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Crisi del settore turistico invernale con la questione impianti chiusi.

L’opinione di Enrico Camanni, Direttore della rivista “Dislivelli”.

In questi giorni è d’attualità la discussione impianti sciistici aperti oppure mondo alpino in crisi con perdite occupazionali, di reddito e non solo.

Migliaia di persone coinvolte a tutti i livelli.

Le località turistiche ossolane sono pienamente coinvolte in questa difficile e contraddittoria situazione.

Lo scenario sulle Alpi è molto variegato: niente sci in Francia e Germania.

L’Austria tentenna e propone uno sci con molte limitazioni.

La Svizzera, nonostante le grandi problematiche legate al Covid-19 che ha sul suo territorio, ha già aperto i suoi impianti curando il distanziamento, obbligando la mascherina anche su seggiovie e sciovie.

Qualche ospedale ha fatto sentire la propria voce: siamo già sotto pressione, con cure che sono state diradate nel tempo e non possiamo ricevere gli immancabili infortunati dalle piste.

Tutti hanno ragione, nessuno ha torto.

E allora di chi è la colpa?!?

O meglio quali sono le responsabilità di ciascuno?

Il Governo, le Regioni, gli operatori commerciali, i proprietari degli impianti di risalita sono tutti coinvolti nello stesso problema che esiste da prima del covid.

Ecco quello che pensa Enrico Camanni, il direttore della rivista ‘Dislivelli’ che ci propone una visione diversa del problema.

Riprendiamo le testuali parole prese dall’Editoriale

“NON FACCIAMO FINTA DI NIENTE” della rivista ‘Dislivelli’ del novembre 2020 scritto dal direttore Enrico Camanni.

Negli ultimi giorni di novembre, qua e là sulle Alpi, s’è celebrata la solita inquietante liturgia: cannoni che sparano neve finta sui versanti secchi, temperature altissime per via dell’inversione termica e bulldozer che sbancano e pareggiano i pendii, perché lo sci di oggi non tollera gobbe e inciampi.

Tutto ciò che inciampa va spianato e distrutto.

Sono molti anni che Dislivelli, senza acredine e senza pregiudizio, mette in dubbio le scelte unilaterali dell’industria dello sci di massa, sostenuta da ingenti finanziamenti pubblici (cioè dai soldi di quei pochi cittadini che sciano e di quei tanti che non sciano affatto),che come tutte le industrie dai piedi pesanti non è in grado di adattarsi ai cambiamenti (climatici, economici, estetici),ma cerca con insistenza, talvolta con violenza, di adattare il mondo alle sue esigenze di sviluppo illimitato.

Sono anni che esprimiamo pacatamente i nostri dubbi, però questo non è un anno come gli altri, perché mentre i cannoni sparavano neve finta per le improbabili vacanze dei privilegiati dello sci, gli ospedali erano costretti a rifiutare le cure ai malati “ordinari”, le scuole erano chiuse dalla prima media in su, il mondo della cultura e dello spettacolo era paralizzato dalla pandemia e buona parte della popolazione italiana si trovava senza lavoro, senza risarcimento e senza futuro.

Non pochi, schiacciati dai debiti.

In questa situazione, il grido di dolore delle lobby dello sci e del turismo di massa appare stonato e decisamente fuori misura, non tanto perché difende uno dei tanti comparti produttivi del paese (e, come tale, sarà probabilmente ristorato), quanto perché non immagina neanche lontanamente di sfruttare l’opportunità della crisi per ripensare l’offerta turistica invernale, che comprende molte possibilità trascurate come lo scialpinismo, il fondo, le ciaspole, i sentieri innevati e non.

Quanta gente cammina d’inverno sui versanti assolati!

Le voci autorevoli che abbiamo raccolto in questo numero concordano su un punto decisivo: non ha più senso l’equiparazione “sci di pista-montagna”, perché è un concetto ampiamente superato dalla realtà, frutto di un pensiero dominante che, in cambio di molto denaro, ha reso la montagna e la neve dei banali oggetti di consumo.

E quando la vetrina è vuota, sembra che intorno non ci sia più niente.

Invece c’è moltissimo: la neve, e intendiamo quella del cielo, il silenzio, l’ambiente naturale, il distanziamento naturale e intelligente, non quello forzato dalla pandemia.

Come scrive Michele Serra su “Repubblica”, «il messaggio che arriva in queste ore sulla “distruzione dell’economia alpina” se le piste di sci rimangono chiuse è un messaggio autolesionista. Cattiva pubblicità.

Riduce la montagna a una monocultura invadente e fragile: quella degli impianti di risalita».

Tornando alla pandemia, dunque, perché non ammettere che le crisi mondiali come l’infezione da Covid non sono disgrazie piovute dal cielo, ma sono piuttosto i detonatori di ciò che già prima non funzionava, o stava deragliando, e con la crisi scoppia, si frantuma. Utilizzando la metafora del re nudo, la crisi è quel colpo di vento che gli strappa l’ultimo abito di dosso.

In questo senso il dibattito di questi giorni sulla riapertura degli impianti dello sci ci sembra più che mai logoro e senza prospettiva, perché presuppone il fatto che dopo la tempesta non si veda l’ora di tornare come prima, senza un ripensamento ecologico, economico e anche etico, aggiungerei.

Invece potrebbe essere l’occasione epocale, è il caso di dirlo, per ripensare un sistema che il riscaldamento climatico e la crisi economica avevano già totalmente incrinato, anche se facevamo finta di niente.

Si sa da tempo che il re è nudo, sotto i 1800 metri di quota, ma si continua a investire e rilanciare in sbancamenti e nuovi impianti perché è molto più facile insistere sul vecchio sistema che riconvertirsi a un sistema innovativo, sostenibile e capace di futuro.

La differenza sta nella riflessione e nella progettazione, ed è proprio per riflettere, cioè per usare la crisi in senso creativo e costruttivo, che vi abbiamo proposto questa nuova prospettiva di lettura della questione impianti chiusi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SCI, SCI, SCI…

Gli sci appesi al chiodo…

 

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