L’identità non è una guerra: perché il cristiano non deve vergognarsi di essere cristiano
C’è una parola che nel nostro tempo viene pronunciata quasi come un dogma: “inclusione”. È nobile quando significa non escludere nessuno dalla dignità, dal rispetto e dalla vita comune. Diventa però ambigua quando pretende di vietare ogni distinzione, ogni giudizio, ogni confronto e, in definitiva, ogni identità.
Se tutto deve essere ricondotto allo stesso indistinto contenitore del “politicamente corretto”, il risultato non è una società più aperta, ma una società più piatta e più povera: una società nella quale diventa difficile dire chi siamo, che cosa crediamo, quali valori riteniamo veri e quale idea dell’uomo vogliamo proporre e al caso difendere.
Ecco la questione decisiva per il cristianesimo contemporaneo: che cosa significa essere cristiani in un mondo nel quale l’identità forte viene considerata, quasi per definizione, “intollerante”? La risposta è semplice: un’identità autentica non è il contrario del dialogo. È la sua condizione. Chi non sa chi è non dialoga veramente con nessuno. Si limita ad adattarsi.
Se si nasconde Cristo, che cosa rimane?
Il cristiano può e deve dialogare con il musulmano, l’ebreo, il buddhista, l’induista, l’agnostico e l’ateo. Deve farlo con rispetto, ascoltando e senza critiche preconcette. Ma proprio per questo deve essere capace di dire che cosa significa per lui essere cristiano. Altrimenti il dialogo diventa una recita nella quale tutti possono parlare delle proprie convinzioni, purché nessuno osi affermare che una convinzione possa essere vera.
Il cristianesimo non nasce da una generica simpatia per i valori spirituali dell’umanità. Nasce dalla fede che Dio abbia parlato all’uomo, che la Parola sia entrata nella storia, che Gesù Cristo sia il Figlio di Dio, morto e risorto, e che in Lui si trovi la salvezza. Non è una provocazione politica: è il cuore stesso della fede cristiana.
Negli insegnamenti dei Papi, anche i più recenti, si richiama sempre proprio il carattere personale della Rivelazione: Dio non consegna semplicemente “informazioni religiose”, ma parla all’uomo e lo chiama a una relazione; in Gesù questa relazione diventa, secondo il magistero della Chiesa, amicizia tra Dio e l’uomo.
Perciò il cristiano non può ridurre la propria fede a un generico umanesimo religioso nel quale Cristo diventi soltanto “uno dei grandi maestri spirituali” della storia. Se Cristo è soltanto uno tra tanti, il cristianesimo ha già rinunciato alla propria identità.
Le religioni non sono tutte uguali. E dirlo non significa odiare nessuno
Una delle confusioni più diffuse consiste nel sovrapporre due concetti distinti: l’uguaglianza della dignità delle persone e l’uguaglianza delle loro idee. Ogni uomo possiede una dignità che non dipende dalla sua religione, filosofia, nazionalità o cultura. Ma questo non significa che tutte le religioni siano teologicamente equivalenti. E infatti non lo sono.
Il cristianesimo è fondato sulla Trinità, sull’Incarnazione, sulla morte e risurrezione di Cristo, sulla Rivelazione biblica e sulla grazia salvifica. Islam, ebraismo, induismo, buddhismo e le diverse concezioni filosofiche hanno presupposti differenti. Cambiano le idee di Dio, dell’uomo, del peccato, della salvezza, della libertà, della storia e della legge morale. Riconoscere queste differenze non è ostilità. È un atto di intelligenza.
Il vero dialogo comincia quando finiscono le frasi di circostanza
Il dialogo religioso diventa interessante proprio quando le differenze vengono prese sul serio.
Il cristiano può chiedere al musulmano che cosa significhi per lui la rivelazione coranica, all’ebreo quale sia il significato della Torah e dell’Alleanza, al buddhista che cosa significhino desiderio e liberazione. Può interrogare il materialista sulla possibilità di fondare oggettivamente la dignità umana in un universo privo di trascendenza. Ma deve anche accettare che l’altro rivolga domande alla sua fede. Il cristiano può dire: questa è la mia fede, queste sono le Scritture che la sostengono, questa è la tradizione che le ha trasmesse, queste sono le ragioni per cui credo che Gesù Cristo sia il Salvatore. E può aggiungere: ora ascolto le tue ragioni.
Il vero dialogo non consiste nel dire che abbiamo tutti ragione. Consiste nel creare uno spazio nel quale possiamo verificare, liberamente e senza violenza, perché pensiamo di avere ragione.
L’identità non è necessariamente un muro: può essere una porta. Delimita uno spazio e, nello stesso tempo, permette di entrare e uscire. Così dovrebbe essere l’identità cristiana: abbastanza chiara da non dissolversi, abbastanza aperta da non trasformarsi in disprezzo dell’altro. Il cristiano non deve diventare meno cristiano per poter dialogare. Deve semplicemente essere un cristiano autentico, consapevole del dono ricevuto e della sua preziosità.
La patria: realtà di cui essere consapevoli (e fieri)
Lo stesso principio vale per la patria. Amare la propria patria non significa dichiarare inferiori tutte le altre. Un italiano può amare profondamente l’Italia e rispettare contemporaneamente francesi, polacchi, americani, indiani o africani. Può riconoscere la grandezza della propria storia senza negare quella degli altri. Anzi, chi non conosce la propria storia difficilmente comprende quella altrui.
Chi conosce la propria lingua può impararne un’altra. Chi ha ricevuto una tradizione può confrontarla con un’altra. Chi possiede una memoria storica può dialogare con chi ne possiede una diversa.
L’alternativa non è fra identità e apertura, ma fra identità consapevole e identità inconsapevole. La prima permette il dialogo. La seconda genera risentimento, imitazione servile o chiusura.
Anche la democrazia non è uguale alla dittatura
Il principio diventa ancora più evidente sul terreno politico. Le società liberali e democratiche, pur con tutti i loro difetti, non sono identiche ai regimi dittatoriali o autocratici. Una costituzione che tutela la libertà di parola non equivale a un sistema nel quale il potere controlla l’informazione; la separazione dei poteri non è la stessa cosa del potere assoluto; la possibilità di criticare il governo non equivale alla repressione del dissenso.
Dire questo non significa dichiarare nemico chi vive sotto un altro sistema. Significa riconoscere che le idee hanno conseguenze.
Anche la pace presuppone la capacità di distinguere. Se democrazia e dittatura fossero soltanto “diverse culture politiche”, non avremmo più criteri per condannare l’oppressione. Se libertà e tirannia fossero semplicemente “sensibilità differenti”, ogni giudizio morale diventerebbe impossibile.
L’omologazione delle differenze rischia così di produrre l’opposto di ciò che promette: non una società più tollerante, ma una società incapace di formulare giudizi morali.
Non confondere il giudizio sulle idee con il giudizio sulle persone
Un cristiano può ritenere falsa una concezione filosofica senza considerare inferiori le persone che la professano. Può giudicare incompatibile con la Rivelazione una dottrina religiosa senza odiare i suoi seguaci. Può criticare un sistema politico senza disprezzare il popolo che vi vive.
Questa distinzione impedisce due estremismi: il relativismo, secondo cui nessuna idea può essere giudicata, e il fanatismo, secondo cui chi sostiene un’idea diversa diventa automaticamente un nemico. Il cristianesimo autentico non chiede né l’uno né l’altro. Chiede la verità e la carità. Anzi, cerca di proporre la verità cristiana con la carità.
La fede dei cristiani nel XXI secolo
Il cristiano del XXI secolo deve recuperare una libertà apparentemente semplice: poter dire pubblicamente “io credo in Gesù Cristo” senza sentirsi obbligato a nascondere immediatamente questa affermazione dietro una serie di precisazioni difensive.
Il cristiano non è proprietario del Vangelo. Lo ha ricevuto. E proprio perché lo ha ricevuto, è chiamato a restituirlo. Ai propri figli, agli amici, agli intellettuali, ai giovani, agli anziani, ai credenti di altre religioni e anche a chi non crede. Non con arroganza. Non con aggressività. Non con la pretesa di umiliare. Ma neppure con quella falsa umiltà che consiste nel tacere ciò che si crede per paura di disturbare.
Il problema della Chiesa contemporanea non è che i cristiani siano troppo identificabili. In molti casi è il contrario. Un cristianesimo che non parla più di peccato e grazia, conversione e redenzione, Croce e Risurrezione, vita eterna, Dio e uomo, Cristo morto e risorto rischia di diventare soltanto una variante spirituale del linguaggio filantropico contemporaneo.
Ma il mondo non ha bisogno di un’altra agenzia umanitaria. Ha bisogno di cristiani. Cristiani capaci di servire i poveri perché vedono in ogni uomo l’immagine di Dio. Di difendere la dignità umana perché credono che l’uomo sia creato da Dio. Di perdonare perché hanno incontrato il perdono. Di dialogare perché non hanno paura della verità. Cristiani capaci di dire, con umiltà ma senza vergogna, che Gesù Cristo è per loro – come insegna il Vangelo – la Via, la Verità e la Vita, in una parola l’unico Salvatore.
Dire queste cose non è facile. L’annuncio specifico compete al clero e ai religiosi. Ai fedeli laici, come siamo la maggior parte di noi persone comuni, compete invece una testimonianza semplice e diretta nella vita di tutti i giorni. E anche questo non è facile.
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…Amen 🙏
Buon giorno, grazie, apprezzo e condivido.
Buon dialogo e buona vita a tutti 🙏🫂
Un eccellente testo, utile a sottolineare, ricordare e soprattutto “fare ricordare”. Complimenti.