Habermas è morto. Un gigante del pensiero. Ma i giganti, proprio perché giganteschi, vanno giudicati senza inchini
La morte di Jürgen Habermas, annunciata il 14 marzo dalla sua casa editrice Suhrkamp e rilanciata dalle principali agenzie internazionali, chiude una stagione della filosofia europea che per oltre mezzo secolo ha creduto di poter salvare la democrazia attraverso la forza della ragione pubblica.
Habermas è morto a 96 anni a Starnberg, vicino a Monaco. Non se ne va soltanto un accademico influente. Se ne va una delle ultime figure che abbiano tentato seriamente di tenere insieme filosofia, politica, etica civile e responsabilità storica della Germania dopo il nazismo.
Il suo lascito è immenso. Strukturwandel der Öffentlichkeit, cioè Storia e critica dell’opinione pubblica, ha insegnato a generazioni di studiosi che la democrazia non vive soltanto nelle urne o nelle istituzioni, ma nello spazio pubblico in cui i cittadini discutono, criticano, vigilano e trasformano il potere in qualcosa che debba rispondere alle ragioni e non soltanto alla forza.
Più tardi, con The Theory of Communicative Action, Habermas ha opposto all’agire strategico, orientato all’interesse e al dominio, l’idea di un agire comunicativo orientato all’intesa.
È stato, in sostanza, il grande teorico della convinzione secondo cui una società resta libera solo se conserva luoghi, linguaggi e istituzioni capaci di produrre confronto razionale.
In questo senso Habermas è stato essenziale.
In un Novecento devastato dai totalitarismi, dal cinismo ideologico e dalla mercificazione crescente della vita pubblica, egli ha difeso un punto che oggi suona quasi scandaloso nella sua semplicità, e cioè che la verità conta, che gli argomenti non sono tutti equivalenti, che il potere deve giustificarsi, che il cittadino non è soltanto consumatore, tifoso o bersaglio propagandistico.
La sua idea di sfera pubblica, pur riveduta e corretta nel tempo, resta una delle grandi architetture teoriche con cui comprendiamo ancora oggi i media, i parlamenti, i movimenti sociali e persino la crisi delle democrazie digitali.
E tuttavia proprio qui cominciano i suoi errori, e non sono marginali. Habermas ha pensato troppo spesso la ragione come se potesse davvero depurarsi dalle asimmetrie del potere materiale.
Ha creduto che il buon argomento, in condizioni giuste, potesse prevalere sulla forza degli apparati, dei capitali, delle burocrazie, degli interessi geopolitici, delle manipolazioni mediatiche.
Era una nobile fiducia, ma anche una fiducia eccessiva. La sua teoria della deliberazione ha dato strumenti preziosi alla democrazia, ma talvolta ha finito per idealizzarla, come se l’accesso alla parola fosse più eguale di quanto la realtà abbia mai consentito.
Non a caso, studiosi e studiose come Nancy Fraser e altri critici hanno contestato il carattere selettivo della sfera pubblica borghese, storicamente escludente verso donne, ceti subalterni e pubblici marginalizzati.
Lo stesso Habermas, col tempo, dovette riconoscere la pluralità dei pubblici e i limiti della sua impostazione iniziale.
Il secondo grave errore riguarda l’Europa. Habermas è stato uno dei massimi cantori dell’integrazione europea e della necessità di una sfera pubblica postnazionale.
L’intuizione era alta e, per molti versi, ancora necessaria. Ma il suo europeismo ha spesso mostrato un residuo di fiducia nella razionalizzazione istituzionale che la storia recente non giustifica.
In lui si legge talvolta l’illusione che il deficit democratico dell’Unione possa essere colmato quasi naturalmente da più diritto, più procedure, più discorso pubblico condiviso.
È un errore tipicamente habermasiano, elegante ma serio, perché sottovaluta quanto l’Europa reale sia attraversata da blocchi di potere, gerarchie economiche e sovranità diseguali che non si lasciano redimere semplicemente con una grammatica migliore della deliberazione.
Anche quando criticava la tecnocrazia di Merkel o chiedeva più coraggio politico per l’Europa, restava in lui una fede residua nella possibilità che il sistema volesse davvero ascoltare la ragione.
La realtà, più volte, gli ha risposto di no.
Il terzo errore, forse il più doloroso, è quello delle sue prese di posizione finali sui grandi conflitti contemporanei. Sulla guerra in Ucraina la sua cautela verso l’escalation fu letta da molti come responsabilità.
Da altri, però, come una prudenza così astratta da risultare insufficiente davanti all’aggressione concreta. Reuters ricorda che la sua posizione sulla crisi ucraina fu controversa.
Ma è soprattutto sul conflitto di Gaza che il filosofo universalista ha mostrato una torsione difficilmente ignorabile. Nel novembre 2023 Habermas sostenne che il principio del “mai più” dovesse tradursi anzitutto nella difesa della vita ebraica e del diritto di esistere di Israele, arrivando a definire la reazione militare israeliana “giustificata in principio” e a collocare fuori dai limiti del dibattito accettabile l’attribuzione di intenzioni genocide a Israele.
A quella presa di posizione risposero numerosi intellettuali, rilevando che la dignità umana non veniva estesa con uguale intensità ai civili palestinesi e che mancava un riferimento adeguato al diritto internazionale e ai crimini contro i civili.
Qui il problema non era soltanto politico. Era filosofico.
Il teorico dell’universalismo procedurale appariva improvvisamente meno universale, quasi prigioniero di una gerarchia morale incapace di reggere sino in fondo la prova della simmetria.
Ecco perché un editoriale serio non deve limitarsi al necrologio riverente.
Habermas merita gratitudine, ma non canonizzazione. È stato un gigante perché ha preso sul serio la ragione quando il secolo la umiliava.
È stato un maestro perché ha ricordato all’Occidente che la democrazia non è soltanto decisione, ma giustificazione pubblica della decisione. Però è stato anche il pensatore di una speranza troppo ordinata, troppo fiduciosa nella capacità del linguaggio di disciplinare la violenza della storia.
In lui c’è la nobiltà dell’Illuminismo e insieme la sua fragilità. C’è il coraggio di pretendere argomenti e c’è, talvolta, la sottovalutazione della brutalità con cui il potere decide prima, parla dopo e spesso usa il linguaggio soltanto come copertura.
Per questo Habermas va salutato con rispetto, ma senza devozione. Le civiltà mature non idolatrano i propri maestri, li studiano. E studiare Habermas oggi significa fare due cose insieme.
La prima è difendere ciò che in lui resta indispensabile, cioè l’idea che senza spazio pubblico, critica e responsabilità argomentativa la democrazia scivoli nella propaganda.
La seconda è riconoscere che il suo pensiero, proprio mentre voleva emancipare, ha talvolta smarrito la concretezza della sofferenza, delle esclusioni storiche, delle asimmetrie reali, fino a inciampare in giudizi che hanno ferito la stessa pretesa universalistica da lui proclamata. È la sorte dei grandi. Aprono mondi, ma non ne vedono tutti gli abissi.
Habermas non era infallibile. Per fortuna.
I filosofi infallibili servono alle chiese, ai partiti e ai regimi.
Le democrazie, invece, hanno bisogno di pensatori discutibili, altissimi e imperfetti. Lui è stato uno di questi. Ed è proprio per questo che continuerà a contare.
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