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Ma chi saremmo oggi se ci fosse rimasto qualcosa degli antichi romani?

Che paese avremmo e che ruolo avremmo nel mondo?

Se fossimo riusciti a mantenere quel valore di unità che noi stessi a quel tempo avevamo creato, cosa saremmo ora?

In Italia, l’arte del ‘fare squadra’ è spesso oscurata dall’ombra del campanilismo, dove l’individualismo e le lealtà locali prevalgono sull’unità nazionale e sulla collaborazione.

Questa frase riflette la tendenza storica e culturale italiana a favorire le lealtà locali e l’individualismo rispetto a un senso di unità o collaborazione a livello nazionale.

Il termine “campanilismo” si riferisce proprio all’attaccamento agli interessi e alle tradizioni locali, a volte a scapito di un’efficace collaborazione e solidarietà su scala più ampia.

Cosa ci ha portato questo campanilismo?

Sicuramente ad un nichilismo storico.

.A noi manca il senso della Storia.

Lo abbiamo perso durante il primo novecento, e peraltro si era molto affievolito già partendo dal medioevo.

La mancanza di senso della storia, specialmente nel contesto italiano, è un argomento che merita un’analisi approfondita sotto vari aspetti: storico, culturale, educativo e sociale. 

Per quanto riguarda il contesto Storico e Culturale ci pare logico osservare che l‘Italia si è unificata relativamente tardi rispetto ad altre nazioni europee, nel 1861.

Questo ritardo ha influito sulla formazione di un’identità nazionale consolidata e, di conseguenza, su una percezione comune della storia.

Non giova nemmeno, anche se può in alcuni casi essere un valore, l’eccezionale diversità culturale e linguistica tra le regioni.

Questa varietà, pur essendo a volte una ricchezza, può anche comportare una visione frammentata della storia nazionale.

Non dimentichiamo il periodo del fascismo e la Seconda Guerra Mondiale che hanno lasciato un’eredità complessa.

La difficoltà di elaborare criticamente questo periodo ha spesso portato ad una visione distorta o semplificata del passato, soprattutto perché ci si ostina ad interpretare la storia di quel periodo solo in un senso, demonizzando qualsiasi altra visione.

La Chiesa ha svolto un ruolo centrale nella storia italiana, influenzando non solo la religione ma anche l’educazione e la cultura.

Questo può ha avuto nocivi effetti sulla percezione della storia, privilegiando alcuni aspetti a scapito di altri.

La modalità con cui la storia è insegnata nelle scuole italiane influenza il senso storico degli studenti.

Un approccio che enfatizza la memorizzazione di date e eventi, piuttosto che la comprensione critica, può limitare la percezione della storia come qualcosa di vivente e rilevante.

I mezzi di comunicazione e la letteratura popolare giocano un ruolo fondamentale nella diffusione della conoscenza storica.

La tendenza a semplificare o drammatizzare eventi per scopi narrativi può distorcere la comprensione del passato.

La storia può essere utilizzata dagli attori politici per giustificare azioni presenti o per costruire un’identità nazionale.

Questo uso strumentale può allontanare la popolazione da una comprensione obiettiva e critica della storia.

La mancanza del senso della storia in Italia, come in altre nazioni, è un fenomeno multidimensionale che riflette le sfide educative, le tensioni sociali e le complessità storiche.

Viene il sospetto, che in realtà è una certezza, che questa situazione sia stata voluta, sia per giustificare alcune parti politiche ma anche per anestetizzare il popolo italiano, rimettendo la sua capacità critica in un cassetto.

Milioni di giovani sono stati plasmati al non pensiero, soprattutto negli ultimi decenni, il che porta sicuramente ad una maggiore governabilità della massa, ma di contralto rende ebete un popolo, ne distrugge la comprensione degli eventi, blocca la capacità critica individuale rendendo ameboide il pensiero della massa.

Senatus Populusque Romanus, o prima ancora Senatus Populus Quirites Romani, è la formula con cui con un colpo solo si identificava una nazione ed i suoi appartenenti, con cui un popolo si presentava.

Poche parole che indicavano forza, orgoglio, fierezza, senso di giustizia, futuro, un futuro peraltro durato più di 1000 anni.

Cosa siamo diventati oggi, siamo tornati ad essere una frazione di un popolo, non ci sono più i Romani, ma i laziali, i lombardi, i pugliesi, i siciliani, etc. siamo divisi in regioni.

Perché siamo tornati a ragionare con le frazioni?

Perché è più facile?

Vorrei ricordare che le frazioni esistono perché rappresentano parte di un intero.

Stiamo facendo un danno alle nuove generazioni; obblighiamole a capire la storia, non tanto a saperne le date (anche se servono comunque per dare una linea temporale al senso degli eventi anche attuali).

Sembra logico quello che sto dicendo? Certo che sì, perché non lo stiamo facendo con tutte le forze? perché abbiamo venduto il nostro umanesimo alla facilità delle cose, abbiamo messo la lingua italiana in 700 emoticons, abbiamo relegato la capacità di esprimerci a semplici suoi gutturali dell’età della pietra.

Stiamo tornando ad un livello espressivo che viene relegato a poche espressioni, e come può un giovane esprimere quello che ha dentro se ha solo 700 faccine, peraltro tutte uguali, come può esprimere la sua diversità, il suo valore individuale, le sue peculiarità, se lo può fare con un linguaggio talmente limitato che l’aggressività diviene l’unico modo per sfogarsi?

Ma torniamo a fare i conti con la Storia, e pensiamo che il contesto Storico e Culturale in cui gli antichi Romani vivevano era  completamente diverso.

La loro identità era fortemente legata alla città di Roma e allo stato romano.

La loro concezione di patriottismo era legata all’espansione e alla grandezza di Roma, che vedevano come una manifestazione diretta della loro superiorità e destino.

In aggiunta i  Romani erano educati fin dalla nascita a rispettare le leggi, onorare gli dei e venerare Roma.

Questa educazione, unita a un forte indottrinamento, contribuiva a creare un senso di lealtà e dedizione allo stato.

Per giunta la militarizzazione della Società era profondamente radicata.

Il servizio militare non era solo un dovere ma anche un onore, e l’esperienza condivisa nell’esercito rafforzava il senso di appartenenza e fedeltà a Roma.

Oggi invece l‘Italia moderna si è formata solo nel 1861, e prima di ciò era divisa in numerosi stati e entità politiche con forti identità regionali.

Questa frammentazione storica ha lasciato un’eredità di forti identità locali che talvolta prevale sull’identità nazionale.

La società moderna è molto più complessa e diversificata rispetto a quella antica.

L’individualismo, i diritti umani e la democrazia hanno un peso maggiore oggi, cambiando il modo in cui le persone vedono la loro relazione con lo stato.

Nel mondo globalizzato, le persone spesso identificano con più culture e nazioni.

Questo può diluire il senso di patriottismo nazionale, diversamente dall’epoca romana dove l’identità era prevalentemente unica e centrata su Roma.

Quindi, il “patriottismo” dei Romani era un prodotto del loro tempo, cultura e sistema politico, profondamente diverso dal contesto italiano contemporaneo.

Ma la vera domanda non è legata tanto al contesto storico politico, ma a chi vogliamo essere, che tipo di popolo vogliamo rappresentare, che Italiani pensiamo sia giusto essere nel mondo.

Sono convinto che lo studio del senso della storia permetta ai giovani di rispondere a questa domanda, e noi siamo moralmente obbligati a dar loro gli strumenti per comprendere la Storia, il problema è noi li abbiamo? Noi generazione che deve trasmettere, li abbiamo? ed anche, ammesso che li abbiamo, li vogliamo mettere a disposizione di questi giovani? .

Per affrontare questa problematica, è necessario promuovere un approccio critico e inclusivo allo studio della storia, che tenga conto delle diverse voci e prospettive.

Inoltre, è essenziale incoraggiare un dialogo aperto e continuo tra il passato ed il presente, permettendo così una comprensione più profonda e matrice della storia e del suo impatto sulla società contemporanea.

 

 

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