Settembre 13, 2026
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Quando si ragiona sull’intelligenza artificiale si ha sempre l’idea di qualcosa che ci ha raggiunti all’improvviso, un mostro che è entrato nella nostra vita  strettamente legato ai tempi attuali ma che, in realtà, ci accompagna già da tanto tempo. Al riguardo si potrebbero fare innumerevoli esempi e tra questi sceglierò il condizionatore, elettrodomestico ormai presente da lunga data nelle nostre abitazioni. Quanto è intelligente un condizionatore?  Abbastanza per non avere troppo caldo o troppo freddo e non farci arrivare una bolletta particolarmente cara. Come raggiunge questo risultato? Immaginiamo che in estate quando lo accendiamo, dopo un po’al suo interno c’è qualcosa che si “informa” e si accorge che la temperatura della stanza è gradevole e pertanto non è più necessario tenere il motore acceso al massimo.

Immediatamente viene avvisato l’interruttore che rallenta il motore oppure lo blocca interrompendo l’alimentazione dell’energia elettrica.

Il ragionamento si inverte al momento in cui la stanza torna calda e il nostro condizionatore, messo al corrente della circostanza, avverte il motore di aumentare i giri e raffreddare l’ambiente.

Tutto quanto appena descritto si chiama “Controllo automatico” e non ha alcun bisogno dell’intervento umano. Anche questa tecnica, apparentemente banale, è realizzabile attraverso algoritmi matematici molto complessi e può essere estesa, quale principio base,

  a sistemi molto più articolati come computer, reti elettriche, industrie, satelliti ecc.

Prendendo in esame, ad esempio, le reti di trasmissione dell’energia elettrica, il controllo è fondamentale quando si verificano eventi critici come cortocircuiti e perdite di carico impreviste oppure l’ allacciamento improvviso di un’altra rete. In tali casi le centrali di produzione, in tempi brevissimi, devono adottare interventi automatici per scongiurare fenomeni potenzialmente di estrema gravità.

 L’intelligenza artificiale (AI), con la quale tutti noi abbiamo a che fare abitualmente, si occupa in generale di qualsiasi cosa e, interpellata tramite i nostri telefonini, ci fornisce risposte su qualsiasi argomento, ma con quale tecnologia di base? Essenzialmente dobbiamo immaginare una catena innumerevole di domande alle quali corrispondono altrettante risposte che seguono una logica più o meno stringente. Più sono “sicure” le singole risposte più è “affidabile” tutto il ragionamento che alla fine ci viene proposto. Facendo un piccolo esempio: dobbiamo andare a fare la spesa e ipotizziamo di avere a disposizione tre opportunità: prendere la macchina, l’autobus o la metropolitana; diciamo che sono risposte sicure. In seguito dobbiamo decidere dove andare : supermercato, negozio vicino casa, centro commerciale ecc.; qui il ventaglio di risposte è un po’ più ampio ma le variabili sono ancora contenute. Poi c’è da scegliere cosa comprare, il limite di denaro a disposizione e così via. Si può facilmente immaginare che più indirizziamo il ragionamento verso una direzione precisa più la mole di informazioni a carico dello strumento di calcolo è preponderante. I computer odierni sono sempre più in grado ad affrontare e dare risposte affidabili ai quesiti che gli proponiamo, tuttavia il principio che è alla base della AI è strutturalmente e completamente “logico”, quindi tutto ciò che è naturalmente fuori da questo perimetro non è assolutamente preso in considerazione. A tale proposito possiamo ricordare il famoso film War Games in cui il potentissimo calcolatore del Pentagono U.S.A. viene ingannato dalla furbizia di un ragazzo che lo mette in crisi sfidandolo in un gioco “logicamente” impossibile da vincere. Proseguendo possiamo escludere le abilità dell’intelligenza artificiale riguardo le emozioni, i sentimenti e l’arte in tutte le sue più profonde accezioni.

L’ AI, che ai giorni d’oggi ci sommerge di informazioni, risponde a ogni nostra domanda e ci indica le strade da seguire in tutti casi dello scibile umano, è abbastanza vicina alla realtà ma purtroppo sappiamo benissimo che nella vita le variabili sono infinite e che invece il nostro condizionatore, rispondendo a regole basate sulla fisica, materia che il Creatore ha deciso di mantenere invariata per l’eternità, anche se un po’ limitato è un amico su cui si può contare di più.

 

Riflessione del Direttore

C’è una piccola provocazione, nell’articolo di Giuseppe Conti, che merita di essere raccolta senza fretta. Siamo talmente abituati a pensare l’intelligenza artificiale come una creatura improvvisa, quasi un’apparizione tecnologica piombata nelle nostre vite con la violenza simbolica di una rivoluzione, da dimenticare che la nostra quotidianità convive da decenni con macchine capaci di osservare, misurare, correggere, adattare il proprio comportamento e prendere decisioni operative senza attendere ogni volta il comando dell’uomo.

Il condizionatore, in questo senso, diventa un esempio felicemente domestico e quasi ironico. Non pensa, non immagina, non prova sentimenti, non compone poesie e non discute di filosofia. Eppure misura una temperatura, la confronta con un valore desiderato, interviene, rallenta, riparte, corregge. Fa poco, si potrebbe dire. Ma lo fa bene. E soprattutto conosce il proprio limite.

È qui che la riflessione diventa meno banale di quanto possa apparire. Il condizionatore non è intelligenza artificiale nel senso pieno e moderno del termine. È, piuttosto, un sistema di controllo automatico, fondato su sensori, retroazioni e regole fisiche. Tuttavia, proprio per questo, ci ricorda che l’automazione non nasce oggi, non comincia con le chat intelligenti, non coincide con l’algoritmo che risponde a ogni domanda. La storia dell’intelligenza delle macchine è lunga, stratificata, fatta di termostati, centrali elettriche, reti industriali, satelliti, apparati di sicurezza, sistemi che agiscono perché qualcosa nell’ambiente è cambiato e una risposta deve essere prodotta subito.

La vera differenza, allora, non sta soltanto nella complessità della macchina, ma nella pretesa che le attribuiamo. Al condizionatore chiediamo una cosa precisa: non farci morire di caldo e non dissanguarci con la bolletta. All’intelligenza artificiale, invece, stiamo cominciando a chiedere quasi tutto: risposte, consigli, giudizi, orientamenti, interpretazioni, perfino surrogati di creatività e di sensibilità. Il rischio non è che la macchina calcoli. Il rischio è che l’uomo smetta di distinguere tra calcolo e pensiero, tra risposta plausibile e verità, tra imitazione dell’emozione ed esperienza dell’emozione.

L’articolo ha dunque il merito di riportare il discorso sull’IA a una dimensione meno mitologica e più concreta. Non per negare l’importanza della nuova tecnologia, ma per ricordare che l’intelligenza, quando diventa artificiale, resta comunque una costruzione tecnica, fondata su procedure, dati, modelli, probabilità e limiti. Può simulare linguaggi, può produrre testi, può imitare stili, può orientare decisioni. Ma non vive ciò che dice. Non soffre ciò che descrive. Non ama ciò che nomina. Non possiede quella profondità oscura, fragile e irripetibile da cui nascono il giudizio morale, il sentimento autentico e l’arte umana.

Forse, allora, il nostro vecchio condizionatore ha ancora qualcosa da insegnarci. Non perché sia più intelligente dell’IA, ma perché è più onesto. Non pretende di spiegare il mondo. Non si traveste da coscienza. Non simula una sapienza universale. Misura una temperatura e obbedisce alle leggi della fisica. In tempi in cui molte macchine sembrano volerci suggerire cosa pensare, cosa scegliere e persino cosa desiderare, anche una piccola intelligenza limitata può diventare una lezione di misura. E, talvolta, di saggezza.

          

 

 

Autori

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    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


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