Settembre 11, 2026

L’intelligenza artificiale non ruba il talento: smaschera chi non sa usarla

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Nell’epoca dei social tutti parlano, molti giudicano e pochi ascoltano. Ma né un tesserino, né una laurea, né un algoritmo possono trasformare l’arroganza in autorevolezza.


Oggi sui social regna una grande confusione. Tutti parlano di intelligenza artificiale come se fosse appena stata scoperta l’America. Ma, in questa corsa a proclamarsi esperti, viene spontaneo domandarsi: chi avrebbe davvero scoperto cosa?

 

Molti non hanno ancora compreso a cosa serva l’intelligenza artificiale, quali siano i suoi limiti e come debba essere utilizzata. Alcuni la criticano senza conoscerla; altri la adoperano come una macchina capace di produrre parole, affidandole persino il compito di pensare al posto loro.

Sono due errori opposti, ma nascono dalla medesima superficialità.

L’intelligenza artificiale non è una coscienza, non possiede esperienza umana e non conosce la responsabilità morale. È uno strumento: può aiutare a organizzare le informazioni, correggere un testo, confrontare documenti, tradurre concetti complessi e rendere più accessibile un contenuto. Ma deve essere guidata, controllata e sottoposta alla verifica dell’essere umano.

Non è soltanto una mia opinione. L’UNESCO raccomanda un approccio all’IA centrato sulla persona, fondato sul pensiero critico, sull’etica e sulla responsabilità. Anche l’Unione europea, attraverso l’articolo 4 dell’AI Act, ha riconosciuto l’importanza dell’“alfabetizzazione all’intelligenza artificiale”: non basta avere accesso a questi sistemi, bisogna comprenderne opportunità, rischi e limiti. Il NIST statunitense, nel suo quadro per la gestione dei rischi, indica trasparenza, affidabilità e responsabilità tra gli elementi fondamentali di un’IA degna di fiducia.

Il problema, quindi, non è usare l’intelligenza artificiale. Il problema è usarla senza criterio.

Un tesserino non fabbrica il talento

Nella società dei social esistono anche persone convinte di essere più intelligenti degli altri soltanto perché possiedono un tesserino, una qualifica o una laurea.

Ma un documento non produce automaticamente talento, sensibilità o credibilità.

Il titolo può certificare un percorso di studi. Il tesserino può attestare l’appartenenza a una categoria professionale. Nessuno dei due, però, garantisce educazione, capacità di ascolto, rispetto o comprensione della realtà.

Il talento emerge da come una persona si esprime, da ciò che riesce a trasmettere e, soprattutto, da come cammina dentro la società. La vera autorevolezza non si proclama con la filosofia dell’“io sono io”: si conquista attraverso il comportamento e l’esempio.

Anche la critica ha un limite morale. Criticare non significa umiliare, demolire o mettersi su un piedistallo. Una critica utile dovrebbe indicare gli errori, proporre una strada e aiutare chi è rimasto indietro a crescere.

Quando manca questa parte costruttiva, persino un articolo scritto correttamente può diventare tossico.

Lo stato d’animo di chi scrive attraversa le parole. La rabbia, il rancore, l’invidia e il bisogno di sentirsi superiori possono nascondersi dietro frasi eleganti, ma prima o poi arrivano al lettore. Alcuni articoli, infatti, non servono a informare o a migliorare la società: producono rumore intorno al nome di chi li firma.

L’IA può correggere le parole, non il carattere

È proprio qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale.

L’IA può ripulire un linguaggio confuso, correggere gli errori grammaticali e rendere un testo più scorrevole. Può persino attenuare toni aggressivi o suggerire una struttura migliore. Ma non può consegnare credibilità a chi non possiede coerenza.

Se viene utilizzata male, può produrre l’effetto contrario: testi apparentemente perfetti, ma vuoti, impersonali o scollegati dalla realtà. Chi pubblica senza controllare le informazioni, senza aggiungere esperienza e senza assumersi la responsabilità di ciò che firma rischia di perdere la fiducia dei lettori.

L’intelligenza artificiale dovrebbe aiutare una persona a esprimere meglio il proprio pensiero, non sostituirlo. Dovrebbe sostenere la ricerca, non inventare i fatti. Dovrebbe facilitare la comprensione, non costruire una maschera dietro la quale nascondersi.

Non basta premere un pulsante per diventare giornalisti, scrittori, esperti o comunicatori. Ma non basta neppure possedere un titolo per poter disprezzare chi utilizza correttamente questa tecnologia.

La vera differenza la fanno il metodo, la verifica delle fonti e l’onestà con il pubblico.

“Dare voce” non è uno slogan

Da anni molte persone mi conoscono attraverso una frase che rappresenta il mio impegno: “Dare voce a chi voce non ha”.

 

Ultimamente vedo comparire espressioni simili in numerosi titoli e profili. Ma pronunciare queste parole è semplice; comprenderne il peso è molto più difficile.

Dare voce significa ascoltare una persona anche quando non porta notorietà, pubblico o vantaggi. Significa rispondere a una telefonata, leggere un messaggio, raccogliere una segnalazione e cercare di comprendere un problema.

Ci sono, invece, maestri, professori ed esperti autoproclamati che non riescono nemmeno a rispondere a una chiamata. Le giustificazioni sono quasi sempre le stesse: “Sono troppo impegnato”, “Sto lavorando molto”, “Non ho tempo”.

Forse studiano e lavorano così tanto da non riuscire più ad ascoltare nessuno. In quel caso, però, non stanno dando voce a tutti: stanno dando voce soltanto a se stessi.

Naturalmente nessuno può rispondere sempre e immediatamente. Il tempo e le energie hanno limiti reali. Ma esiste una differenza profonda tra non riuscire a rispondere e scegliere sistematicamente di ignorare le persone considerate poco importanti.

Chi vuole rappresentare la società deve prima imparare ad attraversarla.

Guardare oltre le parole

Quando ascolto una persona, non mi fermo alle frasi che pronuncia. La guardo negli occhi, osservo il suo comportamento e confronto le parole con i fatti.

È una sensibilità che ho sviluppato fin da piccolo e perfezionato nel tempo. A volte percepisco una distanza evidente tra il linguaggio di una persona e ciò che essa comunica realmente attraverso il proprio atteggiamento.

Per questo ascolto tutti, ma non credo automaticamente a tutti.

Rifletto, traggo le mie conclusioni e, quando serve, rispondo con poche parole. Un messaggio breve e diretto può scuotere più di un lungo discorso, soprattutto quando mette in crisi la filosofia di chi pretende di insegnare tutto agli altri senza essere disposto ad ascoltare nessuno.

Offendere l’intelligenza artificiale senza conoscerla è facile. Usarla per fingere competenze che non si possiedono è ancora peggio. In entrambi i casi si finisce per offendere anche l’intelligenza delle persone che leggono, osservano e comprendono molto più di quanto alcuni presunti esperti immaginino.

La tecnologia non cancella l’essere umano. Lo mette davanti alle proprie responsabilità.

L’intelligenza artificiale può migliorare una frase, ma non può fabbricare l’onestà. Può suggerire un titolo, ma non può costruire una reputazione. Può aiutare a trovare le parole, ma non può insegnare a camminare dignitosamente nella società.

Quello dipende ancora da noi.


Fonti di riferimento

Ricerca e approfondimento a cura di Giuseppe Nardone “Josef” – Blogger Civico
“Dare voce a chi voce non ha”

 

 

Autore

  • Giuseppe Nardone è un blogger impegnato nell’osservazione critica della realtà sociale e civile, con particolare attenzione ai temi della cronaca, del territorio e dei diritti. Nei suoi interventi unisce sensibilità narrativa e tensione civile, proponendo una lettura diretta, partecipe e spesso controcorrente dei fatti. La sua scrittura si distingue per il taglio libero, per l’attenzione alle questioni spesso trascurate dal dibattito pubblico e per una costante ricerca di verità nell’informazione.

     

     

    Collaboratore esterno


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