«Bello, bravi, ottimo articolo. E quindi?»
Quel punto interrogativo non deve essere rivolto a Betapress, ma a ciascuno di noi
Editoriale del direttore
«Bello».
«Bravo».
«Ottimo articolo».
E poi, immancabile, arriva la domanda destinata a gelare ogni entusiasmo: «E quindi?»
È una domanda legittima. Anzi, è probabilmente la domanda più importante. Il problema è che viene rivolta al destinatario sbagliato.
Quando Betapress denuncia un’ingiustizia, racconta una stortura, mette in evidenza un abuso, smonta una narrazione di comodo o illumina qualche angolo deliberatamente lasciato al buio, molti lettori sembrano aspettarsi che sia il giornale a compiere anche il passo successivo.
Come se una redazione dovesse non soltanto individuare il problema, documentarlo e renderlo comprensibile, ma anche risolverlo al posto delle istituzioni, delle associazioni, delle comunità e, soprattutto, dei cittadini.
E allora permetteteci di restituire la domanda al mittente.
Avete letto. Avete compreso. Avete condiviso. Avete persino scritto che siamo stati bravi.
E quindi, voi, che cosa intendete fare?
Il giornalismo autentico non è un servizio di intrattenimento per coscienze temporaneamente indignate.
Non è una rappresentazione teatrale alla quale assistere comodamente seduti, applaudendo gli interpreti prima di tornare alle proprie occupazioni.
Non è nemmeno un surrogato della partecipazione civile, grazie al quale si possa delegare a qualcun altro il fastidio di pensare, esporsi e agire.
Il compito del giornalista è cercare, verificare, collegare fatti apparentemente separati, portare alla luce meccanismi che il potere preferirebbe mantenere opachi. È dare voce a chi non ne ha, disturbare chi ne ha troppa e porre domande che altri non vogliono formulare.
Il giornalista può indicare la crepa nel muro. Può spiegare perché si sia formata e avvertire che, se ignorata, finirà per compromettere l’intero edificio.
Non può però obbligare gli abitanti a mettersi in salvo, né ricostruire da solo la casa comune.
Quella responsabilità appartiene ai cittadini.
Da troppo tempo, in Italia, si è diffusa l’idea che l’indignazione sia già una forma di partecipazione.
Ci si scandalizza per alcuni minuti, si condivide un articolo, si aggiunge una faccina arrabbiata e ci si sente assolti.
Il giorno successivo tutto ricomincia esattamente come prima.
La burocrazia continua a schiacciare i più deboli, la giustizia procede con tempi incompatibili con la vita umana, la sanità arretra, la scuola viene privata di autorevolezza e risorse, il merito è evocato nei convegni e mortificato nelle nomine.
Il malcostume politico e amministrativo si perpetua proprio perché sa di poter contare sulla brevità della nostra memoria.
Il sistema non teme l’indignazione occasionale.
Teme la consapevolezza organizzata.
È qui che assume senso quella domanda: «E quindi?»
E quindi occorre insorgere.
Non invochiamo la violenza, che è quasi sempre la scorciatoia degli stolti e il miglior regalo che si possa fare al potere, parliamo di un’insurrezione civile, culturale, spirituale e democratica.
Un’insurrezione delle coscienze prima ancora che delle piazze.
Perché prima di cambiare uno Stato occorre smettere di accettare interiormente ciò che lo rende ingiusto.
Insorgere spiritualmente significa rifiutare l’assuefazione. Significa non considerare più normale ciò che normale non è.
Non è normale aspettare mesi per una visita sanitaria essenziale.
Non è normale che una causa possa accompagnare una persona per una parte considerevole della sua vita.
Non è normale che chi rispetta le regole venga penalizzato mentre chi possiede relazioni, protezioni o appartenenze trovi sempre una porta laterale.
Non è normale che la competenza debba chiedere permesso alla mediocrità organizzata.
Insorgere operativamente significa trasformare il dissenso in strategia.
Betapress conferma che sarà sempre disponibile non soltanto a raccontare le battaglie civili, ma anche a parteciparvi e a promuovere iniziative concrete, democratiche e responsabili per difendere i cittadini, tutelarne i diritti e trasformare la consapevolezza in azione collettiva.
Occorre partecipare, costituire comitati, sostenere associazioni credibili, presentare richieste di accesso agli atti, scrivere agli amministratori, pretendere risposte formali, utilizzare gli strumenti della legge, segnalare gli abusi, rivolgersi alle autorità competenti, seguire le sedute pubbliche, verificare le promesse elettorali, scegliere con attenzione chi sostenere e ricordarsene quando si vota.
Significa anche decidere dove si vuole arrivare.
Perché protestare senza un obiettivo produce soltanto rumore, mentre il potere conosce perfettamente l’arte di aspettare che il rumore finisca.
Ogni battaglia civile deve avere una richiesta chiara, interlocutori identificabili, tempi verificabili e una comunità disposta a non arrendersi alla prima risposta evasiva.
Non basta dire che tutto va male. Occorre stabilire quale parte si vuole cambiare, con quali strumenti, insieme a chi e attraverso quale percorso. È questa la differenza tra lo sfogo e l’azione politica nel senso più nobile del termine.
Betapress può offrire informazioni, analisi, documenti e interpretazioni.
Può mettere in comunicazione persone che condividono la stessa preoccupazione.
Può continuare a fare luce anche quando sarebbe più conveniente spegnerla. Ma non può sostituirsi alla volontà dei cittadini, perché una democrazia nella quale il popolo delega perfino la propria indignazione è già una democrazia gravemente malata.
Questo è anche il cuore della favola raccontata ne L’ultimo uomo nella foresta del potere. Il potere non diventa invincibile soltanto perché è forte.
Diventa invincibile quando gli uomini si convincono di essere troppo soli, troppo piccoli o troppo impotenti per contrastarlo.
La foresta cresce ogni volta che qualcuno abbassa lo sguardo. I suoi rami si infittiscono quando l’ingiustizia viene scambiata per inevitabilità.
Ma è sufficiente che anche un solo uomo continui a camminare, a interrogare, a ricordare e a raccontare perché quella foresta non riesca a inghiottire completamente la verità.
Il vero protagonista non è colui che grida più forte. È colui che, dopo avere compreso, decide di non tornare a dormire.
Per questo, quando un lettore ci domanda «e quindi?», Betapress non può consegnargli una risposta già confezionata. Può soltanto porgli altre domande.
Che cosa siete disposti a fare per difendere il diritto che dite di avere compreso? Quanto tempo siete pronti a dedicare alla comunità? Quale responsabilità personale siete disposti ad assumervi? Volete limitarvi a osservare il malcostume oppure intendete contrastarlo attraverso una strategia concreta, pacifica e perseverante? ma anche solo quante volte avete condiviso sui social un nostro articolo? e quante volte lo avete commentato o difeso? ma anche solo quando organizziamo degli incontri, quante volte siete venuti?
Agli italiani piace molto l’indignazione da salotto, il vecchio armiamoci e partite, perché alla base abbiamo sempre la paura di cambiare il nostro status, anche se poi lo contestiamo e ci indignamo.
Un articolo può accendere una luce. Ma davanti a quella luce si può scegliere di vedere oppure di chiudere gli occhi.
Un giornale può suonare l’allarme. Non può costringere nessuno ad alzarsi dal letto.
Un direttore può scrivere ciò che pensa, assumendosene pubblicamente la responsabilità.
Non può prestare ai cittadini il coraggio che essi rifiutano di esercitare.
Dunque, grazie per i «bravo», per i «bello» e per gli «ottimo articolo».
Sono attestazioni che apprezziamo, sono certamente la nostra vera ricompensa, soprattutto perché Betapress continua da anni a fare informazione senza padroni, finanziatori interessati o pubblicità capaci di suggerire ciò che si possa scrivere e ciò che sia meglio dimenticare.
Ma adesso permetteteci una piccola impertinenza.
Il prossimo «e quindi?» non rivolgetelo alla redazione.
Rivolgetelo allo specchio.
Corrado Faletti
Direttore di Betapress
Chiosa del vicedirettore
Condivido pienamente la riflessione del direttore, perché il giornalismo può e deve scuotere le coscienze, ma non può vivere e agire al posto di esse.
Chi legge una denuncia documentata e ne riconosce la fondatezza ha già compiuto un primo passo.
Se però quella consapevolezza non diventa partecipazione, vigilanza e azione civile, il primo passo rimane sospeso nel vuoto.
Il potere teme solo in parte gli applausi tributati a un buon articolo. Teme invece i cittadini informati che si incontrano, si organizzano, formulano richieste precise e pretendono risposte.
Betapress continuerà a illuminare i fatti, a indicare le contraddizioni e a dare spazio alle voci che rischiano di rimanere isolate.
Ma una testata libera può aprire una strada, non percorrerla al posto di tutti.
E direi assolutamente giusto il riferimento al libro l’ultimo uomo nella foresta del potere, un viaggio dinamico alla fine del quale il protagonista rivolge proprio al lettore questa domanda: “io ho portato la lanterna nella foresta del potere illuminando tutte le cose che oggi sfasciano questo paese, ora prendila tu, caro lettore, ed ora che hai capito dove, puntala tu verso le cose da cambiare!”.

L’«e quindi?» è dunque la domanda che il giornale consegna ai propri lettori.
Non come rimprovero, ma come chiamata alla responsabilità.
Perché la libertà non si conserva ammirando chi la difende.
Si conserva scegliendo, ciascuno per la propria parte, di difenderla.
Ettore Lembo
Vicedirettore di Betapress
L’ultimo uomo nella foresta del potere: una favola civile per imparare a essere cittadini
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