Settembre 11, 2026
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L’Europa predica la pace, prepara la guerra e dimentica la lezione più tragica della storia italiana

Editoriale del Direttore

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui l’Europa sta affrontando la guerra tra Russia e Ucraina. Non soltanto per le decisioni assunte, alcune delle quali possono essere comprese alla luce del diritto dell’Ucraina a difendersi dall’invasione russa, ma soprattutto per il linguaggio, per la postura politica e per quella progressiva assuefazione all’idea dello scontro che sembra essersi impadronita delle classi dirigenti europee.

La guerra, da tragedia da interrompere, è diventata uno scenario da amministrare. Poi una condizione da prolungare. Infine, quasi impercettibilmente, un orizzonte al quale preparare le popolazioni.

Si parla continuamente di pace, ma si investe nella guerra. Si invoca la diplomazia, ma si demonizza chiunque chieda un negoziato. Si proclama di voler evitare l’escalation, ma ogni settimana viene annunciato un nuovo passo che avvicina l’Europa al confronto diretto con una potenza nucleare.

E allora la vecchia massima latina può essere rovesciata con amara precisione.

SI BELLUM VIS, PACEM SIMULA,

sed primum cogita utrum stultus sis necne.

Se vuoi la guerra, simula la pace, ma prima pensa se sei uno sciocco o no.

Pronuncia la parola “pace” in ogni conferenza stampa. Inseriscila in ogni comunicato. Definisci “difensivo” ogni nuovo sistema d’arma. Chiama “garanzia di sicurezza” ciò che aumenta il rischio dello scontro. Presenta come inevitabile ciò che invece discende da precise scelte politiche. E soprattutto persuadi i cittadini che non esista alcuna alternativa tra la resa davanti alla Russia e la progressiva militarizzazione dell’Europa.

È questo il grande inganno del nostro tempo.

Un continente che ha smarrito la propria funzione, ma che probabilmente non l’ha mai avuta.

L’Unione europea avrebbe dovuto rappresentare la più grande costruzione diplomatica della storia contemporanea. Era nata sulle macerie di due guerre mondiali per impedire che i nazionalismi, gli automatismi delle alleanze e la retorica della forza precipitassero ancora una volta i popoli europei nel baratro.

Oggi, invece, l’Europa sembra voler dimostrare la propria esistenza quasi esclusivamente attraverso le sanzioni, il riarmo e il sostegno militare.

Secondo i dati ufficiali del Consiglio dell’Unione europea, il sostegno complessivo europeo all’Ucraina ha raggiunto circa 220 miliardi di euro, dei quali quasi 89 miliardi destinati al sostegno delle forze armate ucraine. Nell’aprile 2026 il Consiglio ha inoltre approvato un prestito da 90 miliardi di euro per le necessità finanziarie e difensive dell’Ucraina nel biennio 2026-2027. Sono cifre che dimostrano come non si sia più davanti a un intervento emergenziale e circoscritto, ma a un coinvolgimento strutturale e di lungo periodo. 

Eppure non esiste, con la stessa forza economica, politica e organizzativa, una vera offensiva diplomatica europea.

Non vediamo una Conferenza permanente di pace convocata dall’Europa. Non vediamo una proposta autonoma capace di parlare contemporaneamente a Kiev, Mosca e Washington. Non vediamo un percorso graduale che contempli cessate il fuoco, garanzie internazionali, sicurezza dei confini, tutela delle popolazioni e ricostruzione. Non vediamo nemmeno una seria discussione pubblica sui costi, sui limiti e sui rischi della strategia adottata.

Vediamo invece governi che sembrano competere tra loro per dimostrare chi sia più inflessibile, più atlantista, più disposto a innalzare la posta.

Ma quando la posta è una guerra potenzialmente nucleare, l’inflessibilità può essere soltanto un altro nome dell’incoscienza.

L’Italia fibrilla nella tentazione di giocare alla grande potenza, senza esserlo.

In questo quadro, il comportamento italiano merita una riflessione particolarmente severa.

L’Italia afferma ufficialmente di lavorare per una pace giusta e duratura e ribadisce di non essere in guerra con la Russia. È una precisazione necessaria e non può essere ignorata. Tuttavia, il nostro Paese ha fornito sostegno politico, finanziario e militare all’Ucraina, ha partecipato all’addestramento delle sue forze armate e continua ad approfondire la cooperazione nel settore della difesa.

Il 28 agosto 2026 il ministro Guido Crosetto ha incontrato l’ex ministro ucraino Mykhailo Fedorov per discutere di droni, sistemi senza equipaggio, difesa aerea ed evoluzione dell’ecosistema tecnologico militare.

Pochi giorni prima lo stesso ministro aveva precisato che nel corso del 2026 non era stato ancora formalizzato alcun nuovo pacchetto italiano di aiuti, una circostanza che va correttamente registrata. Resta però inequivocabile la collocazione politica e strategica assunta dall’Italia. 

La domanda, dunque, non è se l’Italia abbia formalmente dichiarato guerra alla Russia. Evidentemente non lo ha fatto.

La domanda è un’altra.

Fino a quale punto si può partecipare politicamente, tecnologicamente e militarmente a un conflitto continuando a ripetere che non si è parte del conflitto? E soprattutto, qual è il limite oltre il quale una serie di decisioni presentate come singole, limitate e difensive produce una condizione completamente diversa da quella iniziale?

Le guerre più pericolose non cominciano sempre con una solenne dichiarazione. Talvolta nascono da una successione di passi che ciascun governo definisce prudente, necessario e controllabile. Poi arriva il momento in cui nessuno controlla più nulla.

L’Italia dovrebbe possedere la memoria storica sufficiente per riconoscere questo pericolo.

Il tragico precedente del fascismo ancora non insegna nulla.

Il paragone storico con il fascismo deve essere utilizzato con rigore. L’Italia di oggi è una democrazia costituzionale, inserita nell’Unione europea e nella NATO. Non è il regime mussoliniano e non sta dichiarando guerra alle grandi potenze mondiali. Confondere i due contesti sarebbe storicamente scorretto.

Ma le analogie non servono a sostenere che due epoche siano identiche. Servono a riconoscere alcuni meccanismi ricorrenti prima che producano conseguenze irreparabili.

Nel giugno del 1940 l’Italia fascista entrò in guerra contro Francia e Regno Unito. Nel giugno del 1941 partecipò alla guerra contro l’Unione Sovietica. L’11 dicembre dello stesso anno dichiarò guerra agli Stati Uniti d’America. In poco più di diciotto mesi, un Paese economicamente fragile, industrialmente inadeguato e militarmente impreparato si era posto contro alcune delle maggiori potenze del pianeta.

Non fu coraggio. Fu ILLUSIONE.

Non fu strategia. Fu una gigantesca alterazione della realtà.

Il regime raccontava agli italiani di possedere una forza che non aveva. Scambiava la propaganda per potenza, le adunate per consenso, le uniformi per preparazione militare. Credeva che bastasse sedersi al tavolo dei vincitori per diventare una grande potenza e che la guerra sarebbe stata breve perché così conveniva alla narrazione del capo.

Sappiamo come finì.

Finì con un Paese distrutto, città bombardate, soldati mandati al fronte senza equipaggiamenti adeguati, famiglie spezzate, occupazione straniera, guerra civile e centinaia di migliaia di morti.

La lezione non è che l’Italia debba rinunciare alla propria collocazione internazionale o ignorare un’aggressione. La lezione è che un Paese deve sempre misurare le proprie ambizioni sulla realtà dei propri mezzi e deve considerare la guerra come il fallimento estremo della politica, non come uno strumento di affermazione diplomatica.

Oggi l’Italia affronta un debito pubblico enorme, una sanità in affanno, un sistema scolastico impoverito, infrastrutture fragili, salari stagnanti, crisi industriali e crescenti disuguaglianze. Eppure parla il linguaggio delle grandi potenze militari come se possedesse autonomia energetica, capacità industriale, protezione civile, rifugi, riserve strategiche e una popolazione adeguatamente preparata ad affrontare un conflitto di grandi proporzioni.

Esattamente quali strumenti avremmo per sostenere le conseguenze di un’escalation?

Qualcuno ha spiegato agli italiani cosa accadrebbe alle forniture energetiche, ai trasporti, alle reti informatiche, al sistema finanziario e alle infrastrutture essenziali? Qualcuno ha calcolato l’effetto di una guerra più ampia sull’economia reale? Qualcuno ha chiesto ai cittadini se siano disposti a vedere ulteriormente ridotti sanità, scuola e welfare per finanziare una corsa agli armamenti senza una chiara destinazione politica?

O la strategia nazionale consiste ancora una volta nel pronunciare parole più grandi dei mezzi disponibili?

Difendere l’Ucraina non significa abolire la diplomazia, la Russia ha invaso l’Ucraina?

È un fatto storico e giuridico che non può essere rimosso per comodità ideologica. Il popolo ucraino ha diritto all’esistenza, alla sovranità e alla sicurezza.

Ma riconoscere la responsabilità russa e nel farlo occorrerebbe capirne anche le motivazioni, non obbliga ad accettare ogni scelta compiuta da Kiev, da Bruxelles o dalle capitali europee. Non impedisce di chiedere quale sia l’obiettivo politico del sostegno militare. Non vieta di domandare quando e attraverso quali condizioni si intenda concludere la guerra.

Soprattutto, non trasforma chi invoca il negoziato in un agente del Cremlino.

Questa è una delle forme più povere e pericolose assunte dal dibattito contemporaneo. Chiunque chieda prudenza viene accusato di filoputinismo. Chiunque ricordi l’esistenza delle armi nucleari viene trattato come un disfattista. Chiunque osservi che la geografia non può essere cancellata viene sospettato di voler premiare l’aggressore.

È un metodo intellettualmente miserabile.

La diplomazia non è la resa al nemico. È l’arte di fermare la guerra prima che la guerra renda inutile ogni distinzione tra vincitori e vinti.

Occorre pretendere il ritiro russo e lavorare contemporaneamente a un compromesso? Sì. Occorre sostenere la sicurezza ucraina e costruire garanzie che tengano conto anche dell’equilibrio strategico europeo? Sì. Occorre parlare con un avversario responsabile di un’aggressione? Sì, perché la pace si negozia precisamente con l’avversario. Con gli amici si organizzano cene, non trattati di pace.

La politica della forza praticata senza avere la forza è il paradosso europeo più evidente.

L’Europa vuole parlare il linguaggio della potenza, ma dipende largamente dagli Stati Uniti per la propria sicurezza. Vuole sfidare Mosca, ma per anni ha affidato alla Russia una quota decisiva del proprio approvvigionamento energetico.

Vuole sostenere una guerra lunga, ma le sue opinioni pubbliche mostrano stanchezza e le sue economie faticano a recuperare competitività. Vuole moltiplicare le spese militari, ma non dispone ancora di una politica estera realmente unitaria.

È la politica della forza praticata da chi non possiede una forza autonoma.

L’Europa sembra un pugile che provoca l’avversario mentre domanda a qualcun altro di salire sul ring al posto suo. E il problema non è soltanto l’avversario russo. Il problema è che il ring potrebbe coincidere con il territorio europeo.

Gli Stati Uniti sono protetti dall’Atlantico. La Russia possiede profondità territoriale, risorse naturali e una struttura statale preparata da decenni alla logica del confronto. L’Europa si trova nel mezzo, densamente abitata, energeticamente vulnerabile e attraversata da interessi nazionali spesso divergenti.

Quale delle tre aree avrebbe più da perdere da un conflitto esteso?

La risposta è talmente evidente che forse proprio per questo nessuno vuole pronunciarla.

Il patriottismo della prudenza non è questo, essere prudenti non significa essere codardi. Talvolta la prudenza richiede più coraggio della retorica.

È facile invocare fermezza quando a morire sono altri. È facile celebrare il valore della resistenza ucraina dalle sale climatizzate dei vertici internazionali. È facile annunciare che il sostegno continuerà “per tutto il tempo necessario” senza precisare quanto tempo, con quali risorse e fino al raggiungimento di quale risultato realistico.

Molto più difficile è assumersi la responsabilità di dire che ogni guerra deve terminare con una trattativa e che, più tardi arriva quella trattativa, più cadaveri saranno deposti sul tavolo.

La vera responsabilità politica consiste nel cercare un punto di equilibrio prima che siano i missili a stabilirlo.

L’Italia dovrebbe essere in prima linea nella costruzione della pace. Non perché debba essere neutrale davanti alla violazione del diritto internazionale, ma perché la sua Costituzione ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Quell’articolo 11 non è un ornamento letterario da esibire il 2 giugno. È un vincolo morale e politico che impone di perseguire con ostinazione ogni possibilità diplomatica.

Il nostro Paese potrebbe convocare una conferenza internazionale. Potrebbe proporre un percorso per il cessate il fuoco. Potrebbe lavorare con la Turchia, con la Santa Sede, con le Nazioni Unite e con gli Stati non direttamente coinvolti. Potrebbe chiedere che agli investimenti militari corrispondano risorse almeno equivalenti destinate alla diplomazia, all’assistenza civile e alla ricostruzione.

Potrebbe fare tutto questo.

Preferisce invece dimostrare di essere affidabile, allineato e disciplinato. Tre qualità certamente apprezzate nelle alleanze, ma insufficienti a definire una politica estera sovrana.

Il confine oltre il quale non si torna indietro potrebbe essere ormai molto vicino.

Non bisogna aspettare la prima bomba caduta su un Paese della NATO per comprendere che la situazione è sfuggita di mano.

Non bisogna attendere che un incidente venga interpretato come un attacco, che un drone oltrepassi un confine, che un missile colpisca il bersaglio sbagliato o che una provocazione inneschi la catena delle alleanze. A quel punto i governi spiegheranno ancora una volta che non avevano scelta.

Ma le scelte esistono prima dell’incidente. Dopo rimangono spesso soltanto le conseguenze.

Nel 1940 Mussolini non dichiarò guerra perché l’Italia fosse pronta. La dichiarò perché aveva paura di arrivare tardi alla spartizione della vittoria. Fu il calcolo meschino di un regime che voleva qualche migliaio di morti da utilizzare come moneta al tavolo della pace.

Oggi nessun governo europeo ripete quelle parole. Ma torna a manifestarsi la medesima tentazione di usare la guerra come strumento di posizionamento internazionale, di scambiare la durezza verbale per autorevolezza e di considerare la prudenza un segno di debolezza.

La storia non si ripete mai nello stesso modo. Ma punisce severamente chi si convince di esserne immune.

L’Europa e l’Italia devono decidere se vogliono realmente la pace oppure soltanto apparire pacifiche mentre preparano una guerra più grande.

Perché se la pace è davvero l’obiettivo, occorre cominciare a comportarsi come costruttori di pace. Occorre riaprire i canali, proporre soluzioni, riconoscere i rapporti di forza senza inginocchiarsi davanti a essi, offrire garanzie all’Ucraina e costruire una sicurezza europea che non dipenda dalla perpetuazione del conflitto.

Se invece si continuerà a parlare di pace mentre si alza sistematicamente il livello dello scontro, allora bisognerà almeno avere l’onestà di cambiare il motto.

Non più si vis pacem, para bellum, se vuoi la pace prepara la guerra.

Ma si bellum vis, pacem simula, se vuoi la guerra simula la pace.

Ma nel contempo valuta quanto potresti essere fesso.

Ed è precisamente questa simulazione che i cittadini europei hanno il diritto e il dovere di smascherare, prima che qualche nuovo apprendista stratega trasformi ancora una volta l’Europa nel campo di battaglia delle ambizioni altrui.

 

Corrado Faletti
Direttore di Betapress

Autore

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


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