Come ti spengo il cielo…
Chi controlla il cielo può controllare la guerra? Starlink e la nuova sovranità orbitale
La costellazione satellitare di SpaceX collega territori isolati, garantisce comunicazioni durante le calamità e sostiene operazioni militari. Ma che cosa accade quando una funzione essenziale per la sicurezza di uno Stato dipende dall’infrastruttura di un’impresa privata?
Nel luglio 2025 un guasto globale di Starlink interruppe per alcune ore anche una parte delle comunicazioni militari ucraine. Non era stato distrutto un ponte, non era stata bombardata una centrale e nessun territorio aveva cambiato proprietario. Eppure, sul campo di battaglia, alcune operazioni con droni e attività di coordinamento subirono conseguenze immediate.
L’episodio mostrò una vulnerabilità caratteristica delle guerre contemporanee: una parte della capacità operativa di uno Stato poteva dipendere dal funzionamento di una rete privata controllata fuori dai suoi confini.
Starlink nasce ufficialmente come servizio commerciale. La sua funzione è portare una connessione veloce nei luoghi non raggiunti adeguatamente dalle infrastrutture terrestri: campagne, montagne, navi, aerei e territori colpiti da emergenze. Ma la guerra in Ucraina ha dimostrato che la medesima tecnologia può trasformarsi in una componente essenziale delle comunicazioni militari.
È in questo passaggio che Starlink smette di essere soltanto una costellazione di satelliti e diventa un problema geopolitico.
La questione non riguarda semplicemente Elon Musk o il numero degli apparecchi lanciati da SpaceX. Riguarda la sovranità degli Stati: chi possiede realmente il potere quando la possibilità di comunicare, coordinare i soccorsi e condurre operazioni militari dipende dal software e dalle decisioni di un soggetto privato?
Il potere non è nel satellite, ma nell’interruttore
Per secoli la sovranità è stata associata al controllo del territorio, dei confini, delle acque e dello spazio aereo. Oggi questa definizione non è più sufficiente.
Uno Stato può conservare formalmente i propri confini e, nello stesso tempo, dipendere da infrastrutture straniere per trasferire dati, localizzare mezzi, coordinare emergenze e dirigere operazioni militari. Se non controlla le reti attraverso le quali comunica e agisce, la sua sovranità giuridica rischia di non coincidere con quella operativa.
Starlink ha portato questa contraddizione nell’orbita terrestre.
SpaceX ha lanciato migliaia di satelliti collocati prevalentemente a poche centinaia di chilometri dalla superficie terrestre. Il numero cambia continuamente, perché nuovi apparecchi vengono messi in orbita mentre altri sono ritirati, rientrano nell’atmosfera o smettono di funzionare.
La bassa altitudine consente di ridurre i tempi di trasmissione rispetto ai tradizionali satelliti geostazionari. Per garantire una copertura continua, tuttavia, è necessaria una costellazione estremamente numerosa.
Ogni terminale comunica con un satellite che sta attraversando il cielo. I dati possono raggiungere una stazione terrestre oppure essere inoltrati ad altri satelliti mediante collegamenti laser. Il risultato è un’infrastruttura digitale distribuita, meno vulnerabile alla distruzione di una singola antenna collocata a terra.
Il controllo della costellazione consente però anche di stabilire dove rendere disponibile il servizio, quali terminali autorizzare e in quali territori limitarne l’impiego.
Il vero potere, quindi, non risiede soltanto negli apparecchi in orbita. Risiede nell’interruttore digitale che può attivarli, delimitarli o escluderli.
L’Ucraina come laboratorio geopolitico
L’invasione russa dell’Ucraina ha rappresentato la prima dimostrazione su vasta scala del ruolo strategico di una costellazione satellitare privata.
Quando le reti terrestri ucraine furono danneggiate o distrutte, migliaia di terminali Starlink contribuirono a ristabilire le comunicazioni. Vennero impiegati da amministrazioni, strutture sanitarie, servizi pubblici, cittadini e reparti militari.
Una relazione dell’Ispettorato generale dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale ha documentato, già nella fase iniziale del conflitto, ha ricostruito la consegna di 5.175 terminali, dei quali 1.508 acquistati dall’agenzia e 3.667 donati da SpaceX, destinati inizialmente alla continuità dei servizi pubblici e delle infrastrutture critiche.
Successivamente, il numero complessivo degli apparecchi arrivati nel Paese attraverso SpaceX, governi alleati e altri finanziatori aumentò considerevolmente.
Sul campo di battaglia Starlink permise alle unità ucraine di mantenere i contatti, trasferire immagini, coordinare gli spostamenti e utilizzare sistemi senza pilota anche quando le normali reti mobili erano state distrutte o disturbate.
Una tecnologia commerciale era diventata parte dell’architettura operativa di uno Stato in guerra.
Nel febbraio 2023 Gwynne Shotwell, presidente e direttrice operativa di SpaceX, dichiarò che la società aveva adottato misure per limitare l’impiego di Starlink nel controllo di droni offensivi. Secondo l’azienda, il servizio era stato fornito principalmente per comunicazioni civili e difensive e non con l’intenzione di trasformarlo in un sistema d’arma.
Proprio per ridurre la dipendenza da decisioni aziendali revocabili, dal 2023 il Pentagono ha ricondotto una parte dei servizi forniti all’Ucraina entro un rapporto contrattuale. Il passaggio non ha eliminato la dipendenza tecnologica, ma ha tentato di sottoporla a una responsabilità politica e amministrativa più riconoscibile.
La posizione può apparire comprensibile dal punto di vista aziendale. Dal punto di vista geopolitico, tuttavia, apre un problema enorme: chi stabilisce il confine tra impiego difensivo e offensivo di un’infrastruttura essenziale durante una guerra?
Il governo dello Stato aggredito? Il comando militare? Il Paese nel quale ha sede l’impresa? Oppure la società che possiede la tecnologia?
Nel luglio 2025 Reuters riferì, citando tre persone informate dei fatti, che nel 2022 Elon Musk avrebbe ordinato di interrompere la copertura in una zona della regione di Kherson interessata dalla controffensiva ucraina. Secondo la ricostruzione, la decisione avrebbe compromesso temporaneamente comunicazioni, operazioni con droni e attività di coordinamento.
Trattandosi di una ricostruzione basata anche su fonti riservate, l’episodio deve essere riportato con cautela. Ma il problema politico esiste indipendentemente dalla valutazione del singolo caso: Starlink possiede tecnicamente la capacità di autorizzare terminali, delimitare la copertura e applicare restrizioni geografiche.
La stessa capacità è stata utilizzata per contrastare l’uso non autorizzato di terminali da parte delle forze russe. Il controllo della rete può quindi danneggiare un esercito e proteggere il suo avversario.
La centralità politica della rete è riemersa nell’agosto 2026, quando Kyiv ha chiesto di poter estendere la copertura di Starlink alle operazioni contro obiettivi militari situati in territorio russo. La richiesta ha mostrato ancora una volta che la disponibilità tecnica di una rete privata può contribuire a delimitare lo spazio operativo di uno Stato sovrano.
Questa ambivalenza impedisce di descrivere SpaceX semplicemente come una minaccia oppure come un alleato. La società possiede un potere infrastrutturale che può produrre conseguenze politiche e militari senza coincidere formalmente con l’autorità di uno Stato.
Una società privata dentro la politica estera americana
SpaceX non può essere considerata semplicemente un braccio operativo del governo statunitense. È una società privata, dotata di interessi commerciali e di un significativo margine decisionale.
La sua crescita, tuttavia, è profondamente intrecciata con l’apparato pubblico americano.
La NASA ha affidato a SpaceX il trasporto di astronauti e rifornimenti verso la Stazione Spaziale Internazionale. Una versione di Starship è stata scelta come sistema di allunaggio per il programma Artemis. Il primo contratto per lo Human Landing System aveva un valore di 2,89 miliardi di dollari.
Nel 2021 NASA e SpaceX firmarono inoltre un accordo per coordinare la sicurezza orbitale. In presenza di un possibile avvicinamento pericoloso, gli Starlink devono normalmente effettuare la manovra evasiva, mentre la NASA evita di spostare contemporaneamente i propri veicoli.
Il Dipartimento della Difesa acquista servizi satellitari commerciali e SpaceX ha sviluppato Starshield, una piattaforma destinata specificamente alle esigenze governative e militari.
Si è quindi formato un rapporto ibrido. Lo Stato autorizza, finanzia e utilizza tecnologie private; l’impresa mette a disposizione capacità che l’amministrazione pubblica difficilmente potrebbe sviluppare con la stessa rapidità.
Washington beneficia della superiorità tecnologica di SpaceX. La società beneficia dei contratti, delle autorizzazioni e della domanda istituzionale degli Stati Uniti. I due soggetti non coincidono, ma sono diventati progressivamente interdipendenti.
Questa ambiguità rappresenta anche uno strumento di influenza internazionale. Una rete formalmente commerciale può entrare nei mercati stranieri, servire utenti civili e, in caso di crisi, integrarsi nell’architettura strategica occidentale.
Ma che cosa accade quando gli interessi dell’impresa, quelli del governo americano e quelli di uno Stato alleato non coincidono?
Il ritardo europeo
È in questo scenario che deve essere interpretato IRIS², il programma europeo per la connettività satellitare sicura.
Secondo la Commissione europea, il sistema dovrebbe comprendere 348 satelliti distribuiti tra orbita bassa e media. Dovrà assicurare comunicazioni protette ai governi, alle infrastrutture critiche, ai servizi di emergenza e agli utenti commerciali.
Nel dicembre 2024 l’Unione europea ha firmato una concessione di dodici anni con il consorzio SpaceRISE. L’obiettivo è rendere disponibili i servizi governativi e commerciali entro il 2030.
IRIS² non nasce soltanto per portare internet nei territori remoti. Nasce dalla consapevolezza che la connettività satellitare sia diventata una componente dell’autonomia strategica europea.
L’Unione dispone già di Galileo per la navigazione satellitare e di Copernicus per l’osservazione terrestre. L’Europa dispone già della costellazione commerciale OneWeb, oggi integrata nel gruppo Eutelsat, ma non possiede ancora un’infrastruttura sovrana immediatamente paragonabile a Starlink per dimensioni, diffusione, flessibilità operativa e integrazione nelle comunicazioni militari.
Il problema non consiste necessariamente nel costruire una copia della costellazione americana. L’architettura europea sarà differente e utilizzerà più livelli orbitali. La questione riguarda la possibilità di garantire comunicazioni sicure e autonome durante una crisi.
Una capacità disponibile nel 2030 sarà sufficiente per affrontare le emergenze del presente?
Tre modelli per conquistare l’orbita
Anche la Cina ha compreso il valore strategico delle grandi costellazioni. Pechino sta sviluppando reti in orbita bassa per ridurre la dipendenza dalle infrastrutture occidentali e competere nel mercato globale delle comunicazioni.
Il dispiegamento della costellazione Qianfan, conosciuta anche come “Mille Vele”, è iniziato nel 2024. Altri programmi cinesi prevedono il lancio di migliaia di satelliti.
La corsa orbitale presenta così tre modelli principali.
Negli Stati Uniti la capacità è trainata da una grande società privata, ma sostenuta da contratti pubblici e integrata nell’apparato strategico nazionale.
In Cina lo sviluppo è affidato a imprese sostenute dalle autorità pubbliche e inserite in una strategia nazionale definita dallo Stato.
L’Unione europea tenta invece di costruire una collaborazione pubblico-privata sottoposta a una governance condivisa tra istituzioni e imprese.
La competizione non riguarda soltanto la vendita di abbonamenti internet. Riguarda la capacità di definire standard, utilizzare frequenze, raggiungere mercati internazionali e costruire relazioni di dipendenza.
Il Paese che fornisce una rete essenziale può conquistare una posizione privilegiata nei confronti di chi la utilizza. Può consolidare alleanze, ottenere influenza diplomatica e rendere costoso il passaggio a un sistema concorrente.
La connettività orbitale diventa così una forma di politica estera.
Lo spazio non appartiene a nessuno. Ma è davvero accessibile a tutti?
Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 stabilisce che lo spazio non può essere oggetto di appropriazione nazionale attraverso rivendicazioni di sovranità, occupazione o uso.
Le attività spaziali delle imprese private devono essere autorizzate e sottoposte alla vigilanza continuativa dello Stato competente.
SpaceX, quindi, non possiede alcuna porzione di cielo e non può rivendicare la sovranità sulle orbite utilizzate.
Esiste però una differenza tra proprietà giuridica e controllo funzionale.
Chi costruisce i satelliti, possiede i vettori di lancio, ottiene l’autorizzazione a utilizzare determinate frequenze, raggiunge milioni di utenti e occupa operativamente specifiche fasce orbitali acquisisce un vantaggio difficilmente recuperabile.
Non dichiara che l’orbita gli appartiene. Ma sviluppa una capacità di utilizzo che gli altri soggetti non sono in grado di eguagliare.
Lo spazio rimane formalmente comune. L’accesso effettivo, invece, dipende da capitali, autorizzazioni, conoscenze industriali, frequenze disponibili e capacità di lancio.
La libertà di accesso rischia così di trasformarsi nella libertà del soggetto più veloce, più ricco e tecnologicamente avanzato.
Il costo della corsa orbitale
L’affollamento dell’orbita non rappresenta un argomento separato dalla geopolitica. È il costo materiale della competizione.
Secondo il rapporto dell’Agenzia spaziale europea sull’ambiente orbitale, in alcune fasce particolarmente congestionate la densità dei satelliti attivi si sta avvicinando a quella dei detriti. Satelliti integri e corpi di razzi rientrano complessivamente nell’atmosfera più di tre volte al giorno.
Più aumentano gli oggetti in orbita, più crescono gli avvicinamenti pericolosi e le manovre necessarie per evitare collisioni. Un incidente ad alta velocità può generare migliaia di frammenti, capaci di minacciare anche i veicoli appartenenti a Paesi e operatori estranei alla causa originaria.
L’Unione Astronomica Internazionale denuncia inoltre le conseguenze delle grandi costellazioni sulle osservazioni ottiche e radioastronomiche. I satelliti possono produrre scie luminose nelle immagini dei telescopi e le trasmissioni radio possono disturbare segnali cosmici estremamente deboli.
SpaceX ha introdotto schermature, modifiche strutturali e differenti orientamenti dei satelliti per ridurne la luminosità. Gli interventi hanno prodotto alcuni risultati, senza però eliminare l’effetto cumulativo di migliaia di apparecchi.
La competizione che promette di collegare il pianeta rischia quindi di degradare una risorsa condivisa.
Chi deve sostenere il costo scientifico e ambientale di un vantaggio economico e strategico ottenuto da pochi?
La sovranità del XXI secolo
Starlink ha collegato popolazioni isolate, sostenuto servizi pubblici durante le emergenze e dimostrato l’efficacia di un’infrastruttura orbitale distribuita. Sarebbe sbagliato ignorarne i benefici o descrivere SpaceX esclusivamente come una minaccia.
Sarebbe però altrettanto sbagliato continuare a considerarla soltanto un’impresa che vende accesso a internet.
La guerra in Ucraina ha dimostrato che una rete privata può entrare nella catena operativa di uno Stato, diventare essenziale per le sue forze armate e influire sulla libertà d’azione di un governo.
Il vero problema non è soltanto stabilire se Elon Musk abbia accumulato troppo potere. La domanda più importante è perché gli Stati abbiano permesso che una funzione strategica dipendesse dalla tecnologia, dai contratti e dalle decisioni di un unico operatore.
Nel XXI secolo la sovranità non coincide più soltanto con il controllo dei confini. Passa attraverso satelliti, frequenze, infrastrutture digitali e codici informatici.
Uno Stato che non controlla le reti attraverso le quali comunica, osserva e combatte conserva la propria sovranità sulla carta. Ma potrebbe perdere la capacità concreta di esercitarla.
Il cielo continua a non appartenere formalmente a nessuno.
La possibilità di utilizzarlo per condizionare ciò che accade sulla Terra, invece, appartiene già a pochissimi.
Fonti principali
- Agenzia spaziale europea, Space Environment Report 2025.
- Commissione europea, documentazione istituzionale sul programma IRIS² e sulla concessione al consorzio SpaceRISE.
- NASA, accordo con SpaceX sulla sicurezza dei voli spaziali.
- NASA, documentazione sullo Human Landing System e sul programma Artemis.
- Ufficio dell’Ispettore generale di USAID, relazione sui terminali Starlink consegnati all’Ucraina.
- Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, documentazione sui servizi satellitari commerciali.
- Reuters, inchiesta sull’interruzione del servizio durante la controffensiva ucraina del 2022.
- Reuters, notizie sul guasto globale di Starlink del luglio 2025.
- Associated Press, dichiarazioni di SpaceX sull’impiego militare di Starlink.
- Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari dello spazio extra-atmosferico, Trattato sullo spazio extra-atmosferico.
- Unione Astronomica Internazionale, Centro per la protezione del cielo buio e silenzioso.
- Federal Communications Commission, autorizzazioni relative alla costellazione Starlink.
- Documentazione istituzionale cinese sul dispiegamento delle costellazioni per le comunicazioni satellitari.
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