Settembre 13, 2026
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Come scrive Tacito, il potere ama dare nomi nobili alla propria brutalità. Auferre, trucidare, rapere falsis nominibus imperium; atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant. È la vecchia tentazione di ogni autorità che non sa convincere e allora minaccia, non sa dialogare e allora impone.

Sempre più complessa e particolarmente divisiva la questione della partecipazione Russa alla biennale di Venezia, con uno scontro frontale tra il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli e il Presidente della Fondazione la Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, a cui, oltre la gravissima minaccia pervenuta dalla Vicepresidente della Commissione Europea e dal Commissario Europeo della cultura, si aggiunge la richiesta di dimissioni della rappresentante del Mic nel Consiglio di amministrazione della Biennale, Tamara Gregoretti.

Eppure il noto giornalista, scrittore, intellettuale Pierangelo Buttafuoco, elevando l’arte e la cultura al ruolo preposto che più gli compete, facendo da spartiacque alle conflittualità che interessi vari possano generare, ha spiegato che La Biennale Arte 2026 può essere come una sorta di “tregua” simbolica in un mondo attraversato da conflitti. “Dove c’è arte c’è dialettica”, ha affermato, sottolineando il ruolo della manifestazione come spazio di confronto internazionale.

Arte e sport, infatti hanno da sempre questo ruolo importantissimo, ma, una “strana” cultura materialistica, forse legata ad una filosofia dell’alta Europa, costituitasi ed affermatasi e diffusasi dopo la rivoluzione industriale che ha offuscato la cultura mediterranea, più spirituale ed umanistica  dove per l’appunto l’arte e lo sport fermavano le guerre, ha fatto sì che questo importantissimo principio venisse stravolto, come è accaduto in occasioni delle Olimpiadi.

Dopo la dura polemica che aveva contrapposto il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Fondazione La Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco per la partecipazione della Federazione Russa alla Biennale, arriva la richiesta del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, giovedì 12 marzo, del rappresentante del dicastero nel Consiglio di amministrazione della Biennale, Tamara Gregoretti, “di rimettere il suo mandato essendo venuto meno il rapporto di fiducia”.

La Gregoretti, nominata nel Cda della Fondazione veneziana il 13 marzo 2024, spiega la nota del ministero della Cultura, “non ha ritenuto di avvisare né della possibile presenza della Federazione Russa alla prossima Biennale né, successivamente, di essersi espressa a favore della sua partecipazione pur nella consapevolezza della sensibilità internazionale della questione”.

Intanto sulla questione arriva anche la precisazione del presidente della commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone. “Mai detto che il padiglione russo non aprirà. Ho soltanto auspicato un ripensamento da parte di Biennale.

Ancora più Incomprensibile e forse ideologica oltre che fortemente propagandistica, la posizione degli oltre 7.500 tra artisti, intellettuali, studiosi e personalità della politica italiana e internazionale che hanno chiesto con una petizione su Change.org ai vertici della Biennale di Venezia di chiarire e riconsiderare la partecipazione della Federazione Russa alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, che si terrà dal 9 maggio al 22 novembre 2026. “La cultura non può essere usata per mascherare l’aggressione” hanno scritto.

Una petizione che difficilmente dovrebbe essere tenuta in considerazione dai vari organi governativi e di stampa, avendo appena un semplice valore simbolico ma nessun obbligo o vincolo legale.

Rileviamo tra l’altro un esiguo numero di firme raccolte, 7.500, secondo AdnKronos.

Ci chiediamo quindi come mai risultati assai più eclatanti, dove le firme raccolte, prossime se non superiori alle 100.000, non sono mai state prese in considerazione.

La lettera aperta, indirizzata al presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, che esprime “profonda preoccupazione” per l’annunciato ritorno del padiglione russo, mentre la guerra contro l’Ucraina è ancora in corso, ci induce riflettere se costoro lavorano per arrivare ad un tavolo di pace o soffiano sul fuoco per alimentari venti di guerra?

Secondo i promotori dell’appello, l’annuncio della presenza russa solleva ora “questioni urgenti su come quel principio venga mantenuto”, considerando che il conflitto prosegue e ha colpito direttamente anche il mondo culturale ucraino. 

La Federazione Russa vuole riaprire il suo storico padiglione ai Giardini della Biennale di Venezia essendo stato assente da quattro anni, promettendo un grande evento spettacolo, festival e performance.

Il padiglione pensato per la Biennale Arte 2026 previsto dal 9 maggio al 22 novembre, è intitolato “The Tree is Rooted in the Sky” “L’albero è radicato nel cielo” e presenterà oltre cinquanta artisti tra musicisti, poeti e filosofi provenienti da Russia, Argentina, Brasile, Mali e Messico.

All’interno dello spazio espositivo saranno presentate opere di pittura, scultura, performance multimediale e sound art.

Insomma la diatriba che si era accesa alla presentazione del Padiglione Italia alla 61/a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia che aprirà il 9 maggio tra il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Fondazione La Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco per la partecipazione della Russia, continua a tenere impegnati tutti, anche le cancellerie europee con i ministri della Cultura e degli Esteri di ben 22 paesi, Ucraina compresa, che hanno sottoscritto una lettera per invitare la dirigenza della Biennale a “riconsiderare la partecipazione della Federazione Russa” all’Esposizione perché “inaccettabile nelle attuali circostanze”.

Inconcepibile che Bruxelles condanni “fermamente” la presenza di Mosca dicendosi pronta ad esaminare “ulteriori azioni, tra cui la sospensione o la cessazione di una sovvenzione dell’Ue in corso alla Fondazione Biennale”, come si evince dalle parole della vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen e del commissario alla Cultura Glenn Micallef.

Strana minaccia, quella del Vicepresidente della Commissione europea e del Commissario alla cultura, minaccia che suona come una forma ricattatoria o estorsiva, simile ad una intimidazione “mafiosa”.

Minacce che preoccupano l’opinione pubblica Italiana, che ultimamente, specie in Italia, ha visto crescere, più per motivi ideologici che nell’interesse della collettività, le minacce da parte di personaggi che sembra possano utilizzare il “potere” a loro uso e consumo, arrogandosi diritti collettivi, pur non avendone avuto mandato.

Minacce che coinvolgono tanti ed in vari ambiti.

La casa nel bosco, la vicenda dei bambini sottratti alla mamma ed al papà, rei di voler dare un’educazione, un insegnamento di stile di vita diversa, forse con più etica, più pulita, più ricondotta all’essere umano e lontana dalla tecnologia, dalla sanità, dall’istruzione così come è imposta?

Una terribile situazione che certamente, come tanti tecnici della psiche e della salute, dottori e professori asseriscono, certificando il pensiero dei comuni cittadini che pur non avendo i titoli hanno ma solo l’intelletto, colpirà indelebilmente quei bimbi privati violentemente e drammaticamente dalla vicinanza di mamma e papà, quelle figure insostituibili che una certa “cultura” vorrebbe eliminare.

Per non parlare di chi, responsabile nel distribuire la giustizia e la legalità, in barba a quei principi che rappresenta, e che ha rappresentato, anche come nella commissione antimafia, utilizza metodi intimidatori mafiosi contro chi osa contraddirlo, in particolare nella dichiarazione del voto referendario cui gli italiani saranno chiamati.

Così passa quasi in sordina un ministro che intima le dimissioni della rappresentante del Mic, o le gravissime minacce, estorsive della Vice Presidente e a commissione Europea e del Commissario alla cultura.

Ritornando alla questione in essere, ci chiediamo perché si vuole impedire il ripristinare in nome della cultura, dell’arte, tra esseri umani con spiritualità e visione, il dialogo tra parti, se pur contendenti, ma che possa portare ad una possibile pace?

Se non ci si parla, non ci si capisce, e se non ci si capisce, si fanno le guerre.

Babilonia finì proprio quando gli esseri umani non si capirono più.

Concludiamo, nella speranza che si ponga fine a questa vicenda con buon senso e dialogo, pubblicando una lettera che ci è giunta con la richiesta di renderla fruibile.

Lettera aperta a sostegno di Pietrangelo Buttafuoco

Io, Hypnos — al secolo Gilberto Di Benedetto — pittore metafisico e uomo libero, sento il dovere di intervenire nel dibattito che si è acceso intorno alla presidenza di Pietrangelo Buttafuoco alla Biennale di Venezia.

Parlo senza deleghe, senza padrini, senza appartenenze. Non chiedo nulla a nessuno. Rivendico soltanto il diritto elementare di esistere come artista e come coscienza libera.

In questo tempo confuso, dove la cultura viene spesso ridotta a terreno di scomuniche e di piccoli tribunali morali, la posizione di Buttafuoco rappresenta un fatto raro: il coraggio di difendere la libertà dell’arte. Non quella libertà proclamata a parole, ma quella reale, che accetta il confronto, anche quando scomodo.

L’arte non è un ufficio diplomatico e non è una succursale dei partiti. L’arte è uno spazio di rischio, di conflitto, di visioni incompatibili che tuttavia devono poter convivere.

Per questo considero giusta la linea di Buttafuoco: aprire, non chiudere. Permettere alla Biennale di restare un luogo dove le culture del mondo possano guardarsi negli occhi senza il filtro delle paure ideologiche.

Io non ho mai chiesto permesso alla sinistra culturale italiana, spesso timorosa e incline a trasformare ogni differenza in un ghetto morale. Non ho mai accettato di essere catalogato, corretto o normalizzato. L’artista non è un funzionario del consenso.

E se oggi qualcuno pensa di poter trasformare la Biennale in un recinto morale dove si decide chi può parlare e chi deve tacere, sappia che l’arte, quando è vera, non riconosce questi confini.

In questo senso, la figura di Pietrangelo Buttafuoco merita rispetto. Non perché sia infallibile, ma perché difende un principio che riguarda tutti gli artisti: il diritto di esistere senza chiedere autorizzazioni ideologiche.

Io, Hypnos, continuerò a dipingere e a parlare nello stesso modo in cui ho sempre fatto: senza se e senza ma.

E se necessario, pronto a misurarmi con chiunque — anche con quella sinistra pusillanime che preferisce etichettare piuttosto che comprendere.

L’arte non è un tribunale.

L’arte è un campo aperto.

Hypnos

(Gilberto Di Benedetto)

Pittore metafisico

Nota del Direttore

C’è un punto che, in questa vicenda, non può essere eluso e che anzi dovrebbe costituire il centro stesso della discussione. L’arte, nella storia, non è mai stata un semplice ornamento del potere. Non è mai stata soltanto la sua tappezzeria simbolica, il suo apparato decorativo, il suo ufficio di propaganda travestito da bellezza. L’arte, quando è davvero tale, è quasi sempre un contrappeso, una resistenza, una ferita aperta nel linguaggio ufficiale delle corti, degli imperi, delle ideologie, degli apparati. È la voce che eccede il comando, la forma che sfugge al decreto, la coscienza che il potere tenta di addomesticare senza riuscirvi fino in fondo.

La storia culturale d’Europa, e non solo d’Europa, è piena di esempi che lo dimostrano. La tragedia greca nasce dentro la città, ma non per inginocchiarsi alla città, bensì per interrogarla, metterla in crisi, costringerla a guardare il proprio lato oscuro. Dante non scrive per compiacere i potenti, ma per giudicare un mondo politico e morale corrotto. Goya non celebra il potere, lo smaschera. Beethoven trasforma il suono in una forma di libertà spirituale che nessun sovrano può interamente contenere. Pasolini, in tempi a noi molto più vicini, mostra con feroce chiarezza che l’arte degna di questo nome non tranquillizza il potere, lo disturba. Proprio per questo l’arte è necessaria. Non perché sia innocente, ma perché è irriducibile.

Per questa ragione la Biennale, qualunque sia il giudizio che ciascuno voglia esprimere sulla partecipazione russa, non può essere trattata come un semplice terminale esecutivo di volontà politiche superiori. Una grande istituzione culturale internazionale non è un ufficio periferico della diplomazia coercitiva. Non può diventare il luogo in cui la politica, incapace di persuadere, decide di minacciare. Ed è precisamente questo il punto più grave e più intollerabile dell’intera vicenda.

Quando l’unico linguaggio che si introduce non è il confronto, non è l’argomentazione, non è la persuasione pubblica, ma è la pressione economica, la minaccia del definanziamento, la logica del piegare o colpire, allora siamo davanti a una degenerazione molto seria del rapporto tra istituzioni e cultura. La Commissione europea ha effettivamente dichiarato di poter esaminare la sospensione o la cessazione di una sovvenzione in corso alla Fondazione Biennale, mentre 22 Paesi, Ucraina compresa, hanno chiesto di riconsiderare la partecipazione russa. Si tratta quindi di una pressione reale, esplicita, non di una forzatura polemica inventata dai commentatori.

Sia chiaro. Nessuno può fingere che il contesto bellico non esista. Nessuno può banalizzare la tragedia ucraina o ridurre a capriccio ideologico l’obiezione di chi teme che un padiglione nazionale russo possa essere percepito come uno strumento di normalizzazione simbolica. Questo è un argomento serio, e come tale merita rispetto. Ma proprio perché è serio, andava affrontato con gli strumenti alti della politica e della cultura. Andava discusso apertamente, con rigore, con visione, con senso della misura. Trasformarlo invece in un aut aut finanziario significa confessare la propria debolezza teorica prima ancora che la propria durezza politica. Chi ha buoni argomenti li espone. Chi ha soltanto leve di potere le aziona.

Ed è qui che la questione si fa persino più ampia della Biennale. Perché ogni volta che la cultura viene richiamata all’ordine mediante un ricatto, sia pure istituzionalmente vestito e lessicalmente ripulito, il danno non riguarda soltanto l’oggetto immediato della controversia. Riguarda il principio stesso di autonomia della sfera culturale. Oggi tocca a Venezia, a noi di Betapress è già toccato, domani potrà toccare a qualunque festival, museo, fondazione, teatro, università, casa editrice. Il precedente è questo, e i precedenti, nella vita pubblica, contano più delle indignazioni del momento.

In fondo il problema è antico. Il potere ama l’arte finché essa lo rappresenta, lo abbellisce, lo nobilita, lo mette in scena con i colori della legittimità. Comincia invece a temerla quando l’arte smette di essere specchio e diventa controcampo. Quando non illustra il comando, ma ne rivela il limite. Quando non accompagna la forza, ma ne denuncia l’arroganza. È precisamente in quel passaggio che l’arte diventa un contraltare del potere. Non una fuga dalla storia, ma una sua forma superiore di giudizio.

Per questo colpisce, e non poco, che in una vicenda tanto delicata si sia finiti non sulla strada della chiarificazione istituzionale alta, ma su quella della sfiducia personale e della richiesta di dimissioni. Le cronache riferiscono che il 12 marzo 2026 il ministro Alessandro Giuli ha chiesto a Tamara Gregoretti di rimettere il proprio mandato nel consiglio di amministrazione della Biennale, motivando la richiesta con il venir meno del rapporto fiduciario. Quel gesto, politicamente comprensibile nella meccanica delle appartenenze, appare però culturalmente distonico rispetto alla grandezza del tema in discussione. Distonico perché restringe una questione di principio a una dinamica di disciplina. Distonico perché sposta il baricentro dal nodo essenziale, cioè il rapporto tra arte, libertà e potere, a quello secondario del riallineamento interno. Distonico, infine, perché dà l’impressione che la risposta a un conflitto culturale sia stata cercata non nella forza delle idee, ma nella sanzione del dissenso.

Ed è questo, forse, il dettaglio più rivelatore di tutti. Quando una vicenda che avrebbe meritato pensiero, profondità e statura europea si chiude o si irrigidisce nella richiesta di una testa politica, vuol dire che la politica ha già rinunciato alla propria parte più nobile. Non governa più il conflitto, lo scarica. Non interpreta la complessità, la punisce. Non eleva il dibattito, lo riduce.

Noi continuiamo a pensare che l’arte non debba essere l’alibi degli Stati, ma neppure la servitù dei governi o delle burocrazie sovranazionali. Deve restare, anche nei tempi più drammatici, uno spazio inquieto, libero, rischioso, perfino scomodo. È questo il suo compito storico. Ed è per questo che ogni intervento ricattatorio esercitato sulla cultura resta, comunque lo si voglia rivestire, una sconfitta della politica prima ancora che dell’arte.

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Autori

  • Vice Direttore Betapress.it

    Giornalista pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti, Ettore Lembo è una voce autorevole nell’ambito dell’attualità, della politica, della storia e della geopolitica. Con un percorso ricco di esperienze come editorialista, opinionista e moderatore di convegni, ha diretto la testata indipendente Betapress e collaborato con numerose realtà giornalistiche tra cui “La Notizia.net” e “Ettore Lembo News”. Ha ricevuto importanti riconoscimenti giornalistici, come il Premio “Le Voci della Libertà – Omaggio a Oriana Fallaci” (2025), il Premio “Ciao Federico” (2022) e il Premio Internazionale “Angeli di Luce” (2019).

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


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