La miglior dittatura non vale una pessima democrazia…

… ma anche no direbbero oggi!

Ogni tanto il ruolo del direttore mi impone anche di essere impopolare, fastidioso e scomodo come lo sono sempre stati coloro che gridano il re è nudo.

Ebbene oggi il Re non solo è nudo ma anche senza pelle, e la cosa grave è che lo sa e non dice niente.

Ma la frase il re è nudo in realtà non era mai stata diretta al Re e nemmeno alla sua corte di parassiti e tagliagole che avevano tutto l’interesse a tacere, ma al popolo che vedeva la realtà ma temeva in cuor suo che ciò che si palesava ai propri occhi fosse vero, perché se così fosse stato tutto sarebbe stato più grave, quindi era più comodo fingere per avere la pancia piena e le strade tranquille.

Ma in ogni regno c’è sempre una piccola parte di popolo che ha l’animo del bambino e non riesce a temere la verità, anzi dei piccoli fanciulli che vedono la verità perché ancora non hanno quelle sovrastrutture, quei paraocchi dell’interesse del singolo che fanno vedere vestiti dove non ci sono.

Ed ecco che allora il Re è nudo, e questa è una di quelle frasi da punto di non ritorno, una volta detta tutto cambia, almeno in un mondo ideale.

Se questa vecchia favola la dovessimo adattare ai giorni nostri il finale cambierebbe, ed il povero bambino che vede il Re nudo  finirebbe in mano agli assistenti sociali, girando di famiglia in famiglia fino all’oblio ed all’imprinting sociale.

Oggi il Re ha la possibilità di controllare il suo popolo di “stolti” utilizzando metodi di stordimento sociale che azzerano la coscienza collettiva riportandola al sonnecchio immediato, troppe voci giungono all’orecchio del popolo sibilando false argomentazioni o urlando vecchi anatemi, nessuno è più così in grado di distinguere la verità dalla bugia da potersi opporre al re tiranno.

Ma la cosa ancora più grave è che non esiste più il Re, ma una serie di personaggi più o meno di basso livello, che strizzano il cervello del popolo ormai poco abituato a fermarsi a riflettere.

Nove mesi di pandemia totale, ondate su ondate, eppure si fanno le stesse cose.

Soldi buttati in quantità industriale, eppure siamo ancora sotto scacco.

Il Re è nudo, ma ancora c’è gente che dice si è nudo ma ha un ottimo portamento.

Viviamo bellamente in un paese che negli ultimi 50 anni ha perso la grande industria, la maggior parte dei marchi italiani, le eccellenze  artigianali di nicchia, l’agricoltura, il turismo, siamo ostaggio delle economie straniere, siamo sotto scacco per i fenomeni immigratori e politicamente gli italiani non si esprimono più da anni.

Eppure sonnecchiamo come se fosse una mattina di maggio.

Riflettiamo un attimo sul concetto di dittatura, facciamoci aiutare da Wikipedia: la scalata al potere di una dittatura è spesso favorita da situazioni di grave crisi economica (ad esempio in seguito a una guerra o a quella odierna), da difficoltà sociali (lotte di classe), dall’instabilità del regime esistente o dalla continuità con un preesistente regime dittatoriale.

Sul tema dell’instabilità del regime preesistente ritengo che l’Italia sia una campionessa.

Dalla sua nascita l’Italia democratica ha visto ben 66 governi, ovvero 1,13 governi ogni anno, nessun governo è mai durato 5 anni interi, il più duraturo fu quello di Berlusconi nel 2001, ben 3,8 anni.

Sul tema del disastro economico direi che nemmeno dobbiamo parlare, oggi più che mai le ombre di una desolazione totale si addensano sul nostro paese, spinte dalle crisi del 2008 e del 2011 da cui l’Italia non si è più ripresa.

Sul tema del disagio sociale basta leggere qualche notizia qua e là per vedere come la tenuta sociale del paese sia in grave crisi.

Insomma a ben vedere il nostro paese ha tutti i sintomi per covare una dittatura.

Il Totalitarismo ovvero la dittatura del controllo totale: è il tipo più moderno di regime dittatoriale.

Oltre alla repressione, all’ideologia e al capo si aggiunge la presenza del regime in ogni ambito.

Il concetto è sviluppato nelle Origini del Totalitarismo di Hannah Arendt.

Ritiene l’autrice che il totalitarismo necessiti di tre fattori per potersi sviluppare: una società industriale di massa (oggi c’è, per poter gestire le masse economiche in mano a pochi), la persistenza di un’arena mondiale divisa (oggi c’è, per poter spostare i centri di potere in modo indisturbato) e lo sviluppo della tecnologia moderna (oggi c’è, per poter influenzare le masse e controllarle).

Secondo la Arendt gli elementi distintivi del totalitarismo sono l’ideologia (vedi se non la pensate così siete negazionisti etc.)  e l’uso del terrore (vedi covid e dcpm, carestia e guerre mondiali).

Quindi potremmo essere di fronte ad una dittatura subdola, che si nasconde dietro il bene dei cittadini per privarli di diritti fondamentali, cosa che peraltro è in parte stigmatizzata anche dal fatto che al di là degli altisonanti principi, nei fatti questi diritti sono spesso disattesi, tanto che l’Italia è stata numerosissime volte condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) proprio per violazione dei diritti fondamentali che la Costituzione dovrebbe garantire.

Raggiungendo il poco onorevole primato di Stato con il maggior numero di condanne tra tutti gli Stati dell’Unione europea, sborsando la Repubblica italiana anche somme considerevoli in favore dei privati ricorrenti, senza che ciò sia servito a porre rimedio alle persistenza di situazioni di violazione di diritti fondamentali dei cittadini italiani, tanto che i ricorsi (e le condanne) sono in continuo aumento.

Le più ricorrenti condanne sono per la spropositata lunghezza delle procedure giudiziarie (processi civili, processi penali, procedure fallimentari), lo stato delle carceri italiane (la CEDU le definisce luoghi di tortura per il sovraffollamento oltre ogni limite e le condizioni degli immobili), le violazioni del diritto di proprietà da parte di enti pubblici.

E sinora la CEDU non ha voluto occuparsi né dell’abuso della carcerazione preventiva sia in ordine alla dilatazione dei tempi sia in ordine al fatto che buona parte di chi l’ha subita viene poi riconosciuto innocente dagli stessi giudici, né dello spropositato uso delle intercettazioni telefoniche, né dei tempi biblici per ottenere atti o concessioni amministrative che all’estero richiedono pochi giorni, né dei lunghissimi tempi di prescrizione per reati penali od accertamenti fiscali e nemmeno sugli assurdi orpelli economici legati a tasse, multe, costi amministrativi.

Ma allora, 66 governi che si succedono a loro stessi, di cui gli ultimi manco votati da popolo, condanne a iosa per violazioni dei diritti civili, leggi inesistenti e dcpm invalidi, controllo sociale con strumenti di comunicazione di massa, inesistente classe politica, figure di potere che si muovono dietro fantocci, siamo già in una dittatura!!!

Altro che il Re è nudo, qui il Re nudo manco è RE.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il primo bene di un popolo è la sua dignità

La sottomissione di Gregge




È nel sonno della pubblica coscienza che maturano le dittature.

Schedatura sanitaria o dittatura sanitaria? Questo è il problema?…

Il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) è l’insieme dei dati e delle informazioni cliniche che costituiscono la storia sanitaria di ogni cittadino.

All’interno del Fascicolo si trovano documenti di tipo sanitario, amministrativo oltre alle prescrizioni mediche e farmaceutiche.

Ad oggi il FSE risulta attivo solo da una piccola percentuale della popolazione, il 20% circa, “tenuto conto che il FSE può essere attivato e alimentato solo a fronte del rilascio del consenso da parte dell’assistito” (articolo 12, comma 3-bis del DL n.179 del 2012).

Probabilmente proprio questo numero piccolissimo di persone ha spinto i legislatori a modificare la legge, e infatti, nel DL n. 34 del 19 maggio 2020 “Misure urgenti in materia di salute” (pubblicato in GU n. 128 del 19 maggio 2020) è stato abrogato il comma 3-bis e questo “comporta la possibilità di alimentazione del fascicolo personale anche in assenza del consenso”.

Il comma 3 bis infatti diceva: “il FSE può essere alimentato esclusivamente sulla base del consenso libero e informato da parte dell’assistito, il quale può decidere se e quali dati relativi alla propria salute non devono essere inseriti nel fascicolo medesimo

Quindi non serve più dare nessun consenso perché il FSE viene “alimentato” automaticamente!

In questi giorni sta girando la data dell’11 gennaio 2021 come scadenza per negare il consenso a questa schedatura sanitaria, ma va precisato che si potrà fare anche successivamente, la cosa importante è cercare di comprendere cosa stanno facendo.

Anche se neghiamo il consenso il Fascicolo Elettronico Sanitario (FSE) verrà alimentato automaticamente, perché la differenza sta nella visibilità o meno dei dati da parte del personale sanitario (MMG/PLS, medici specialisti, infermieri, ecc.).

Facendo apposita segnalazione (“Oscuramento e de-oscuramento dei dati e documenti”) si ha la possibilità di oscurare i dati e così facendo il FSE lo potremo consultare/scaricare solo noi o i medici curanti se lo necessitano in caso di emergenza (comunque i logs sono tracciati).

Ma anche facendo questo il ministero della salute e altri enti governativi potranno spulciare e usare i nostri dati (resi anonimi, dicono loro) per motivi di studio e ricerca!

Avete capito? A prescindere potranno sempre accedere ai nostri dati anche se li oscuriamo e anche se neghiamo il consenso.

E’ tutto nero su bianco nelle “Informazioni aggiuntive relative al FSE di Regione Lombardia”: “in caso di revoca del consenso alla consultazione, il FSE continuerà ad essere alimentato e consultato solo per fini di governo e ricerca”.

Quali fini governativi e di ricerca non c’è dato sapere!


Lo ribadisce anche il sito della Regione Liguria: “Come previsto dalla Legge 17 luglio 2020, n. 77 di conversione del D.L. n. 34 del 19.05.2020 c.d. Decreto Rilancio e a seguito dei chiarimenti forniti dall’Autorità Garante per la protezione dei dati personali desideriamo informarLa che a partire dal 19 maggio 2020, per istituire il Suo Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) non è più necessario che la S.V. conferisca un apposito consenso alla Regione”.

Confermano che in questa dittatura sanitaria è tutto automatico!

Il Suo consenso, invece, rimane necessario e può essere espresso anche ‘una tantum’ per rendere il Suo FSE accessibile/consultabile ai sanitari che dovessero prenderLa in cura nelle Aziende Sanitarie/Enti sanitari.
Le Regioni provvederanno ad alimentare automaticamente il FSE con i dati e i documenti relativi alle prestazioni sanitarie erogate a partire dal 19 maggio 2020 quale data di entrata in vigore del suddetto ‘Decreto Rilancio’ “.
Relativamente, invece, all’alimentazione dei dati e documenti inerenti alle prestazioni sanitarie erogate dal SSR e dal SSN antecedentemente alla data di entrata in vigore del Decreto Rilancio siano inseriti nel FSE seppur in forma ‘oscurata’ ovvero non visibile ai sanitari salvo espresso consenso dell’interessato, si provvederà automaticamente a meno che Lei non si opponga espressamente al loro riversamento nel Suo FSE entro e non oltre il prossimo 11 gennaio 2021.

La scadenza dell’11 gennaio 2021 si riferisce quindi al consenso di oscurare i dati sanitari antecedenti al 19 maggio 2020.


Proprio per quanto detto finora qualcuno suggerisce di fare attenzione a negare il consenso, perché una eventuale negazione potrebbe generare una sorta di lista di proscrizione, una specie di schedatura.

Ma è altresì vero che sanno benissimo tutto su di noi, visto che la privacy esiste solo sulla carta.

Sta comunque a noi scegliere se continuare ad alimentare o meno tale fascicolo con i nostri dati, perché non tutti sanno che ogni visita medica, terapia, operazione e ogni tampone eseguito o vaccino inoculato verrà registrato nel FSE.

Ovviamente tale fascicolo è solo l’anticamera dell’ID Global, cioè dell’Identità Digitale: un programma di identificazione elettronica che punta ad includere ogni persona sulla terra.

Una piattaforma in grado di registrare qualunque dato: dalla nascita, ai farmaci, alle vaccinazioni, ai dati biometrici, sanitari e finanziari.

Tutta la Vita umana registrata in maniera digitale!

 

Documenti utili da scaricare:

Oscuramento e de-oscuramento dei dati e documenti”, (documento scaricato dal sito della Regione Veneto)

Esercizio di diritti in maniera di protezione dei dati personali”, da inviare al Garante della Privacy

articoli di rifermento 1

articoli di riferimento 2

articoli di riferimento 3

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Conte non tornano… sapevamo già tutto dal 2006.

Cyber Psicologo e la privacy

 

 

 




Un inverno lungo un anno…

Crisi del settore turistico invernale con la questione impianti chiusi.

L’opinione di Enrico Camanni, Direttore della rivista “Dislivelli”.

In questi giorni è d’attualità la discussione impianti sciistici aperti oppure mondo alpino in crisi con perdite occupazionali, di reddito e non solo.

Migliaia di persone coinvolte a tutti i livelli.

Le località turistiche ossolane sono pienamente coinvolte in questa difficile e contraddittoria situazione.

Lo scenario sulle Alpi è molto variegato: niente sci in Francia e Germania.

L’Austria tentenna e propone uno sci con molte limitazioni.

La Svizzera, nonostante le grandi problematiche legate al Covid-19 che ha sul suo territorio, ha già aperto i suoi impianti curando il distanziamento, obbligando la mascherina anche su seggiovie e sciovie.

Qualche ospedale ha fatto sentire la propria voce: siamo già sotto pressione, con cure che sono state diradate nel tempo e non possiamo ricevere gli immancabili infortunati dalle piste.

Tutti hanno ragione, nessuno ha torto.

E allora di chi è la colpa?!?

O meglio quali sono le responsabilità di ciascuno?

Il Governo, le Regioni, gli operatori commerciali, i proprietari degli impianti di risalita sono tutti coinvolti nello stesso problema che esiste da prima del covid.

Ecco quello che pensa Enrico Camanni, il direttore della rivista ‘Dislivelli’ che ci propone una visione diversa del problema.

Riprendiamo le testuali parole prese dall’Editoriale

“NON FACCIAMO FINTA DI NIENTE” della rivista ‘Dislivelli’ del novembre 2020 scritto dal direttore Enrico Camanni.

Negli ultimi giorni di novembre, qua e là sulle Alpi, s’è celebrata la solita inquietante liturgia: cannoni che sparano neve finta sui versanti secchi, temperature altissime per via dell’inversione termica e bulldozer che sbancano e pareggiano i pendii, perché lo sci di oggi non tollera gobbe e inciampi.

Tutto ciò che inciampa va spianato e distrutto.

Sono molti anni che Dislivelli, senza acredine e senza pregiudizio, mette in dubbio le scelte unilaterali dell’industria dello sci di massa, sostenuta da ingenti finanziamenti pubblici (cioè dai soldi di quei pochi cittadini che sciano e di quei tanti che non sciano affatto),che come tutte le industrie dai piedi pesanti non è in grado di adattarsi ai cambiamenti (climatici, economici, estetici),ma cerca con insistenza, talvolta con violenza, di adattare il mondo alle sue esigenze di sviluppo illimitato.

Sono anni che esprimiamo pacatamente i nostri dubbi, però questo non è un anno come gli altri, perché mentre i cannoni sparavano neve finta per le improbabili vacanze dei privilegiati dello sci, gli ospedali erano costretti a rifiutare le cure ai malati “ordinari”, le scuole erano chiuse dalla prima media in su, il mondo della cultura e dello spettacolo era paralizzato dalla pandemia e buona parte della popolazione italiana si trovava senza lavoro, senza risarcimento e senza futuro.

Non pochi, schiacciati dai debiti.

In questa situazione, il grido di dolore delle lobby dello sci e del turismo di massa appare stonato e decisamente fuori misura, non tanto perché difende uno dei tanti comparti produttivi del paese (e, come tale, sarà probabilmente ristorato), quanto perché non immagina neanche lontanamente di sfruttare l’opportunità della crisi per ripensare l’offerta turistica invernale, che comprende molte possibilità trascurate come lo scialpinismo, il fondo, le ciaspole, i sentieri innevati e non.

Quanta gente cammina d’inverno sui versanti assolati!

Le voci autorevoli che abbiamo raccolto in questo numero concordano su un punto decisivo: non ha più senso l’equiparazione “sci di pista-montagna”, perché è un concetto ampiamente superato dalla realtà, frutto di un pensiero dominante che, in cambio di molto denaro, ha reso la montagna e la neve dei banali oggetti di consumo.

E quando la vetrina è vuota, sembra che intorno non ci sia più niente.

Invece c’è moltissimo: la neve, e intendiamo quella del cielo, il silenzio, l’ambiente naturale, il distanziamento naturale e intelligente, non quello forzato dalla pandemia.

Come scrive Michele Serra su “Repubblica”, «il messaggio che arriva in queste ore sulla “distruzione dell’economia alpina” se le piste di sci rimangono chiuse è un messaggio autolesionista. Cattiva pubblicità.

Riduce la montagna a una monocultura invadente e fragile: quella degli impianti di risalita».

Tornando alla pandemia, dunque, perché non ammettere che le crisi mondiali come l’infezione da Covid non sono disgrazie piovute dal cielo, ma sono piuttosto i detonatori di ciò che già prima non funzionava, o stava deragliando, e con la crisi scoppia, si frantuma. Utilizzando la metafora del re nudo, la crisi è quel colpo di vento che gli strappa l’ultimo abito di dosso.

In questo senso il dibattito di questi giorni sulla riapertura degli impianti dello sci ci sembra più che mai logoro e senza prospettiva, perché presuppone il fatto che dopo la tempesta non si veda l’ora di tornare come prima, senza un ripensamento ecologico, economico e anche etico, aggiungerei.

Invece potrebbe essere l’occasione epocale, è il caso di dirlo, per ripensare un sistema che il riscaldamento climatico e la crisi economica avevano già totalmente incrinato, anche se facevamo finta di niente.

Si sa da tempo che il re è nudo, sotto i 1800 metri di quota, ma si continua a investire e rilanciare in sbancamenti e nuovi impianti perché è molto più facile insistere sul vecchio sistema che riconvertirsi a un sistema innovativo, sostenibile e capace di futuro.

La differenza sta nella riflessione e nella progettazione, ed è proprio per riflettere, cioè per usare la crisi in senso creativo e costruttivo, che vi abbiamo proposto questa nuova prospettiva di lettura della questione impianti chiusi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SCI, SCI, SCI…

Gli sci appesi al chiodo…

 




Gli sci appesi al chiodo…

La crisi del turismo invernale. L’opinione di Matteo Pellissier.

Meno 70% di fatturato, ovvero una perdita secca di quasi 8,5 miliardi di euro: è quanto rischia di perdere il mondo che ruota intorno al turismo invernale.

A causa della pandemia da Covid le cancellazioni sono tante, sia da turisti italiani che stranieri e un intero settore è in crisi.

Da novembre, In Valle d’Aosta, l’unica stazione sciistica operativa, aperta solo a sciatori professionisti a seguito delle restrizioni, è quella di Cervinia e negli ultimi mesi si registrano solo numeri in negativo per quanto riguarda l’arrivo di turisti italiani e stranieri.

Basti dire che in Piemonte, la Via Lattea, che comprende Sestriere, Sauze d’Oulx, Oulx, Sansicario, Cesana, Pragelato e Claviere, il comprensorio più grande della regione è ferma, con la chiusura di tutti gli impianti ed il blocco di tutte le attività legate al turismo invernale.

Sulle montagne piemontesi preoccupa già la quasi certa perdita della clientela straniera che è il 45% del fatturato della stagione invernale.

Come se non bastasse, da metà gennaio a fine febbraio i turisti sono prevalentemente esteri, dal Brasile alla Cina, dagli Stati Uniti alla Scandinavia, e sono il 70-80% della clientela.

Con la pandemia tutto questo flusso non ci sarà.

Eppure sembra che il governo si dimentichi di affrontare anche quest’emergenza, cioè la paralisi di un intero settore turistico invernale, preoccupato com’è ad inventare il gioco dei semafori, zona rossa, zona arancione, zona gialla…

Così, ci proviamo noi, redazione di betapress, a riprendere la questione.

L’occasione è la giornata della neve, prevista per il 20 gennaio.

La crisi del settore turistico invernale s’ innesta sulla paralisi del mondo sciistico, tanto più che la grave situazione di chiusura degli impianti, degli alberghi, e di tutte le attività connesse continua a protrarsi ad oltranza.

Basti pensare quanto è avvenuto anche in questi ultimi giorni di vacanze di Natale, in cui, ironia della sorte, ha nevicato come non mai, ma nessuno ha potuto godersela, sia la neve che l’attività sciistica, neppure chi ha una seconda casa in montagna, perché, siamo onesti, cosa ci vai a fare in montagna se è tutto chiuso e tutto fermo?!?

E per dare voce a degli esperti del settore, nonché rappresentanti di categoria, abbiamo avuto il piacere di intervistare Matteo Pellissier,25 anni, atleta italiano, maestro di sci, allenatore della Val d’Aosta.

Betapress- Buongiorno Maestro Pellissier, grazie per la disponibilità, che cosa possiamo raccontare di lei ai nostri lettori?

Pellissier- Sono Matteo Pellissier, nato e cresciuto a La Thuile, in Valle D’Aosta e, inutile dirlo, lo sci è sempre stata una mia grande passione.

Prima come atleta a livello italiano, poi come maestro di sci ed allenatore da 6 anni spostandomi in diverse stazione: da Pila a Valtournenche, fino allo scorso inverno quando sono tornato a La Thuile. 

 

Betapress- Dunque sempre e solo dedicato allo sci…

 

Pellissier- Lo sport ha sicuramente impegnato gran parte della mia vita ma, nello stesso tempo, nel 2015 mi sono diplomato all’ITPR di Aosta nel settore del turismo.

Poiché la stagione invernale comprende i mesi che vanno da dicembre ad aprile, durante il tempo restante, oltre a concedermi qualche viaggio, negli ultimi anni ho svolto la professione di Barman in Francia.

Professione per la quale, durante il tempo libero dettato dal Covid, ho preso anche una certificazione EBS. 

 

Betapress- Entriamo subito nel merito, crisi del settore turistico bloccato da marzo del 2020 con un singhiozzo di dcpm fino ad oggi.

Partiamo dal primo lockdown…

 

Pellissier- Le comunità montane e il settore turistico sciistico, nello specifico qui in Valle D’Aosta, a partire dall’8 marzo 2020 si sono viste chiudere progressivamente, impianti di risalita e a seguire servizi e strutture ricettive.

Con tale chiusura anticipata noi maestri, e di conseguenza tutto ciò che gravita intorno al turismo invernale, abbiamo perso 41 giorni effettivi di lavoro.

Tra questi il periodo di Carnevale e di Pasqua che, insieme a Natale, portano i maggior introiti per la scuola di sci ed i suoi collaboratori.

 

Betapress- Come avete fatto a resistere? Che aiuti ed incentivi avete avuto dal governo dall’inizio della pandemia?

Come sta andando questo secondo lockdown?

 

Pellissier- Sebbene il primo lockdown fossimo riusciti in qualche modo a farlo passare, anche grazie agli aiuti pervenuti dalla Regione (solo per i maestri di sci residenti) il secondo invece, che ha previsto l’apertura posticipata, ci ha fatto perdere il Natale.

 

Betapress- Perché la chiusura a Natale ha dato il colpo di grazia al mondo dello sci?

 

Pellissier- Se per molti il Natale rappresenta un felice momento di ferie da trascorrere sulla neve, per noi, del settore turistico invernale, è il periodo più significativo dell’anno.

Questo, non solo per l’afflusso di gente ma anche per costruire relazioni importanti con i nostri allievi e far sì che ritornino a condividere con noi la montagna e i suoi sport. 

 

Betapress- Impianti, alberghi, maestri, operatori del settore…

Quanti e quali sono i danni provocati dalla pandemia, ma non solo?

 

Pellissier- I danni arrecati alle famiglie che popolano la montagna, ai suoi professionisti e ai suoi imprenditori sono sicuramente molteplici.

Tra il primo ed il secondo lockdown abbiamo perso 4 mesi di lavoro, mesi decisivi ed importanti per la nostra economia, mesi in cui le spese ci sono state, ma non ci sono state le entrate.

Nello specifico noi maestri siamo una categoria poco considerata

(forse il nostro mestiere viene visto più come un hobby che come una reale fonte di sostentamento).

 

Betapress- Che incentivi avete avuto dal governo?

 

Pellissier- Nei mesi di marzo e aprile abbiamo avuto la possibilità di ricevere i 600 euro dell’INPS che, francamente, corrispondevano semplicemente ad un rimborso (per tenere aperto il cassetto previdenziale) di ciò che avremmo pagato in quei mesi pur essendo senza lavoro.

 

Betapress- Pazzesco! Come avete fatto a resistere?

 

Pellissier- A fronte di ciò la Regione Valle D’Aosta ci è venuta in aiuto garantendoci per i mesi di marzo, aprile e maggio 400 euro al mese.

Meglio che niente, ma di sicuro non ci si può vivere. 

 

Betapress- Durante l’estate, com’è andata?

 

Pellissier- Durante il periodo estivo, siamo in qualche modo riusciti a risollevarci, con le giuste misure di sicurezza, ma parliamo sempre di un mese e mezzo di lavoro, non di più.

Abbiamo riaperto le strutture ricettive, i bar ed i ristoranti; sono anche riprese le attività sportive di mountain bike e di sci (a terra e qualche giorno sulla neve). 

 

Betapress- Fino alla nuova paralisi attuale di tutto il settore con un danno irreversibile.

Che cosa si poteva fare ed invece non è stato fatto?

 

Pellissier- Credo che, per non andare incontro a questo disastro economico che ci sta colpendo, si poteva giocare di anticipo, sapendo fin dall’inizio che questa seconda ondata sarebbe arrivata. Avremmo potuto regioni e governo, trovare le giuste misure di sicurezza e il giusto equilibrio per preservare la salute dei cittadini e la stabilità economica di migliaia di famiglie e di giovani.

 

Betapress- Di cosa avete bisogno, adesso e subito?

 

Pellissier- Quello che mi viene da dire a gran voce è che qualcuno rappresenti in modo più assertivo la montagna e le sue categorie, abbiamo bisogno di ristori concreti e subito.

Necessitiamo che gli aiuti economici arrivino anche a noi.

Che gli incentivi siano studiati per noi come per tutte le altre categorie che, ad oggi, non sono ancora riuscite a riceve alcun aiuto. 

 

Pienamente, d’accordo, ma allora, ci diciamo noi di betapress, perché non sfruttare la crisi per ripensare l’offerta turistica invernale e forse affrontare il problema alla radice?

Perché, finalmente, capire che la montagna è sci, prima di tutto, ma non solo…

 

Ed allora, appuntamento al nostro prossimo articolo, con l’opinione di Enrico Camanni, Direttore della rivista “Dislivelli” che ci propone un’interessante lettura del mondo della montagna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SCI, SCI, SCI…

Andrà tutto bene … parte terza

 




Le parole di Tim Crook sulla triste rivoluzione americana

Le rivoluzioni non sono nemiche dell’informazione.

Riportiamo in questo articolo la dichiarazione de prof. Tim Crook, presidente del Chartered Institute of Journalists (CIoJ) il più antico ordine dei giornalisti del mondo. 

La missione del CIoJ

Il Chartered Institute of Journalists, è il più antico organismo professionale di giornalisti al mondo e ha sede a Londra.

Ha membri in più di 30 paesi in tutto il mondo e  sostiene i principi dell’Istituto di giornalismo onesto, indipendente e apolitico.

È stato fondato come Associazione Nazionale dei Giornalisti nel 1884 e sei anni dopo è stato riconosciuto dalla Regina Vittoria nella sua Carta Reale, come organismo volto a proteggere e servire coloro che lavorano nel campo del giornalismo.

In questo momento storico delicato, davanti al panorama internazionale così surreale, per noi di Betapress, unica testata in Italia la cui redazione è in toto iscritta al CIoJ, è doveroso dare voce alla dichiarazione del nostro presidente professor Tim Crook che ha inviato a tutti i membri la seguente email.

La dichiarazione del presidente del CIoJ

Tim Crook Presidente CIoJ
Tim Crook Presidente CIoJ

Il Chartered Institute of Journalists condanna la violenza nei confronti di giornalisti e operatori dei media che coprono l’assalto al Congresso degli Stati Uniti da parte dei sostenitori di Donald Trump.

Il presidente dell’Istituto, il professor Tim Crook, ha dichiarato:

“I rivoltosi hanno inseguito giornalisti e distrutto attrezzature professionali per i media in scene spaventose condannate ampiamente come attacco e macchia alla democrazia.

Vogliamo lodare e rispettare il coraggio e la professionalità dei giornalisti che hanno riportato gli eventi a Washington DC e hanno consentito un dibattito aperto sulle implicazioni di quanto è accaduto”.

Le troupe dei media sono state costrette ad abbandonare l’area e fuggire mentre i manifestanti hanno fracassato le loro attrezzature.

 

Il professor Crook ha dichiarato:

“Trovo agghiacciante e terribile il filmato degli aggressori che fanno un cappio con il cavo di una telecamera e lo appendono a un albero”.

Questo fa parte di un modello spaventoso di attacchi e intimidazioni nei confronti di giornalisti che si occupano della politica statunitense e degli eventi pubblici negli ultimi tempi.

 

“Tutti i nostri membri sperano che questo finisca e gli Stati Uniti in futuro saranno un paese che rispetta la democrazia e il diritto dei giornalisti di riferire liberamente e in sicurezza”.

 

Betapress sposa l’etica del CIoJ

La linea editoriale di Betapress è sempre stata quella della ricerca della verità a prescindere dalla corrente politica che vuole governarla.

Abbiamo sempre agito nella perfetta etica giornalistica e questo è il motivo per il quale ci siamo trovati subito in linea con l’etica del Chartered Institute of Journalists.

Condividiamo pertanto le parole e allo stato d’animo del prof. Crook e diamo loro massima divulgazione parafrasando il suo messaggio

Tutti noi  speriamo che tutto questo finisca e tutti i paesi in futuro saranno in grado di rispettare la democrazia e il diritto dei giornalisti di riferire liberamente e in sicurezza

Grazie Presidente.

 

Sito dell’CIoJ 

 




Il senso dell’abbandono

Nella vita può capitare di essere abbandonati o di abbandonare, qualcuno, qualcosa, un luogo, sempre questo fatto, sia che sia voluto sia che sia subito, genera un senso di spiacevolezza, di tristezza, di inadeguatezza, di paura.

Questo perché il nostro organismo percepisce un cambiamento e reagisce, generando in noi una reazione che può assumere varie forme, dalla disperazione al disinteresse.

La tipologia di reazione dipende molto dal nostro vissuto e da eventuali richiami al nostro passato che questi eventi portano alla nostra memoria, spesso un abbandono infantile dimenticato può scatenarsi durante un abbandono nell’età adulta miscelando così nelle nostre reazioni un amarcord di difficile interpretazione.

Viene facile quando pensiamo all’abbandono ragionare in termini di perdita di una persona cara o di interruzione di un rapporto affettivo, in realtà uno degli abbandoni più pericolosi è quello dal lavoro.

Un licenziamento può generare un trauma  sociale molto forte perché la rottura di un rapporto amoroso ha una eco verso una persona, colei/colui che ha interrotto, nel caso di perdita del posto di lavoro l’eco si espande a livello sociale fino a far sentire l’abbandonato inadatto non tanto all’ex partner ma alla società tutta.

 Nell’abbandono, di qualsiasi natura esso sia, vi sono varie fasi che susseguono all’evento traumatico e che devono essere gestite con la massima attenzione per poter riequilibrare lo stato psicologico di chi ha perso qualcosa.

la prima fase è sicuramente quella dello stupore, molti la definiscono della negazione, ma credo che sia più giusto vederla come un momento di meraviglia, in cui la nostra mente non riesce a connettere il fatto ai suoi motivi, anche perché i motivi spesso non sono quelli dell’abbandonato ma dell’abbandonatore.

Da qui la sensazione di stupore che poi si trasforma in mancato riconoscimento dei motivi dell’abbandono e pertanto della loro negazione.

Questo è il momento più doloroso perché la nostra anima si rifiuta di credere e di razionalizzare un perché, quindi subentra un momento di panico emotivo che pochi riescono a gestire.

In questa fase conta molto poco gestire la persona cercando di spiegargli motivi o situazioni, la cosa migliore è portare l’individuo su un campo differente, in un certo senso allontanarlo dal suo sbigottimento e farlo vivere su argomenti più congeniali.

Nemmeno è utile sminuire l’abbandonatore perché ancora lo stesso riveste un ruolo fondamentale nell’abbandonato, ma è molto più importante in questa prima fase consolidare le caratteristiche dell’abbandonato riportando alla sua memoria le doti per le quali le persone lo stimano.

In coda a questa fase di stupore subentra la sottofase della negazione in cui tutto diventa senza senso perché quanto per l’abbandonato aveva valore nella relazione, qualsiasi essa sia (lavoro, sentimentale, affettiva), non è servito a mantenerla, di conseguenza la negazione del valore è un modo di difesa dalla perdita.

Proprio in conseguenza della perdita di valore subentra la seconda fase ovvero quella della rabbia o meglio del risentimento,

Questo risentimento si rivolge verso la perdita, ovvero l’ex partner, il datore di lavoro, il destino, dio, etc.

E’ proprio in questa fase che occorre una grande capacità di intervento per poter indirizzare la rabbia ed i sentimenti ostili verso un bersaglio neutrale, occorre scaricare a terra tutta l’adrenalina che la consapevolezza della perdita attiva nell’organismo.

E’ il momento delle grandi azioni, perché lo scatenarsi adrenalinico nel nostro organismo scuote mille altre emozioni contrastanti fra loro che innalzano il livello di astio nei confronti dei presunti oggetti della perdita.

In questa fase è fondamentale poter fare un intervento razionale ma soprattutto in grado di indirizzare la rabbia verso un qualcosa di tangibile, riconoscendo uno per uno i sentimenti scatenanti, identificandoli anche nella loro origine più profonda e permettendo all’individuo di convogliare la propria rabbia più verso il riconoscimento degli elementi scatenanti che verso il soggetto scatenante.

La gestione lucida di questa fase permetterà una serena consapevolezza.

La consapevolezza introduce le due fasi successive, il bisogno di trovare una quadra, una specie di tentativo di patteggiamento per riportare la situazione allo stato originario, è in questa fase che si fanno gli errori più comuni, telefonare continuamente, cercare un accomodamento, fare i fioretti o accendere le candele in chiesa, arrivando inevitabilmente alla fase della depressione.

La fase della depressione può essere quella definitiva, ovvero quella in cui il soggetto se non correttamente aiutato, trova un rifugio oscuro ma sicuro, rifugio nel quale il mix di consapevolezza e sensi di colpa ma anche la mancanza di soluzioni porta l’abbandonato a percorrere la strada della ricerca della privazione sensoriale, non si cercano più stimoli (che inevitabilmente generano ricordi), ci si estrania dal mondo e si cerca rifugio in quelli che definirei i beni stordenti, alcool, droga, evitando tutto ciò che faceva parte del mondo precedente, persone comprese.

In questa fase il ricordo di quanto perso diventa assoluto, perché rabbia e consapevolezza ci hanno fatto già bruciare tutto il brutto che abbiamo cercato per allontanare il dolore della perdita, quindi in questa fase diviene acuta la sensazione di mancanza.

Proprio in questa fase è necessario consumare tutto il dolore, fino a rimanerne esausti.

Solo così si potrà aprire l’ultima fase ovvero quella dell’accettazione.

Questa è una fase che richiede tempo ed è molto legata a come l’abbandonato è riuscito ad affrontare le prime fasi soprattutto quella della depressione.

L’Accettazione non elimina il dolore, lo mette solo al suo giusto posto incasellandolo ed archiviandolo, permettendo all’abbandonato di riprendere il suo percorso con un bagaglio esperienziale maggiore.

Quello che in tutte queste fasi sarà un elemento comune è il senso dell’abbandono, una sorta di emozione continua, un taglio dell’anima che rimarginandosi ci tiene vivi e che spesso è quello che ci aiuta a superare la fase della depressione.

Il senso dell’abbandono è qualcosa di concreto che entrerà a far parte del nostro bagaglio emotivo, un importante imprinting che la nostra intelligenza emotiva saprà gestire nei casi successivi spesso portandoci a mediare in situazioni simili o a trovare soluzioni differenti.

Il senso dell’abbandono è il vero valore che ci rimane dopo un lutto, la perdita di un amore, la perdita di un lavoro o simili.

Il senso dell’abbandono è il vero valore, perché permette di continuare liberamente e senza alcun velo a pensare ad un amore, ad una persona cara, ad un’esperienza vissuta tenendo tutto come patrimonio del cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Covid19 = aumento della depressione




Manuale degli aiuti umanitari

 

Alex Manini, novarese di origini, ma cittadino del mondo, nel vero senso della parola, è il Presidente dello IEMO (International Emergency Management Organization).

Alex Manini ha compiuto 38 viaggi in Africa, non per piacere, ma per dovere, se così si può dire.

Sì, perché Alex Manini ha un dovere categorico che lo pervade, quello di aiutare gli altri, ma nel modo giusto.

Pretesa? Sfida? Obiettivo?

Di sicuro impegno sociale, oserei dire missione esistenziale.

Basti dire che ora Alex Manini è autore del Manuale degli Aiuti Umanitari, edito da C.C.Editore.

Un manuale, il primo nel suo genere, a livello internazionale, redatto in tre lingue, inglese, francese, italiano.

Una guida pratica che unisce le best practices alla base della raccolta, dell’invio e dell’erogazione degli aiuti umanitari con la classificazione, analitica e dettagliata degli attori umanitari.

Un compendio dal preciso intento di stimolare le migliori istanze solidaristiche e di carattere etico-sociale.
Un manuale operativo per rendere efficaci ed efficienti gli aiuti umanitari.

Ma anche un libro che abbatte antichi pregiudizi tra paesi ricchi e paesi poveri.

Un testo pioneristico che scardina illusorie certezze di paesi “buoni” e paesi “cattivi”, un manuale per agire e reagire nella selva oscura della solidarietà internazionale.

Questo manuale propone una check list in 100 punti e diventa il primo tentativo, al livello internazionale, di razionalizzare l’invio di generi umanitari, rendendoli accessibili a chiunque.
Particolarmente studiato ed utile ad associazioni, ONG e singoli benefattori, è per noi di betapress, una certezza: siamo sicuri che stimolerà il settore degli aiuti umanitari, a favore dei molteplici scenari di emergenza, attualmente in rapida crescita.

 

Come redazione, abbiamo avuto l’onore di conoscere di persona Alex Manini, abbiamo avuto la soddisfazione di leggere nei suoi occhi quella luce di chi guarda oltre e di chi vede prima.

 

Betapress- Presidente Manini, ci parli un po’ di lei e del Manuale degli Aiuti Umanitari, recentemente pubblicato da Currenti Calamo Editore

 

Manini- Grazie, Dottoressa, sono molto lieto di aver scritto il Manuale degli Aiuti Umanitari, appositamente studiato per Associazioni di volontariato e solidarietà internazionale, ONG, (Organizzazioni Non Governative) e gruppi di cittadinanza attiva e solidale.

E’ il primo Manuale divulgativo presente oggi sulla scena mondiale, che consente di effettuare un’efficace ed efficiente operazione umanitaria, grazie ad una check list di 100 punti, che se supportate e seguite portano al compimento di un’operazione umanitaria capace di ridurre le necessità immediate di collettività estere svantaggiate

 

Betapress- Da dove nasce la sua esperienza nel settore?

 

Manini- Il manuale nasce dall’esperienza dello IEMO (International Emergency Management Organization) che presiedo dalla sua istituzione, nel 2006.

 

Betapress- Quanti viaggi ha compiuto nel continente africano?

Manini- Parecchi, almeno due volte all’ anno vado in Africa, la conosco praticamente tutta.

Questa esperienza dello IEMO mi ha portato a compiere 38 viaggi in Africa.

E’ da questi viaggi che non sono dei semplici soggiorni nelle capitali, ma diventano dei veri e propri itinerari nei villaggi, che prendiamo lo spunto per trattare un argomento ancora molto attuale: come effettuare degli aiuti umanitari in modo corretto e efficace

 

Betapress- Ma gli Aiuti Umanitari, servono ancora in un mondo così globalizzato?

 

Manini- Gli Aiuti Umanitari servono, eccome, e servono laddove ci sono fenomeni di marginalizzazione.

Gli aiuti umanitari non devono però scendere “a pioggia” su tutto un territorio, ma devono essere mirati alla riduzione della marginalizzazione esistente in determinati punti e fasce sociali di quel territorio.

 

Betapress- Cioè aiuto umanitario come lotta alla marginalizzazione?

 

Manini- L’obiettivo di un valido aiuto umanitario è infatti quello della riduzione della marginalizzazione di collettività connotate da esclusione, povertà, isolamento e discriminazione.

 

Betapress- Quali sono gli aiuti umanitari più ricorrenti?

 

Manini- E’ proprio nell’ ottica di ridurre la marginalizzazione che si giustificano ancor oggi gli aiuti umanitari tradizionali, quali vestiario, cibi e medicinali, pur in un’epoca globalmente interconnessa in campo internazionale.

 

Betapress- Allora gli aiuti umanitari servono, ma non possono rappresentare una forma di assistenzialismo?

 

Manini- Gli Aiuti umanitari servono, ma non possono e non devono rappresentare, nella nostra visione, alcuna forma di assistenzialismo o espressione di futile buonismo.

Gli aiuti umanitari sono elementi basilari per la vita e la sussistenza di coloro che non vengono raggiunti dalle grandi correnti del commercio internazionale.

Attenzione a questo dato: nella realtà, sono ancora molti, circa 800 milioni gli individui situati nelle periferie delle metropoli, nei luoghi di guerra. 800 milioni le persone in balìa di conflitti che vivono nelle aree neglette e abbandonate, soprattutto in zone rurali e nei cosiddetti Paesi in Via di Sviluppo.

 

Betapress- Il suo manuale è in tre lingue, vero?

 

Manini- Proprio per essere fruibile nel maggior numero di paesi possibili, il mio Manuale degli Aiuti Umanitari è trilingue, in Italiano, Inglese e Francese.

 

Betapress- Quali sono i targets (destinatari) degli aiuti umanitari?

 

Manini- Gli Aiuti Umanitari toccano targets che altrimenti non verrebbero beneficati dai loro stessi sistemi/paese.

Gli aiuti umanitari devono raggiungere quegli individui che sono nascosti nella loro marginalizzazione.

Nascosti o di fatto, o volutamente occultati dal loro governo politico.

Gli Aiuti Umanitari vanno a porsi come alternativa alla mancanza cronica e totale di beni e servizi vitali.

 

Betapress- Qual’ è un bene prezioso, oltre l’acqua e il cibo?

 

Manini- Alcuni medicinali essenziali, per noi banali.

Pensiamo ai disinfettanti: una semplice piaga, come quella che vedete nella foto, é degenerata in un’infezione che può portare alla morte per setticemia: la presenza e l’accessibilità in loco di questo particolare tipo di bene-salvavita (il disinfettante appunto) testimonia come si possano salvare vite umane con sistemi semplicissimi, a patto però di disporne”.

 

A questo punto, il Dr. Manini mi mostra una serie di foto che non lasciano ombra di dubbio a proposito della assoluta, urgente, improrogabile necessità di aiuti umanitari pilotati, gestiti e controllati in modo sistemico.

Adesso, forse, inizio a capire il valore del suo manuale ed il perché della sua check list.

Adesso, forse, mi convinco che aiutare significa mirare a colpire il bersaglio della marginalizzazione e che per fare questo bisogna davvero seguire il suo percorso a tappe, superando non pochi ostacoli doganali, raggiri politici, escamotages, e chi più ne ha, più ne metta…

 

Grazie, Dr. Manini per il suo impegno sociale, il suo coraggio di dire, ma soprattutto per la sua coerenza nel fare e nel vivere una vita di Aiuto Umanitario.

Ed un invito ai nostri lettori, andate di persona a leggere il Manuale degli aiuti Umanitari.

Si tratta di una buona lettura per chi vuole informarsi per sapere come realmente stanno le cose, ma è anche un prezioso manuale di formazione per chi vuole aiutare, e di supporto per chi già opera nel campo.

Per andare incontro ad un mondo migliore, o per lo meno, per lasciarci alle spalle un po’ di povertà economica e di miseria sociale.

 

NOTA DEL DIRETTORE:

Il tema degli aiuti umanitari non può essere affrontato senza alcune note che mi permetto di scrivere in calce al bel lavoro di Antonella che ci illustra l’altrettanto ottimo lavoro del dott. Manini.

Gli aiuti sono purtroppo oggi anche fonte di dolorose considerazioni da fare obbligatoriamente ed anche, se mi si permette, con coraggio.

Quante volte, moltissime, gli aiuti umanitari non raggiungono la loro destinazione ma vengono bloccati alle varie frontiere, fatti scadere e buttati o peggio sequestrati dalle varie milizie terroriste che poi li utilizzano per le loro attività.

Quante volte questi aiuti vengono in realtà usati come merce di scambio o peggio ancora come  vigliacchi rifornimenti alle frange violente nei territori della martoriata Africa.

Spesso inoltre alcuni governi utilizzano gli aiuti umanitari bloccandoli alla frontiera come merce di scambio con i vari signori della guerra locale.

Inoltre gli aiuti umanitari spesso non sono visti come un elemento strutturato di uno stato ma solo come elemosina momentanea, pertanto di scarsa efficacia.

 

 

 

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Natale in solitaria

E’ stato un Natale snaturato, amputato, un Natale senza fiocchi.

Eppure, mai come quest’anno, senza ninnoli e senza fronzoli, abbiamo fatto i conti di chi ci è vicino, anche se lontano, di chi ci abita dentro, anche se non lo vediamo, di chi è vivo, ma è come se fosse morto e di chi è morto, ma è come se fosse vivo.

Soprattutto abbiamo raggiunto la consapevolezza di chi ci può davvero mancare e di che senso ha festeggiare.

Ho superato il mezzo secolo di vita, quanto basta per aver visto sfumare la poesia dei miei sogni di bambina, ma non ancora abbastanza per raggiungere la saggezza e l’equilibrio di certi anziani che stimo.

Sono uno spirito libero ed adoro viaggiare.

Sin da ragazza, tra Natale e Capodanno, partivo per un’altra avventura, immergendomi in usi e costumi locali, spesso esteri.

Non è quindi così strano per me essere lontana dai miei cari il giorno di Natale, quelli seguenti e a Capodanno.

Eppure questa volta è tutto diverso.

Sono mesi che non ci si vede, se non tramite gli schermi dei cellulari, e non ci si abbraccia.

Questa volta, stare lontani non è una scelta e rende tutto differente.

Dall’ultima volta che ci si è visti sono successe tante cose.

In mezzo ci sono persone care che sono venute a mancare, la paura di essere contagiati, i giorni in attesa di sapere se gli amici che avevano contratto il virus stessero bene.

Ci sono i timori per come andranno i prossimi mesi, gli interrogativi su quanto ancora dovremo aspettare prima che la situazione cambi.

La libertà di scelta, la libertà di muovermi mi manca, terribilmente.

Così come mi manca viaggiare, perché è parte del mio modo di vivere, del mio modo di rapportarmi al mondo e agli altri.

So bene che è un sacrificio necessario e lo faccio con la consapevolezza che è fondamentale.

Non mi lamento, ma ci penso.

Penso ai miei genitori che vivono solo al di là del “confine regionale”, che prima neanche mi accorgevo ci fosse un confine, mentre ora è come se ci fosse un muro.

Sono a meno di un’ora da me e sembrano lontani come quando ero all’estero. 

Penso agli amici sparsi in altre parti d’Italia e del mondo, che non vedo da tanti mesi e non so quando rivedrò.

Sono abituata alla distanza, alle persone care lontane da me – gran parte dei miei amici più stretti vivono in altri città o paesi -sono abituata a vivere il “Natale” in posti strani dove magari non si festeggia come qui.

Ma questa volta, è un Natale diverso da tutti gli altri e mi pesa, sono sincera. 

Mi mancano gli abbracci, le piccole tradizioni che, seppur spostate di qualche giorno, si ripetevano ogni anno.

Mi mancano e mi mancheranno i viaggi, come pure quella spensieratezza che accompagnava quei giorni.

Sono lontana dai miei cari e continuerò a starci nella convinzione che sia la cosa più sensata.

Ma non posso e non voglio far finta di niente, perché questa pandemia ha sconvolto tutto e dobbiamo dare forma e parole ai sentimenti per poterci convivere e non farci logorare.

Perché l’emergenza iniziale è stata una tempesta arrivata all’improvviso con una forza disumana, ma questa seconda fase per molti aspetti sta diventando ancora più faticosa, perché c’è il trauma e il ricordo di quanto vissuto da marzo, perché l’incertezza e l’imprevedibilità ci accompagnano giorno dopo giorno.

Difficile, se non impossibile, fare progetti.

Vivere con la paura di una terza fase può diventare paralizzante.

 

Eppure, in questi giorni, ho capito il potere e l’eccezionalità della libertà.

 

Questo Natale amputato ha fatto germogliare in me tutti quei pensieri che costantemente mi accompagnano da mesi e mi ripetono quanto siamo privilegiati.

Perché ora non ci sentiamo liberi (anche se poi possiamo fare un sacco di cose), ma lo siamo stati fino a marzo e per un po’ anche d’estate.

Salvo imprevisti, torneremo ad esserlo fra qualche mese.

 

Ma c’è chi non lo è, non lo è mai stato e forse in questa vita non lo sarà mai.

Non mi sono accorta solo ora della loro esistenza, non ho sviluppato solo in questi giorni questa consapevolezza e chi mi conosce lo sa.

 

Eppure, solo ora, capisco il potere, il privilegio, l’onere e l’onore della libertà in cui sono nata e cresciuta.

 

Per qualcuno possono essere frasi retoriche, ma non credo lo siano.

 

Perché in fondo penso che non ci rendiamo mai veramente conto di quanto siamo fortunati a vivere in questa parte di mondo, in un paese che seppur con tanti, tantissimi limiti, è una democrazia.

Perché forse non ci soffermiamo mai abbastanza su cosa voglia dire essere bianchi, vivere in salute, avere un passaporto come il nostro.

 

Sono cose che forse già sapevo, ma che il covid mi ha sbattuto in faccia con forza.

Sono cose a cui da marzo penso e ripenso continuamente.

Vorrei che ci riflettessero di più anche altre persone (e non mi dilungo su chi, perché è scontato e sono già oltre la lunghezza sopportabile per un articolo).

Ma non sono sicura che ciò accadrà: questa pandemia ci ha sconvolti, ci ha cambiati, eppure su molti aspetti e posizioni non ha avuto impatto, nonostante gli slogan iniziali secondo cui ne saremmo usciti migliori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lettera di una Professoressa a Babbo Natale

La libertà di stampa




Morgione: poesia anticovid.

Siamo onesti. Sono giorni, sono anni difficili.

Niente e nessuno è più come prima.

Solo e sempre problemi.

Una domanda sorge spontanea di questi tempi:

dov’è finita la poesia? O, ormai, c’è rimasta solo la prosa?

Noi di betapress pensiamo che, mai come in questo periodo, ha ancora senso scrivere e parlare di poesia.

Anzi, solo un’anima poetica, intimamente innamorata della vita, può cercare un senso, dare un volto, incapsulare in curve d’ inchiostro quest’ aborto di vita che stiamo vivendo da quasi un anno.

Siamo andati ad intervistare Ulisse Morgione, un poeta che ha appena pubblicato la sua prima raccolta di poesie “La cura del liutaio” edito dalla Currenti Calamo Editore.

Ed abbiamo scoperto che un poeta può partorire poesie stupende anche ai tempi del covid, precisamente nei giorni del primo lockdown:

“In questa lontananza

non mi mancano – uomo –

i tuoi bagliori fatui

i gesti grevi

l’andirivieni scaltro

le condizioni che mi poni

per essere altro da ciò che sono.

Mi manca il grano verde

la fioritura dei papaveri

le costellazioni dei ciliegi

le mani giunte e tiepide dei tulipani

la scorza dei limoni

il biancospino cresciuto sui cancelli

che darà a nessuno, temo, la sua essenza.”

 

Questa poesia è stata scritta nell’aprile di quest’anno, durante il primo lockdown.

Giorni in cui la lontananza dal mondo e l’isolamento sociale, ci hanno fatto rimpiangere non la frenesia umana, la diplomazia sociale, la falsità collettiva, ma la meraviglia del creato, i colori, i profumi, le emozioni visive, olfattive, tattili della natura…

Solo un poeta può sbucciare la realtà e portarci al nocciolo della questione.

Per esempio, dare voce e volto a questa fame di amore profuso solo dalla natura.

Ed allora abbiamo voluto ricaricarci dentro e conoscere di persona chi può aiutarci a volare sopra gli affanni quotidiani di questi giorni snaturati.

 

Betapress- Buongiorno Ulisse, complimenti di cuore per le tue poesie. Partiamo un attimo dalla tua vita.

Quali eventi significativi hanno avuto maggior impatto emotivo nella tua anima poetica?

 Morgione-Tra gli eventi biografici significativi, c’è sicuramente la morte prematura di mio padre avvenuta quando avevo 20 anni, un lutto tardivamente elaborato, uno strappo esistenziale su cui, a distanza di quarant’anni, ancora scrivo.

Tra i tanti accadimenti della mia vita, posso citare i miei spostamenti: dalla Calabria dove sono nato e vissuto fino a 19 anni, alla Toscana, terra certamente d’elezione per me, il cui paesaggio è l’unico nel quale posso ritrovare me stesso e tendere all’armonia.

Infine Napoli dove vivo da 20 anni, con le sue potenti contraddizioni, le sue lusinghe e i suoi strazi.

 

Betapress- Ulisse, che valore ha la poesia nella tua vita?

 

Morgione-La poesia è una costante della mia vita, sia come fruitore che come autore.

Mi sono sempre accostato ad essa con molta soggezione e infinita curiosità.

 

Betapress- La poesia è inizio o termine di una ricerca interiore?

 

Morgione- Ho imparato, da lettore innanzitutto, che la Poesia è un’Intenzione, è il principio di una strada, il desiderio di scoperta.

La Poesia non ha risposte, ma aiuta a farsi le domande, interrogarsi sul mondo e su sé stessi.

 

Betapress- Le domande esistenziali avvicinano la poesia alla filosofia?

 

Morgione-La poesia non è filosofia, è metafora e come tale deve avere la capacità di evocare, di decollare dalla pagina scritta ed approdare in quello spazio tra conscio e inconscio, dove teniamo in segreto le nostre vite.

La poesia è un dialogo, un alter ego che non mente e se lo fa è perché glielo concediamo.

 

Betapress- La tua raccolta è intitolata “La Cura del Liutaio”, perché?

 

Morgione- “La cura del Liutaio” è un verso di una mia poesia e dà il titolo alla raccolta perché esprime il mio proposito umano e professionale.

Questo titolo vuole essere evocativo, vuole richiamare un mestiere di alto profilo artigianale come quello del liutaio.

Il liutaio con lentezza, sapienza e passione, si prende cura di uno strumento danneggiato che non risuona come dovrebbe o ne costruisce uno nuovo partendo dal legno, con infinita maestria e pazienza. 

Ognuno di noi dovrebbe cercare di essere artigiano della propria vita.

Ed il poeta è l’artigiano del verso che va cesellato, levigato, lucidato infine fino a risplendere.

Perché la vita, nella poesia, possa risplendere, anche nei momenti più bui

 

Betapress- Quando sono state scritte queste poesie?

 

Morgione- Nella raccolta ci sono poesie scritte negli ultimi 5 anni, ma che spaziano nella mia biografia per più di quarant’anni.

 

Betapress- Durante la giornata, esiste un momento privilegiato per scrivere una poesia’?

 

Morgione- Sì, sovente una poesia germoglia tra il sonno e la veglia, i primi versi scaturiscono sulla linea di confine tra il conscio e l’inconscio.

 

Betapress- Nelle tue poesie ci sono dei temi ricorrenti?

 

Morgione-Tra i temi a me più cari, sicuramente, posso citare

la Natura nel suo compiersi ostinato e salvifico.

Ma anche la Durata come aspirazione e fonte al contempo di delusione inevitabile, vista la precarietà dell’essere.

Ne deriva un tornare nel tempo, un ripercorrere il bordo delle fratture che la Discontinuità dei luoghi e delle persone 

mi ha creato.

Infine potrei citare una tensione all’Immanenza, al mistero del creato e a quella lucida consapevolezza che esistere è solo una “tentazione”, per citare E. Cioran.

In fondo la poesia e l’uomo sono sul limite, sul varco, sulla rottura dell’”anello che non tiene “.

Un passo al di qua della linea d’ombra”.

 

Ed allora, un invito ed un augurio ai nostri lettori.

Un invito a guardare oltre i fatti, dentro le cose e dietro le apparenze, perché questo ci rende uomini liberi.

Ma anche un augurio.

Perseguire questo nostro intento conoscitivo della realtà, non con lucido cinismo e sterile pragmatismo.

Percorrere la vita come fanno i poeti, danzando sotto la pioggia, riannodando i fili, dipingendo il buio, cogliendo in attimi di folgorazione fulminea quel “preludio onirico di paradiso”.

Grazie Ulisse, perché le tue poesie ci aiutano a riprendere quota in questi giorni di male di vivere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Autolesionismo e tagli nell’arte

Un fenomeno del quale si parla molto in questo periodo è l’autolesionismo. 

Sembra che l’autolesionista non intenda distruggere completamente il suo corpo, ma usi il dolore fisico per gestire meglio quella che è una sofferenza psichica.

Con la pelle si comunica ed è la pelle a svolgere una funzione di contenimento nell’ammortizzare quelle tensioni che provengono sia dall’ambiente esterno sia dal mondo interiore.  

Secondo Freud la pelle può essere configurata come una superficie di inscrizione del senso e così si esprime nel suo testo del 1923 “L’Io e l’Es”:

“L’Io è in definitiva derivato da sensazioni corporee, soprattutto dalle sensazioni provenienti dalla superficie del corpo. Esso può dunque venir considerato come una proiezione psichica della superficie del corpo…”

Secondo Charmet molti giovani si sentono inadeguati e reagiscono a ciò con modalità differenti.

Vi sono gli autolesionisti che attaccano e manipolano il proprio corpo nel tentativo di ferirlo, inciderlo e scottarlo. 

Un’altra categoria è quella dei cosiddetti ritirati sociali che sono spesso dipendenti anche da Internet.

Assistiamo in quest’ultimo caso al ritiro dalla scuola e dal gruppo dei pari.

Il loro rifugio diviene la stanza.

Nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali denominato DSM-5, rileviamo che per autolesionismo intenzionale (Deliberate Self-harm – DSH) o autoferimento intenzionale (Self-injury Behaviour – SIB) si intende un comportamento che causa un danno o una lesione al proprio corpo o ad alcune parti di esso ed è contrassegnato da intenzionalità, ripetitività, assenza di intento suicidario, aumento della tensione e sensazione di sollievo successiva alla messa in atto dell’agito autolesivo.

È stato osservato come tale disturbo sia prevalente nella fascia d’età compresa tra i 12 ed i 14 anni.

Inoltre, le modalità autolesive più frequentemente utilizzate sono il tagliarsi, il bruciarsi, lo scarnificarsi, il mordersi, l’interferire con il processo di cicatrizzazione delle ferite, l’inserirsi oggetti sotto la pelle e sotto le unghie.

Anche nel mondo dell’arte sono stati spesso presenti comportamenti  autolesionistici.

Possiamo citare come esempio Gina Pane, artista francese della Body Art nata nel 1939 a Biarritz e morta nel 1990 a Parigi, famosa per aver realizzato performances procurandosi tagli sul corpo con pezzi di vetro e lamette fino a ricoprirsi di sangue e a sperimentare un intenso dolore mescolato ad un piacere assimilabile a quello provato dall’autolesionista.

Tra le sue performances ricordiamo “Psyché” del 1974 in cui infierisce sulla pelle producendo quattro tagli disposti a forma di croce intorno all’ombelico.

È evidente che l’artista intende l’arte come un’esperienza esistenziale basata sul dolore fuso con il piacere. Ella comunica questa sua sensazione in maniera immediata ed efficace ad un pubblico esterrefatto e stupito per il gesto compiuto.

Invece, un artista che comunica sul piano del simbolico la tematica dell’autolesionismo è Lucio Fontana che divenne celebre per i suoi tagli su tela.  

I suddetti tagli, realizzati minuziosamente e con estrema precisione, sono posti uno di fianco all’altro e segnano l’opera con ricercati effetti di luce.

Essi possono essere interpretati come ferite o squarci assimilabili a quelli dell’autolesionista ed in quest’ottica possiamo sostenere che Fontana utilizza la tela come se fosse pelle.

Il quadro diviene così per l’artista estensione del proprio corpo.

Sia per l’artista sia per l’autolesionista il taglio assume la valenza di superamento di un limite.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’arte come compensazione della disabilità fisica