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LORO 2: la corazzata kotiomkin.

Loro, l’epilogo tra le macerie del terremoto del racconto sorrentiniano

Bastano la prima e l’ultima scena della seconda parte del film Loro per dare il senso dell’intera opera e rimettere in fila i pezzi significanti della narrazione cinematografica di Sorrentino.

La seconda parte di Loro si apre con il dialogo tra Silvio e Ennio che lodano le rispettive capacità di saper persuadere la gente e vendere sogni alle persone. Dal dialogo nasce l’idea per riportare Silvio al centro della scena politica italiana, quella di comprare 6 senatori della sinistra e far cadere il governo per andare a nuove elezioni

Il film termina con una scena quasi religiosa e che rende omaggio alla Dolce vita di Fellini: una folla disperata e addolorata, immersa in una oscurità quasi medioevale ed in un silenzio metafisico assiste all’opera di recupero, attraverso una gru, di una statua del Cristo morente dall’interno di una chiesa sventrata dal terremoto dell’Aquila.

La sequenza fonde insieme due eventi tragici e comunica un senso di disperazione e  di sgomento che sintetizza il messaggio finale del film.

La statua che viene spostata mentre è appesa ad una gru ricorda la scena del trasporto volante nella Dolce Vita e genera un immediato accostamento tra la dolce vita felliniana e la finta vita berlusconiana.

Mentre nella dolce vita spiccava nei diversi personaggi l’ansia dovuta alla mancanza di autenticità della propria esistenza ed al bisogno di recuperare modelli di riferimento ideale a cui tendere che nel film erano indicati in modo netto, nella finta vita del Berlusconismo, fatta di sogni consumistici e di esteriorità, di distopie e di disvalori, di sostituzione del consumo dei beni al valore dei sentimenti umani, di egoismo ed edonismo i comportamenti di Silvio e della sua corte non compaiono come frutto di devianza dal bene e dal giusto, ma come nuovi codici morali autofondati, sia perché non generano reazioni di ansia o insostenibilità ma totale e indiscusso compiacimento, sia perché manca qualsiasi contrapposizione, anche solo sfumata, ad un modello totalmente altro.

La vita autentica, secondo il Silvio pensiero rappresentato nel film, è proprio questa e la sua missione, da uomo di affari prima e da leader di governo poi, è di permettere a più italiani possibili di sognarla prima (ruolo perfettamente svolto dalle sue televisioni commerciali) e di riuscire a viverla subito dopo.

Anche se il regista non rappresenta alcuna forma di riprovazione nè contrapposizione di modelli alternativi esprime, tuttavia, con immagini e con una metafora potentissima dove questa filosofia ha condotto la società italiana e le persone; il berlusconismo è associato nelle ultime scene del film ad un terremoto devastante che distrugge una intera comunità ed i valori su cui era fondata, primi fra tutti quelli del cristianesimo (irriso anche con una barzelletta nel corso della cena con le Olgettine nella Villa in Sardegna) e dei valori civili di onestà e di rettitudine morale per i quali tanti italiani hanno lottato con sacrifico anche estremo durante e subito dopo la guerra.

Ugualmente frana la finta vita privata di Silvio, incentrata sulla forza della persuasione e della manipolazione, che lo porta al definitivo fallimento del suo rapporto con Veronica, qui usato come metro di misura della sua autenticità di uomo.

La scena della resa dei conti tra i due mette a nudo la infondatezza dei racconti ideologici che Silvio ha sempre propinato alla società italiana (il mito del self made man, del creatore di ricchezze e di benessere per tutti e così via) così come il vuoto morale ed etico del Berlusconismo è espresso da una frase pronunciata da Paolo Spagnuolo che definisce Silvio un ruscello che scorre e porta freschezza.

Come già detto nel primo articolo, manca nel film qualsiasi riferimento al terzo soggetto, il Noi, che pure ha avuto un ruolo non secondario nel permettere tutto ciò e che forse è nascosto soltanto nel lungo piano sequenza conclusivo sui volti dei pompieri affaticati che estraggono il Cristo dolorante dalle macerie. Solo a Noi può spettare un’azione di riscatto e di ribellione contro quel mondo rappresentato che a molti di noi fa sempre più schifo

 

 

 

 




I Figli della Notte

 

L’esordio alla regia di Andrea De Sica, figlio del compianto Manuel e nipote del grande Vittorio, con il film “I figli della notte”, unico film italiano in concorso al 34° Torino Film Festival, è autoriale e audace e riesce a fondere insieme con abilità e tensione narrativa costante generi diversi, che spaziano dal romanzo di formazione al thriller.

Il film, uscito in distribuzione solo in una trentina di sale, racconta l’esperienza di due rampolli benestanti della borghesia imprenditoriale italiana che, contro la loro volontà, vengono iscritti in un collegio prestigioso ed austero, che ha il fine di preparare la nuova classe dirigente con metodi duri e militareschi per sfornare  manager disumanizzati e pronti ad esercitare senza esitazioni il cinismo che il loro ruolo nel mondo esigerà.

Giulio, molto più compatibile e predisposto alla vita che il sistema degli adulti sta preparando per lui, viene subito attratto da Edo, molto più fragile e ribelle, confuso e tormentato dalle scelte da compiere nella propria vita.

Insieme si oppongono al bullismo ed ai metodi formativi della scuola e cominciano a frequentare di notte un bordello avvolto da atmosfere gotiche ed horror, comunque sotto il controllo vigile del “grande fratello” del collegio a cui nulla sfugge, impersonificato dall’educatore Mattias, che “non li spia, ma impara a conoscerli”.

Il film si apre con due inquadrature molto originali ed anticipatorie dello sviluppo narrativo e drammaturgico della trama, perché svelano sin dall’inizio il continuo e sotterraneo contrasto tra gli opposti valoriali sul quale il film è costruito, reso cromaticamente con il continuo alternarsi di luce e oscurità.

La prima inquadratura è inondata di luce bianca ed in un angolo fuori centro compare sfuocato il volto di Giulio, uno dei due protagonisti.

La seconda, immersa nell’oscurità, lo riprende di nuca mentre parla con la madre che lo saluta, madre che non compare mai nel resto del film e di cui ogni tanto si sentirà la voce.

Il dissidio centrale sul quale il film si sviluppa è rappresentato dal dramma della scelta che ogni adolescente si trova a vivere quando si affaccia sul liminare della vita adulta: accettare il ruolo che la società degli adulti sta preparando per lui ed i necessari compromessi tra aspirazioni ideali e sogni ed il cinismo che sarà richiesto della vita reale o scegliere una via di fuga, anche quando il prezzo della fuga può essere molto alto? Non è forse un dilemma che, in forme diverse, si presenta nella vita di ciascuno, non solo nell’adolescenza?

Man mano che il film va avanti le scelte ed i comportamenti dei due protagonisti divergono progressivamente fino a rappresentare quasi i due poli opposti di scelte esistenziali tra coraggio e viltà, tra fedeltà romantica ai propri ideali e pragmatismo opportunistico, tra altruismo ed egoismo, tra individualismo e massificazione acritica, tra accettazione rassegnata del proprio destino e fuga a qualsiasi costo.

Un punto di forza del film sta nella rottura delle attese che provoca nello spettatore, perché esso non prende posizione, non esprime alcun giudizio etico o morale sui fatti che racconta e sui diversi comportamenti dei due protagonisti.

Un punto di debolezza si trova, invece, nel fatto che lo sviluppo narrativo è reso meno lineare dall’inserimento improvviso di elementi di parapsicologia, che ricordano le atmosfere stranianti di Lynch, che confondono la comprensione del comportamento di Edo e del significato del suo gesto finale, che sembra dettato più da disturbi psichici che dal suo senso di ribellione.

Giulio, invece, alla fine rappresenterà il “prodotto migliore” del collegio e sorprenderà lo spettatore nella parte finale del film con un comportamento scaltro e spiazzante, ma complementare ed opposto rispetto a quello del suo coetaneo, rivelando la sua vera natura, già irrimediabilmente corrotta dal fascino del denaro e del successo sociale, al quale vende la propria anima senza particolari lacerazioni interiori.

La regia del film riesce ad esprimere con le immagini sia la sospensione di giudizio etico e morale che il film lascia irrisolto sia la diversità di sensibilità, di valori e di destino dei due protagonisti attraverso l’alternanza tra luce ed oscurità, tra i campi lunghi della natura alpina ed i primi piani dei protagonisti senza profondità di campo,  tra la musica straniante (composta dal regista) ed i pezzi solari (Vivere, Ti sento), tra la location del collegio (un albergo dismesso immerso in una valle alpina) e gli interni geometrici e nevrotici dei corridoi (il riferimento a “Shining” è evidente)

Nel complesso un film bello e da vedere, soprattutto per riflettere sui cambiamenti della società degli ultimi 50 anni e magari per domandarsi in che rapporto siano I figli della notte di Andrea De Sica con La mejo gioventù di Marco Tullio Giordana.

 

Stefano Delibra Critico Cinematografico di Betapress




Loro 1, Noi 50.000.000

Loro 1, ovvero Lui e Loro, ma che colpa abbiamo Noi?

E’ appena uscito nelle sale la prima parte dell’ultima fatica di Paolo Sorrentino, Loro 1, dedicato a Berlusconi ed al sistema di potere e di valori che tramite lui è cresciuto nella società italiana, eutrofizzando il sistema precedente.

Sarà seguito da Loro 2, nelle sale a partire dal 10 maggio. Tra il cast Toni Servillo, già interprete di Giulio Andreotti nel film il divo, Fabrizio Bentivoglio, interprete di un ministro appassionato di poesia non ancora identificabile, Riccardo Scamarcio, che interpreta un imprenditore barese, Elena Sofia Ricci nella parte di Veronica Lario e Kashia Smutniak nella parte della escort prediletta del Cavaliere.

Molti critici hanno già espresso una certa delusione per la prima parte, che si riferisce al periodo del 2006 dopo la sconfitta alle elezioni, anche se prima di dare un giudizio compiuto sul film occorre necessariamente vedere anche la seconda, dedicata, invece al periodo successivo.

Loro 1 è dedicato per la prima ora, dei 105 minuti di durata, al meccanismo di fioritura e di sviluppo del sottobosco di cortigiani o aspiranti tali, che anela ad attecchire alla corte di Berlusconi e dei potenti e da qui ad innervare i luoghi di circolazione del denaro pubblico e degli affari.

Il meccanismo preferenziale di selezione della classe cortigiana, sembra essere, secondo il regista, quello di accreditarsi come miglior fornitore di ragazze disponibili, di quelle “figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica”, come battezzate pubblicamente dalla ex moglie Veronica Lario all’indomani delle cronache sulla partecipazione di Silvio alla festa dei 18 anni di Letizia Noemi.

L’obiettivo del cortigiano è sfacciato: cambiare il corso di una vita destinata all’insignificanza economica  entrando nei favori di Silvio o del potente di turno (nel film ne viene ritratto uno che si fa chiamare addirittura “Dio” ma la cui identità non è svelata) per ricevere in cambio “utilità” ed “influenze” da spendere nei fenomeni di affarismo senza scrupolo, di prevaricazione negli appalti, di sfruttamento del denaro pubblico per fini di arricchimento personale, nel totale disprezzo della legalità, dell’interesse comune e delle forze sane della società.

Le scene di sesso di questa prima ora del film sono esplicite e ridondanti, spesso meccaniche e compulsive e assumono, in realtà, la forma di un metalinguaggio cinematografico che comunica il drammatico deserto esistenziale dei protagonisti, la loro nullità umana, il cedimento morale di una intera classe dirigente e di una parte della società che si adegua senza alcuna resistenza alle nuove scorciatoie per il successo.

Emblematico e patetico appare in questo senso il comportamento di Tamara Morra, moglie di Sergio Morra, l’imprenditore tarantino che nel film ricorda Giampaolo Tarantini, che prova a resistere alle avances di Santino Recchia, un politico molto vicino a Berlusconi (nella seconda parte scopriremo forse chi è, in questa non è chiaro) gridando che non ha mai tradito suo marito.

Se è vero che il cinema è come uno specchio in cui scorrono riflessi aspetti della nostra vita che scatenano   un immediato confronto con noi stessi la domanda che esplode prepotente è se sia fiction o realtà, se quello che vediamo sullo schermo è la rappresentazione del brodo di coltura del decadimento ormai irreversibile della società italiana oppure se sia frutto della fantasia esagerata di un regista che ci ha abituato a sorprese di ogni genere.

Purtroppo quasi subito le sinapsi si attivano ed uniscono i puntini delle tante offese all’intelligenza propinate all’opinione pubblica e stratificate nella memoria singola e collettiva (da Ruby rubacuori alle Olgettine, dalle risate sui morti del terremoto dell’Aquila alle corruzioni dei giudici, ecc.) a copertura di nefandezze di ogni tipo ed arrivano alla conclusione che la finzione non supera la realtà, anzi forse la approssima per difetto, che d più di ventanni, la politica ed una parte della società italiana funzionano proprio così.

Dipenderà dalla crisi delle ideologie, dal pensiero debole e postmoderno, dal relativismo etico e chissà da quanto altro ancora, però vederti sbattere in faccia con immagini così forti che procurare una bella escort ad un potente è un titolo di merito che vale più di una specializzazione alla Normale di Pisa fa l’effetto di un pugno nello stomaco. Senza contare che le escort più talentuose poi magari diventano deputati e senatori della repubblica.

Il film in alcuni momenti sembra una guida preziosa nella rappresentazione dei segreti alla base della chiave del successo di Berlusconi ed offre spunti quasi pedagogici. Due scene, tra le tante, meritano di essere citate.

La prima, dirompente e visionaria, è quella con cui si apre il film: una pecora entra nella sua villa in Sardegna ed ammira ammaliata la televisione dove è in corso un telequiz presumibilmente presentato da Mike Bongiorno, mentre un condizionatore le rivolge ripetutamente, ma in modo intermittente, un getto di aria fredda che alla fine la fa stramazzare morta sul pavimento. La pecora rappresenta, forse, il popolo, la gente comune, che, dopo ventanni di lavaggio del cervello e manipolazione condotta sapientemente dalle televisioni commerciali, ha perso la capacità di pensare criticamente e di discernere il bene dal male, il vero dal falso.

La seconda scena è invece più sfacciata e riguarda Silvio che pesta una cacca sul prato ma convince il nipote di aver pestato una zolla, inventando una motivazione plausibile ma falsa e spiegandogli poi che la gente è disposta a credere qualsiasi verità, anche se contraria all’evidenza dei fatti ed a subire qualsiasi condizionamento.

Mentre lo spettatore naufraga in queste agnizioni, purtroppo già presenti nella sua mente anche se velate da uno stato di assuefazione, il film cambia registro ed imbocca quello della commedia, grazie all’apparizione di Lui, contrapposto a Loro. Sorrentino stesso ha dichiarato che gli interessava fare un film sull’uomo e non sulla politica, di mostrare il Berlusconi romantico nella storia di amore con Veronica.

La seconda parte del film insiste sulla crisi coniugale tra Silvio e Veronica e sui suoi stanchi tentativi di recuperare il loro rapporto, ormai al capolinea. Il tutto rappresentato con continue interpunzioni in chiave comica, quasi a sottolineare che il ruolo romantico ed impregnato di sentimento non è nelle corde del protagonista e si capisce anche dalla noia che avvolge le sue giornate nella villa in Sardegna, come se la vita vera fosse altrove, ad es. sul motoscafo, pieno di ragazze discinte e sculettanti che ballano al ritmo della musica (come normalmente avviene nei programmi televisivi da ventanni nelle fasce orarie destinate alle famiglie) che ormeggia a fianco dello yacht dove Silvio e Veronica conversano in modo annoiato.

Altre scene esilaranti sono quelle in cui Silvio si traveste da odalisca nel tentativo di far divertire una annoiata Veronica o quella in cui rievoca i tempi del loro corteggiamento su una giostra con tanto di apparizione  all’improvviso di Fabio Concato sul prato che canta la loro canzone mentre Apicella si dispera per essere stato soppiantato.

In sintesi, Loro 1 pone le basi per una rappresentazione dei diversi aspetti del berlusconismo (l’uomo, la vita politica, il suo sistema valoriale, la deriva morale ed etica della società che gira intorno) che ancora non si capisce dove andrà a parare e che sarà presumibilmente riannodata in Loro 2 per dare il senso ultimo del film. Temo rimarrà non trattato  l’interrogativo sul Noi nel titolo della recensione e forse sarà uno dei dilemmi che il film ci lascerà irrisolto, magari materia per una futura terza parte.

 

Stefano Delibra Critico Cinematografico di Betapress

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Dio c’è (e forse anche Marx) ma non si vede!

Dio c’è (e forse anche Marx) ma non si vede nell’ultimo film di Aki Kaurismaki, The other side of the hope

 

La speranza riprende fiato nell’ultimo film di AKi Kaurismaki e dimostra ancora una volta che, di fronte all’ennesimo evento storico di perdita di senso e di ragione, la guerra siriana e la conseguente tragedia dei rifugiati – per dirla con Hanna Arendt – solo il bene sembra essere radicale ed universale nel mondo mentre il male è innaturale e frutto di egoismi individuali e di contingenze particolari, di deviazioni dal corso naturale dei sentimenti delle persone.

Il film, insignito del premio per la migliore regia al festival di Berlino, affronta il cocktail di drammatica attualità politica e morale in cui si mescolano follia, odio, xenofobia, razzismo e nazionalismo da una parte e umanità, solidarietà e amore tra gli essere umani dall’altra in relazione alle difficili sorti dei rifugiati siriani.

E lo fa con il solito stile di Kaurismaki, da fiaba agrodolce surreale e malinconica che non rinuncia ai suoi velati intendimenti morali, a metà strada tra il film di denuncia ed il film drammatico e sentimentale, sospesa in un vuoto temporale e spaziale, che esalta il nitore espressivo dell’essenziale (il valore dell’uomo) in contrapposizione  alla rappresentazione dell’assurdità del male nelle sue manifestazioni storiche (la guerra e le sue atrocità, l’odio e l’egoismo dei razzismi e dei nazionalismi).  

L’universalità e la atemporalità della poetica di Kaurismaki risalta anche da una “chicca” dei dialoghi del film, che rimanda ad una citazione di un capolavoro di Lubitsch degli anni 30 (To be or not to be, Vogliamo vivere nella versione in italiano) con la frase che Wikström pronuncia, ripresa dai versi de Il Mercante di Venezia (“Se ci pungete, non sanguiniamo, e se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate, non moriamo? E se ci fate torto, non ci vendicheremo?”), frase che stabilisce un collegamento immediato tra quanto accade oggi con i rifugiati e gli orrori della Germania nazista.

Un giovane immigrato siriano, di nome Khaled, arriva in modo improbabile e fortuito nel porto di Helsinki in fuga da Aleppo dove i bombardamenti hanno appena distrutto la sua casa e buona parte della sua famiglia, ad eccezione di sua sorella Miriam, che egli cerca disperatamente di rintracciare per ricongiungersi con lei.

La sua vita si incrocia con quella di Wikström, un commesso viaggiatore di mezza età con il vizio del gioco d’azzardo, che dopo aver lasciato la moglie ed aver vinto una forte somma al gioco, rileva un decadente ristorante, chiamato la Pinta d’Oro ed i suoi improbabili dipendenti, ai quali, dopo essere fuggito dalla polizia che voleva rimpatriarlo, si unisce anche Khaled, che vi trova accoglienza ed un lavoro.

Il ristorante con i suoi locali, sospesi in una realtà metafisica e surreale, diventa lo spazio che ospita le vite un po’ stralunate dei protagonisti ed in cui risplende la carica di umanità e di solidarietà che li spinge ad aiutare Khaled fino a fargli realizzare il suo sogno di ricongiungersi con l’amata sorella.

Cosa accomuna le storie di persone apparentemente così diverse? In primo luogo lo scambio ed il riconoscimento di umanità, quasi asimmetrico.

Sembra, cioè che l’esule siriano abbia bisogno di ricevere gesti di solidarietà e di umanità forse meno di quanto i cittadini finlandesi abbiano bisogno di compierne.

In questo scambio apparentemente gratuito sta il primo grande messaggio del film, quasi religioso: se l’amore, la giustizia, la bontà sono al fondo di gesti disinteressati verso gli ultimi ed i bisognosi non viene da chiedersi che quei gesti originino da qualcosa di più grande che li fonda e li inspira?

Se ci sono persone che gratuitamente e con comportamenti disinteressati e naturali testimoniano la verità, la giustizia, il bene, la solidarietà e l’amore verso il prossimo in difficoltà questo non basta a presupporre l’esistenza di un fondamento da cui promanano quei gesti?

Questi gesti non sono segni dell’esistenza di una forza originaria di vita che spinge a nuovi traguardi di umanità e che è molto vicina a quello che le religioni chiamano Dio?

Il secondo messaggio del film, caro alla visione del mondo del regista finlandese, sembra essere che il denaro ed il capitalismo sono i responsabili del decadimento delle relazioni tra le persone e della mercificazione dei sentimenti umani.

Ogni gesto di aiuto e solidarietà, compreso quello del camionista che viaggia fino alla Lituania per recuperare la sorella di Khaled, è gratuito e disinteressato, o meglio è remunerato dal bisogno di condivisione di sentimenti di umanità e solidarietà  e non richiede denaro.

Questo è il messaggio più utopistico del film e forse il vero altro volto della speranza, cioè che un nuovo umanesimo si sostituisca universalmente alla corruzione delle relazioni umane causata dalla tirannia dei “rapporti di produzione”.

Forse è pura utopia ma grazie a Kaurismaki che con un film così bello e poetico non smette di raccontarlo.

 

Stefano Delibra Critico Cinematografico di Betapress




Fai bei sogni, Gramellini e Bellocchio per sopravvivere al dolore

Fai bei sogni di Marco Bellocchio

I sogni sono importanti nella vita delle persone ma da soli non bastano a scaldare il cuore quando viene meno un amore grande ed unico, soprattutto se si è bambini e l’amore che viene meno è quello della madre, come accade nel bel film di Marco Bellocchio, Fai bei sogni, tratto dall’omonimo romanzo di Massimo Gramellini che ha avuto enorme successo in Italia ed all’estero ed interpretato, tra gli altri, da Valerio Mastandrea e Bérénice Bejo, l’attrice francese di The Artist.

Il film parla del modo in cui il protagonista Massimo ha reagito nel corso della sua vita alla perdita prematura della madre all’età di 9 anni, delle difficoltà incontrate nel tentativo di sostituirne l’amore, unico ed insostituibile, e di come, ormai adulto, dopo una infanzia ed una adolescenza lacerate dal dolore e dai misteri sulle reali cause della morte, tenutegli nascoste dal padre e dai parenti, riuscirà a lasciarsi alle spalle questo peso e a tornare a vivere.

Ogni volta in cui un romanzo viene trasposto in un film si è tentati di fare delle comparazioni dimenticando che si tratta di due generi, il romanzo ed il film, molto diversi tra loro e che ognuno di loro dà luogo ad espressioni autoriali originali ed autonome, seppure accomunate dalla trama e dai personaggi, che riflettono sia la sensibilità dell’autore che il diverso genere espressivo utilizzato.

Nonostante le differenze tra i generi nel film emerge la rappresentazione di alcuni pensieri forti già molto presenti nel romanzo, che ti tormentano in ogni istante quando perdi una madre così prematuramente: capire il perché ed il senso del dolore che ti avvolge senza speranza, capire come riuscirai a sopravvivere nel tempo, capire se hai in qualche modo colpa per quello che è successo e perché proprio a te.

Il film riesce a comunicare in modo emozionale come questi pensieri siamo accompagnati ed amplificati da un senso di solitudine e di straniamento dal mondo che raggela la vita di Massimo. E’ come se il gelo e la solitudine della sua vita passassero nello spettatore grazie alla tecnica del film, alla sua fotografia, al ritmo della narrazione, agli inserti televisivi (Canzonissima, Raffaella Carrà, ecc.) che compaiono in alcune scene con la tata, quasi a ricordare la spensieratezza e la leggerezza della vita del mondo esterno in contrapposizione a quella disperata di Massimo.

Un altro elemento che colpisce nella narrazione è la difficoltà del padre a mettere in comunicazione le due solitudini profonde e lacerate, che pur unite dalla comune nostalgia per una donna luminosa, non riescono a trovare momenti di contatto e di sollievo reciproco al dolore, salvo nel rito esteriore e superficiale della fede calcistica nel grande Toro.

L’intera narrazione sembra così funzionale a far emergere quale protagonista del film la solitudine dell’esistenza umana e la difficoltà della condivisione e della comunicazione, anche nei momenti di disperazione e anche tra le persone più care e più vicine.

Forse scriviamo per scoprire che non siamo soli, parafrasando una citazione dello scrittore inglese Clive Staples Lewis e mi viene in mente anche una bella frase di Borges che dice che le librerie sono come grotte magiche popolate da uomini morti.

Seguendo questa linea di interpretazione l’approdo alla scrittura diventa per il protagonista Massimo una scelta di sopravvivenza obbligata, che lo porta a trovare un modo per sentirsi meno solo ed a superare l’oppressione del dolore fino a ritrovare sé stesso e la voglia di vivere nella scena del ballo liberatorio nella festa nel casale in mezzo alla campagna.

 

Stefano Delibra Critico Cinematografico di Betapress
Stefano Delibra Critico Cinematografico di Betapress




No Vax, etica differenziale…

La campagna vaccinale prosegue ed i contagi sembrano ormai diminuire.

La tanto teorizzata immunità di gregge sta guadagnando terreno diventando un certezza sulla quale rilanciare l’economia post pandemica.

Eppure il dibattito che infiamma la scena pubblica, in questi giorni, guarda con preoccupazione all’obbligo vaccinale ed alla raccolta firme promossa dal coordinamento dei “no-vax”per un referendum abrogativo delle norme relative al greenpass.

La divisione degli italiani sulla vicenda pandemica sembra aver raggiunto una dimensione inedita.

Lo avevamo predetto ma non occorre ricordarlo.

In questa sede è, forse, più importante fare il punto sulla campagna referendaria in corso che emancipa le rivendicazioni di parte della comunità civile in rivolta ben distanti dal paradigma del “bene comune” da sempre evocato dalle democrazie occidentali.

Siamo di fronte ad una opposizione strutturata alle decisioni  assunte dal Governo in carica, che sono sostenute da una maggioranza parlamentare senza precedenti.

Lo scollamento tra la Politica ed il Paese reale è sotto gli occhi di tutti.

Purtroppo vale la pena di ricordare che la vaccinazione non impedisce i contagi ma sembrerebbe contenere le ospedalizzazioni, il lavoro dei reparti di rianimazione e mantenere a livelli adeguati il sistema di prevenzione e di cure per le altre patologie.

Il rifiuto del vaccino in in paese che è prossimo al 90% di somministrazioni veste la divisa della disobbedienza civile ed infrange i totem del liberalismo classico: “la mia libertà finisce dove inizia quella del mio vicino”.

I “no-vax” sembrano aver dimenticato queste regole e appare ormai evidente che sono le adesioni alla campagna vaccinale che hanno ridimensionato la circolazione del virus, non le proteste in piazza.

Costoro non sembrano ricordare che se le unità ospedaliere sono tornate a curare tutte le patologie gravi e non solo l’infezione da Covid 19 è perché la popolazione vaccinata ha reso la diffusione del virus meno agevole.

Il greenpass e l’idea di una prossima condizione di obbligatorietà nella campagna vaccinale non piacciono a nessuno e restano iniziative della quale si ricorderà il forte impatto sulle libertà individuali dei cittadini.

Anche perché non è da escludere che, le attuali cifre sulla popolazione coperta dal vaccino, siano sufficienti per mettere in atto una strategia  vincente che integri  i tamponi molecolari, le nuove terapie domiciliari, e la distribuzione dei nuovi farmaci  efficaci per la cura delle infezioni da virus.

La questione in questo caso potrebbe ritenersi risolta e i non vaccinati potrebbero restare tali.

Il problema a questo punto è prendere coscienza del fatto che il paese di fronte alle emergenze sanitarie non possa poter contare su un fronte civile coeso.

Ma c’è dell’altro.

I milioni di cittadini che hanno accettato la campagna vaccinale per il bene di tutti non possono essere considerati degli idioti.

Costoro dovranno poter contare su una maggiore attenzione dello Stato con modalità da approfondire e che potrebbero riguardare le graduatorie nei concorsi pubblici, le regole per le nuove assunzioni fino a forme di agevolazione previdenziale.

Il Covid19 purtroppo non ha soltanto seminato morte e paura.

Ha rubato ad ogni generazione il sogno, la prospettiva di un futuro ed ha colpito le fondamenta democratiche degli Stati e il sistema di convivenza civile.

Occorre recuperare al più presto l’idea di uno Stato giusto ed equo capace di governare la complessità.

La pandemia per dirla con le parole del filosofo Edgar Morin ci ha insegnato che l’imprevedibile è un fattore con il quale dobbiamo tornare a fare i conti.

Un monito che ricolloca al centro dell’idea di progresso l’Uomo con le sue debolezze.

Un richiamo all’Etica ed alla responsabilità  individuale per tutti noi.

 

 

La redazione di Betapress




Evento Apple Keynote 2021

Ebbene si, ieri 14 settembre c’è stato un nuovo evento Apple nella quale hanno presentato i nuovi modelli.

Iphone 13 e 13mini, Iphone 13 Pro e ProMax, Ipad, Ipad Mini, Apple Watch 7

 

iPAD 9

 

il nuovo iPad esteticamente non cambia dai modelli precedenti ma monta il chip A13 Bionic, il quale secondo Apple sia 20% più veloce del modello  precedente e tre volte più veloce dei chromebook e addirittura sei volte più potente dei tablet Android.

il nuovo iPad monta una fotocamera frontale da 12 mp ultrawilde dotata del Center Stage un’intelligenza artificiale che ti permette, durante le videochiamate, di rimanere sempre al centro dello schermo.

Il display rimane sempre da 10,2″ ma ottiene il TrueTone una tecnologia che utilizza sensori avanzati per regolare il colore e l’intensità del display in base alla luce ambientale, in modo che le immagini appaiano più naturali.

Oltre all’estetica ormai “vecchiotta” l’iPad 9 sarà compatibile solo con l’Apple Pencil di prima generazione.

I prezzi come per i colori dei nuovi iPad restano invariati ma con una capacità superiore al modello precedente, da 64GB e 256GB.

I prezzi partono da:

iPad  64GB modello WI-FI  € 389 (iva incl.)

iPad  64GB modello WI-FI + Cellular  € 529 (iva incl.)

 

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iPAD Mini

 

La vera sorpresa , il vero scoop dell’evento è stato il nuovo iPad Mini 6, che ora oltre a ereditare il design a mattonella dei suoi fratelli maggiori iPad Air e Pro, riceve anche la porta USB-C il quale lo rende più veloce nel trasferimento di dati e lo porta a diventare compatibile con l’Apple Pencil di seconda generazione.

Un formato piccolo ma con un grande display  Liquid Reina da 8.3″ con TrueTone. Il tasto di accensione superiore integra il Touch ID in modo tale da porte sbloccare con sicurezza il vostro dispositivo e per effettuare pagamenti.

il nuovo chip A15 montato sull’iPad Mini lo rende un piccolo ma potente dispositivo, ben 40% di performance con il modello precedente e 80%in più per quanto riguarda la grafica.

Il piccolo dispositivo ha due fotocamere da 12MP, quella frontale ha 122 gradi di campo visivo il quale permette la funzione di zoom adattivo come il suo fratello maggiore Ipad Pro, una funziona molto adatta per le videochiamate.

il nuovo iPad Mini si può avere in quattro colorazioni: grigio siderale, rosa, viola e galassia con una capacità da 64GB o 256GB.

I prezzi partono da:

iPad Mini 64GB modello WI-FI  € 559 (iva incl.)

iPad Mini  64GB modello WI-FI + Cellular  € 729 (iva incl.)

 

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Apple Watch 7

 

Apple ha annunciato anche il nuovo Apple Watch serie 7 , il nuovo wearable di casa Apple è il più resistente mai prodotto con certificazione IP6X ovvero resistente alla polvere, urti e all’acqua fino a 50m.

Il design resta lo stesso del modello precedente ma con il le cornici più sottili (soli 1.7 mm) rispetto al Apple Watch 6.

Il sistema operativo aggiornato sfrutterà nuovo display più grande con una nuova interfaccia e si potrà usufruire la tastiera QWERTY completa.

Il nuovo dispositivo avrà la stessa batteria del modello precedente ma con una ricarica più veloce, del 33% secondo Apple, grazie al suo nuovo caricabatterie rapido USB-C.

Per ora i prezzi del nuovo Watch 7, in Italia, non sono stati ancora annunciati.

 

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Iphone 13 e 13mini

 

L’attesa di tutti è finita, il nuovo Iphone 13, il quale mantiene il design squadrato del modello precedente, ma con la disposizione delle camere posteriore sfalsate, adesso posizionate in diagonale.

La famosa tacca dell’iphone, il NOTCH si riduce del 20% questo è dovuto allo spostamento dello speaker frontale rimpicciolendola e spostandola ancora più in alto ma mantenendo i sensori per il faceID.

Iphone 13 monta il nuovo processore A15 Bionic, CPU 50% più veloce e GPU30% più veloce rispetto ai competitor.

Come nell’iPad Mini, iPhone 13 monta le nuove camere da 12MP ultra wibe.

La capacità di memoria sono 128GB, 256GB e 512GB.

I prezzi partono da:

iPhone 13 Mini 128GB   € 839 (iva incl.)

iPhone 13  128GB    € 939 (iva incl.)

 

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Iphone 13 Pro e Pro Max

 

E alla fine Apple ha presentato Iphone 13 Pro e Pro Max , anche loro come il loro fratellino più piccolo hanno il NOTCH ridotto del 20% e montano il nuovo chip A15, ma la vera differenza sta nel display Pro Motion a 120Hz.

Per quanto riguarda le camere monta una camera principale con apertura f/1.5, una ultra-grandangolare f/1.8 e un teleobiettivo con zoom ottico 3x.

Degli obiettivi in grado di girare video con qualità a livello cinematografici.

I tagli dell’iPhone 13 Pro 128GB, 256GB, 512GB e 1TB.

I prezzi partono da:

iPhone 13 Pro 128GB   € 1189 (iva incl.)

iPhone 13 Pro Max  128GB    € 1289 (iva incl.)

                            <figure><img src="https://betapress.it/wp-content/uploads/2021/09/pro1-768x431.png" alt="pro1" /></figure><figure><img src="https://betapress.it/wp-content/uploads/2021/09/pro-768x430.png" alt="pro" /></figure><figure><img src="https://betapress.it/wp-content/uploads/2021/09/pro2-768x425.png" alt="pro2" /></figure><figure><img src="https://betapress.it/wp-content/uploads/2021/09/pro4-768x431.png" alt="pro4" /></figure><figure><img src="https://betapress.it/wp-content/uploads/2021/09/pro5-768x432.png" alt="pro5" /></figure><figure><img src="https://betapress.it/wp-content/uploads/2021/09/pro6-768x431.png" alt="pro6" /></figure><figure><img src="https://betapress.it/wp-content/uploads/2021/09/pro7-768x512.png" alt="pro7" /></figure><figure><img src="https://betapress.it/wp-content/uploads/2021/09/pro3-768x433.png" alt="pro3" /></figure><figure><img src="https://betapress.it/wp-content/uploads/2021/09/pro0-768x430.png" alt="pro0" /></figure><figure><img src="https://betapress.it/wp-content/uploads/2021/09/pro8-768x433.png" alt="pro8" /></figure>         
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Le maestre che non hanno paura dei libri

Come sarebbe se i nostri figli potessero studiare su dei libri di testo fatti apposta per loro?

Dei libri di testo che rispettino le loro inclinazioni, la loro territorialità, la loro cultura e il loro modo di imparare.

Come sarebbe se i professori, le persone che conoscono gli studenti e sanno di cosa hanno davvero bisogno e come, scrivessero i libri per i propri studenti?

In effetti, da qualche anno, le scuole più all’avanguardia hanno aderito ad un progetto dedicato e si sono trasformate in case editrici per pubblicare i propri libri di testo.

E così ragazzi delle scuole secondarie e superiori hanno scoperto, con profitto, quanto sia diverso e migliore studiare su dei libri scritti apposta per loro; le famiglie, non dovendo pagare tutta la filiera dei libri di testo pubblicati dalle case editrici commerciali, hanno risparmiato fino al 200% delle spese per i libri; i docenti hanno accresciuto le proprie competenze grazie al riconoscimento dei punteggi dovuti alla pubblicazione di un libro e le scuole hanno avuto una ulteriore crescita di prestigio agli occhi della comunità.

La pubblicazione dei propri libri di testo è oggi per molte scuole una svolta positiva e fruttuosa nel proprio percorso formativo e didattico.

Mancava ancora un passo: nessuno aveva avuto l’ardire di scrivere un libro per le scuole primarie.

La principale perplessità era dovuta allo sforzo che le maestre avrebbero dovuto fare per trovare il sistema comunicativo più adatto.

Quest’anno, due maestre dell’Istituto comprensivo “Ildovaldo Ridolfi” – Tuscania (VT) diretto dalla DS Paola Adami, hanno superato loro stesse e i timori di chi non osava e hanno scritto e pubblicato all’interno della collana della propria scuola Bentornati a Scuola, il libro di testo per gli studenti della scuola primaria.

Le due pioniere sono le maestre Elisabetta Corona e  Elisa Buzzi e noi le abbiamo incontrate.

Intervista alle maestre Elisabetta Corona e  Elisa Buzzi

Maestre Elisabetta Corona e Elisa Buzzi
Maestre Elisabetta Corona e Elisa Buzzi

Maestre, qual è il vantaggio di scrivere in prima persona il libro per i propri studenti?

Scrivere un libro di testo rappresenta una sfida che ci ha aiutate a crescere professionalmente, mettendoci in gioco e pensando ad una modalità di fare scuola che ci potesse aprire alla sperimentazione e al continuo confronto.

Il nostro augurio è quello di creare un ambiente (l’Istituto Comprensivo di Tuscania) dove sia possibile sperimentare e “creare cultura” così da essere resiliente verso gli alunni, le famiglie ed il paese tutto.

Il libro ideale a cui abbiamo pensato fin da subito non è un prodotto chiuso e finito, ma una sorta di filo rosso che possa legare diversi argomenti. Rappresenta per docenti e alunni un punto di riferimento e al tempo stesso un punto di partenza.

Non può essere esaustivo, pur contenendo le conoscenze fondamentali (quelle previste dalle ​Indicazioni nazionali​).

È un canovaccio che si scrive con e per gli studenti ed è un modo per comunicare con loro. È un contenitore di informazioni, processi, linguaggi, relazioni; una base modellabile, espandibile; una rete, una piattaforma, un processo di scrittura e di apprendimento.

Inoltre, rispetto al libro cartaceo, permetterà una serie di interazioni e conterrà espansioni costituite da contenuti digitali.

Aderire a quest’idea per noi ha significato credere nella possibilità di ‘scrivere’ assieme ai bambini una parte di quella conoscenza che si apprende nei libri e renderli attivi nella rielaborazione dei contenuti, superando la didattica trasmissiva.

E’ così possibile lavorare sulle competenze e non solo sull’acquisizione di conoscenze con una marcia in più: attualizzare i contenuti, con la trattazione di temi legati al territorio, alla sua storia e alle sue tradizioni, ma anche personalizzarli con temi legati ai bisogni di approfondimento della classe.

Quali elementi ha tenuto in considerazione scrivendolo il libro?

Abbiamo ritenuto opportuno elaborare percorsi didattici che, discostandosi dalla linea interpretativa del singolo libro di testo, offrissero approfondimenti più calibrati sui bisogni degli alunni, al contempo valorizzando la professione docente e la personalizzazione dei percorsi di apprendimento, sulla base delle specifiche del contesto in cui operiamo.

Abbiamo cercato così di superare il limite dei manuali scolastici, che spesso vanno bene per una parte della classe, ma che ovviamente non possono tener conto del contesto sociale e culturale in cui vengono utilizzati.

Perché i libri già pubblicati non soddisfavano le vostre esigenze?

Nello scorso anno scolastico abbiamo applicato, tra gli altri, il Metodo Venturelli coniugato con il metodo sillabico per l’apprendimento della letto-scrittura e il Metodo Analogico ideato da Camillo Bortolato per imparare i numeri e il calcolo.

Dato che il libro di testo per la classe prima proponeva differenti metodologie, a volte contrastanti con le linee seguite, lo scorso giugno abbiamo portato in Collegio dei docenti la proposta di adozione per la classe seconda di un testo  più aderente alle nostre esigenze; il Collegio non ha approvato la richiesta, così siamo ricorse alla facoltà (cfr. ​Nota protocollare MIUR n. 2581 del 9 aprile 2014), in virtù della libertà di insegnamento, di adottare un libro autoprodotto in sostituzione dei volumi delle case editrici, in formato sia cartaceo che digitale (art. 6, c. 1, legge n. 128/2013​).

Cosa le è piaciuto del progetto Gutenberg?

Grazie alla collaborazione tra il nostro Istituto Comprensivo e il Gruppo Editoriale Currenti Calamo, Ente di formazione accreditato Ministero dell’Istruzione, Ministero dell’Università e della Ricerca, abbiamo potuto realizzare il testo didattico autoprodotto e ci è stato possibile fornire alle famiglie un manuale economicamente accessibile e funzionale all’apprendimento.

Con il Progetto Gutenberg abbiamo potuto promuovere la progettazione e la sperimentazione di un percorso formativo centrato sulle competenze, favorire comportamenti proattivi, introdurre gli alunni all’uso del Digitale, motivarli utilizzando una molteplicità di linguaggi, attualizzare i contenuti con la trattazione di temi legati al territorio e alla realtà che li circonda, nonché promuovere un approccio metodologico dell’insegnamento di tipo laboratoriale, che metta al centro dell’attenzione il bambino.

Un ringraziamento particolare va alla nostra Dirigente Scolastica, Prof.ssa Paola Adami, che ci ha sempre sostenute, consigliate ed accompagnate in questo impegnativo ed entusiasmante percorso.

 

 

Agrario Pavoncelli Cerignola: libri alla portata di tutte le famiglie

 

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Eccellenza e primati per la scuola IC Ridolfi di Tuscania

 

È di Tuscania la prima scuola che scrive i libri per i propri studenti della scuola primaria.

Ogni anno ogni famiglia spende per ogni figlio in età scolare tra i 300 e i 400 euro per i soli libri di testo.

Con l’arrivo dell’autonomia scolastica, alcune scuole si sono organizzate tramite appositi progetti e si sono “trasformate” in vere e proprie case editrici pubblicando i propri libri di testo.

Questa scelta ha portato notevoli vantaggi per chi la ha adottata.

Chi ha aderito al progetto Gutenberg ha fatto risparmiare alle famiglie fino al 200% della spesa per i libri di testo, ha permesso ai docenti autori dei libri di tesaurizzare punteggi utili per le graduatorie, ha consentito agli studenti di studiare su programmi e metodologie completamente dedicati.

Studenti di scuole medie e licei, istituti tecnici e specialistici hanno goduto dei benefici di questa attività di eccellenza della scuola.

Fino ad oggi, accertato che la scelta di pubblicare i propri libri di testo è la più conveniente per famiglie, docenti, scuola, studenti e comunità, era rimasta una unica perplessità:

è possibile utilizzare questo sistema anche per la primaria?

La risposta è sì e l’ha data l’istituto Comprensivo Statale Ildovaldo Ridolfi di Tuscania (VT) grazie allo spirito di intraprendenza della DS Paola Adami e della dedizione delle maestre Elisabetta Corona e Elisa Buzzi a cui abbiamo chiesto di raccontare la loro scelta.

Il racconto della DS

DS Paola Adami
DS Paola Adami

Dirigente, come è nata la decisione di creare e pubblicare i propri libri di testo?

Grazie alla rete degli istituti ITA senza frontiere sono venuta a conoscenza del progetto Gutenberg: il collega Pio Mirra ha realizzato un’intera collana di libri di testo per le classi del biennio dell’istituto tecnico agrario ed ha condiviso con tutte le altre scuole della rete nazionale.

Mi sono incuriosita e ho iniziato a pensare se non potessimo fare anche noi qualcosa del genere.

Da DS, cosa si prova a pubblicare un libro scritto dai propri docenti?

Da Ds pubblicare un libro scritto dai propri docenti è una vera emozione: comprendi che stai lavorando con professionisti seri che hanno il desiderio ed il coraggio di mettersi in gioco, senza contare il vantaggio di avere un vero valore aggiunto all’interno dell’istituto che dirigi.

Come hanno accolto i docenti l’idea di pubblicare un libro per I propri studenti?

Le docenti coinvolte hanno accolto con vero entusiasmo l’idea di pubblicare un libro che servisse veramente ai loro studenti.

Cosa augura ai suoi studenti per il nuovo anno scolastico?

A tutti gli studenti auguro di iniziare un  bellissimo viaggio alla scoperta della conoscenza  all’insegna della fantasia!

La dirigente scolastica Paola Adami non è nuova all’innovazione, infatti nella sua scuola, l’Agrario F.lli Agosti di Bagnoregio ha avviato progetti importanti come le coltivazioni innovative, i negozi bio-qualitativi, i progetti di scrittura creativa e via dicendo; un vero e proprio vulcano di innovazione.

La DS Paola Adami è inoltre presidente di una delle più importanti reti di scuole italiane, ovvero quella degli istituti agrari, la rete Itasenzafrontiere.

 

 

Bagnoregio e la scrittura creativa

 

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OSCAR GIAMMARINARO: LA MUSICA MAGICA DI EZIO BOSSO

Il nostro Direttore (Corrado Faletti) ha scritto pochi giorni fa un pezzo che consiglio di leggere in modo approfondito (L’Italiano che non capisce … – Betapress.it).

Nella prima frase dell’articolo Faletti afferma: “Un italiano su tre è analfabeta funzionale, ovvero non capisce quello che legge”, io ritengo che “un italiano su tre non capisca nemmeno quello che ascolta” e per gli stessi motivi che cita Corrado nel suo pezzo, la musica non è compresa nel bagaglio culturale e di crescita della persona, e non solo in Italia.

Si capisce molto bene come due italiani su tre siano attratti da personaggi mediatici incapaci di infilare correttamente in una frase soggetto, predicato verbale e complemento oggetto.

Non è questo il caso dell’amico Oscar Giammarinaro.

L’altro giorno Oscar mi ha chiesto di promuovere il singolo “La musica magica”, brano di cui i lettori di BetaPress hanno già sentito parlare lo scorso anno durante la mia intervista: “Un’ultima domanda Oskar, ci racconti de La musica magica?” “…è ancora presto” beh eccoci qua!

Lunedì 13 settembre Ezio Bosso, amico fraterno di Oscar ed ex bassista degli Statuto, prematuramente scomparso lo scorso anno, avrebbe compiuto 50 anni, Oscar per festeggiare il suo compleanno ha deciso di pubblicare il nuovo singolo e videoclip “La musica magica”, distribuito da Universal e disponibile proprio da lunedì 13 settembre in tutte le piattaforme digitali.

La canzone composta nel 2019 e presentata all’ultimo Festival di Sanremo, era stata apprezzata dallo stesso Bosso prima della sua morte: “Avevo scritto una canzone per “Xico” -commenta Oscar-, (questo il soprannome affettuoso con il quale i Mods di piazza Statuto hanno sempre chiamato Bosso), come regalo per il suo compleanno, a lui era piaciuta molto, al punto che avevo pensato di proporla al Festival di Sanremo (vedi articolo in BetaPress: “PERSA UNA GRANDE OPPORTUNITA’ AL FESTIVAL DI SANREMO”).

Ezio mi disse che se il brano fosse stato scelto, l’avrebbe arrangiato lui stesso per l’orchestra.

A maggio però, Xico ci ha lasciati e la canzone è rimasta lì, come una nostra foto, bella e struggente nello stesso tempo”.

Da qui la decisione di pubblicarla per rendere omaggio alla memoria del musicista e soprattutto all’amico con il quale ha condiviso l’amore per la cultura Mod.

Nel videoclip, realizzato da Erika Grosso, le note e le parole di Oscar scorrono sullo sfondo di una Torino autunnale tra sonorità cool jazz e pop soul.

I protagonisti della storia sono interpretati dai fratelli Julian e Zak Loggia (figli di Alex, storico chitarrista degli Statuto, componenti della band “OMINI” che stanno per pubblicare il loro nuovo singolo), rispettivamente nei panni di giovanissimi Ezio e Oscar.

Avanti e indietro per la città, che per un attimo ritorna a quegli Anni ’80 che fecero da sfondo al loro sodalizio, i due ragazzi si divertono a suonare e cantare condividendo quella passione per la musica che è stata alla base della loro amicizia e delle loro rispettive carriere.

Tra pianoforti, spartiti e contrabbassi le scene si concludono al giardino di piazza Statuto, che da pochi mesi, porta proprio il nome di Ezio Bosso.

Tutti i diritti d’autore del testo saranno devoluti in beneficenza a Radio Parkies – Associazione Italiana Giovani Parkinsoniani, realtà internazionale già supportata da Bosso negli ultimi mesi di vita.

Il nuovo singolo sarà presentato dal vivo nei prossimi giorni in tre incontri dedicati:

  • martedì 14 settembre ore 21, presso Il Circolo dei Lettori Torino
  • mercoledì 15 settembre ore 19.30, presso Gallery16 Bologna
  • domenica 3 ottobre ore 21, presso Arci Bellezza Milano

Ringrazio Oscar e Luca Bramanti dell’Ufficio Stampa per la foto inedita con Xico al basso elettrico.

 

VIDEO CHE SI ATTIVA LUNEDI 13 SETTEMBRE:

OSCAR GIAMMARINARO “LA MUSICA MAGICA” – YouTube

 

PERTH

 

 

 

 

Il mondo della musica, e non solo, piange Ezio Bosso

EZIO BOSSO, UNO DEI MODS: Intervista a Oskar degli Statuto.