La memoria dei luoghi vive nell’umanità delle persone
Geraci Siculo: da uno dei più belli Borghi Medioevali della Sicilia si parla della bellezza del Volto Dio Fede. Tra fede, cultura tradizione arte e …
Non capita tutti i giorni ricevere un invito così particolare, che solo per oggettiva impossibilità, si è costretti non accettare, ma il desiderio di esserci ci spinge a invitare chi può, a partecipare.
In un momento dove la Fede Cattolica è fortemente messa in discussione, travolta da una incredibile e dissacrante persecuzione ed in alcuni casi un martirio per chi la professa e la difende, l’invito ricevuto diventa uno spunto di riflessione e partecipazione assai serio e di elevata considerazione.
Non un invito “pomposo”, altisonante ed egocentrico, come la propaganda di ogni genere ci ha oramai abituato.
Non una “imposizione” da Influencer che più che invitare, obbliga.
Ma un invito semplice, umile, dove in prima battuta c’è la Preghiera, la Riflessione, il raccoglimento dello spirito e dell’Uomo.
Cari fratelli e sorelle, abbiamo il piacere di invitarvi a voler partecipare alla S. Messa delle ore 18,30 di mercoledì 12 agosto 2026 e poi alla presentazione del nostro libro sulla Bellezza del Volto di Dio.
La Vostra presenza sarà particolarmente gradita.
Grazie.
Così mi è arrivato l’invito da Don Santo Scileppi, Parroco di Geraci Siculo, un Borgo importantissimo delle Madonie, in provincia di Palermo, dove i Marchesi di Ventimiglia costruirono la loro prima residenza cui oggi rimangono i ruderi del Castello dei Ventimiglia, poi trasferiti a Castelbuono.
Ventimiglia che istituirono il primo Parlamento in Europa, con sede a Palermo, durante il magnifico regno di Federico II.
Un parroco che ho avuto modo di conoscere ed apprezzare, avendo io origini da parte di mia mamma, di questo meraviglioso e significativo paese, negli ultimi anni, scoprendo un Prete, magari considerato di “campagna” da una cultura radical… ma che per Fede e Operosità e Vocazione, ha tanto da insegnare a tutti Noi.
Già nell’invito, la dice lunga, aspetto che pochi forse colgono, dove prima di tutto invita a Partecipare alla Messa, poi alla presentazione del Suo libro, che non vedo l’ora di poter leggere.
Ho conosciuto tanti preti, monsignori, vescovi e cardinali e non ho trovato quasi mai tra essi chi al primo posto mettesse la missione per cui è stato chiamato da Dio.
L’egoismo e la vanità ha spesso avuto il sopravvento.
Ma Don Santo, Santino per gli amici, prima viene la Sua Vocazione e la Sua Missione, ed anche in questo caso non si è smentito.
L’invito lo dimostra con determinazione.
Prima il ringraziamento al Signore, attraverso la partecipazione alla Santa Messa che si terrà alla Chiesa di San Bartolo a Piazza San Bartolo, durante le ricorrenze in corso in questo mese dedicato ai patroni di Geraci Siculo, San Bartolo e San Giacomo, poi, attraverso il libro, che già dal titolo “La Bellezza del Volto di Dio” se ne può intuire la bellezza e la profondità del contenuto.
La semplicità disarmate ma determinante e costruttiva, nell’esercitare la Sua Missione cui Don Santino è stato chiamato ad esercitare, ho avuto modo di riscontrarla in due episodi, direi quasi più unici che rari.
Una domenica, mi trovavo a Geraci Siculo, dove ho degli interessi di famiglia, e dovendomi recare nella piazza del paese, dove avevamo deciso di incontrarci per andare a pranzo insieme, durante il tragitto lo trovai seduto davanti ad un bar, mentre scriveva alcune cose. Ci siamo messi a chiacchierare e nel frattempo il bar, visto l’orario, si riempiva di avventori locali per un piccolo aperitivo.
Premetto che Don Santino come ovvio che sia, conosceva tutti tanto da chiamarli tutti per nome. Ricordo ad una coppia disse: “è ora che pensiate a mettere su famiglia e sposarvi… “Chissà quanti preti avrebbero osato richiedere tanto… Ma ecco che appena furono serviti gli aperitivi, Don Santino, senza indugio, ma con grande fermezza, fermò tutti prima che iniziassero a consumare il loro aperitivo, quasi tutti analcolici, così evitiamo illazioni, invitando tutti a ringraziare il signore per quel momento di relax e benedicendo gli aperitivi.
Mi accorsi, con grande sorpresa, che tutti, nessuno escluso, ci ritrovammo a ringraziare il Signore.
Mai vista una cosa del genere, eppure ho girato tanto anche con tanti “Ministri di Dio” più o meno titolati.
Più tardi raggiunta la “trattoria della piazza” , dove non si ordina secondo un menù, ma si mangia ciò che l’oste con la sua famiglia prepara quel giorno per se stessi e i commensali, dopo aver fatto simpatica conoscenza con degli avventori, moto fuoristradisti di passaggio, arrivati li per le meravigliose mulattiere da percorrere e a pranzo avendo saputo del particolare locale dove si gustano le preliate pietanze del giorno, cucinate con la cura e la passione di una volta, non appena l’oste ha servito in tavola dei gustosissimi antipastini locali, Don Santino, con la stesse determinazione e fermezza, ma anche con grande dolcezza e signorilità, ha coinvolto tutti a ringraziare il Signore per il cibo che ricevevamo. Tutti, nessuno escluso, hanno partecipato con trasporto a quel ringraziamento ed a quella preghiera.
La determinazione e la Vocazione di Don Santino la si evince anche dai numerosi eventi che organizza, coinvolgendo l’intero paese di Geraci Siculo.
Basta vedere i numerosi eventi che sia nei fine settimana, ma anche durante la settimana, riesce ad organizzare.
Un esempio che non può passare inosservato, specialmente per Noi che partendo con il Cenacolo del Mediterraneo, abbiamo pensato allo sviluppo dei Borghi Medioevali, cui stiamo lavorando nell’interesse di rilanciare la Cultura, la tradizione, l’artigianato, l’arte ma anche la Nostra sacralità spirituale, assai lontana dal materialismo cui oggi assistiamo.
Il commento del Direttore
La memoria dei luoghi vive nell’umanità delle persone
Ci sono inviti che comunicano molto più di quanto dicano formalmente. Quello ricevuto da Ettore Lembo da don Santo Scileppi, parroco di Geraci Siculo, appartiene certamente a questa categoria. Non è soltanto l’annuncio di una celebrazione religiosa o della presentazione di un libro. È il segno di una comunità che continua a riconoscersi nella propria storia, nei propri simboli e soprattutto nelle relazioni umane che la tengono unita.
Geraci Siculo non è semplicemente un piccolo centro delle Madonie. È un luogo nel quale la storia ha lasciato tracce profonde: i ruderi del castello dei Ventimiglia, le memorie medievali, il rapporto con il territorio e con le vicende politiche della Sicilia costituiscono un patrimonio che non appartiene soltanto agli studiosi. Quella storia vive ancora nelle famiglie, nelle tradizioni religiose, nei racconti degli anziani, nelle feste, nei gesti quotidiani e persino nel modo in cui una comunità decide di rivolgere un invito.
È proprio questo il passaggio più significativo delle parole di Ettore Lembo. Prima la partecipazione alla Messa, poi la presentazione del libro. Non si tratta di una semplice successione organizzativa, ma dell’espressione di una precisa gerarchia di significati. Prima viene la comunità che si raccoglie, riconosce la propria identità e condivide un momento spirituale. Successivamente viene il libro, cioè la parola scritta, la riflessione individuale che si offre al confronto collettivo. Prima l’incontro tra le persone, poi l’evento culturale. Prima la relazione, poi la rappresentazione.
In un tempo nel quale persino la cultura rischia di trasformarsi in consumo, promozione personale o passerella, questo ordine assume un valore quasi rivoluzionario. Ci ricorda che un libro non nasce soltanto per essere venduto o presentato, ma per entrare nella vita di una comunità, suscitare domande e generare legami.
Anche l’espressione “prete di campagna”, spesso pronunciata con sufficienza da una certa cultura autoreferenziale e superficialmente radicale, dovrebbe essere completamente rovesciata. La campagna non è sinonimo di arretratezza e la periferia non è assenza di pensiero. Al contrario, proprio nei piccoli centri si conservano spesso forme di umanità, prossimità e responsabilità che le grandi realtà urbane hanno progressivamente smarrito. Un sacerdote che conosce le famiglie, accompagna le fragilità, custodisce le memorie e condivide le fatiche quotidiane possiede una conoscenza dell’uomo che nessun algoritmo, nessuna teoria astratta e nessuna sofisticata costruzione ideologica possono sostituire.
La vera cultura non consiste nel guardare dall’alto le comunità considerate marginali, ma nel saperne riconoscere la dignità. Il provincialismo, del resto, non appartiene necessariamente a chi vive in provincia. Molto spesso appartiene allo sguardo di chi è incapace di comprendere ciò che esiste fuori dal proprio ambiente sociale e culturale.
Nelle parole di Ettore Lembo emerge così una questione decisiva. La storia dei luoghi è importante, ma diventa sterile se non conduce al riconoscimento dell’umanità delle persone. Castelli, famiglie nobiliari, parlamenti, chiese e antiche istituzioni acquistano senso soltanto quando aiutano una comunità a comprendere da dove proviene e quale responsabilità possiede verso il futuro. La memoria non deve diventare una vetrina turistica, ma una risorsa educativa e civile.
È qui che si manifesta il valore del mos maiorum. Nell’esperienza romana esso indicava l’insieme dei costumi, dei valori e dei comportamenti trasmessi dagli antenati. Non era una legge scritta, ma una misura morale attraverso la quale giudicare la condotta dell’individuo nella famiglia e nella comunità. Richiamarlo oggi non significa invocare un nostalgico ritorno al passato. Significa recuperare il valore della coerenza tra ciò che si proclama e ciò che si pratica, tra il ruolo ricoperto e il servizio realmente prestato, tra la memoria ricevuta e la responsabilità di trasmetterla.
Il mos maiorum autentico non è immobilità. È continuità morale. È il rispetto per la parola data, l’attenzione verso l’altro, la sobrietà nell’esercizio dell’autorità, il senso del dovere e la consapevolezza che nessuno può costruire la propria identità prescindendo dalla comunità alla quale appartiene.
Il richiamo al mos maiorum acquista una forza ancora maggiore se confrontato con la filosofia materiale ed edonistica che domina una parte significativa della società contemporanea. Viviamo in un tempo nel quale il valore delle persone rischia di essere misurato attraverso ciò che possiedono, mostrano e consumano. La felicità viene confusa con la soddisfazione immediata, il successo con la visibilità, la libertà con l’assenza di limiti e la realizzazione personale con l’accumulazione di beni, esperienze e riconoscimenti.
È però necessario distinguere l’edonismo consumistico contemporaneo dalla più complessa riflessione sul piacere elaborata dalla filosofia antica. Persino Epicuro, frequentemente e impropriamente rappresentato come teorico dell’eccesso, identificava la felicità nella liberazione dalla paura, nella misura dei desideri, nell’amicizia e nella serenità dell’animo. Il piacere autentico non coincideva con l’accumulo, ma con l’assenza di turbamento. Non significava possedere sempre di più, ma imparare a desiderare ciò che è veramente necessario.
La filosofia antica poneva infatti al centro una domanda che il nostro tempo sembra aver progressivamente smarrito. Non chiedeva soltanto che cosa rendesse piacevole la vita, ma che cosa la rendesse buona, giusta e degna di essere vissuta. Aristotele parlava di eudaimonia, una fioritura integrale della persona raggiunta attraverso l’esercizio delle virtù. Gli stoici insegnavano che la libertà interiore nasce dal dominio di sé e dalla capacità di distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non possiamo controllare. La tradizione romana riconosceva nella pietas, nella fides, nella gravitas e nel senso del dovere i fondamenti della dignità individuale e della convivenza civile.
La cultura contemporanea dell’immediatezza promette continuamente soddisfazione, ma produce spesso inquietudine. Ogni desiderio appagato viene rapidamente sostituito da un altro. Ogni oggetto acquistato perde presto il proprio fascino. Ogni immagine pubblicata ha bisogno di una nuova conferma. È una felicità che sfiorisce nel momento stesso in cui viene raggiunta, perché non possiede radici e non costruisce significato.
I valori evocati dall’invito di don Santo Scileppi appartengono invece a una diversa concezione dell’esistenza. La fede, la comunità, la memoria, la parola data, la cura dell’altro e la continuità tra le generazioni non offrono l’eccitazione momentanea del consumo, ma una profondità capace di resistere al tempo. Non promettono una vita priva di dolore, ma forniscono gli strumenti morali e relazionali per attraversarlo senza perdere sé stessi.
È questa, forse, la maggiore lezione che la filosofia antica può ancora consegnare alla modernità. Una civiltà non si mantiene viva grazie alla quantità dei beni che produce, ma attraverso la qualità degli uomini e delle donne che educa. Quando tutto viene ridotto a profitto, immagine e gratificazione, anche la persona finisce per diventare un prodotto. Quando invece una comunità custodisce la memoria, riconosce i propri doveri e attribuisce valore alle relazioni, l’individuo torna a essere parte di una storia più grande della propria esistenza.
Il confronto tra questi due orizzonti non impone di rifiutare la modernità, ma di interrogarne criticamente le promesse. Il progresso materiale è certamente importante, ma diventa autentico progresso umano soltanto quando rimane subordinato alla dignità della persona. Senza questa gerarchia, il benessere rischia di trasformarsi in vuoto e la libertà in solitudine. È proprio allora che un piccolo borgo, un sacerdote e una comunità riunita possono insegnare alla società contemporanea ciò che essa, nella sua frenesia, ha dimenticato.
L’invito di don Santo e la riflessione di Ettore Lembo ci ricordano, infine, una verità semplice ma oggi frequentemente dimenticata. L’essere umano non può vivere soltanto di connessioni, informazioni e visibilità. Ha bisogno di relazioni autentiche, di luoghi riconoscibili, di parole coerenti e di persone capaci di trasformare la propria vocazione in operosità quotidiana.
Forse è proprio questa la lezione che giunge da Geraci Siculo. I borghi non sono residui del passato, ma laboratori nei quali può ancora essere ricostruita una grammatica dell’umano. Una grammatica fondata sulla memoria, sulla fede, sulla cultura, sulla prossimità e sul rispetto. Perché la storia più importante non è soltanto quella custodita nelle pietre di un castello, ma quella che continua a vivere nell’animo e nei gesti delle persone.
Corrado Faletti
Direttore di Betapress
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Buon giorno, complimenti per il bellissimo articolo, grazie per l’invito, purtroppo, essendo lontano da Brindisi, non facile da raggiungere, ma’ mi avrebbe fatto molto piacere, complimenti per l’articolo, che ha descritto un luogo, persone ed in particolare un bravo Reverendo Padre, che ci dimostra come ci siano ancora bravi Parroci capaci e che si fanno voler bene, grazie per averci fatto leggere uno scorcio di un bellissimo luogo e di un Parroco fantastico, che tutti vorremmo 🙏🩵un saluto ed un abbraccio sincero da Brindisi, Salvatore Astro Brindisi