicizia e nella scuola.

Ragazzi creativi e dinamici, pieni di idee, i cui amori ed umori corrono sul filo degli ormoni (vedremo insieme l’evoluzione anagrafiche delle risposte).

Ma, comunque ragazzi, intelligenti e motivati, che chiedono qualcosa di più e qualcosa di meglio, di quello che c’è, attualmente, dentro e fuori la scuola.

Proprio, martedì scorso, il 15 settembre 2020, al Teatro Zelig a Milano, nella conferenza stampa di Smemoranda, è stato presentato un estratto della ricerca svolta da CCEditore per indagare sui valori dei giovani.

Il campione preso in considerazione tra marzo e giugno 2020, presenta le seguenti caratteristiche:

Età compresa tra gli 11 ed i 18 anni.

Studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado.

Nel 55% dei casi, maschi, e nel restante 45%, femmine.

Appartenenti a tutto il territorio nazionale.

Analizzati in due tempi, nella Fase 1, durante il lockdown, 550 studenti,

nella Fase 2, terminato il lockdown, 2000 studenti.

Monitorati attraverso un questionario di 40 tavole, relative a più di 100 domande espresse tramite questionari e test di verifica incrociati, gruppi di lavoro e workshop.

I ragazzi hanno risposto a questionari relativi a

  • Interessi generali
  • Utilizzo dei siti
  • L’app ideale
  • Reperimento e rapporto col denaro
  • Valori condivisi
  • Impatto personale sul mondo

 

Lo studio ha riportato dei valori molto interessanti, tracciando un profilo dei giovani notevole.

Prima di tutto, i giovani, nel giro di pochi mesi, passando dalla preadolescenza all’adolescenza (dagli 11-13 anni ai 14-18) cambiano di parecchio la focalizzazione sulla propria identità.

Essi spostano il loro interesse dall’esterno, verso eventuali idoli, all’interno, verso la consapevolezza di sé, assumendo così, una presa di coscienza del proprio valore personale.

I giovani decidono di volersi formare, vogliono essere artefici del proprio destino.

Interessante è vedere, per esempio la scala di valori dei ragazzi.

Nella fascia di età 11-13 anni, la Famiglia occupa il primo posto, seguita dagli Amici ed in ultimo dallo Studio.

Dai 13 ai 18 anni, cambia tutto, prima c’è l’Amicizia, poi lo Studio, per ultimo la Famiglia.

Ma non solo!

Lo studio ha dimostrato che i ragazzi, più crescono, più chiedono alla scuola di essere al loro fianco per essere migliori.

I giovani non vogliono materiale scolastico o programmi predefiniti (le famose conoscenze), ma, chiedono competenze, vogliono studiare su materiale creato apposta per loro, anzi, nato da loro.

La app più amata tra gli 11 e i 14 anni parla di musica, la meno interessante parla di libri.

Tra i 13 e i 18, la app più amata parla di musica, ma quella di libri sale vertiginosamente.

Se i più giovani seguono Tik Tok, ed usano prevalentemente WhatsApp, ben presto, crescendo, passano ad Instagram, Facebook, Messenger.

Sono sensibilissimi al tema della natura, pensano di avere il dovere di intervenire e chiedono alla scuola di aiutarli in questo.

Il loro denaro denaro viene speso per uscire e per fare acquisti di beni tra gli 11 e i 13 anni, ma per comprare app e appunti per studiare tra i 13 e i 18.

 

I ragazzi sono molto sensibili al sociale, infatti spendono il 10% del loro importo mensile in beneficenza.

Insomma, i giovani non sono una categoria unica, preconfezionata, sono fluidi e dinamici, intelligenti ed esigenti.

Per questo ci voleva una ricerca di marketing per centrare il bersaglio, per offrire loro un servizio scolastico ed un supporto digitale esclusivo.

Questo asse di ricerca, dicevamo, è stato curato da CCEditore, ed intorno a questo asse è nata SmemoApp.

Smemoranda ha infatti deciso di raddoppiare il suo storico diario, accostando alla versione cartacea, un’innovativa versione digitale.

La nuova veste dell’agenda nata nel 1979 è stata presentata proprio martedì 15 settembre al Teatro Zelig di Viale Monza, alla presenza del team di Smemoranda e dell’influencer Luciano Spinelli.

La Smemoranda cartacea esiste già da oltre 40 anni.

Nata nel 1979, Smemoranda ha ospitato le firme più prestigiose del mondo del cinema e della musica come Fellini, Jovanotti e Ligabue.

Ha sempre veicolato valori importanti ed estremamente attuali come la solidarietà e il pacifismo.

Il celebre diario ha raccolto attorno a sé più di 25 milioni gli studenti che, dalla prima edizione ad oggi, l’hanno “consumata” ogni giorno ed ha visto la partecipazione di diverse centinaia di collaboratori che hanno contribuito al suo successo.

Smemoranda è stata riconosciuta come un social ante litteram, ed è sempre stata considerata una vera e propria bacheca materiale.

Ora,”la Smemo si è aperta al web preparando il terreno per questa rivoluzione digitale” ha raccontato Nico Colonna, Direttore di Smemoranda.

La SmemoApp è un diario a tutti gli effetti, in formato digitale, che permette di segnare gli orari delle lezioni, di organizzare la giornata scolastica e di controllare il calendario scolastico.

Ma non solo, dall’app è possibile anche tenere sotto controllo la media dei voti, aggiungere gli amici e creare gruppi di discussione, oltre che condividere gli appunti con i compagni di scuola.

La SmemoApp è in grado di interagire day by day con gli studenti nel loro quotidiano, scuola compresa.

Ogni giorno, il diario propone centinaia di contenuti dedicati ai giovani, che possono creare post e condividerli.

I contenuti prodotti dagli utenti sono di loro proprietà ed essi stessi possono decidere di eliminarli in qualsiasi momento.

La genesi del progetto rimanda, come dicevamo, alla stretta collaborazione del team di Smemoranda con Corrado Faletti, Professore di Sociologia, che ha pensato alla “Stanza delle idee della generazione Z“.

Da lui è partita l’intuizione geniale di progettare un luogo digitale dedicato alla scuola, agli studenti e alle loro esigenze.

Dalla ricerca è emerso che la maggior parte dei ragazzi desiderava un’app in grado di offrire opportunità e stimoli per lo studio e di supportare la scuola in progetti sull’ecologia e sulla didattica.

La nascita della SmemoApp, è costruita proprio intorno a “la stanza delle idee della generazione Z”.

La SmemoApp offre una serie di attività, nate per i giovani e create con i giovani.

Nel corso dell’anno scolastico, infatti saranno implementati, con i partner leader del singolo settore, attività e servizi relativi a viaggi, assicurazioni su richiesta, servizi bancari, acquisto di biglietti per spettacoli e concerti, orientamento, volontariato, distance learning.

Non mancherà una sezione per giocare, accumulare punti, partecipare a concorsi e vincere premi, sezione realizzata in collaborazione con Epipoli, gruppo fintech italiano leader nei sistemi di engagement e specializzato in carte prepagate e Gift Card.

La rubrica reward è inaugurata dal Grande Concorso Smemoranda: chi acquisterà in edicola il magazine “Smemoranda – Tutti a scuola!” avrà la possibilità di partecipare al concorso e attraverso SmemoApp e potrà vincere subito fantastiche gift card Foot Locker e Media World per un monte premi totale di 15.000 euro.

Alessia Gemma, Responsabile contenuti Smemoranda, ha commentato: “Smemoranda si è sempre contraddistinta per la cura dei contenuti, contenuti che adesso abbiamo spostato anche on-line.

E’ il primo motore di ricerca per i ragazzi, per la generazione Z.

Ci sono tutti i contenuti scelti insieme ai Partner, il mantra che abbiamo seguito nella loro selezione è stato “se devi spiegarlo agli adulti, va benissimo per i ragazzi”.

Ci sarà inoltre una rubrica dedicata al Fantacalcio, vignette di ZeroCalcare, oroscopi e rubriche”.

Una moltitudine di contenuti freschi, aggiornati costantemente, legati all’attualità e ai trend.

I contenuti della Generazione Z, insomma, contenuti dei giovani.

Il rapporto completo verrà presentato da unicceditore.education entro il 2020.

Giovani creativi e vitali, anche un po’geniali, open mind e work in progress, come chi li ha studiati ed accontentati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“La nostra realtà sono i sogni”

 




Ripartenza, sforzo inutile?

 

Si ritorna a scuola, tra incertezze e perplessità.

I colleghi precari sperimentano errori ed orrori delle graduatorie provinciali.

I colleghi di ruolo si ritrovano a ballare tra tracciabilità e positività (ai test sierologici).

I Dirigenti sono braccati tra linee guida del C.T.S. e pressioni dell’utenza.

Il personale A.T.A deve districarsi tra cattedre scoperte, aventi diritto, perdenti posto, messe a disposizione, categorie a rischio e lavoratori fragili.

Le famiglie navigano a vista tra lo spettro della Dad, (diventata ora Didattica Digitale Integrata, come se bastasse cambiare un nome per risolvere un problema) ed i protocolli anticovid…

La dura prova alla quale è stato sottoposto il nostro sistema scolastico ha fatto emergere criticità e punti di debolezza.

Aspetti critici sistemici e vulnerabilità contingenti che hanno indotto in tutti i protagonisti una condizione di sconforto, forse mai registrata nella scuola del dopo guerra.

Amarezza ed avvilimento sono aumentati ancor di più nel periodo delle vacanze, periodo segnato da incertezze, indicazioni poco chiare, opinioni fuorvianti, messaggi contraddittori, anche al limite della perdita di ogni elemento di ragionevolezza.

Ma, nonostante tutto questo, anche se spesso e volentieri, non se ne parla, la scuola ha continuato a svolgere il suo ruolo.

La scuola non si è fermata.

I DS, i collaboratori dei DS ed i DSGA hanno continuato a programmare, progettare, eseguire tempestivi monitoraggi di diversa provenienza per mettere un “popolo” nella condizione di poter riprendere a costruire – con i limiti indotti dall’evoluzione pandemica, ma in sicurezza – i progetti educativi delle autonome Istituzioni scolastiche.

Purtroppo, temi di distrazione di massa e di efficace qualità populista hanno provato a far perdere la bussola ad una squadra di professionisti che, nonostante tutto, ed a diverso titolo, sono stati e sono protagonisti nella ripartenza di questi giorni.

Come redazione di betapress, ne abbiamo parlato con il prof. Rosolino Cicero, Presidente dell’Ancodis (Ass. Naz. Coll. Dir. Scol.)

Betapress– Prof. Cicero, quest’anno, di certo, i Dirigenti scolastici ed i Vicari, non si sono goduti le ferie…

Cicero– Proprio così.

Siamo stati in questa calda e complicata estate impegnati quotidianamente nelle nostre scuole a progettare, ad immaginare, a verificare come poter dare risposta, senza allarmismi ed in sicurezza, alle legittime richieste delle famiglie, consapevoli che “l’anno che verrà” non potrà essere come i precedenti, ci riserverà tante “sorprese” e metterà in discussione prassi organizzative e modelli didattici consolidati.

Betapress– Da addetti ai lavori del mondo scuola, cosa state facendo come Ancodis?

Cicero– Alla facile inerzia di alcuni o alla tentazione di altri di scaricare le responsabilità abbiamo preferito la strada più difficile, quella di osare e di rischiare, pur con tutte le incognite che la dura e complessa realtà ci porrà innanzi.

Abbiamo preferito giocare da protagonisti la partita contro il Covid 19, consapevoli che il risultato finale dipenderà da una squadra coesa e determinata, costituita dalla comunità scolastica, dai genitori, dagli EE.LL.(Enti Locali), dal volontariato.

Betapress– Qual è il vostro obiettivo?

Cicero- Continuiamo a perseguire, con determinazione e nonostante le tante criticità, un solo obiettivo: fare ripartire i nostri alunni in ambiente scolastico, far comprendere loro che ciò che è nelle nostre possibilità dovrà essere fatto, senza se e senza ma, schierarli in “campo da gioco” nel quale, nel rispetto delle regole, seppur molto stringenti e magari non comprese, ciascuno possa sentirsi protagonista e tutti insieme fare, nel primo giorno di scuola, un incoraggiante segno di vittoria.

Betapress– Prof. Cicero, vuol dire qualcosa in particolare ai suoi colleghi vicepresidi?

Cicero– Sì, vorrei rivolgere un pensiero particolare, ai tanti colleghi Collaboratori che si trovano a lavorare in scuole in reggenza: conosciamo bene l’enorme lavoro che li aspetta e le tante criticità ed emergenze cui dovranno far fronte.

A loro ed alle loro comunità va un sincero incoraggiamento.

Betapress– E a tutti gli altri operatori scolastici…

Cicero– A tutto il personale della scuola, ma anche alle famiglie, agli alunni, ai volontari, voglio dire che la scuola deve ripartire e ciascuno deve poter dire di aver contribuito a vincere la grande sfida.
Buon anno scolastico a tutti.

E noi come redazione di betapress, vogliamo appoggiare questo messaggio propositivo di Ancodis.

Messaggio, controcorrente, certo, ma molto più efficace ed efficiente di tanta propaganda elettorale, in cui la scuola è impiegata come specchietto per le allodole, per guadagnare voti da chi non sa neanche di cosa sta parlando.

Grazie, Prof. Rosolino Cicero, per fortuna che qualcuno ci crede nella scuola e, nei fatti, si impegna a migliorarla.

[N.d.D.]

Nel fare i complimenti al prof. Cicero, riteniamo giusto osservare che tutte le scuole hanno lavorato in questi ultimi tre / quattro mesi per  la ripartenza.

Il vero problema è che hanno ricevuto indicazioni sempre più confuse e contrastanti, segno di mancanza di conoscenza  a monte, costringendo i dirigenti a fare e disfare, senza una linea coerente o quanto meno sicura.

Ancora di più si stanno buttando al vento milioni di euro che forse si potevano usare in modo più proficuo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rosolino Cicero: la DAD non è di sistema…




Un desiderio irrefrenabile di acquisti online

In alcuni momenti di crisi può succedere di mettere in atto delle modalità compensatorie per placare il disagio.

La nostra mente ci aiuta a gestire l’ansia attraverso la soddisfazione di desideri, uno  dei quali, molto comune tra le persone, è quello di possedere abiti, scarpe, borse, trucchi,  gioielli, oggetti d’arredo, libri, quadri ed altro.

Prima dell’avvento di internet, pur essendo presente questa ambizione, era più  complesso poterla soddisfare nell’immediato mentre oggi le opportunità di acquisto sono molto più celeri in quanto attraverso internet abbiamo accesso 24 ore su 24 a qualsiasi tipo di prodotto. È dunque possibile selezionare diversi negozi avendo  l’illusione di potere risparmiare.

L’acquisto online tende ad azzerare le dimensioni spazio-temporali in quanto alla persona viene offerto un “luogo virtuale” nel quale il prodotto in vendita è reso  accattivante da numerose informazioni e stimoli spesso di tipo subliminale.

Lo shopping compulsivo online ha in comune con quello che avviene fisicamente la tensione ed il bisogno irresistibile che si placano solamente con l’acquisto  dell’oggetto del desiderio.

Ciò che muta è la modalità d’acquisto ed una caratteristica importante è legata al  fatto che la persona può possedere ciò che desidera senza essere giudicata.

In passato già lo psichiatra tedesco Emil Kraepelin si era occupato del fenomeno  dell’acquisto compulsivo che identificò con il termine “oniomania”.

Oggi lo shopping compulsivo viene definito come un comportamento d’acquisto che  il soggetto sperimenta a causa di un bisogno irrefrenabile ed urgente di comperare.

Accade spesso che ciò che si è acquistato sia un qualcosa di inutile e la persona ne è  consapevole ma non riesce a farne a meno. Si innesca un comportamento ripetitivo nel tempo che può giungere a provocare e a causare danni alla vita relazionale, sociale, lavorativa ed economica.

Anche se la persona sostiene di voler interrompere questi comportamenti disadattivi, numerosi sono i tentavi fallimentari osservati.

Proviamo ora ad immedesimarci nella persona che di abitudine mette in atto comportamenti di shopping compulsivo.

Cosa prova?

Innanzitutto si sente pervasa da un senso di urgenza che era stato anticipato da sensazioni di noia, ansia, rabbia; segue poi la pianificazione dell’acquisto che prevede la selezione dei negozi da visitare; scelto il negozio il soggetto inizia a comperare oggetti che sente attraenti e riguardo ai quali sostiene di non potervi rinunciare.

Gli acquisti sono sempre accompagnati da una forte sensazione di euforia che in breve si trasforma in senso di colpa e frustrazione.

Perché ci si sente in colpa?

La riflessione prioritaria è che si è speso più di quanto ci si poteva permettere.

L’episodio di shopping compulsivo è sempre accompagnato da stati emotivi intensi.

L’infelicità sembra essere una tra le cause più attendibili della predisposizione allo shopping compulsivo e sono soprattutto le persone infelici che riescono a trasformare, acquistando, i propri sentimenti negativi in fittizi sentimenti positivi.

Tra le varie teorie che hanno cercato di analizzare il fenomeno dello shopping compulsivo riteniamo opportuno riflettere su quella psicosociale che sottolinea alcuni aspetti collegati alla distorsione dell’autonomia. In pratica sembra che le persone che non si sentono autonome si attivino per sfuggire all’impotenza che le caratterizza proprio attraverso l’azione del comprare.

Altrettanto interessanti e degne di  nota sono le teorie psicodinamiche che accennano al tema della seduzione infantile. In quest’ottica pare che l’atto dell’acquistare permetta di superare il senso di inadeguatezza sperimentato già a livello dell’infanzia. Sempre secondo le suddette teorie la causa potrebbe essere riconducibile al tema freudiano della castrazione femminile. Ulteriore causa potrebbe anche essere la rottura del legame con una persona di riferimento significativa nella vita dell’individuo.

Un basso livello di autostima è la caratteristica più comune tra chi soffre di shopping compulsivo.

Possiamo ritenere che lo shopping via internet venga utilizzato per sollevarsi dal dolore e sentirsi autonomi .

È stato osservato che chi soffre di shopping compulsivo ricerca l’acquisto per provare sensazioni forti.

L’acquisto compulsivo può portare ad un disturbo da accumulo, che si esprime nel  bisogno insaziabile di possedere il maggior numero possibile di quegli oggetti sui  quali ci si è fissati.

Sono noti a tutti gli accumulatori di scarpe il cui bisogno insaziabile può sfociare  nel      disturbo psicologico denominato “shoeaholic”.

Gli accumulatori di oggetti sono disposofobici e tendono ad accatastare negli  ambienti in cui vivono oggetti senza mai disfarsene. Queste persone possono  invadere tutte le stanze delle loro abitazioni con libri, vestiti, oggetti vari. Non leggono quei libri, non indossano quegli abiti, non utilizzano quegli oggetti .

Oggi gli acquisti online riguardano anche oggetti importanti. Possiamo notare come molte persone lascino fluire il loro bisogno compulsivo di collezionare opere d’arte.

Più l’oggetto è costoso maggiore sarà la gratificazione.

Riteniamo che il desiderio inarrestabile di acquisti online sia alimentato oggi dalla facilità di accesso ad internet che offre anche la possibilità di partecipare ad aste virtuali. Utilizzare carte di credito per i pagamenti rafforza inoltre la condotta compulsiva e facilita l’acquisto.

Se analizziamo artisti geniali, possiamo ritrovare spunti di fissazione sugli oggetti nelle loro opere d’arte.

Van Gogh ad esempio dipinse un numero rilevante di quadri dedicati alle scarpe.   

Interessante è anche l’arte seriale dove lo stesso soggetto viene ripetuto in quadri diversi all’infinito, e magari più volte nello stesso quadro, e a questo proposito pensiamo ad Andy Warhol quando ripropone in modo ossessivo le sue lattine di zuppa Campbell.

 

L’ossessione è ben espressa da Dino Buzzati in una frase tratta dal suo libro “Il colombre e altri cinquanta racconti”: “Navigarenavigare, era il suo unico pensiero. Non appena, dopo lunghi tragitti, metteva piede a terra in qualche porto, subito lo pungeva l’impazienza di ripartire”.

 

Così chi soffre di shopping compulsivo online acquista navigando in internet, si ferma un attimo ma il suo desiderio è quello di ripartire subito perché la compulsività  non gli lascia tregua.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Ebru Timtik: quando si muore per i diritti.

238 giorni senza mangiare, rinchiusa in un carcere turco.

Ebru Timtik, avvocatessa che si occupava dei diritti umani e che era stata condannata a 13 anni per terrorismo è morta, giovedì sera, nel carcere turco di Silivri, dopo 238 giorni di sciopero della fame.

Quella di Ebru Timtik è stata una vita di impegno e di lotta.
Una vita passata combattendo e cercando giustizia, prima come avvocatessa per i diritti umani, poi come attivista.

Era stata condannata a tredici anni di carcere e non ha mai smesso di protestare contro Erdogan e per la libertà.
Dopo essere finita in prigione, Ebru Timtik è morta in silenzio, dopo 238 giorni di sciopero della fame.

Tutti sapevano in Europa, (noi italiani pure), ma tutti tacevano.

Salvo poi, adesso gridare al martirio…

Era arrivata a pesare solo 30 chili, fanno sapere i suoi amici.

Timtik voleva un processo equo, ma la sua battaglia è terminata così, tra assenza di posizione critica e tolleranza pavida dell’Europa e dell’Italia difronte allo spietato regime turco.

″È morta da martire”, ha denunciato su Twitter, il gruppo Halkin Hukuk Burosu, associazione di avvocati.

Il 14 agosto, la Corte costituzionale turca aveva respinto la richiesta di rilascio a scopo precauzionale, per lei e per il collega Aytaç Ünsal (anch’egli in sciopero della fame), nonostante le loro condizioni di salute fossero molto critiche.

Ma facciamo un passo indietro

E leggiamo insieme la nota di Associazione Avvocati progressisti sulla morte di Ebru Timtik e poniamoci il dubbio se più che di martirio, non si debba invece parlare di una cronaca di morte annunciata.

“Le persone che ricoprono le cariche del Ministero dell’Interno e del Ministero della Giustizia (in Turchia) e che hanno l’autorità di reprimere la “magistratura indipendente” hanno usato il termine “terrorista” per Ebru; hanno ritenuto Ebru responsabile dell’omicidio del procuratore Mehmet Selim Kiraz.

Nelle indagini e nei procedimenti per l’omicidio del procuratore Mehmet Selim Kiraz, non c’è una sola prova o accusa contro Ebru.

Mentre l’argomento è così chiaro, stabilire una relazione tra la morte del Procuratore ed Ebru indica solo l’esistenza di una mente problematica o di una cattiva intenzione.

Ebru, come rivoluzionaria che ha vissuto una vita dignitosa fino al suo ultimo respiro, è stata abbracciata dalle forze progressiste della società.

Le parole che verranno versate dalla vostra bocca (fautori del regime) non significano nulla per noi.

Perché sappiamo benissimo che (i rappresentanti del potere giuridico) hanno personalmente preso parte agli interventi politici contro Ebru e i nostri amici avvocati.

Ebru è stata uccisa.

È indiscutibile per chi legge, ascolta, vede e osserva che questa frase non esprime un pettegolezzo.

Ebru è stata massacrata da un sistema legale ingiusto, gestito con istruzioni dirette e da gruppi di potenti interessi che lavoravano duramente per la sopravvivenza di questo sistema e che sono al potere da molto tempo.

Nonostante l’illegittimità del processo in cui lei e i nostri colleghi sono stati processati fosse evidente, è stata assassinata da giudici che si sono rifiutati di rilasciarla, nonostante i rapporti forniti dall’Istituto di medicina legale e dagli ospedali, e dai giornalisti che non si sono astenuti dal pubblicare le notizie ordinate direttamente per mano di Süleyman Soylu (ministro dell’Interno) e che agivano direttamente come portavoce del governo.

Lo sappiamo e non lo dimenticheremo mai e poi mai.”

Ma chi era davvero Ebru Timtik?

“Era come una sorella maggiore, la conosco da molto tempo, da cinque anni.

Era la nostra collega.

Era anche un’avvocatessa, difendeva le persone in vari casi, come Soma o i massacri, ed è per questo che era sotto processo”, spiega un collega della donna.

“Questo Paese deve saperlo: se un avvocato paga la sua richiesta di giustizia con la vita, non c’è più nulla da dire.

Nessuno in questo Paese è al sicuro, dice Musa Piroglu, membro dell’opposizione.

La storia

La 44enne e 17 suoi colleghi erano stati arrestati nel 2019 e accusati di legami con il Fronte Rivoluzionario della liberazione popolare (Dhkp-C), gruppo militante di estrema sinistra considerato “organizzazione terroristica” da Turchia, Stati Uniti e Unione Europea.

A febbraio, aveva iniziato lo sciopero della fame, contro un processo che la donna e molti membri dei partiti dell’opposizione turca definivano “ingiusto e imparziale”.

La posizione della Corte Costituzionale turca.

Solo pochi giorni fa a Bruxelles, dieci avvocati belgi avevano avevamo manifestato davanti all’ambasciata turca, in segno di solidarietà con Timtik e Ünsal.

Avevano intrapreso lo sciopero della fame.

L’avvocatessa belga Sibylle Gioe aveva detto ai microfoni di Euronews: “Abbiamo deciso di sostenere Ebru e Aytaç in questo modo.

I due stanno facendo lo sciopero della fame, perché sono stati maltrattati dal regime.

Sono stati imprigionati con le peggiori accuse e tutto quello che vogliono è un processo equo, ma non sono stati processati in modo equo.

Le loro vite sono in pericolo.

Vogliamo avvertire il nostro governo, le organizzazioni della società civile e il governo turco”.

Risposta.

Nonostante pesasse meno di 30kg, la Corte di Cassazione turca ha dichiarato che la incolumità fisica dell’ attivista era al sicuro.

Gli altri martiri

Timtik è la quarta persona del processo Dhkp-C morta quest’anno a seguito di un digiuno.

Helin Bölek, solista del gruppo musicale Grup Yorum, è morta il 3 aprile, dopo 288 giorni senza alimentarsi.

Il 7 maggio era toccato al bassista della stessa band, Ibrahim Gökçek, deceduto dopo uno sciopero della fame durato 323 giorni. I

l 24 aprile si era spento il prigioniero politico Mustafa Koçak, che aveva fatto 296 giorni di digiuno.

Ma allora, se quella di Ebru Timtik non è la prima vita spezzata dall’autoritarismo di Erdogan e non sarà purtroppo l’ultima, perché non ascoltiamo le loro storie, perché non ci documentiamo sul loro impegno politico, perché non onoriamo almeno la loro morte?!?

Non possiamo abbandonare queste persone, dobbiamo utilizzare con maggiore efficacia tutti gli strumenti politici e diplomatici per supportare chi lotta per un cambiamento, il nostro disimpegno e la nostra distanza sarebbe la loro condanna.

 

La Turchia del tiranno Erdogan continua la sua inarrestabile caduta verso l’oscura repressione di ogni pensiero e di ogni figura non corrispondente alla sua visione islamista radicale, e noi per quanto tempo ancora, continueremo a non vedere ed a non agire?!?

Come redazione di betapress, vogliamo aderire alla posizione dei suoi amici e colleghi e sottoscrivere questo appello della ASSOCIAZIONE AVVOCATI PROGRESSISTI

“L’ultima parola che ti diremo:

In tutte le circostanze, continueremo a gridare le richieste di Ebru, a continuare la sua lotta e a rivendicare la sua memoria.

Nel cammino che facciamo con Ebru, continueremo ad agire come fautori dei lavoratori oppressi sotto la ruota del capitale, donne abbandonate al loro destino, individui emarginati, il popolo curdo che è sotto l’attacco dello Stato in ogni momento, rivoluzionari, insomma, tutte le classi oppresse.

Abbiamo perso una sorella. 

Uno dei nostri fratelli è ancora sull’orlo della morte. 

Ciò significa che oggi siamo in lutto, soffriamo, ma siamo anche arrabbiati e abbiamo un lavoro molto importante e una promessa di lotta, come fare del nostro meglio per mantenere in vita Aytaç.

Piangeremo il nostro dolore in questo modo, facendo fermentare la rabbia e accrescendo la lotta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Norvegian Wood: ma non parliamo di Beatles…

Norwegian Wood è uno di quei libri che trovi in ogni libreria.

Ti corteggia dallo scaffale, ma tu sei combattuto tra la fiducia verso il mondo giapponese (se sei un amante delle sue arti già da prima) ed il dubbio per la sua onnipresenza che potrebbe essere sintomo di prevedibilità.

Il mio combattimento è terminato con un compromesso e, non conoscendo altre opere di Murakami Haruki, me lo sono fatta prestare.

Ho fatto bene.

La trama.

Watanabe Toru, ormai trentasettenne, sta arrivando in Germania con l’aereo.

Pochi istanti dopo l’atterraggio gli altoparlanti del velivolo cominciano a diffondere a basso volume “Norvegian Wood” dei Beatles.

Watanabe si sente male, un’intensa malinconia e nostalgia lo costringono a ricordare eventi e persone che popolarono i suoi anni giovanili, in particolare un periodo che va dal 1968 al 1970, mentre frequentava l’università a Tokio.

Attraverso un lungo flashback che comprende tutto il romanzo, Watanabe ripercorre quegli anni e il ricordo diventa concreto, diventa una nuova realtà da rivivere con gli occhi della mente e dell’emozione, ormai adulte.

Una persona in particolare ritorna subito alla memoria: Naoko, ragazza bellissima e pericolosamente fragile, della quale Watanabe si era innamorato.

I due si rivedono per caso per le strade di Tokio mentre stanno frequentando il primo anno di università: non si erano più incontrati dal funerale di Kizuki, migliore amico di lui e fidanzato di lei, morto suicida a soli 17 anni.

Iniziano così una frequentazione, durante la quale Watanabe si innamora sempre più di Naoko, più intensamente quanto più lei mostra i sintomi di un disagio psicologico che si fa sempre più grave, fino a diventare vera e propria malattia mentale.

Quando Naoko si allontana per questi motivi, Watanabe conosce ed inizia a frequentare un’altra ragazza, Midori.

Midori è completamente diversa da Naoko, anche lei ha sofferto parecchio nella sua giovane esistenza, ma è molto più vivace, vitale e disinibita.

Evidentemente, in questi termini, il libro non ha dei contenuti strepitosi, inauditi, la trama, di per sé, non ha nulla di nuovo.

Eppure, c’è una potenza, una forza che agisce tacitamente, che fa sì che ogni volta che lo apri, non lo chiudi, se non ne hai letto almeno cento pagine per volta.

Subito si coglie lo stile unico dell’autore, badate bene: non migliore, ma personalissimo.

E anche se troverete dei dialoghi infiniti, continuerete imperterriti nella lettura, perché, Murakami, prima di farvi avere i “fatti”, vi farà sudare.

E quello che accadrà, sarà esattamente quello non previsto, non calcolato.

Nel racconto, come nella vita.

E, stupendomi enormemente di una pazienza che non sapevo di avere, sono stata al suo gioco dall’inizio alla fine, senza irritamento o noia.

Forse perché c’è la consapevolezza intrinseca che ogni dialogo è essenziale per capire quel che accadrà dopo.

Del resto, al personaggio principale, Toru, succede sempre qualcosa di incredibilmente “pesante” e complesso.

Complessità non intesa per forza come difficoltà, ma come insieme di più concetti sottostanti.

Complessità come impatto emotivo del quotidiano, straziante e sublime per una persona in crescita e per una personalità in evoluzione.

Del resto nella vita di Toru ci sono persone tutt’altro che ordinarie: gli amici di una vita che sguazzano nella depressione; l’amico dell’università che ama troppo sé stesso per amare qualcun’altro; la ragazza esuberante e senza filtri (che in un paese come il nostro sarebbe la “porca” di turno) e così via…

Ma Murakami è un abile rappresentatore di realtà.

Questi personaggi non risultano mai caricature, anzi, sono descritti quanto più possibile in tutte le loro caratteristiche e, talvolta, perfino negli aspetti contraddittori tipici dell’essere umano.

Contraddizioni che poi portano a scelte ed azioni più o meno condivisibili ma che mai percepiremo come inadeguate o banali.
“Norvegian Wood” è una narrazione/viaggio fra i sentimenti, fra le emozioni e le inquietudini che si incontrano tra l’adolescenza e i primi anni della vita adulta: l’amore che nasce e che finisce, un amore non platonico ma completo, in cui il sesso ha una componente di fondamentale importanza, l’amicizia, il senso di responsabilità.

L’io narrante è un ragazzo che ha sostanzialmente dei buoni principi morali, è sensibile ed altruista, ma che rimane sempre concreto, reale, credibile.

Norvegian Wood è stato definito un grande romanzo sull’adolescenza, ma non ne consiglio la lettura a dei ragazzi.

Piuttosto, è destinato a dei lettori risolti e risoluti, perché altamente inquieto ed inquietante.

Straziante e sublime, come dicevo.

Il romanzo trasmette un intenso senso di inquietudine, malinconia e tristezza.

Eppure, anche nei passaggi più bui, la luce sulla vita, sul futuro e sull’amore non si spegne mai.

Si continua a leggere, come si continua a vivere, anche quando tutto intorno è un’immensa palude.

La persistenza delle contraddizioni dell’uomo le troviamo nello stesso personaggio che porta dentro di sé le turbe profonde, la solitudine, l’insicurezza e, insieme, la capacità di comprendere, giustificare, non esasperare e ponderare sempre quel che accade.

Così, sempre più, il lettore diventa il protagonista, ognuno di noi diventa quel Watanabe (Toru) che a volte ci può apparire passivo, ma mai apatico.

Il tratto distintivo di questo libro è l’onestà: non ci sono filtri nei pensieri di Toru, né nell’interazione con l’altro.

Attenzione, però, Murakami non scade mai in volgarità, nulla sembra “grezzo” o inopportuno.

Se è vero che l’arte è un artefatto culturale, allora dobbiamo ringraziare la cultura giapponese per produrre arte che ci permette di pensare che una società nella quale avere legami emotivi più sinceri, con meno tabù e più libertà di essere sé stessi, può esistere o, almeno, ce lo fa credere anche se solo per un poco.

Pur parlando di morte, malattia, solitudine, Norwegian Wood è un inno alla vita, che ti bacia tra le lacrime.

Forse è proprio questa la forza e la bellezza di “Norvegian Wood”.

Di Watanabe che ha scelto di vivere e di noi con lui che abbiamo scelto di vivere, “perché la morte si sconta vivendo”, ma anche la morte si sconfigge amando.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando lo strafalcione diventa esame di stato, la scuola che non c’è più…

 




Il Ministro Azzolina, verso l’infinito e oltre

Ci stupisce sempre ogni volta pensiamo che abbia toccato il punto massimo e ogni volta supera sé stessa.

Il Ministro Azzolina verso l’infinito e oltre.

Premessa.

La redazione i Betapress è vicina a tutti gli insegnati e ai cittadini che quotidianamente devono confrontarsi con i soprusi e le leggerezze del ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina.

Il concorso a dirigente scolastico del 2017

Il tema del concorso a dirigente scolastico del 2017 è uno degli argomenti che, negli ultimi mesi, porta alla nostra redazione più sollecitazioni.
Non c’è giorno che in redazione non ci arrivi una segnalazione di una persona che ha fatto il concorso e vuole raccontare la sua storia o che non ci mandino degli aggiornamenti sui ricorsi in atto.

Del concorso abbiamo parlato già diverse volte (e ancora abbiamo da dire) e in calce all’articolo riportiamo una bibliografia minima interna ed esterna.

Per dovere di narrazione, però, riportiamo una velocissima cronistoria.

Cronistoria

Nel 2017 la professoressa Lucia Azzolina si iscrive al concorso per dirigente scolastico (lecito)

Nel 2018 si svolge il concorso nelle sue varie e travagliate vicissitudini (rocambolesco)

Il 1 Agosto 2019 vengono pubblicate le graduatorie del concorso e la professoressa Azzolina si classifica 2542 esima su 2416 posti richiesti da bando per risultare vincitrice e 2900 per figurare tra gli idonei (qui cominciano le magie ma lo vedremo più avanti)

l 13 settembre 2019 Lucia Azzolina viene nominata Sottosegretario di Stato al MIUR durante il governo Conte II (congiunzioni astrali )

Il 28 dicembre 2019, durante la conferenza di fine anno, il premier Giuseppe Conte annuncia l’imminente sua nomina a ministro dell’Istruzione (inizia il Kali Yuga del mondo scolastico italiano).

Tra colpi di scena, dichiarazioni, decreti e pandemie,  nel mondo di chi chiede  l’applicazione delle regole si susseguono ricorsi al TAR di varia natura per segnalare una serie di illeciti riscontrati durante il concorso e dei quali è possibile avere cognizione attraverso gli articoli sotto citati.

Il punto è che il 4 agosto 2020, alla fine della fiera, per una serie di motivi che possono essere più o meno ragionevoli il ministro ne ha fatto un’altra delle sue.

Il Ministro Azzolina, nel pieno delle sue facoltà istituzionali, con un avviso firmato dal capo dipartimento Marco Bruschi,  ha deciso di abilitare tutti i figuranti in graduatoria fino ad esaurimento.

Oggi il mondo politico e della formazione grida allo scandalo.

 

Dettagli

Prima di andare avanti torniamo indietro una una cosa successa circa un anno fa e sopra riportata:
Il 1 Agosto 2019, con pubblicazione della graduatoria, risulta che la professoressa (già pronta per la nomina a sottosegretario di stato) è risultata (attraverso un conteggio di punti che appare fantasioso ma sul quale aspettiamo pronuncia ufficiale dallo Stato) 2542 esima su 2416 (che diventeranno poi 3400.

Insomma, il ministro, dopo tanta fatica riesce ad avere un posto dignitoso in graduatoria.

L’unica particolarità è che secondo quella graduatoria, lei risulta idonea ma non abilitata.

Idoneità e  Abilitazione sono nei concorsi pubblici due stati differenti: l’abilitata è senz’altro idonea ma l’idonea può anche non essere abilitata potremmo dire con un gioco logico.

Ciononostante il ministro dell’Istruzione facendo finta di niente vuole, come hanno detto alcuni “assumersi da sola” e lasciare che la graduatoria scorra fino al suo nome fino a ricoprire il ruolo di dirigente scolastico.

Abbiamo detto che la decisione del Ministro riportata nell’avviso del 4 agosto 2020 ha senza dubbio delle ottime ragioni.

Laddove le ragioni non sono circostanzialmente dichiarate però, ognuno può trarre le proprie e ognuno le trae a seconda della propria indole e della propria esperienza.

I malpensanti potrebbero pensare che, nel dubbio per incerti tempi moderni o forse anche per un gesto di amore per la scuola,  il Ministro stia pensando ad assicurarsi un lavoro da fare dopo la carica attuale.

I benpensanti potrebbero pensare che sia tutto solo casuale e che il fatto che il nome del ministro sia in quella graduatoria e che lei certamente gioverà della sua attuale decisione, sia solo una fortunata coincidenza di avvenimenti.

E sempre i benpensanti saranno convinti che non ci sia assolutamente nessun legame tra i muri di sbarramento e gli ostacoli che il Ministro dell’Istruzione frappone continuamente ed indefessamente tra chi chiede verità sul concorso e l’accesso a tutti gli atti.

L’ingiustizia del Ministro

In molti, a proposito di questo fatto, hanno parlato di abuso di potere, conflitto di interesse e abuso di ufficio, in buona parte a ragione.

Oltre a tutto questo, però,  il vero problema di cui il Ministro nella sua spensierata ingenuità sembra non tenere conto, è che le cariche pubbliche conquistate attraverso concorso, possono essere ricoperte solo e unicamente dai candidati idonei e non dai candidati abilitati.

Insomma, è una svista indegna di chi conosce bene la giurisprudenza.

Sì perché, stando a quanto ci è stato detto dalla commissione che l’ha esaminata, sulle domande di giurisprudenza, al concorso del 2017, era andata più forte.

Quello che pensiamo, con ragionevole e accondiscendente logica, è che a forza di dedicarsi alla politica nel suo partito e nel suo ministero, la dottoressa Azzolina abbia trascurato lo studio e dimenticato anche le materie che prima conosceva meglio.

Forse vuole andare avanti nel suo intento anticostituzionale perché, di fronte un ulteriore esame, avrebbe delle difficoltà a mettersi a studiare.

In bocca al lupo.

 

Betapress sostiene la battaglia contro un certo modo di fare le cose,  perché è veramente assurdo e pazzesco che nessuno insorga davanti a questo modo di agire.

Come è assurdo e pazzesco quello che sta succedendo per l’avvio della scuola, sempre che non ci sia un altro lock down, dove gli unici che prenderanno un sacco di mazzate saranno i presidi, visto che nessuno si prende la briga di fare le cose in maniera logica.

Sinceramente ci sembra accanimento, tutto in smart working tranne le scuole, dirigenti scolastici con la massima responsabilità per il rientro degli alunni, banchi con le rotelle, insomma, non era meglio riflettere un attimo di più ed invece che buttar via tutti questi soldi dare alle famiglie i soldi necessari per trovare dei tutor che affiancassero i figli e far momentaneamente ripartire le scuole in DAD?

Avremmo anche aumentato il lavoro per i giovani, per gli educatori, avremmo affrontato il problema con più calma, perché non vorrei che da un accanimento contro la scuola si finisse a vilipendio di cadavere!

(N.d.D.)

 

 

Chiara Sparacio

Bibliografia

Concorso dirigenti scolastici, ecco la graduatoria nazionale. Inclusi vincitori e idonei

Il ministro Azzolina e il concorso del 2017

Concorso DS 2017 – il TAR concede l’accesso ai codici sorgente

 

 

Concorso dirigenti scolastici, idonei inseriti in graduatoria. Nel triennio potranno essere assunti

 

LA AZZOLINA SI E’ AUTONOMINATA DIRIGENTE SCOLASTICO? Un concorso MOLTO STRANO di cui vogliamo parlarvi.

 

 

 

 

 

 

 

 




Distanziamento A-sociale

Il distanziamento sociale non è cosa nuova, viene dal passato, e fu usato per i casi di lebbra, e viene già descritto nel libro del levitico nel VII secolo avanti cristo.

Quindi nulla di nuovo, semplicemente un metodo che è utile quando non ce ne sono altri, come si direbbe l’ultima spiaggia.

Ma c’è un prezzo da pagare, un costo sociale che è ancora da comprendere e che mostrerà la sua luce non a breve.

Ancora oggi, con la parola lebbroso identifichiamo qualcuno da tenere alla larga, pericoloso, da rinchiudere.

Sicuramente ci sarà un impatto economico, la distruzione di un benessere raggiunto negli ultimi anni che certamente non sarà più alla portata di questa società, e questo a mio avviso porterà ad una rivolta sociale che oscurerà il futuro di questa generazione.

Vi è però un altro prezzo che pagheremo, più oscuro e nascosto, meno visibile perché poco percepito, ma comunque gravissimo: la perdita della emotività sociale.

L’uomo è un animale sociale, il suo io è imperniato sul concetto di appartenenza, di accettazione, di gruppo.

Lo scambio sociale permette all’individuo di relazionarsi con se stesso, costruendo pertanto un io equilibrato.

Il prolungarsi del distanziamento come metodo antivirale porterà sicuramente, e già lo ha fatto, ad una riduzione della capacità degli individui di crearsi un mondo interiore stabile.

Infatti senza confronti e senza gestione del vicinale sarà difficilissimo modellare la propria dimensione personale verso una dimensione sociale.

Cosa perderemo?

Sicuramente la capacità di confronto, ma di più la fiducia, questa ci è minata dalle continue dichiarazioni in cui appare che nessuno possa essere considerato sicuro.

Questo approccio molto nichilista ha un’influenza negativa sulla psiche dell’individuo, perché mina in lui, già alla base, le certezze e le sicurezze relazionali individuali.

Il danno di queste scelte sarà visibile nei prossimi anni, e anche nelle prossime generazioni che soffriranno di covidmania, ovvero una paura diffusa della relazione, un profondo, inconscio, motore di insicurezza.

Problema di struttura della emotività sociale del paese, gravissimo perché impercettibile, ma devastante come il virus da cui ci si è voluti difendere.

Invece che pensare ai banchi a rotelle sarebbe utile prevedere dei programmi specifici per recuperare i danni del distanziamento, e certo smettere con la teoria del terrore che a ben poco serve, se non ad instillare paure più nel livello inconscio che in quello conscio.

Evidente il comportamento di tutti in questo periodo, una ricerca delle vecchie modalità di vita, allentato il momento si cerca di riprendere quello che inconsciamente si sa di aver perso.

Inutile continuare a terrorizzare perché ormai non si agisce più sulla leva cosciente della massa ma su quella inconscia, quindi la più pericolosa.

Siamo ormai entrati in un momento in cui l’uso del distanziamento diviene sempre più strumento A-sociale, i messaggi sono ormai subliminali, non toccano più la parte cosciente dell’individuo, che ormai anela alla normalità precedente, che mai ci sarà più, ma quella parte che genera e stimola le paure e le insicurezze.

Credo sia il caso di fermarsi, anche se ormai potrebbe essere troppo tardi…

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sdidatticamente parlando… ovviamente a distanza.

 

 




Il gioco d’azzardo tra passato e presente

Affrontare il tema del gioco d’azzardo patologico, oggi conosciuto come GAP, significa riflettere su qualcosa di presente nel tempo e nocivo alla vita individuale, famigliare, scolastica e lavorativa.

Sembra che il gioco d’azzardo sia nato in Cina per poi diffondersi nel resto del mondo.

È interessante notare come nei dipinti di famosi artisti siano ritratti soggetti di fascia sociale povera intenti al gioco.

L’arte ha voluto essere testimone di un fenomeno che abbraccia tutti i tempi e tutti i popoli.

Per esempio citiamo verso la fine del 1500 il dipinto “I bari” di  Caravaggio dove alcuni soggetti vengono sbirciati mentre sono intenti al gioco delle carte.  

Intorno al 1600 Georges de La Tour propone invece l’opera “Il baro” dove vengono mostrate alcune figure femminili, anch’esse intente al gioco delle carte, con un uomo che sfila dalla cintura due assi. 

A sua volta Paul Cézanne realizza, attraverso la scomposizione della realtà in forme geometriche, l’opera “I giocatori di carte” rappresentando uno spaccato del popolo francese dedito al vizio del gioco e dell’alcool.

Risale al 1887 l’opera di William Holbrook Beard intitolata “The poker game” che ritrae al tavolo da gioco degli scimpanzé impegnati in una partita a carte.

Nel 1948 l’americano Norman Rockwell crea “Bridge game” ma in questo caso viene rappresenta una scena di relax dove il gioco del bridge diviene un piacevole momento di condivisione teso a rispecchiare lo stile di vita americano del dopoguerra.

Di grande impatto sono le tele raffiguranti cani che giocano a carte dell’artista Cassius Coolidge, il quale aveva realizzato, con la società pubblicitaria Brown & Bigelow, un accordo per produrre 16 dipinti raffiguranti cani in atteggiamenti umani e ben nove di queste tele raffigurano tali animali intenti a partecipare ad una partita di poker.

Come si può notare il gioco rappresenta, sia nelle sue sfaccettature positive che negative, motivo di interesse per le espressioni artistiche del contesto socioculturale di tutti i tempi.

L’arte che mostra il gioco diviene ai giorni nostri spunto di riflessione per affrontare un tema che suscita allarme e cioè quello del gambling.

È risaputo che la tecnologia ha reso maggiormente accessibile il gioco d’azzardo e ciò può dipendere dal fatto che i costi per iniziare a giocare online sono molto ridotti se paragonati a quelli del casinò ed è garantito l’anonimato del giocatore.

Il gioco d’azzardo sembra essere passato da fenomeno sociale a fenomeno asociale.

La persona è meno consapevole di quanti soldi perde e, perlomeno inizialmente, sono  minori i sensi di colpa.

Uno dei giochi d’azzardo online che ha avuto recentemente un forte incremento è il poker.

Questo grazie al fatto che le persone possono imparare gratuitamente a giocare, si possono puntare cifre irrisorie e si può partecipare ad una partita in ogni  momento e in ogni luogo tramite internet.

Una forte attrazione verso il gioco rischioso sta coinvolgendo varie fasce d’età dalla giovinezza alla senescenza.

Il GAP è stato riconosciuto come patologia dalla comunità scientifica ed è considerato una dipendenza non oggettuale e cioè una dipendenza in assenza di  sostanza.

Ci troviamo di fronte ad un agito persistente nel tempo che va a ledere il vissuto personale e sociale.

Essere posseduti totalmente dal gioco porta a mutare radicalmente il proprio stile di  vita.

Il soggetto intrappolato sente la necessità di investire denaro pensando di recuperarlo e di aumentarlo, tende a cambiare umore e diventa irascibile, utilizza stratagemmi per nascondere alla famiglia il suo stato, le sue relazioni ed il suo lavoro divengono a rischio.

L’illusione di poter vincere diventa un input molto forte poiché fa emergere un desiderio di  potenza. Il gioco assume il ruolo di un surrogato che colma le lacune di un sistema di vita in crisi.

Riconoscere il proprio disagio e chiedere aiuto non è facile nel caso del GAP in quanto l’accettazione del gioco, quale fenomeno socialmente condiviso, mira a nasconderne la pericolosità.

“Il giocatore” di Dostoevskij del 1866 può essere preso come emblema del dramma dell’uomo che finisce nella spirale del gioco d’azzardo. L’autore analizza con sapienza quest’ultimo in tutte le sue forme ed evidenzia i diversi tipi di giocatori, da quelli ricchi a quelli poveri, che si giocano tutti gli averi.

Simbolica è la frase tratta dal testo dello scrittore sopracitato: “I giocatori sanno bene che si può resistere addirittura per ventiquattr’ore di seguito con le carte in mano senza neanche gettare un’occhiata a destra o a sinistra”.

Il potere ipnotico del gioco patologico può dunque catalizzare a tal punto la persona che è caduta nella trappola da allontanarla dalla realtà come viene espresso in alcuni dei quadri di cui abbiamo precedentemente parlato.

Si salva forse la scena di Norman Rockwell dove il gioco del bridge diviene momento conviviale e di socializzazione.

Il gioco ha in sé le caratteristiche dell’ambivalenza: seguire il lato positivo può  aiutare la persona a socializzare ed è infatti risaputo come il bridge sia fonte di  benessere per l’anziano che, inoltre, attraverso la sua pratica può rafforzare le capacità mnemoniche; seguire il lato negativo, come ad esempio il gioco online condotto in solitudine, può diventare distruttivo in quanto quasi sicuramente condurrà la persona ad una dipendenza con conseguente isolamento, perdita di denaro e danni a se stesso oltre che alla famiglia di appartenenza.

  

 

 

 

 

 

 

 

Lo scollamento

“Il Potere Creativo Del Logos”

 




Il made in Italy che piace al mondo

Un sogno in bella vista sulla scrivania …

Il video di quest’oggi riassume la Storia di un Progetto di Coraggio.
 
Il Diario di Viaggio di chi un giorno ha deciso di lasciare la sua terra e quel che aveva fino a quel momento costruito, per reinventarsi la vita.
Come chi cambia vita, anche quest’uomo impara ad assumersi dei rischi e si impegna a rendere concreti i suoi sogni.

… diventa tangibile Realtà.

Così, da piccolo imprenditore nell’ambito della ristorazione, Stefano Versace si dedica al mondo del gelato aprendo dei punti vendita in America.
 
Ancora una volta in ogni settore, dal Food alla Moda, dall’Arte al Design, il “Made in Italy” si riconferma Brand sinonimo di Qualità Eccellente, in ogni parte del mondo.
 

“Rialzati, Italia!”

Stefano porta avanti il Progetto “Rialzati Italia”: Progetto dedicato alle micro, piccole e medie imprese italiane che, a seguito del delicatissimo periodo appena trascorso, hanno esuberanti scorte di magazzino di prodotti di altissima qualità.
 
Grazie a “Rialzati Italia” le micro, piccole e medie Aziende italiane possono, mediante un ricco supermarket digitale aperto a buyers internazionali, far conoscere al mondo intero l’eccellenza dei loro prodotti:
l’eccellenza del “Made in Italy”.
 
Per informazioni su questa bellissima iniziativa e per entrare attivamente a far parte del Progetto, clicca sul link:
https://progettorialzatitalia.it/
 
Se ti fossi perso la diretta di ieri sera, clicca qui.
Auguri di cuore Stefano, visionario realizzatore di Sogni!
Sono certa che anche questo tuo Progetto, attuato assieme ad altri “Angeli” come te, sarà un grande successo.
LOve,
Ondina Wavelet – Jasmine Laurenti