Settembre 11, 2026

«L’ha scritto Claude, non Betapress»: quando il sospetto diventa una sentenza tragicomica

claude faletti lembo

claude faletti lembo

Proprio oggi, in merito all’articolo: https://betapress.it/il-degrado-era-vero-allora-perche-inventare-la-fotografia/, ci viene fatto notare che nell’articolo è stata SICURAMENTE usata la ia soprattutto nell’incipit.

La contestazione ci viene fatta in una importante chat di giornalisti, in cui Ettore, visto che è Lui presente nella chat, ha risposto che la cosa non è per nulla vera.

In realtà ringraziamo sinceramente l’autore dell’osservazione, perché, al di là del tono e della conclusione con cui è stata formulata, ci offre l’occasione per affrontare un tema che è strettamente collegato proprio a quanto abbiamo discusso oggi: la differenza tra impressione e fatto, tra supposizione e verifica, tra percezione personale e affermazione presentata come certa.

Ed è forse proprio questo il punto più interessante di tutta la vicenda.

Betapress non ha mai nascosto di utilizzare anche strumenti di Intelligenza Artificiale come supporto alla verifica, alla ricerca, alla revisione e al controllo dei testi. Sarebbe abbastanza curioso che una testata giornalistica del 2026 non utilizzasse gli strumenti tecnologici disponibili.

Ma utilizzare uno strumento per controllare, verificare o migliorare un lavoro non significa automaticamente attribuirgli la paternità dell’articolo, esattamente come usare un correttore ortografico non significa che l’articolo sia stato scritto da Word.

C’è poi un paradosso divertente, stiamo discutendo proprio del diritto del giornalista a verificare i fatti e, per contestare il nostro articolo, qualcuno formula come fatto certo quella che poi egli stesso definisce alla fine della chat con Ettore una propria «impressione».

La parte più debole della posizione, infatti, non è l’impressione.

Quella è legittima. È la sicurezza con cui trasforma un’impressione stilistica in una presunta constatazione tecnica.

E proprio in una discussione sulla verifica delle fonti, la contraddizione è notevole.

Ci viene ora precisato che sarebbero addirittura le prime quattro righe dell’articolo a essere state «certamente» scritte dall’Intelligenza Artificiale.

È un’affermazione che merita qualche osservazione, soprattutto per la singolare sicurezza con cui viene formulata.

Dire «leggendo queste quattro righe ho avuto l’impressione che possano essere state scritte con l’aiuto dell’IA» è perfettamente legittimo.

È un’impressione personale, discutibile come tutte le impressioni.

Dire invece «queste quattro righe sono certamente state scritte da un’Intelligenza Artificiale» è tutt’altra cosa.

E sostenere persino di sapere che sarebbero state scritte precisamente con Claude porta l’affermazione su un livello ancora diverso.

A questo punto una domanda è inevitabile: sulla base di quale elemento oggettivamente verificabile?

La lunghezza delle frasi? La punteggiatura? Il ritmo? L’utilizzo di determinate espressioni? La costruzione dell’incipit?

Perché nessuno di questi elementi permette, da solo, di attribuire con certezza quattro righe a un sistema di Intelligenza Artificiale e, ancora meno, a uno specifico modello.

Di certo non è scientificamente corretto attribuire un testo all’intelligenza artificiale basandosi sulle prime righe, sullo stile o sulla semplice impressione personale. Occorrono evidenze esterne, documenti, cronologia delle revisioni, metadati o ammissioni dell’autore.

Altrimenti dovremmo concludere che ogni testo grammaticalmente ordinato, sufficientemente scorrevole e dotato di una costruzione retorica riconoscibile sia sospetto (e scusate se lo dico io che l’ho scritto, praticamente perfetto, eheheheh).

Con qualche conseguenza interessante per parecchia letteratura scritta quando i computer occupavano ancora una stanza intera.

C’è poi una questione terminologica che sarebbe bene chiarire.

Che cosa significa esattamente «scritto con l’Intelligenza Artificiale»?

Significa che l’autore ha premuto un pulsante e pubblicato integralmente ciò che una macchina ha prodotto?

Significa che ha utilizzato un sistema per correggere una frase?

Per verificare una norma?

Per confrontare una fonte?

Per cercare una formulazione migliore?

Per rivedere un testo già scritto?

Perché queste attività non sono affatto la stessa cosa.

Nel giornalismo contemporaneo gli strumenti digitali, compresi quelli basati sull’IA, possono essere utilizzati come supporto alla ricerca, alla verifica, alla revisione e all’editing.

Betapress non ha alcun problema a dichiararlo.

Ma confondere l’utilizzo di uno strumento con la paternità intellettuale di un testo è un errore concettuale.

Un giornalista che utilizza un correttore grammaticale non consegna la propria firma al correttore.

Un fotografo che utilizza Photoshop non trasferisce automaticamente ad Adobe la paternità della fotografia.

E un autore che consulta o utilizza strumenti di IA durante il proprio lavoro non rende automaticamente l’algoritmo autore dell’articolo.

Ciò che trovo particolarmente discutibile è quindi non tanto il sospetto espresso, quanto la sicurezza apodittica dell’affermazione.

Prima «è stato scritto certamente da un’Intelligenza Artificiale».

Poi «precisamente da Claude».

Infine, quando viene contestata la certezza, «era una mia impressione».

Ecco, tra un’impressione e una certezza esiste uno spazio enorme.

Si chiama verifica.

Ed è curioso che proprio sotto un articolo nel quale si discute della necessità di distinguere ciò che si suppone da ciò che si può dimostrare, qualcuno finisca per offrirci involontariamente l’esempio perfetto del problema.

L’impressione è:

«Secondo me queste prime quattro righe sembrano scritte con l’IA.»

L’affermazione fattuale è:

«Queste prime quattro righe sono state scritte certamente dall’IA e precisamente da Claude.»

La prima non richiede prove perché dichiara apertamente la propria natura soggettiva.

La seconda sì.

E se la prova non esiste, quella sicurezza non diventa competenza soltanto perché viene espressa con molta convinzione.

Diventa semplicemente azzardo (a proposito: noi quando ci serve usiamo ChatGpt versione 5.6 modello avanzato Pro, mai usato, ma proprio mai, Claude).

Quanto a noi, continueremo tranquillamente a utilizzare tutti gli strumenti che possano aiutarci a verificare meglio una fonte, controllare un dato, esaminare una norma o migliorare la qualità di un testo.

Ma la responsabilità di quello che pubblichiamo resta degli autori e della Direzione, con buona pace di Claude, che, almeno per le prime quattro righe, temo non potrà neppure reclamare i diritti d’autore.

Autori

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.

  • Vice Direttore Betapress.it

    Giornalista pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti, Ettore Lembo è una voce autorevole nell’ambito dell’attualità, della politica, della storia e della geopolitica. Con un percorso ricco di esperienze come editorialista, opinionista e moderatore di convegni, ha diretto la testata indipendente Betapress e collaborato con numerose realtà giornalistiche tra cui “La Notizia.net” e “Ettore Lembo News”. Ha ricevuto importanti riconoscimenti giornalistici, come il Premio “Le Voci della Libertà – Omaggio a Oriana Fallaci” (2025), il Premio “Ciao Federico” (2022) e il Premio Internazionale “Angeli di Luce” (2019).


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