Se non sai rispondere, infanga. L’Italia che cerca una tessera dietro ogni pensiero
Attribuire un padrone a chi solleva un problema è il modo più comodo per evitare di affrontarlo. È anche una delle abitudini con cui abbiamo impoverito il dibattito pubblico e reso più facile la vita a chi dovrebbe rispondere delle proprie responsabilità.
di Corrado Faletti, direttore di Betapress
In Italia esiste un modo particolarmente comodo di affrontare le questioni scomode. Si cerca di scoprire a quale partito appartenga chi le pone.
Quando l’appartenenza non si trova, la si presume. Quando gli elementi per presumerla mancano, la si inventa.
A quel punto il lavoro è concluso. Si può smettere di leggere, evitare di ragionare e annunciare agli altri di avere finalmente capito tutto.
È una straordinaria economia del pensiero. Consente di ottenere una certezza senza affrontare neppure il disturbo di un dubbio.
Accade anche a Betapress.
Portiamo avanti un argomento, analizziamo una decisione, evidenziamo una contraddizione, e puntualmente qualcuno ritiene di poter liquidare il contenuto attribuendoci l’appartenenza politica di chi, su quella specifica questione, sostiene una posizione simile.
Il ragionamento viene così sostituito da una pratica di schedatura. Prima ancora di stabilire se abbiamo scritto qualcosa di fondato, si pretende di stabilire per conto di chi lo avremmo scritto.
La possibilità che un giornalista arrivi a una conclusione attraverso il proprio lavoro sembra essere diventata, per certi interpreti del dibattito pubblico, un’ipotesi intollerabile.
Del resto, chi concepisce il pensiero come un servizio reso a una parte fatica a riconoscerlo quando viene esercitato in autonomia. Cerca il mandante perché ragiona per mandati.
Cerca la convenienza perché considera la convenienza una spiegazione sufficiente di ogni comportamento. Cerca una tessera perché senza una tessera non saprebbe dove collocare una persona.
Eppure dovrebbe essere una nozione elementare. Condividere una valutazione su un argomento non significa aderire all’intero programma di chi esprime la stessa valutazione. Riconoscere che un avversario ha ragione su un punto non comporta consegnargli la propria coscienza.
Criticare una decisione del governo non equivale a sottoscrivere un contratto con l’opposizione, così come giudicare sensata una misura governativa non trasforma una redazione in un ufficio stampa.
Una persona adulta dovrebbe riuscire a distinguere queste cose. Un cittadino che pretende di intervenire seriamente nel dibattito pubblico dovrebbe almeno provarci.
Invece assistiamo a questo miserabile gioco delle parti, nel quale il valore di un’affermazione cambia a seconda della bocca da cui esce.
La medesima obiezione diventa lucidissima quando colpisce gli avversari e irresponsabile quando mette in difficoltà gli amici. Lo stesso principio viene innalzato a fondamento della democrazia oppure degradato a pretesto, secondo l’utilità del momento.
Il criterio è di una semplicità imbarazzante. Prima si decide chi deve avere ragione. Poi si sistemano i giudizi di conseguenza.
E guai a sottrarsi.
Se denunci un’ingiustizia che il tuo interlocutore preferirebbe ignorare, devi appartenere alla parte che la denuncia. Se chiedi conto delle conseguenze di una scelta politica, devi essere al servizio di chi la contesta.
Se riconosci una responsabilità dove altri vogliono vedere soltanto meriti, diventi immediatamente sospetto.
Il contenuto dell’articolo scivola sullo sfondo, mentre al centro viene trascinato il giornalista, costretto a difendersi da un’identità che qualcun altro gli ha cucito addosso.
È questo il passaggio più grave. L’attenzione viene spostata dal problema alla reputazione di chi lo ha sollevato. Un’analisi può essere confutata, ma occorrono argomenti. Una persona può essere screditata con un’insinuazione, e l’insinuazione costa molto meno.
Basta suggerire una vicinanza, evocare un interesse, lasciar cadere quel compiaciuto «abbiamo capito da che parte stai». Una frase che vorrebbe esibire perspicacia e che troppo spesso certifica soltanto la rinuncia a capire che cosa sia stato scritto.
Il fango serve precisamente a questo. Rendere superflua la risposta.
Naturalmente anche una testata deve accettare di essere esaminata. I suoi eventuali conflitti di interesse, i rapporti economici, le scelte editoriali e la correttezza delle sue ricostruzioni possono essere oggetto di domande legittime.
Chi rivendica indipendenza deve dimostrarla nel lavoro quotidiano, attraverso il rigore, la trasparenza e la disponibilità a correggere gli errori. La parola “indipendente” non è un’assoluzione preventiva.
Ma le domande serie richiedono elementi seri. La coincidenza di un’opinione con quella espressa da un soggetto politico, da sola, non dimostra alcuna subordinazione.
Usarla come prova significa costruire un’accusa sulla propria incapacità di concepire un giudizio autonomo.
Betapress può sbagliare. Può formulare una valutazione discutibile, dare un peso eccessivo a un elemento, trascurarne un altro.
Chi ci legge ha pieno diritto di contestarci, anche duramente.
Ci indichi il dato inesatto, il passaggio debole, la conclusione che non regge. Ci porti un documento che cambia il quadro.
Ci obblighi, con la forza degli argomenti, a rivedere ciò che abbiamo scritto.
Questo è un confronto che rende un giornale migliore e un lettore più consapevole.
L’attribuzione arbitraria di una casacca, invece, lascia tutto esattamente com’era. Il problema rimane, l’analisi resta senza risposta e chi avrebbe dovuto rendere conto delle proprie decisioni può osservare con soddisfazione il pubblico impegnato a processare il cronista.
Qui sta il danno che va molto oltre Betapress.
Un Paese nel quale ogni critica viene trattata come un’aggressione di schieramento finisce per offrire protezione all’incompetenza.
Basta presentare una contestazione come un attacco politico perché qualcuno si senta in dovere di difendere l’indifendibile.
L’errore dei propri rappresentanti viene giustificato, ridimensionato, confrontato con errori altrui, fino a scomparire sotto una montagna di diversivi.
E così la responsabilità perde consistenza. Nessuno deve più rispondere fino in fondo delle proprie scelte, perché può sempre contare su un pubblico disposto a domandare chi lo accusi prima di domandare che cosa abbia fatto.
Una sanità che non riesce a curare adeguatamente una persona non migliora quando si scopre l’orientamento politico di chi denuncia il disservizio.
Una famiglia in difficoltà non trova sollievo nell’apprendere che del suo problema si è occupato il partito sbagliato. Un’ingiustizia non smette di esserlo perché la segnala qualcuno che non ci piace.
Eppure continuiamo a comportarci come se l’appartenenza potesse modificare la sostanza delle cose. Con un risultato grottesco. Difendiamo le nostre preferenze politiche anche quando, per farlo, dobbiamo negare i problemi che subiamo personalmente.
A quel punto il cittadino si è trasformato nel difensore gratuito di chi dovrebbe controllare. Un servizio generoso, certamente. Soprattutto per chi ne beneficia.
È anche attraverso questa abitudine che abbiamo contribuito a rendere l’Italia il Paese di cui poi ci lamentiamo. Sarebbe semplicistico attribuire ogni difficoltà nazionale a un solo comportamento.
Ma sarebbe altrettanto comodo ignorare quanto la fedeltà di schieramento, quando prevale sul giudizio, indebolisca la capacità collettiva di riconoscere gli errori e pretendere che vengano corretti.
Ci indigniamo per la qualità della classe dirigente e intanto puniamo chi mette in discussione i nostri dirigenti preferiti.
Invochiamo una stampa libera e poi chiediamo ai giornali di rassicurarci.
Celebriamo il pensiero critico finché critica qualcun altro.
C’è una responsabilità culturale, e persino educativa, in questa contraddizione. Ai giovani possiamo dedicare tutti i discorsi che vogliamo sull’autonomia di giudizio.
Se poi mostriamo loro che riconoscere una ragione all’avversario comporta un’accusa di tradimento, stiamo insegnando conformismo.
Se premiamo chi ripete e screditiamo chi domanda, stiamo preparando persone attente a schierarsi e sempre meno abituate a comprendere.
Come direttore di Betapress considero questa deriva inaccettabile. Perché umilia il lavoro giornalistico, impoverisce la politica e soprattutto tratta i lettori come persone incapaci di valutare un contenuto senza ricevere prima istruzioni sulla simpatia da accordare al suo autore.
Noi continueremo a occuparci degli argomenti che riteniamo rilevanti, assumendoci la responsabilità delle nostre parole e il dovere di verificarle. La nostra coerenza dovrà misurarsi sulla serietà del metodo e sui principi che dichiariamo, anche quando applicarli disturberà chi il giorno prima ci applaudiva.
Ai lettori chiediamo altrettanta serietà.
Leggeteci, discuteteci, contradditeci. Pretendete precisione e pretendete coraggio. Abbiate anche il coraggio di riconoscere un argomento fondato quando mette in difficoltà le vostre convinzioni.
Quanto ai professionisti dell’etichetta, possono continuare a cercarci una tessera. La domanda che abbiamo posto rimarrà sul tavolo.
E tutto il fango che avranno sprecato non varrà una sola risposta.
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