Gite scolastiche, il “nuovo” eroismo gratuito dei docenti abbandonati dallo Stato
Gite scolastiche, docenti trasformati in Rambo senza diaria: lo Stato pretende, non paga e poi chiama responsabilità
C’è una parola che lo Stato italiano pronuncia con grande eleganza quando parla dei docenti: responsabilità.
La pronuncia bene, con tono grave, istituzionale, quasi sacerdotale.
La ripete nei regolamenti, nelle circolari, nei decreti di incarico, nei verbali dei consigli di classe, nelle informative alle famiglie, nelle riunioni in cui si chiede ai professori di “dare disponibilità” ad accompagnare gli studenti in viaggio di istruzione.
Peccato che, quando dalla responsabilità si passa al riconoscimento, alla tutela, al compenso, alla protezione vera del lavoratore, la stessa voce istituzionale diventi improvvisamente afona.
Una meraviglia nazionale.
Lo Stato sa chiedere in latino e togliere in dialetto contabile.
L’Ordinanza della Corte di Cassazione n. 25627/2025, depositata il 18 settembre 2025, non è una sentenza contro i docenti accompagnatori, e sarebbe scorretto raccontarla così.
Ma è una di quelle pronunce che illuminano brutalmente il paesaggio giuridico dentro cui oggi si muove la scuola.
Una gita scolastica presso un campo di volo, un incidente gravissimo causato dall’elica di un aeromobile, una richiesta risarcitoria enorme, un processo civile, un processo penale, una compagnia assicurativa, una sentenza di primo grado, una sentenza d’appello, infine la Cassazione.
Tradotto per chi vive la scuola reale, la gita non è più soltanto didattica fuori sede.
È una spedizione amministrativa in territorio ostile, con mappe scritte da burocrati che non hanno mai accompagnato quaranta adolescenti in autogrill alle sei del mattino.
La Cassazione ha stabilito che il giudizio civile di danno conserva la propria autonomia se è stato avviato prima della sentenza penale di primo grado.
In altre parole, l’assoluzione penale non chiude automaticamente la strada al risarcimento civile quando l’azione civile è già stata tempestivamente esercitata.
Principio tecnicamente corretto, importante per la tutela delle vittime, ma anche rivelatore di una verità che il Ministero finge di non vedere: chi entra nel meccanismo del danno scolastico può restarci incastrato per anni, tra responsabilità, accertamenti, chiamate in causa e assicurazioni che naturalmente scoprono sempre, al momento giusto, che coprivano una cosa ma forse non quell’altra.
E qui arriviamo al professore accompagnatore, questa figura mitologica della scuola italiana contemporanea.
Di giorno educatore, di sera sorvegliante, di notte guardiano morale, al mattino mediatore familiare, durante il viaggio controllore ferroviario, in albergo ispettore della sicurezza, al museo domatore di branchi digitalizzati, al ristorante nutrizionista improvvisato, in caso di emergenza responsabile civile potenziale, e naturalmente il tutto con il consueto entusiasmo patriottico del “lei è in servizio”.
In servizio, certo. Ma con quale riconoscimento?
Le indennità di missione sono state abolite.
Il compenso specifico nazionale per le gite non esiste come voce chiara, stabile, ordinaria.
Alcune scuole riescono a prevedere compensi forfettari, altre arrancano con il Fondo dell’istituzione scolastica, altre ancora si affidano alla nobile categoria del volontariato obbligatoriamente spontaneo, che è una delle invenzioni più raffinate della burocrazia italiana.
Il docente non è obbligato, si dice.
Però se non parte, salta la gita.
Se salta la gita, protestano le famiglie.
Se protestano le famiglie, si crea tensione.
Se si crea tensione, il docente è “poco collaborativo”.
E così la libertà diventa un corridoio stretto, con la porta aperta solo sulla carta.
Il capolavoro retorico è questo: il docente accompagnatore è abbastanza professionista per assumersi responsabilità enormi, ma non abbastanza professionista per essere pagato in modo adeguato.
È abbastanza pubblico ufficiale morale per rispondere dell’incolumità dei ragazzi, ma non abbastanza lavoratore per meritare una disciplina contrattuale seria.
È abbastanza adulto da firmare un incarico, ma non abbastanza fragile da dover essere protetto dal sistema che glielo chiede.
Lo Stato italiano ha una concezione feudale della scuola: pretende fedeltà, dedizione e sacrificio, ma quando si tratta di riconoscere il lavoro, distribuisce pacche sulle spalle e modulistica.
Sulla carta, dal 2025/2026 la copertura INAIL è stata estesa strutturalmente anche al personale scolastico e agli studenti per le attività di insegnamento e apprendimento, comprese uscite didattiche e viaggi di istruzione. Bene. È un passo avanti.
Ma non prendiamoci in giro con la fanfara ministeriale.
La copertura INAIL non è una corazza medievale. Non è una tutela legale integrale.
Non è una polizza professionale completa.
Non è un riconoscimento economico. Non paga le notti insonni, non risarcisce l’ansia di gestire adolescenti fuori sede, non impedisce a un docente di essere chiamato a spiegare, anni dopo, dove fosse, cosa avesse visto, cosa avrebbe potuto prevedere, quale pericolo fosse evidente, quale controllo fosse ragionevole, quale omissione gli venga attribuita.
La scuola reale vive in questa contraddizione. Da una parte la giurisprudenza, correttamente, ricorda che non si può pretendere una vigilanza disumana, specie nelle ore notturne, perché anche gli studenti hanno una sfera privata e perché nessun docente può trasformarsi in drone ministeriale appeso al soffitto dell’albergo.
La Cassazione, già con la nota linea sulla vigilanza notturna, ha escluso l’obbligo di una sorveglianza continua e invasiva durante il riposo, richiamando il rispetto della riservatezza degli alunni.
Dall’altra parte, però, lo stesso sistema scarica sui docenti un obbligo preventivo sempre più vasto: controllare, verificare, accertare, istruire, prevedere, prevenire.
Il docente deve vedere il rischio prima che accada, intuire il pericolo prima che si manifesti, valutare l’albergo, il pullman, il balcone, il corridoio, il cavo elettrico, il comportamento del ragazzo, il gruppo WhatsApp, la finestra, il parapetto, l’uscita di sicurezza, il compagno agitato, la studentessa in crisi, il genitore che chiama, il dirigente che raccomanda, l’agenzia che rassicura e la realtà che, come noto, non legge mai le circolari.
A questo punto, per coerenza, proponiamo una soluzione semplice: affidare al Battaglione San Marco l’organizzazione di un corso nazionale di sopravvivenza per docenti accompagnatori.
Titolo: “Operazione Gita Sicura”.
Modulo uno: attraversamento tattico dell’autogrill con classe terza superiore in stato di iperstimolazione da cappuccino e patatine.
Modulo due: bonifica preventiva della camera d’albergo, con verifica di balconi, finestre, prese elettriche, armadi sospetti, piani di evacuazione e adolescente nascosto sotto il letto per fare una storia su Instagram.
Modulo tre: sorveglianza notturna non invasiva, consistente nel dormire con un occhio aperto, un orecchio sul corridoio, il registro elettronico nello zaino e il codice civile sotto il cuscino.
Modulo quattro: gestione del rischio affettivo, perché alle due di notte, durante le gite, nascono più relazioni sentimentali che nei romanzi ottocenteschi, ma con meno lettere e più screenshot.
Modulo cinque: tecniche di mimetizzazione davanti ai genitori, quando al ritorno uno studente dichiara di aver perso una felpa, una power bank, la dignità e, forse, anche la voglia di studiare.
Modulo finale: lancio col paracadute nel cortile della scuola, con atterraggio davanti al dirigente e consegna del modulo di rendicontazione spese, naturalmente respinto perché manca lo scontrino del caffè.
Ecco il nuovo docente secondo lo Stato italiano: un novello Rambo della pedagogia, armato di penna rossa, autorizzazione firmata, elenco alunni, tachipirina non somministrabile, circolare stampata, assicurazione da interpretare, responsabilità da assumere e compenso da cercare col lanternino.
La cosa più grottesca è che tutto questo viene ancora raccontato come “spirito di servizio”. Espressione nobilissima, se non fosse diventata il profumo istituzionale con cui si copre l’odore acre dello sfruttamento.
Lo spirito di servizio è una virtù quando si aggiunge alla giustizia. Diventa ricatto morale quando sostituisce il salario, la tutela e il rispetto professionale.
La scuola italiana vive da anni dentro questo equivoco. Si chiede ai docenti di essere missionari, ma li si valuta come impiegati. Si pretende che siano educatori totali, ma li si remunera come se il loro lavoro finisse al suono della campanella. Si chiede loro di accompagnare i ragazzi nel mondo, ma non si accompagna loro nemmeno dentro una cornice di garanzie chiare.
Si vuole la scuola aperta, inclusiva, esperienziale, europea, laboratoriale, viaggiante, orientativa, relazionale, ma la si finanzia come una parrocchia con il fotocopiatore rotto.
La verità è che il viaggio di istruzione è una delle esperienze più belle della scuola. Può aprire gli occhi, costruire gruppo, trasformare una classe, dare senso a ciò che nei manuali resta astratto.
Un ragazzo che vede Roma, Firenze, Parigi, Berlino, Atene o un campo scientifico, non porta a casa soltanto una fotografia.
Porta a casa un frammento di cittadinanza. Ma proprio perché la gita è importante, non può reggersi sull’eroismo gratuito dei docenti.
Qui non si tratta di abolire le gite.
Si tratta di smettere di trattare i docenti come ammortizzatori umani di un sistema inefficiente.
Serve una disciplina nazionale chiara.
Serve un compenso specifico, dignitoso, non lasciato alla lotteria dei fondi d’istituto.
Serve una copertura assicurativa effettiva, comprensibile, ampia, con tutela legale e responsabilità civile adeguate.
Serve una definizione ragionevole dei limiti della vigilanza.
Serve una procedura nazionale per la valutazione delle strutture e dei vettori, perché non può essere il docente di lettere, arrivato in albergo alle ventitré con quaranta ragazzi stanchi, a trasformarsi in ingegnere della sicurezza, ispettore edilizio e consulente assicurativo.
Soprattutto, serve una rivoluzione culturale: riconoscere che il docente non è un volontario istituzionale. È un professionista.
E i professionisti si rispettano non con le frasi da convegno, ma con contratti, tutele, risorse e responsabilità proporzionate.
Lo Stato italiano, invece, continua a fare il contrario.
Pretende senza dare.
Chiede senza proteggere.
Ordina senza pagare.
Moralizza senza assumersi il costo della propria morale.
Poi, quando qualcosa va storto, scopre improvvisamente la grammatica della responsabilità e la declina tutta al singolare: il docente doveva, il docente poteva, il docente avrebbe dovuto prevedere.
No. Anche lo Stato doveva.
Doveva prevedere che non si può mandare un docente in gita come un ufficiale in missione e poi trattarlo come un accompagnatore occasionale.
Doveva prevedere che il lavoro notturno, la vigilanza, la gestione del rischio, la reperibilità continua, la responsabilità educativa e la pressione delle famiglie non sono folklore scolastico.
Doveva prevedere che la professionalità docente non si difende con i comunicati, ma con norme e soldi.
Doveva prevedere che una scuola fondata sul sacrificio gratuito prima o poi si spezza.
E allora, prima di chiedere ai professori di diventare Rambo in pullman, lo Stato abbia almeno il pudore di fornire loro qualcosa di più di un modulo da firmare e una pacca sulla spalla.
Perché la scuola non ha bisogno di eroi esausti.
Ha bisogno di professionisti rispettati.
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