CHI, COSA, QUANDO, DOVE, PERCHÉ …

“Oggi più che mai l’informazione influenza la nostra vita e la nostra sicurezza. Le notizie sono una cosa seria. Fidatevi dei professionisti dell’informazione…”

Questo è il testo di un comunicato che viene insistentemente diffuso da reti televisive, invitandoci a diffidare delle fake news, cioè delle false notizie o, più in generale, delle notizie inventate, in tutto o in parte, che danno dei fatti una versione distorta quando non addirittura ingannevole.

La pratica delle fake news spesso crea una verità fittizia adattata alle aspettative e alla emotività della gente.

L’avvertimento di fare attenzione all’informazione che viene divulgata sarebbe superfluo se chi fa di professione il comunicatore avesse sempre ben presente la Regola delle 5W  che viene dall’inglese come pure dall’inglese viene fake news.

Le 5W, come ogni giornalista ben sa, stanno per Who (chi), What (che cosa), When (quando), Where (dove) e Why (perché) e sono i pilastri sui quali poggia la notizia da diffondere.

Se ci si attiene a questa vecchia ferrea norma è ben difficile che si divulghino notizie fasulle.

Oltre che promemoria tecnico per determinare e mettere in sequenza i contenuti di un pezzo, la regola ha anche una valore morale, un metro deontologico cui si può aggiungere, volendo essere rigorosi, un ulteriore elemento:

le circostanze come indicava già otto secoli fa San Tommaso d’Aquino.

Nel suo libro Summa theologiae egli accanto agli elementi precursori dell’attuale Regola delle 5W poneva anche il Quantum (quanto), il Quomodo (in che modo) e il Quibus auxiliis ( con quali mezzi). 

Così impostata, l’informazione non poteva e non può che attenersi al corretto e lineare rendiconto della realtà. 

Il guaio è che oggi nel fornire notizie e dati su un certo argomento si è passati dall’informazione alla narrazione.

Quindi dalla esposizione chiara e ordinata dei fatti si è passati, per dirla in inglese, allo storytelling il cui scopo è anche quello di coinvolgere, affascinare e stupire: in definitiva, influenzare il pubblico cui le news sono dirette.

Un tempo questo obiettivo era appannaggio del marketing e della pubblicità per far incontrare la domanda e l’offerta di beni e servizi in un finale happy end.

Tutti contenti perché il valore percepito di una acquisto era soddisfacente per l’acquirente ed il prezzo pagato era remunerativo per il venditore.

Oggi, dello storytelling si è appropriata anche la comunicazione politica.

E qui sta il rischio perché la narrazione si distacca in tutto o in parte dal reale e spesso costruisce una verità sostitutiva, una “rappresentazione “ avvincente ma falsa.

Ci sono atti del Governo e del Parlamento che sbalordiscono per come sono presentati, si pensi a Salva Italia, Svuota carceri, Spazza corrotti, Pace fiscale ed altri che, più che provvedimenti normativi, sembrano accattivanti titoli di romanzi che affascinano le folle e ne catturano il consenso, agevolando chi governa nel mantenere e consolidare il proprio potere.

 

 

 

 

 

 

 

La libertà di stampa

L’indipendenza di Stampa

 




Parma? of course…

 

Parma è da sempre un punto di riferimento per la politica nazionale ed in questo momento possiamo davvero ben sperare. Facciamo un passo indietro: abbiamo avuto qualche problema giudiziario finito per la gran parte nel nulla, un commissario prefettizio paragonabile al governo tecnico nazionale e poi la prima esperienza dei 5Stelle al governo di un capoluogo di Provincia, gli stessi che sono finiti al Governo dell’Italia.

A Parma l’esperienza è durata ben poco perché si sono dissociati da soli dal MoVimento formando una lista civica e ripresentandosi, vincendole, alle elezioni, in Italia vedremo…

 

Oggi però vorrei parlare di calcio perché negli ultimi anni il Parma, che a cavallo degli anni ’90 era uno dei club più forti in Italia ed in Europa, era arrivato fino al baratro della serie D per poi compiere uno straordinario percorso che lo ha riportato, con quattro promozioni in quattro anni, a giocarsi un posto in Europa. 

 

Venerdì il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha fatto una conferenza stampa dove prolungava le misure restrittive al 3 maggio, poi ha parlato di MES:

un tema molto dibattuto e attaccando alcuni esponenti dell’opposizione e, visto il modo, se n’è attirato, inevitabilmente, le critiche. 

 

Per fare chiarezza il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) non è altro che un fondo europeo al quale possono attingere gli stati che si trovano in situazioni di difficoltà.

Esiste dal 2011/2012!

Giusto per fare chiarezza sulle date:

è stato approvato dal Parlamento Europeo nel marzo 2011 – con relatore il nostro attuale Ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri, che allora era Parlamentare Europeo – poi approvato dal Consiglio Europeo (l’insieme dei capi di Stato e di Governo) due giorni dopo (Governo Berlusconi IV).

Nel dicembre 2011 lo stesso Consiglio Europeo (Governo Monti) ha deciso di anticiparne l’entrata in funzione da metà 2013 ad inizio 2012.

Infine è stato ratificato dai singoli stati, in Italia nel 2012, (Governo Monti), con l’astensione o il voto contrario di quasi tutto il centro-destra.

Senza addentrarsi nei tecnicismi che ci allontanerebbero dal cuore del discorso, un conto è permettere alla banca di prestare soldi, un altro è andare a stipulare il prestito.

Ad oggi il Governo italiano non ha chiesto alcunché. 

 

Ma torniamo alla conferenza stampa dove il Presidente del Consiglio ha “invitato a verificare” come erano andate le cose sul MES, lasciando spazio alla confusione tra istituzione e richiesta di soldi, e poi la domanda più semplice quella sulla “potenza di fuoco”:

i soldi che dovrebbero arrivare che ha trovato una risposta indefinita e tutta al futuro.

Ma io questa scena l’ho già vista!

 

E come un lampo diventa tutto più chiaro: ve lo ricordate quel signore, comparso dal nulla, che comprò il Parma Calcio con un Euro?

Quello che convocava conferenze stampa un po’ a caso, invitava i giornalisti ad andare a verificare circa le sue attività e dei soldi che avrebbe dovuto dare a calciatori e dipendenti non c’era traccia?

Il Presidente Conte non era certamente un esponente di spicco della politica prima della nomina, sui ritardi in conferenza Facebook (ehm stampa) ormai ci abbiamo fatto l’abitudine…

l’invito a verificare i propri dati c’è e dei soldi, dai 600 euro ai 400 miliardi, non c’è traccia.

Nessuno vuole naturalmente paragonare Mapi Group a SACE se non per il fatto che tutto ciò ci fa ben sperare…

se l’Italia seguirà ancora una volta l’esempio di Parma, o meglio in questo caso “del” Parma, può essere che tra qualche anno saremo nuovamente tra i grandi della terra! 

 




Eurexit

Alla fine il nemico ha svelato il suo vero volto.

Come i migliori film dell’orrore, quegli che ci tengono incollati alle poltrone fino alla fine, anche il conflitto comunitario sembra avere trovato il suo epilogo.

Le ultime riunioni dell’Eurogruppo,  chiamato ad intervenire sull’emergenza sanitaria ed i rischi economici diretti, sembrano voler assumere posizioni condizionate all’adozione del Meccanismo Europeo di Stabilità, il MES.

Lo strumento, cioè, al quale il Regolamento Europeo n. 472/2013 affida le regole per rinforzare le modalità di sorveglianza sul bilancio pubblico dei paesi membri alle prese con difficoltà nel rispetto dei parametri di stabilità.

Infatti l’adozione del Mes impone ai paesi aderenti che ne facciano richiesta, con parametri di bilancio non in ordine, di adottare  il “Programma di Aggiustamento Macroeconomico”.

Programma messo a punto dalla Commissione Europea dalla Bce e dal FMI per il ripristino dell’equilibrio nei conti pubblici

Un intervento regolato da intenti rigoristi e che privano il paese assistito di ogni residua sovranità economica e quindi anche politica.

È accaduto alla Grecia nel 2009 che ha visto adottare nel triennio successivo tagli verticali alla spesa pubblica e nuove imposte fino alla rinegoziazione del debito con un taglio di oltre il 53% al crediti detenuti dal settore privato (Haircut).

Il Premier Conte tranquillizza il paese sostenendo che sarà il Consiglio Europeo a sigillare le decisioni definitive.

Eppure, un senso di amarezza affiora e le parole non convincono più.

Non è questa l’europa che abbiamo studiato da ragazzi nei libri di scuola.

 

Non è questa neanche l’europa sognata dai padri nobili di un progetto così importante.

 

L’Unione Europea nasce da lontano ed ha radici profonde nei valori della pace, della libertà e della cooperazione.

Valori che grandi uomini politici hanno immaginato e realizzato con dedizione ed impegno:

Altiero Spinelli, Alcide De Gasperi, il francese Jean Monnet, il tedesco Konrad Adenauer, il lussemburghese Joseph Beck ed il belga Paul H. Spaak, tra i più citati.

Uomini che hanno condiviso paure prima che sogni di grandezza.

La Guerra ha segnato molti di loro unendoli in una visione di pace e di libertà .

La paura dei conflitti bellici e della distruzione non è l’unica pietra angolare delle motivazioni  dei padri fondatori.

Beck e Spaak comprendono il senso  di vulnerabilità dei loro rispettivi paesi chiusi tra potenze militari, la perenne condizione di soggiogamento e l’importanza dei principi di sostegno reciproco.

L’europa non nasce su progetti complessi ma su sentimenti reali, pietre d’inciampo dell’umanità uscita dalla guerra:

pace, libertà, cooperazione e tutela di tutti i paesi soprattutto di quelli più esposti al rischio d’invasioni e soprusi.

Queste sono le fondamenta.

Nella riunione dell’Eurogruppo, l’Unione Europea ha toccato il suo punto di minimo ed il suo cuore ha cessato di battere.

Le contraddizioni, per anni nascoste da una diplomazia astuta e da un’opinione pubblica distratta, sono esplose all’improvviso come la Pandemia che ne ha fornito la base d’innesco.

Capire nel profondo come si è arrivati a questo punto è importante.

L’Unione Europea è rimasto un progetto incompiuto e nomade.

 

È stata realizzata l’Unione Monetaria e con essa ci si è dotati di istituzioni farraginose e regolamenti  complicati.

L’Unione politica, intesa come sovranità condivisa, non è, forse, mai entrata nelle agende dei paesi aderenti.

Un punto non secondario perché il dibattito sull’unione “politica” dell’Europa avrebbe dovuto risolvere nodi centrali.

Ad esempio la condivisione di sovranità nelle sue espressioni rilevanti, un progetto unico di finanza pubblica, un’idea comune di politica estera e di sicurezza esterna.

Questioni irrisolte che hanno caricato l’unione monetaria di effetti collaterali di cui, oggi, alcuni paesi mostrano di volersi avvantaggiare.

Un’Europa a sovranità ridotta, senza un bilancio ed un sistema di finanza pubblica comune con un sistema di cambi fissi, ha lasciato che fossero i singoli paesi a reagire alle fasi recessive facendo ricorso all’unico strumento rimasto:

l’innalzamento dei livelli di indebitamento pubblico.

Il collocamento del debito nazionale sul mercato europeo ed internazionale a tassi via via più elevati se da un lato ha reso più agevole la provvista per i paesi finanziariamente più fragili dall’altro ha fornito

ad alcune economie, Germania in testa, un formidabile strumento di crescita e di cooptazione progressiva di sovranità a danno dei sistemi periferici.

È evidente che la necessità di completare l’obiettivo di un’europa politica, in questo contesto, ha perso di portanza.

Le politiche espansive della Bce dal 2008 in risposta alla grave recessione mondiale sono state utilizzate in modo abile dai paesi del blocco nordico.

Paesi che ne hanno usufruito per proteggere industrie e banche nazionali lasciando che fossero le economie periferiche ad assumerne oneri e  responsabilità.

Il Mes nasce, in questo contesto, con il peccato originale di perseguire un sistema di aiuti asservito al controllo economico e politico di alcuni stati a danno di altri.

Un controllo di natura immediata posto in essere attraverso automatismi giuridici maturati all’interno di situazioni di emergenza asimmetriche e gravi per le popolazioni coinvolte che richiederebbero, al contrario, una visione condivisa, uno slancio solidale.

L’europa è caduta ma ora occorre rifondarne i contenuti e l’impianto fiduciario anche con l’avvio di una fase costituente che aggiorni e semplifichi istituzioni e meccanismi di funzionamento.

L’italia può dare impulso ad un confronto politico ampio che sul piano nazionale sia in grado di rimettere in moto l’economia e di riportare nei confini del paese la titolarità del debito pubblico.

Sterilizzando, altresì, la dipendenza dallo “spread” (differenziale di rendimento tra il titolo di stato italiano con scadenza decennale ed il suo corrispondente tedesco) vera arma in mano alla speculazione estera.

Cosa ci attende adesso?

L’europa continentale ha bisogno di una struttura istituzionale e di politiche condivise capaci di resistere alle pressioni geopolitiche in atto e mantenere pace e stabilità.

Per questo sarà importante non lasciarsi sedurre da intenti secessionisti privi di progettualità.

L’idea di un’Unione europea nella quale si specula su sistemi impositivi ingiusti e s’impongono sacrifici ai più deboli, potrebbe finire per sempre.

Certamente dalle sue ceneri dovrà costruirsi un soggetto politico capace di riscrivere i contenuti del quadro costituente aggiornandoli ai bisogni delle comunità locali.

Helmut Kohl, cancelliere tedesco fino al 1998, nel dibattito finale relativo all’adozione della valuta unica, non esitò a sostenere che il

“Futuro” avrebbe visto nascere una “Germania europea e non un’Europa germanica”.

Son passati oltre 20 anni, ma le decisioni dell’eurogruppo  avrebbero deluso anche lui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pandemia Finanziaria, cui prodest?

Piano Marshall oggi più che mai!!

 




Il futuro è ibrido

L’emergenza Covid-19, ha costretto tutti ha obbligato ferocemente ad essere e  diventare finalmente digitali,  non doversi recare in comune per richiedere un certificato, non dover andare all’Agenzia delle Entrate per avere il PIN, ma comunque per non farti perdere l’abitudine l’Agenzia ti lascia la tua bella coda virtuale infatti lo ricevi dopo almeno 20 giorni, e eviti pure di andare dal medico di base per ritirare  la solita ricetta con le solite medicine.

Dai primi di Marzo, in comune si accede solo da remoto, l’Agenzia delle Entrate ha chiuso gli uffici e non risponde neanche più al telefono, mica che prendono il coronavirus, ma ci sono solo per e-mail o dal portale.

Le ricette on-line erano un tabù, se non per qualche medico eretico, oggi arrivano in pochi secondi nella tua casella di posta.

Ed ancora le assemblee regionali, i consigli comunali ed i consigli di amministrazione delle aziende che per regolamento possono essere svolte in presenza altrimenti sei assente, in pochi giorni sono stati modificati senza le solite sterili discussioni, l’emergenza ha costretto tutti quanti a cambiare approccio, o da remoto o  nessuna alternativa.

In queste settimane la richiesta di servizi di video conferencing e unified communication sono aumentati a dismisura, in realtà l’utilizzo è aumentato, i servizi esistevano da anni.

Anche l’e-learning che negli ultimi anni aveva perso il suo slancio, in quest’ultimo mese ha ripreso vigore e fioriscono ovunque offerte per l’apprendimento online, dovuto soprattutto alle tante persone bloccate in casa senza più palestra e corsetta al parco.

Per anni aziende pubbliche hanno sperimentato lo strano strumento, a loro dire, dello smart working, provando a far lavorare alcuni dipendenti un giorno alla settimana da casa, mi raccomando non di più potrebbe essere dannoso, ed immediatamente con la Pandemia si può lavorare tutti da casa, e non è più pericoloso, anzi è diventata una grande opportunità e sembrerebbe anche con un notevole aumento della produttività.

Certo, come tutte le cose, ha le sue controindicazioni, infatti se sei in smart working allora il tuo capo o i tuoi clienti, visto che sei a casa, ti chiamano alle 21:00 perché hanno un’emergenza che non può essere assolutamente demandata al giorno dopo, e se non rispondi sei pure cafone o poco dedito al lavoro.

Ma anche in futuro, terminata l’emergenza, continueremo ad utilizzare queste nuove modalità lavorative o ritorneremo alle vecchie abitudini ?

Molto probabilmente, viste le tante richieste che aziende grandi e piccole e la stessa Pubblica Amministrazione stanno ponendo ai player di connettività e di servizi online, il futuro sarà ibrido.

Si ibrido come le macchine un po’ elettrica ed un po’ termico, anche i nuovi strumenti digitali dovranno essere pensati per la modalità remota e on-site, oggi nessuno strumento digitale è stato pensato per essere ibrido, o tutti da remoto o tutti in un luogo fisico, è la prossima sfida tecnologica, una nuova generazione di servizi.

 

Roberto De Duro

 

IL DIGITALE potrà contribuire ad una Italia migliore

 

Do Androids Dream of Electric Sheep?




Soli a casa … per sempre?

 

La quarantena continua.

La sua scadenza inizialmente fissata per il 3 aprile, cioè l’altro ieri, è stata prorogata al 18, quindi a dopo Pasqua. 

Quest’anno niente esodo pasquale, niente gita fuori porta, niente viaggetto al mare per prenotare l’albergo per l’estate, niente  pranzo al ristorante, niente spettacoli, niente sport.

Stiamo a casa.

Ad alleviare la clausura c’è però un fatto nuovo, lo smart working, cioè, per dirlo in italiano, il lavoro a distanza. 

Per verità non è una novità assoluta perché in certi ambiti e per determinate occasioni il telelavoro, la teleconferenza, lo studio telematico sono attivi già da tempo.

Con l’arrivo di questo strano Covid 19 e la sua rapida e spaventevole contagiosità che ci  obbliga ad isolarci in casa, il lavoro a distanza diventa una forma obbligata per esercitare, quando possibile, un’attività che tenga in vita il motore imprenditoriale del nostro Paese.

Come stiamo impegnandoci nello svolgere il lavoro da casa, agganciati al luogo di produzione di beni o servizi attraverso un computer, un telefonino, o altro strumento elettronico, così pure, parlando di sport, possiamo fantasticare che, al presente e nel prossimo futuro, persistendo i rischi di contagio massivo, diventeremo tutti tifosi e appassionati casalinghi. 

Sarà estremamente difficile, pensando al calcio (ma il concetto vale per tutte le discipline), recarsi allo stadio, o comunque sul luogo dell’evento.

La riunione di grandi folle crea pericolose occasioni di contagio per cui ad ogni persona prima di concedergli l’ingresso all’evento andrebbe fatto un controllo medico.

Se il test immunologico lo si deve fare alle diverse migliaia di persone che di solito affollano uno stadio va da se che bisogna disporre di una moltitudine di check point con personale e mezzi specialistici. 

Una impresa che, a parte l’impiego di tempo (immaginate 50.000 test  davanti a San Siro)  e ogni altro disagio, riverserebbe sul costo del biglietto oneri di notevole consistenza.

Allora, per conservare un po’ di passione sportiva, ci converrà diventare tifosi a distanza, tifosi solitari, abbonati alla poltrona o al divano di casa.

Addio quindi alle mitiche curve, alle tribune e gli stadi, pian piano, diventeranno come il Colosseo, monumenti di un’epoca passata.

Per giocare a calcio, basterà un campo erboso rasato da un robot e delimitato da bianche righe di gesso tracciate automaticamente un altro marchingegno elettronico.

Per riprendere e trasmettere la partita ci sarà una batteria di telecamere ai quattro lati ed un’altra di droni per le visioni dall’alto; il tutto comandato a distanza da una persona umana isolata in una cabina di regia perché non si contagi.

A governare poi la correttezza del gioco penserà un grande Var che rileverà ogni fallo comminando le punizioni, le ammonizioni e le espulsioni, magari emanando una luce gialla o rossa!

Cesseranno così di esistere arbitri e guardialinee.

E i giocatori? La loro professione diventerà una delle più rischiose sul piano della salute non potendo durante la partita rispettare le distanze anti-contagio.

Dovranno sottoporsi prima e dopo l’incontro ad appositi controlli medici che ne attestino l’idoneità al gioco. Insomma un mestiere ad alto rischio che non rientrerà più nelle principali aspirazioni dei ragazzi.

Anche il famoso inno dei Reds di Liverpool “You’ll never walk alone”che, dovrebbe essere aggiornato “You ever walk alone” perché intorno ai 22  in campo non ci sarebbero più gli spalti gremiti di tifosi ma solo gli occhi fissi ed inespressivi delle telecamere.

Speriamo che questo brutto momento passi, tutto torni come prima e che lo scenario futuribile sopra tracciato sia solo un ironico gioco di fantasia. Svegliamoci da questo brutto sogno!

 




In campo diamo tutto

Tra Jean Jaques Rousseau e Licia Ronzulli io preferisco la seconda.

Il primo è sicuramente più famoso, non solo per la piattaforma dei giorni nostri, ma per essere uno dei pensatori che ha più contribuito allo sviluppo del pensiero politico della civiltà europea.

La seconda già Europarlamentare ed oggi Senatore della Repubblica forse, come tutti noi, deve qualcosa agli studi ed agli elaborati del primo, relativi ai “dibattiti assembleari” ed alle “costruzioni istituzionali”.

 

Rousseau ha legato il suo nome a personaggi della storia, come Robespierre e Napoleone Bonaparte, la Senatrice Ronzulli vive in un periodo politico sicuramente meno “rivoluzionario”, nel quale di Jean Jaques si sente parlare più spesso per la famosa piattaforma di voto online, che dei suoi studi. 

 

La “piattaforma” nasce per riprendere uno dei concetti del pensatore ginevrino, quello di una democrazia diretta, senza alcun tipo di rappresentanza anche se, paradossalmente, nei fatti va nella direzione opposta in quanto aggiunge un’ulteriore intermediazione alla rappresentanza che è indicata dalla nostra costituzione.

Semplificando si passa da popolo, rappresentanti e leggi a popolo, piattaforma, rappresentanti e leggi. 

 

Jean Jaques e la sua idea della polis come esempio perfetto di patria si scontrano presto con la crescita esponenziale della popolazione che non permette più alle decisioni di essere collegiali, anche tralasciando tutte le eccezioni che c’erano fin dalle polis dell’antica Grecia, e la democrazia rappresentativa risulta essere un buon compromesso.  

 

Nelle varie stravaganze, se così possiamo definirle, di Rousseau c’è il suo astio verso la cultura, dove arriva a scrivere “l’uomo che pensa è un animale depravato”, in questo caso nessun parallelo ironico con i giorni nostri, ma, soprattutto, la sua scarsa attenzione per le nuove generazioni, come quando nell’Emilio, testo importante anche nelle scienze pedagogiche, una donna di Sparta, che aveva cinque figli nell’esercito, di fronte allo schiavo che le porta la notizia della morte di tutti e cinque si rallegra per la vittoria della battaglia.

Si evince sicuramente un grande attaccamento alla patria come sostiene l’autore stesso ma non si ravvede quello alle prossime generazioni, a partire dai propri figli.

Cinque figli sono anche quelli dello stesso Jean Jaques che decise tuttavia di non crescerli mai e costrinse la moglie ad affidarli ad un orfanotrofio appena nati.

 

A differenza delle responsabilità genitoriali non mancò certo a Rousseau l’onestà quando citando il suo Le Confessioni: “Mi sono descritto quale fui davvero: vile e spregevole quando tale sono apparso; buono, generoso, sublime quando così sono stato…” ed invita tutti a fare altrettanto “… che ascoltino le mie confessioni e gemano delle mie indegnità, arrossiscano delle miserie mie. Che ciascuno di loro scopra a sua volta il cuore ai piedi di questo trono con altrettanta sincerità; e che uno solo ti dica, se può: ‘Io fui migliore di costui!’”. 

 

Lei forse non lo dirà per modestia ma si, la Sen. Ronzulli è migliore di costui, perché si è preoccupata anche, e sopratutto, di quello che Rousseau non ha fatto, le nuove generazioni ed in particolar modo quei soggetti che non certo per loro colpa iniziano la vita in modo svantaggiato, proprio come i figli di Rousseau. 

 

Da Presidente della Commissione bicamerale per l’Infanzia e l’Adolescenza ha presentato una proposta di legge per migliorare le condizioni degli affidi ed evitare che per interessi economici e/o incompetenza si vengano a creare nuovi casi come quello passato alle cronache con il nome paese di Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia.

Allo stesso modo, nell’ultimo periodo, dove è molto difficile per tanti ragazzi poter studiare in via telematica a causa delle infrastrutture carenti e le possibilità economiche che non consentono a tutti di sopperire alle mancanze delle prime si è adoperata con proposte, suggerimenti ed interrogativi rivolti al Ministro competente. 

 

Forse grazie a lei non avremo un nuovo trattato su quale sia il miglior modo per una rappresentanza ma, semplicemente, un futuro migliore per i nostri ragazzi.

Per chiudere mi passa per la mente una di quelle frasi che nello Sport si sentono spesso al chiuso dei ritiri, alla sera, prima dei grandi appuntamenti: “ricordiamoci di dare tutto in campo, perché domani sera sarà troppo tardi!” lo è stato, probabilmente, per i figli di Rousseau ma, anche grazie alla Sen. Ronzulli, non lo sarà per i ragazzi di oggi e quelli di domani! 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Credo quia absurdum… Italexit uber alles?

E’ difficile non cedere alla tentazione di credere allo straordinario quando la realtà appare superare l’immaginazione.

È difficile sgominare il campo da teorie complottistiche quando le dinamiche politiche ed economiche sfuggono da modelli interpretativi consolidati da anni di relazioni internazionali.

Eppure, decifrare le parole della politica in questo momento è molto difficile.

La Pandemia non arretra e l’economia mondiale è in fortissimo rallentamento.

Citare le proiezioni ed i dati macroeconomici non serve più.

Tassi di crescita e di occupazione, così, come il destino di imprese, famiglie e intere  comunità sono diventati colori, suoni, frasi senza sintassi.

In un mondo in bianco e nero, i ministri delle finanze dell’Unione Monetaria si riuniranno, martedì prossimo, ancora una volta, per discutere le misure di sostegno da adottare per i paesi più deboli della comunità europea, Italia, in prima linea.

A poche ore dalla riunione, convocata, occorre ricordarlo, dopo una pausa di riflessione di dieci giorni, i paesi europei procedono in ordine sparso.

L’Italia e la Spagna, colpite per prime dal Covid 19, sostengono l’emissione di euro bond per sostenere l’economia rifiutando interventi assistiti da condizioni che limiterebbero la propria sovranità economica e politica.

La Francia, già sostenitrice della linea italiana, ha cambiato strategia optando per misure legate al Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes).

In particolare, i cugini francesi avrebbero pronto un piano articolato che prevede l’istituzione di un fondo gestito dalla Commissione Europea, un’iniezione di aiuti pari al 2% del Pil di ogni paese finanziato attraverso il Mes e garanzie erogate dalla Bce per la costituzione di un fondo per l’emergenza sanitaria di 20 miliardi con una capacità d’intervento fino a 200 miliardi d’euro.

L’Olanda si prepara a riaffermare la volontà di assistere le economie in difficoltà con la creazione di un fondo specifico per circa 20 miliardi di euro costituito con il contributo di tutti i paesi dell’Unione.

La Germania che tira le fila del confronto brandendo lo stemma della virtuosità dei propri conti pubblici continua a proporre l’intervento del Mes reso più attraente da una pluralità di misure: 200 miliardi dal fondo stesso, 500 miliardi attraverso l’intervento della Banca Europea degli Investimenti (BEI) e 100 miliardi, infine, attraverso un fondo gestito direttamente dalla Commisione Europea.

È evidente che la strategia tedesca, dopo l’opposizione ferma alle richieste  di procedere alla emissione di “Corona bond”, sia quella di arrivare alla riunione di martedì con una molteplicità di proposte che in realtà si risolveranno nella solita opzione: l’adozione del Mes che consente alle istituzioni europee di imporre, ai paesi richiedenti, le misure di politica economica più idonee al riequilibrio dei conti pubblici.

Una vera e propria cessione di sovranità che fa rima con austerità e tagli verticali al bilancio pubblico.

Si tratta di timori fondati.

Ne è riprova, la recente esternazione della Presidente della Commissione Ursula von der Leyen pronta a venire incontro alle richieste di aiuto attraverso il Bilancio Europeo ed il Quadro Finanziario Poliennale (QFP) che ne raccoglie gli obiettivi, per erogare a sostegno dei paesi dell’Unione un piano di 2770 miliardi di euro oltre ad un’iniziativa di sostegno per i disoccupati dei paesi aderenti per circa ulteriori 100 miliardi.

Un vero e proprio Piano Marshall per la difesa ed il rilancio dell’economia che dovrà fare i conti con la frammentazione delle posizioni sul tavolo delle trattative.

La riunione dell’eurogruppo si aprirà, probabilmente, con l’opzione del già anticipato rimando al Quadro Finanziario Poliennale che si dovrà occupare di fissare i limiti di spesa per i prossimi 5 anni.

Le cifre sono imponenti e potrebbero riuscire nel duplice obiettivo di dare risposte al crescente scetticismo sulle fondamenta dell’Unione ed essere vendute facilmente alle opinioni pubbliche nazionali come un grande successo della mediazione delle classi dirigenti.

Purtroppo, la verità è che nella riunione del dieci marzo scorso, a margine delle questioni in agenda, si è aperto un confronto, tra europarlamentari e presidenza, anche sul  QFP per il periodo 2021/2027.

Il parlamento sulla vicenda ha finito per prendere atto che gli stati membri non sono pronti a fornire le risorse necessarie per affrontare le sfide dell’Unione europea (fonte PE).

Un controsenso evidente che smaschera il sensazionalismo degli ultimi annunci.

La buona notizia, ammesso che possa definirsi tale, è che la Germania dovrà finalmente gettare la maschera e chiarire, senza ulteriori indugi, i prossimi passi.

Abbiamo già parlato nei precedenti articoli del temuto epilogo di questa vicenda.

Le fondamenta politiche dell’europa sono in crisi da diverso tempo e la recessione economica ha bussato alle nostre porte già prima del Covid 19.

La Germania che nel 2019 ha visto concretizzarsi i timori di una recessione tecnica con la caduta  dei principali indicatori economici ed il calo degli indici di fiducia, vuole scongiurare il rischio di una profonda crisi post pandemica.

I paesi dell’europa mediterranea che rappresentano un mercato fondamentale per l’industria tedesca, si trovano, oggi, nella triste condizione di poter essere condizionati attraverso semplici automatismi giuridici costruiti all’interno di situazioni di emergenza.

L’europa come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi è, forse, giunta al termine ma abbiamo ancora bisogno di istituzioni comunitarie capaci di difendere l’autonomia, i valori libertari e democratici dalle tensioni internazionali e geopolitiche in atto.

Per questi motivi grava su tutti i paesi il compito di restituire alla politica ed alla finanza contenuti morali elevati per renderli strumenti al servizio delle comunità e non meccanismi di soggiogamento delle classi più povere.

Al prossimo incontro dei Ministri delle Finanze dell’eurozona  dovrà prevalere una visione più ampia di quella delle singole comunità locali.

Senza un accordo aperto alla solidarietà ed alla condivisione, senza una “terza via” libera da condizioni e riserve non resterà che prendere atto che una nuova pagina sul futuro dell’Unione sarà ben presto scritta sullo sfondo di una dolorosa uscita dell’Italia  (ItalExit) o di un esodo dei paesi virtuosi in una nuova area a guida tedesca, la Deusche Mark Zone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pandemia Finanziaria, cui prodest?

Piano Marshall oggi più che mai!!

 

 

 

 




San Gennaro esiste…

Grazia ricevuta per tutti gli studenti di Italia

Tutti promossi, anche con debiti, tutti ammessi agli esami di stato, e la Maturità sarà ridotta ad un colloquio on line.

Queste le dichiarazioni ufficiose, dunque, per ora non ufficiali, veicolate da Tg com 24, questa notte.

Sugli Esami di Stato, che concluderanno l’anno scolastico, “il confronto è aperto e a giorni saranno comunicate decisioni ufficiali in merito”.

Questo è quanto rende noto il Ministero dell’Istruzione.

Al vaglio un piano di emergenza per portare a termine lezioni ed iter disciplinare in questa situazione travagliata.

E fin qui, ci siamo.

Il via libera lo si avrà solo dopo Pasqua.

E qui inizia il bello!

Perché, ormai da anni, eravamo preparati che, almeno per Pasqua, il Miur ci regalava una bella sorpresa, una nuova versione degli esami di stato.

Sapevamo, noi addetti ai lavori del mondo scuola, che avevamo due mesi di tempo per fare i salti mortali, per adattarci alle nuove disposizioni, cercando di salvare il salvabile.

E, attenzione, non lo dico solo nell’ottica di un prof, ma, anche e soprattutto, nell’ottica di un alunno, che, fino all’ultimo, non sapeva di che morte doveva morire.

Adesso, le sorprese, arriveranno in ritardo.

E saranno tante e belle, come i fuochi d’ artificio della nostra Ministra, che, ogni giorno, ne spara una nuova.

Si torna a scuola, sì o no? Non si sa…

Se sì, quando? Vedremo…

E dunque, gli esami ci sono oppure no? Stiamo valutando…

Ed in che modo? Ci stiamo pensando…

Ma, per favore, state zitti, Lei, cara Ministra ed il suo entourage.

State zitti, che è meglio!

E già, perché, lo volete capire, che più dichiarazioni rilasciate e rimangiate, con gli organi di stampa, è peggio è?!?

Smettetela di confondere, famiglie, studenti, insegnanti, presidi, personale di segreteria…

Siate onesti, non avete le idee chiare, parlo a voi politici, su quando si tornerà a scuola, se il rientro nelle aule sarà ipotizzabile per maggio, oppure si chiuderà

l’anno scolastico con i ragazzi a casa fino a giugno.

A conferma di quanto le dichiarazioni contraddittorie confondano l’opinione pubblica, oggi, sul quotidiano “La Repubblica”, sono circolate alcune indiscrezioni circa l’anno scolastico in corso.

Secondo il giornale, nessuno studente perderà l’anno, ma non ci sarà un “6 politico” per decreto.

Questo sempre che, nel primo quadrimestre, il voto in materia sia stato al di sopra di 4.

Praticamente, che messaggio passa?

Avanti tutti, dal quattro in su… 

 

Inoltre, riguardo agli esami di Maturità, l’unica certezza è che non ce ne sono.

Valutiamo insieme le ipotesi possibili.

 

Prima ipotesi.

Tutti a scuola il 4 maggio, come dice Renzi. 

Se dovessimo ritornare tutti in aula ai primi di maggio (cosa al momento remota), si prevede l’ammissione all’esame per tutti, indistintamente, anche quelli che avevano qualche insufficienza.

E già qui, primo errore, ma, perché dirlo adesso?!?

Così, si penalizzano gli studenti responsabili e coscienziosi.

Quelli che si sono sempre impegnati, sia prima, con la scuola tradizionale, che adesso, con la sfida della didattica digitale.

Che senso ha la partecipazione, l’impegno, la costanza, se tanto, tutti sono ammessi all’esame?!?

Ma soprattutto, così facendo, svendendo l’ammissione all’esame e praticamente regalando la maturità a tutti, si va a premiare i furbi ed i lazzaroni, quelli che non hanno mai fatto niente, né prima, né dopo.

Bel modello educativo che forniamo ai nostri alunni!

E poi ci riempiono la bocca con la storia delle competenze trasversali di educazione alla cittadinanza!

Poi, non lamentiamoci se, dalle nostre classi, quest’ anno più che mai, usciranno dei futuri cittadini allenati a fare il minimo, convinti che tanto tutto il resto è dovuto.

 

Inoltre, col rientro ai primi di maggio, secondo i geni del Miur, ci sarebbero quattro settimane piene di lezioni e il 17 giugno potrebbe esserci il primo scritto di italiano.

Infatti, passata l’emergenza, è un attimo, recuperare il programma ed arrivare tutti insieme, appassionatamente agli esami!

Del resto, è risaputo, dopo Gesù Cristo, i miracoli li fanno i prof!!!

Le tracce però, attenzione, dovrebbero tenere conto che il programma del secondo quadrimestre nessuno è riuscito a concluderlo.

Alle commissioni verrebbe data grande autonomia di scelta di argomenti.

Altro errore madornale.

Il selvaggio West.

Ognuno per sé e Dio per tutti!

Però, c’è sempre un però.

Non è mica detto. 

Infatti, tra un po’, ci diranno, no dai stavamo scherzando…

 

Seconda ipotesi.

Per quest’anno nessuno torna in aula.

La data limite, secondo gli esperti, è appunto il 17 maggio.

Oh, almeno una certezza c’è, direte voi…

No, attenzione, altra sorpresa!

Se le scuole rimarranno chiuse fino al 17, l’esame di Stato dovrà essere completamente diverso.

Tutti saranno ammessi, ma non ci saranno due scritti, tutto sarà concentrato in un unico colloquio, davanti alla commissione.

Eh qui, immaginate la festa dei nostri alunni, niente più versioni di latino al classico, niente più studio di funzioni allo scientifico, men che meno analisi di bilancio per i futuri ragionieri.

Un esame di un’ora e con alcuni esercizi matematici o di traduzioni, dipende dal percorso scolastico.

In quest’ultimo caso, l’intero colloquio dovrebbe valere 60 punti su 100, con gli altri 40 assegnati con l’analisi degli anni scolastici di terza e quarta superiore.

La data di inizio degli esami di Maturità è sempre quella del 17 giugno, con conclusione prevista entro metà luglio.

 

Terza ipotesi.

Stiamo a vedere.

Cioè, navighiamo a vista.

Se dovessimo trovarci in un’altra situazione di lockdown a tempo indeterminato, allora tornerebbe in auge l’esame online per tutti.

Maturità, maxi colloquio.

Terza media, mini colloquio.

Per tutti gli altri promozione garantita.

Praticamente, una grazia ricevuta, nel vero senso della parola!

Ma, attenzione, la Ministra Azzolina, si è precipitata a dire la “promozione di massa” non significa non recuperare quanto non fatto o lasciato indietro in questi mesi.

Almeno settembre e ottobre del prossimo anno scolastico saranno utilizzati per recuperare.

Ai ragazzi sarà chiesto uno sforzo in più, anche di tempo.

Il programma andrà recuperato e questa volta senza sconti!

Eh, già, come al solito, quando i buoi sono fuori dalla stalla …

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando lo strafalcione diventa esame di stato, la scuola che non c’è più…

Se lo dice Lui …

sdidatticamente parlando e non solo

 




Calo dei contagi???

Agghiacciante verità sul calo dei contagi.

Io sono solo un medico di base e non un professorone – dice Mirko Tassinari, segretario dei medici di famiglia in provincia di Bergamo – ma so che i numeri ufficiali non sono credibili.

Si fanno tamponi solo ai ricoverati, ma qui stimiamo 100 mila positivi non censiti su 1 milione di abitanti».

Il calo dei ricoveri non è un buon segnale?

«Calano perché non c’è più posto in ospedale. Talvolta non si ricovera più nemmeno con 85 di saturazione. Gestiamo a domicilio situazioni che due mesi fa avremmo ricoverato alla velocità della luce. Altrimenti non avremmo 1200 pazienti in ossigenoterapia domiciliare».

Cosa cambia?

«A casa non c’è la stessa assistenza, né diagnostica né farmacologica. In ospedale hai più possibilità di cura».
Quanto dura una bombola di ossigeno?
«In media dalle 12 alle 24 ore».
E poi?
«Bisogna cambiarla».

Provvede la Asl?

«No, deve vedersela il paziente».
Come?
«E’una caccia al tesoro. Chi ha parenti, li manda in giro nelle farmacie. Dieci, venti tentativi. Poi magari una la trovi».

E se non la trovi?

«Da una settimana ci hanno dato la possibilità di fornire ossigeno liquido, ma è contingentato».

Che cosa suggerite ai vostri assistiti?

«Di munirsi di un saturimetro. Avevamo detto alla Regione di darlo con l’ossigeno, ma niente».

E quindi?

«Chi l’ha comprato sul web, chi in farmacia, chi se lo fa prestare dal vicino di casa. Ci si arrangia».

E’un sistema giusto?

«Non è più un sistema sanitario universalistico e uguale per tutti».
Lei ha pazienti in queste condizioni?
«Un centinaio di pazienti malati su 1500. Cinque a casa con l’ossigeno, una decina di polmoniti monitorate per telefono».

Niente visite a domicilio?

«Ho smesso quando mi sono ammalato anch’io, uno dei primi medici di Bergamo positivi».

Com’è andata?

«All’inizio di marzo, con tosse febbre e forte astenia, ho chiesto il tampone. Me l’hanno fatto il 10 e dato l’esito il 15. Ora lavoro da casa, dodici ore al giorno sabato e domenica compresi».

Quanti sono i medici di base ammalati a Bergamo?

«Su 600 medici di famiglia ce ne sono 145 ammalati, di cui 5 morti. L’ultimo, Michele, due giorni fa. Non avrei mai pensato di dover aggiornare una lista di colleghi morti. Mandati a morire sul lavoro. E’ una strage di Stato».

Che cosa non ha funzionato?

«Per un mese tutti gli sforzi si sono concentrati sulla moltiplicazione dei posti ospedalieri in rianimazione. Il territorio è stato trascurato. Questo è il risultato».

Non bisognava ampliare gli ospedali?

«Certo, era indispensabile. Ma gli ospedali non sono la prima linea. In questi giorni i medici di base lombardi ricevono 500 mila telefonate al giorno. Noi siamo la prima linea. Eppure ci hanno mandati incontro allo tsunami a mani nude».

In che senso?
«Non sono stati fatti i tamponi al personale sanitario. Molti di noi hanno l’impressione di aver contribuito alla diffusione del virus, da asintomatici. Io ho avuto madre e moglie a casa con l’ossigeno».

Avete avuto i dispositivi di protezione?

«Pochi e tardi. Niente tute, visiere, sovrascarpe. Dopo un mese venti mascherine chirurgiche, alcuni pacchi di guanti, un saturimetro che non ci serve. E una settimana fa sei mascherine filtranti».

Quanto durano?

«In teoria quattro ore di servizio. Per farle durare di più mettiamo sopra le mascherine chirurgiche».

Funzionano le unità speciali per le visite a domicilio, istituite dalla Regione una settimana fa?

«Dovrebbe esserci una postazione con due medici ogni 50 mila abitanti, quindi in provincia di Bergamo 20. Invece al momento ce ne sono sei».
Quante visite riescono a fare sei postazioni?

«Al massimo 60 visite al giorno su 1 milione di abitanti e almeno 100 mila ammalati. Ne servirebbero almeno cinque volte tante».

Qual è il problema?
«Mancano medici e dispositivi di protezione. Ci siamo impuntati: non stiamo a casa noi per mandare a morire i neolaureati».

Ne avete parlato con la Regione, con la Asl?

«Raramente la nostra opinione è stata richiesta. Peccato, a fine febbraio avevamo capito che la situazione era fuori controllo».

Non c’è un coordinamento?
«In due mesi ci sono stati un paio di incontri ufficiali. L’ultimo il 5 marzo».

La sua voce sembra avvilita ma non rabbiosa.

Perché?
«Che senso avrebbe ora mettersi a urlare contro i nostri carnefici? Siamo medici, dobbiamo cercare di salvare quante più vite è possibile».

 

Aggiungiamo solo che Il Ministero della Sanità ha gravissime colpe di carenza di visione su come gestire la pandemia.

 

I medici di base hanno mancato di svolgere il loro ruolo, sia per mancanza di direttive, sia per mancanza di attrezzature e medicinali specifici.

 

I medici di base, non hanno nessuna colpa!

 

Diamo a Cesare quel che è di Cesare!

 

I veri responsabili sono i politici che hanno affrontato il problema, con leggerezza prima, irresponsabilità durante e tentativo maldestro di salvare la faccia, ora!

Invece che affrontare efficacemente la pandemia, al momento del suo insorgere presso il paziente, limitando quindi il suo aggravarsi, I politici, cosa hanno fatto?

Prima hanno minimizzato il problema, una semplice influenza, ci hanno detto.

Inoltre, hanno enfatizzato la capacità dell’Italia di affrontare e gestire il problema, sottolineando che le misure prese dal governo erano le migliori in Europa.

In seguito, hanno perso tempo prezioso per affrontare tempestivamente la gestione dell’emergenza, nelle prime fasi del contagio.

Infine, si sono concentrati sulla fase finale (terapie intensive ospedaliere).

Ed ora, una certa parte della stampa italiana, sta al loro gioco, attribuendo ai medici di base, responsabilità che non hanno.

Ma, per favore, smettiamola di credere a quello che dicono nei bollettini medici, ed andiamo a leggere tra le righe di interviste scomode come questa!

Come redazione di betapress, rigettiamo ogni approccio inefficace e profondamente sbagliato, che rovescia la prospettiva tentando di colpevolizzare i medici ed assolvere i politici.

E sappiamo che in molte famiglie italiane, dove la malattia e la morte sono di casa, i conte non tornano…

 

fonti:

le dichiarazioni di Mirko Tassinari, segretario dei medici di famiglia in provincia di Bergamo.

L’ intervista è stata pubblicata il 31/03/2020 su La Stampa. Articolo di Giuseppe Salvaggiulo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Andrà tutto bene! Parte quarta

 

Andrà tutto bene o andrà tutto a puttane?!?

Scusate la volgarità, capisco di non essere molto professionale ad impiegare un simile linguaggio…

L’intento, però, è stare dalla parte dei cittadini, soprattutto dalla parte di quei lavoratori che hanno perso tutto, lavoro, guadagni, tutela politica e speranza nel futuro…

Infatti, continuando come betapress, nella nostra ricerca sui lavoratori autonomi, commercianti, artigiani e liberi professionisti nell’emergenza coronavirus, abbiamo proposto sempre le stesse domande, focalizzandoci, questa volta, sulle problematiche specifiche del mondo degli artigiani.

Criticità specifiche del proprio lavoro in generale e, soprattutto adesso.

Impatto economico e problemi fiscali.

Decreto di marzo efficace o inadeguato?

Cosa è impellente in questo momento e nei prossimi mesi?

Quali sono le soluzioni possibili e quali sono pura propaganda elettorale?

“ALTRO CHE PIANO MARSHALL, QUI E’ UN PIANO AL MACERO!”

Questa è stata una risposta diretta, da chi vanta mezzo secolo di lavoro nel settore.

Chi parla è una nota parrucchiera di Novara, prestigiosa e competente.

Ha passato la sua vita in negozio (“Ancora un po’, e partorivo in negozio! Allattavo mia figlia tra un taglio e l’altro, senza far aspettare la cliente…”).

Una di quelle che ha dedicato la sua vita al lavoro, sempre impegnata a formare nuovi specialisti del mestiere.

Tanto che, parecchi suoi allievi, imparata l’arte, hanno aperto, a loro volta, dei saloni di acconciatura e di estetica.

Una di quelle che ci sa fare, sempre pronta a rimettersi in gioco, ad aggiornarsi.

Per chi è del settore, basta dire che ha vinto diverse volte il prestigioso premio nazionale “Il pettine d’oro”

Vi assicuro che esiste, non dico il nome perché non ha bisogno di pubblicità, non cerca fama, ma ascolto.

Bene, mi ha detto “Non fare il mio nome, ma, scrivi che stavolta è proprio finita!”

Sua figlia, che buon sangue non mente, anche lei ha un’attività in proprio, un salone estetico, in particolare è specializzata nei tatuaggi estetici e ricostruttivi, (su cicatrici post interventi di mastectomia), mi ha detto così.

“Io sono un’artigiana, lavoro da sola, inutile ribadire quanto pesano le tasse e quindi, quanto, normalmente, è già pesante mandare avanti l’attività.

Prova ad immaginare adesso, con tutto quello che sta succedendo!

Quando non puoi aprire il negozio, per ciò che sta accadendo, non c’è introito e non c’è la cassa integrazione che tutela i lavoratori dipendenti.

C’è “una tantum” forse, che nel mio caso mi paga solo la metà delle spese fisse di un mese (cioè affitto, luce, telefono eccetera) non mi dà i soldi per fare la spesa, per mantenere i miei figli o pagare le bollette di casa.

Me la devo cavare da sola, oppure, indebitarmi con la banca.

Come se, indebitarsi, fosse una soluzione, ancora peggio!

Bisognerebbe poter non pagare almeno l’affitto del locale.

Locale, in cui, per legge, non posso lavorare, locale che è una spesa viva.

Il negozio adeguato e la clientela fedele, sono fondamentali per avere una cassa dignitosa per noi autonomi.

Dunque, come possiamo pagare le tasse se non lavoriamo?

Noi artigiani non abbiamo bisogno di prestiti dalle banche, abbiamo bisogno di liquidità.

Non ho previsioni attendibili per il futuro, ma ho solo una speranza.

Spero che a maggio si possa ricominciare e, a quel punto, vedere se vale la pena tenere aperta l’attività o chiudere.

Certo che, più permane questo blocco, più peggiora la situazione.

Temo proprio che, nonostante tutti i sacrifici fatti per mettermi in proprio, dovrò regredire, e tornare a lavorare come dipendente.

Di sicuro, dovrò cercare altre soluzioni, perché, con che soldi do da mangiare ai miei figli?

Con che soldi li faccio studiare?!?”

Le sue parole, mi lasciano spiazzata.

Questa volta, però, vi faccio il suo nome. Silvia Berto, tatuatrice “Lady Tatoo”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Coronavirus: andrà tutto bene?

Coronavirus: andrà tutto bene, parte seconda.

Andrà tutto bene … parte terza